Train de vie - Un treno per vivere

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Train de vie - Un treno per vivere
Train de vie.png
Una scena del film
Titolo originale Train de vie
Paese Francia, Belgio, Romania
Anno 1998
Durata 103 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 2,35:1
Genere commedia drammatica
Regia Radu Mihăileanu
Soggetto Radu Mihăileanu
Sceneggiatura Elodie Van Beuren, Radu Mihăileanu, Moni Ovadia (per la versione italiana)
Produttore Frédérique Dumas, Marc Baschet, Cédomir Kolar, Ludi Boeken, Eric Dussart
Fotografia Yorgos Arvanitis, Laurent Dailland
Montaggio Monique Rysselink
Effetti speciali Petre Constantin
Musiche Goran Bregović
Scenografia Cristi Niculescu
Costumi Viorica Petrovici
Trucco Irène Ottavis
Sfondi Vincent Lebrun
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi
  • 1998 São Paulo International Film Festival:
    • Audience Award per miglior film a Radu Mihăileanu
    • Critics Award per Radu Mihăileanu
  • 1998 Cottbus Film Festival of Young East European Cinema: Audience Award per Radu Mihăileanu
  • 1999 David di Donatello per il miglior film straniero a Radu Mihăileanu
  • 1999 Hamptons International Film Festival: Audience Award per Radu Mihăileanu
  • 1999 Miami Film Festival: Audience Award per Radu Mihăileanu
  • 1999 Sundance Film Festival: Audience Award per Radu Mihăileanu

Train de vie - Un treno per vivere (Train de vie) è un film del 1998 diretto da Radu Mihăileanu, che tratta in maniera ironica la Shoah.

Indice

[modifica] Trama

Il film comincia con la apparizione di Shlomo e l'inizio del suo racconto che vedrà protagonista il villaggio dove vive e la sua salvezza. La storia si sviluppa quasi integralmente come un flashback ambientato in uno shtetl (villaggio ebraico dell'Europa dell'Est) nel 1941. La rottura dell'equilibrio si ha quando Shlomo, il pazzo del villaggio, avvisa i suoi compaesani che nei villaggi vicini gli ebrei stanno venendo deportati dai militari nazisti. Si riunisce così il consiglio degli anziani che, grazie ad un'idea di Shlomo, decide di organizzare un finto treno di deportazione che accompagni tutto lo shtetl in Palestina passando per l'Unione Sovietica. Ci si divide i compiti tra le parti dei militari nazisti, dei deportati e del macchinista, grazie anche al lavoro di falegnami, sarti e a Schmecht, insegnante ebreo di tedesco accorso per istruire i finti soldati nazisti. Giacché i villaggi vicini iniziano a sospettare qualcosa, gli abitanti anticipano la partenza per una "auto-deportazione" su un vecchio treno, rimesso in sesto in modo da sembrare una vera vettura nazista, con tanto di vagoni per deportati e vagoni-letto per i soldati. Sulla via incontreranno non poche difficoltà, facendosi più volte scoprire e fermare dalle forze militari dell'Asse; tuttavia, grazie a rocamboleschi espedienti, riescono di volta in volta a scamparla.

Presto cominciano a sorgere problemi persino all'interno della comunità, dove ebrei deportati, ebrei convertiti al credo comunista ed ebrei-nazisti cominciano a dar vita ad una serie di grotteschi battibecchi legati ai diritti degli insoliti viaggiatori del treno, arrivando perfino al punto in cui i comunisti designano i soviet dei vagoni di deportazione, in opposizione alla politica "dal braccio di ferro" di Mordechai, il mercante di mobili a capo dei finti nazisti. Ma gli abitanti dello schtetl non ingannano solo i militari tedeschi: per tutta la durata del viaggio, dei sabotatori della resistenza comunista tenteranno di far saltare il treno, credendolo un vero treno di deportazione, sia pur con scarsi risultati. Proprio quando sembrano essere scoperti da una truppa tedesca, la compagnia di ebrei si unisce ad una carovana di zingari i quali, travestiti da tedeschi, avevano fermato per un controllo il "treno fantasma". Lo squinternato treno riesce a raggiungere il confine sovietico, trovando la tanto sognata "salvezza" ed essendo finalmente liberi di ritornare nella terra promessa. Alla fine della storia, Shlomo racconta di come alcuni siano rimasti nell'Unione Sovietica per sposare la causa comunista, altri fossero tornati in Palestina (principalmente gli zingari) ed altri ancora avessero preferito andare in India (soprattutto gli ebrei).

[modifica] Finale

Negli ultimi fotogrammi Shlomo aggiunge: «Questa storia è vera... o quasi» e, dopo un allargamento di inquadratura, lo si può vedere sorridente dietro al filo spinato di un campo di concentramento, facendo capire che quella surreale e divertente storia fosse solo un espediente per raccontare la tremenda realtà dell'olocausto.

[modifica] Scelta di stile

Il film è denso di momenti comici e grotteschi che affrontano i delicati temi dell'olocausto e del nazismo in maniera insolita e pioneristica rispetto a qualunque altro film che parli della Shoah, ma profondamente rispettoso di ciò che ha rappresentato quella pagina nera della storia europea. Le colonne sonore, a cura dell'artista bosniaco Goran Bregovic, rendono bene il tipo di ambientazione, dando un'impressione quasi fiabesca del naturale svolgersi della trama del film.

[modifica] Collocazione di genere

Nonostante per tutta la durata del film prevalga un registro cinematografico più vicino alla commedia, o addirittura al comico, molti archivi o recensisti del mondo del cinema hanno preferito collocare quest'opera all'interno del genere drammatico. Questa scelta, quando viene adottata, trova giustificazione esclusivamente negli ultimi secondi del film, in cui il finale crudo diventa il vero elemento discriminante, nonostante il resto della pellicola possegga, in realtà, un registro completamente diverso.

[modifica] Ambientazione

Il film è stato girato a Bucarest, in Romania.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

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