Trattato della pittura

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Frontespizio di un'edizione del 1817

Il Trattato della pittura è uno scritto, raccolto e pubblicato postumo, di Leonardo da Vinci.

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Leonardo durante la sua vita avviò vari trattati, ma non risulta che alcuno di questi venisse poi completato e pubblicato finché fu in vita. Nel 1509 Leonardo stesso confessò dopotutto a Luca Pacioli di essere impegnato a scrivere un trattato sul "moto locale", avendo già terminato uno sulla "pictura et movimenti umani". Dopo la sua morte i suoi libri, appunti e disegni vennero affidati al fedele Francesco Melzi, che li custodì nella sua villa a Vaprio d'Adda, ma Vasari riferisce che un certo numero di scritti "pur di caratteri scritti con la mancina a rovescio, che trattano della pittura e de' modi del disegno e colorire" fossero nelle mani di un pittore milanese, forse Aurelio Luini.

Non è noto se dal fondo Melzi o da quello milanese attinse un ignoto compilatore, che fece poi ricopiare a un amanuense una serie di brani ricomposti in un Trattato della pittura. Il primo manoscritto del trattato si trovava alla corte di Urbino (Codex Urbinas Latinus 1270 della Biblioteca Apostolica Vaticana). Si tratta quindi di un'opera composita, compilata da un allievo che scelse vari brani, passi, precetti, teorie e appunti, riordinandoli in diciotto "libri" (capitoli), dei quali oggi sono noti solo sette. L'organicità della trattazione però fa pensare che lo stesso Leonardo avesse concepito il "Trattato", suddividendolo in due macrosezioni: una prima teorica, dove si affermano i principi filosofici e ideali della pittura paragonandola anche alle altre arti meccaniche e liberali, con i principi dell'applicazione della prospettiva (lineare, aerea e cromatica), di luci e ombre; una seconda pratica, in cui Leonardo dà una serie di consigli e precetti al giovane pittore, su come assimilare le proporzioni di corpi e figure, e sulla rappresentazione dei moti e degli elementi naturali.

Il filo conduttore del Trattato, così diverso dalla tradizione didascalica del Libro dell'arte di Cennino Cennini, è l'esercizio della "filosofia del vedere", cioè il saper cogliere la rivelazione della Natura tramite l'osservazione penetrante. Ogni aspetto viene infatti ricondotto alla comprensione sistematica di quei fenomeni fisici, matematici e geometrici che ne determinano la percezione visiva. Per Leonardo è proprio l'applicazione della logica, delle discipline matematiche e geometriche, dell'anatomia e dell'ottica che nobilita la pittura, tale da poterla equiparare alle altre arti liberali (cioè speculative), quali la filosofia, la poesia, la teologia, ecc.

Il tratto distintivo della scienza pittorica è la sua universalità, poiché l'occhio veicola una comunicazione che, a differenza dell'orecchio, non è soggetta a variazioni linguistiche, quindi "non ha bisogno di interpreti [...] come hanno le lettere".

Contenuti[modifica | modifica wikitesto]

La pittura, per Leonardo, è scienza, rappresentando «al senso con più verità e certezza le opere di natura», mentre «le lettere rappresentano con più verità le parole al senso». Ma, aggiunge Leonardo riprendendo un concetto aristotelico,[1] è «più mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta [...] le opere degli uomini, com'è la poesia, e simili, che passano per la umana lingua»[2].

Fra le scienze la pittura «è la prima; questa non s'insegna a chi natura nol concede, come fan le matematiche, delle quali tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro gliene legge. Questa non si copia, come si fa le lettere [...] questa non s'impronta, come si fa la scultura [...] questa non fa infiniti figliuoli come fa i libri stampati; questa sola si resta nobile, questa sola onora il suo autore, e resta preziosa e unica, e non partorisce mai figliuoli uguali a sé».[3] Gli scrittori a torto non hanno considerato la pittura nel novero delle arti liberali, dal momento che essa non solo «alle opere di natura, ma ad infinite attende, che natura mai creò». E non è colpa della pittura se i pittori non hanno saputo mostrare la sua dignità di scienza, poiché essi non fanno professione di scienza e «perché la lor vita non basta ad intender quella».

«Il primo principio della scienza della pittura è il punto, il secondo è la linea, il terzo è la superficie, il quarto è il corpo [...] il secondo principio della pittura è l'ombra»; e si estende alla prospettiva, che tratta della diminuzione dei corpi, dei colori e della «perdita della cognizione de' corpi in varie distanze». Dal disegno, che tratta della figurazione dei corpi, deriva la scienza «che si estende in ombra e lume, o vuoi dire chiaro e scuro; la qual scienza è di gran discorso»[4].

La pittura è superiore alla scultura, non solo perché lo scultore opera «con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da gran sudore composto di polvere e convertito in fango, con la faccia impastata, e tutto infarinato di polvere di marmo che pare un fornaio, e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso; e l'abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre», mentre il pittore «con grande agio siede dinanzi alla sua opera ben vestito e muove il lievissimo pennello co' vaghi colori, ed ornato di vestimenti come a lui piace; ed è l'abitazione sua piena di vaghe pitture, e pulita, ed accompagnata spesse volte di musiche, o lettori di varie e belle opere, le quali senza strepito di martelli od altro rumore misto, sono con gran piacere udite»; lo è soprattutto perché il pittore «ha dieci vari discorsi, co' quali esso conduce al fine le sue opere, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete», mentre lo scultore deve solo considerare «corpo, figura, sito, moto e quiete; nelle tenebre o luce non s'impaccia, perché la natura da sé le genera nelle sue sculture; del colore nulla»[5].

E la pittura supera anche la poesia, perché mostra fatti, non parole; la pittura «non parla, ma per sé si dimostra e termina ne' fatti; e la poesia finisce in parole, con le quali come briosa sé stessa lauda».

I colori[modifica | modifica wikitesto]

Attingendo dunque alle teorie di Aristotele,[1] che contro lo scetticismo aveva difeso la verità dei sensi in relazione agli oggetti da loro rispettivamente percepiti,[6] Leonardo concepiva arte e scienza come un tutt'uno, e vedeva in particolare nel bianco e nel nero gli estremi fondamentali della gamma cromatica,[7] a partire dai quali studiò il modo in cui due colori complementari si pongono reciprocamente in risalto, distinguendo le tinte prodotte dalla luce, come il giallo e il rosso, dai colori delle ombre, spesso tendenti al verde e all'azzurro.[8]

Leonardo distingueva così sei colori fondamentali: il bianco, il giallo, il verde, il rosso, l'azzurro, il nero.

« De' semplici colori il primo è il bianco, benché i filosofi non accettano né il bianco né il nero nel numero de' colori, perché l'uno è causa de' colori, l'altro è privatione. Ma perché il pittore non può far senza questi, noi li metteremo nel numero degli altri, e diremo il bianco in questo ordine essere il primo nei semplici, il giallo il secondo, il verde il terzo, l'azzurro il quarto, il rosso il quinto, il nero il sesto: ed il bianco metteremo per la luce senza la quale nissun colore veder si può, ed il giallo per la terra, il verde per l'acqua, l'azzurro per l'aria, ed il rosso per il fuoco, ed il nero per le tenebre che stan sopra l'elemento del fuoco, perché non v'è materia o grossezza doue i raggi del sole habiano à penetrare e percuotere, e per conseguenza alluminare. »
(Leonardo, Trattato della pittura, cap. CLXI)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Peter Hohenstatt e Nicola Barbatelli, Leonardo: immagini di un genio, pp. 39-42, a cura di Carlo Pedretti, Museo Leonardiano, 2012.
  2. ^ Trattato della pittura, I, 3
  3. ^ Trattato della pittura, I, 4
  4. ^ Trattato della pittura, I, 1
  5. ^ Trattato della pittura, I, 33-39
  6. ^ Aristotele, Sull'Anima, III, 427 b.
  7. ^ Cfr. Trattato della pittura, cap. CXXI.
  8. ^ Ivi, capp. CLVI-CLVIII.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Milena Magnano, Leonardo, collana I Geni dell'arte, Mondadori Arte, Milano 2007, pag. 145-146. ISBN 978-88-370-6432-7

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]