Tito (imperatore romano)

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Tito
Testa colossale di Tito.
Testa colossale di Tito.
Imperatore romano
Investitura 24 giugno 79
Predecessore Vespasiano
Successore Domiziano
Nome completo Titus Flavius Vespasianus Caesar Augustus
Nascita Roma, 30 dicembre 39
Morte Aquae Cutiliae, 13 settembre 81
Luogo di sepoltura Tempio dei Flavi
Dinastia Dinastia flavia
Padre Vespasiano
Madre Flavia Domitilla maggiore[1]
Coniugi Arrecina Tertulla
Marcia Furnilla
Figli Giulia

Tito Flavio Vespasiano (latino: Titus Flavius Vespasianus, regnante col nome di Tito Flavio Vespasiano Cesare Augusto; Roma, 30 dicembre 39Aquae Cutiliae, 13 settembre 81) è stato un imperatore romano della dinastia dei Flavi.

Prima di salire al trono, Tito fu un abile e stimato generale che si distinse per la repressione della ribellione in Giudea del 70, durante la quale venne distrutto il secondo tempio di Gerusalemme. Fu considerato un buon imperatore da Tacito e da altri storici contemporanei; è noto per il suo programma di opere pubbliche a Roma e per la sua generosità nel soccorrere la popolazione in seguito a due eventi disastrosi: l’eruzione del Vesuvio del 79 e l’incendio di Roma dell’80. Celebre è la definizione che diede di lui lo storico Svetonio:

(LA)
« Amor ac deliciae generis humani»
(IT)
« Amore e delizia del genere umano. »
(Svetonio, Vita di Tito, 1.)

per celebrare i vari meriti di Tito e del suo governo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari e adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia di Tito, la gens Flavia, apparteneva a quella nobiltà italica che, nella prima metà del I secolo, stava via via sostituendo la più antica aristocrazia romana, indebolita dai decenni di guerre civili combattuti nel I secolo a.C. La gens Flavia, ad esempio, salì da origini umili all'onore della porpora nel giro di appena tre generazioni. Il bisnonno paterno di Tito, il reatino Tito Flavio Petrone, aveva combattuto come centurione evocato nell'esercito di Gneo Pompeo Magno durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo (49-45 a.C.), ponendo fine ignominiosamente alla propria carriera con la fuga dal campo di battaglia durante la battaglia di Farsalo (48 a.C.); perdonato da Cesare, divenne esattore delle tasse delle vendite all'asta e sposò la ricca Tertulla.[2] Il figlio di Petrone e Tertulla, Tito Flavio Sabino, fu un ricco esattore delle tasse in Asia e un prestatore ad interessi in Helvetia e sposò la nursina Vespasia Polla, figlia del tribuno militare Vespasio Pollione; grazie a questo matrimonio, Sabino si imparentò con l'aristocratica gens Vespasia, garantendo ai propri figli, Tito Flavio Sabino e Tito Flavio Vespasiano, il rango senatoriale.[3]

Il figlio minore di Sabino, Vespasiano, sposò Flavia Domitilla maggiore,[1] da cui ebbe Tito Flavio Vespasiano, nato a Roma il 30 dicembre 39;[4] la coppia ebbe anche una figlia nata nel 45, Flavia Domitilla minore, e un altro figlio nato nel 51, Tito Flavio Domiziano. Mentre il padre percorreva la carriera militare partecipando all'invasione romana della Britannia, Tito era educato a corte assieme al figlio dell'imperatore Claudio, Britannico, di cui era grande amico: quando Britannico morì avvelenato, Tito rimase a lungo infermo per aver bevuto dello stesso veleno; successivamente fece erigere alla memoria dell'amico una statua d'oro sul Palatino e una processionale d'avorio.[5] Durante la sua adolescenza, Tito ricevette un'educazione militare e una letteraria, che gli permise di diventare abile nell'esercizio delle armi e nel cavalcare, oltre ad essere un buon poeta e oratore sia in greco che in latino.[6]

Carriera militare e ascesa politica (58-79)[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Giulia, figlia di Tito e probabilmente della prima moglie Arrecina Tertulla.

Tra il 58 e il 60[7] fu prima tribuno militare in Germania, dove ebbe per collega Plinio il Vecchio,[8] poi in Britannia,[9] probabilmente in occasione del trasferimento sull'isola di un contingente di rinforzo a seguito della rivolta di Budicca.[10][7]

Attorno al 63 fece ritorno a Roma per intraprendere con successo la carriera forense, raggiungendo la carica di questore.[9] In questo periodo sposò Arrecina Tertulla,[9] figlia di un ex Prefetto del pretorio di Caligola, Marco Arrecino Clemente. Tertulla morì nel 65 e Tito si risposò con Marcia Furnilla, da cui ebbe una figlia, ma dalla quale divorziò senza risposarsi più.[9] Furnilla apparteneva a una nobile famiglia, collegata, però, con l'opposizione senatoriale a Nerone, tanto che lo zio di Furnilla, Barea Sorano, e sua figlia Sevilla morirono nelle purghe neroniane seguite alla fallita congiura di Pisone del 65;[11] secondo alcuni storici moderni, la decisione di divorziare da Furnilla fu presa proprio per allontanare da sé i sospetti di collusione con la congiura.[12] Tito ebbe diverse figlie,[13] almeno una delle quali da Furnilla,[9] ma solo una sopravvisse, Giulia, che aveva probabilmente avuto da Arrecina, la cui madre si chiamava anche lei Giulia.[14]

Campagna in Giudea[modifica | modifica wikitesto]

Nel 67, Vespasiano fu incaricato dall'imperatore Nerone di assumere il comando delle forze romane impegnate a sedare la ribellione dei Giudei (prima guerra giudaica, 66-74). Tito, che all'epoca aveva 28 anni circa, ricevette il comando della Legio XV Apollinaris, che andò a prelevare ad Alessandria d'Egitto e che portò poi in Giudea.[15]

I meriti di Tito nella guerra giudaica sono difficili da soppesare, in quanto la principale fonte della guerra, la Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, fu scritta dal comandante giudeo della fortezza di Iotapata, assediata e conquistata nel 67 da Tito, che strinse poi rapporti di clientela con la dinastia flavia. Nelle descrizioni di Giuseppe, Tito è l'eroico comandante che assediò e conquistò cinque centri nemici,[16] ma, una volta considerato il punto di vista dell'autore, appare chiaro che all'inizio della campagna Tito, che non aveva avuto precedenti esperienze di comando, non fu così brillante.[17]

Tito fu incaricato da Vespasiano di recarsi ad Antiochia a mediare con Gaio Licinio Muciano, governatore di Siria e come tale responsabile della Giudea, affinché i due generali giungessero a dividersi proficuamente le competenze: Tito riuscì nel compito, protrattosi fino alla fine del 67, e si unì al padre nella guerra.[18] Nel 67 Tito partecipò agli assedi di Iotapata e Giaffa, poi combatté intorno a Tiberiade, Taricace e Gamala.

Nel 69, l'anno dei quattro imperatori, Vespasiano rientrò a Roma per reclamare il trono, lasciando il figlio in Giudea a porre fine alla rivolta, cosa che Tito fece l’anno successivo: Gerusalemme fu saccheggiata, il Tempio distrutto e gran parte della popolazione uccisa o costretta a fuggire dalla città. Durante il suo soggiorno a Gerusalemme, Tito ebbe una relazione con Berenice di Cilicia, figlia di Erode Agrippa I. Al suo ritorno a Roma, nel 71, fu accolto in trionfo. Fu più volte console durante il regno del padre; fu anche censore e prefetto della Guardia pretoriana, assicurandone la fedeltà all'imperatore. Tutti i fatti legati alla rivolta e alla caduta di Gerusalemme sono raccontati dallo storico ebreo Giuseppe Flavio nella sua opera Guerra giudaica.

Principato (79-81)[modifica | modifica wikitesto]

Statua raffigurante l'imperatore Tito.

Amministrazione interna[modifica | modifica wikitesto]

Tito succedette al padre Vespasiano nel 79, imponendo così, per breve tempo, il ritorno al regime dinastico nella trasmissione del potere imperiale. Svetonio scrisse come allora molti temettero che Tito si sarebbe comportato come un novello Nerone, a causa dei numerosi vizi che gli venivano attribuiti. Al contrario, egli fu un valido e stimato imperatore, amato dal popolo, che fu pronto a riconoscere le sue virtù. Pose fine ai processi per tradimento, punì i delatores, e organizzò sontuosi giochi gladiatòri, senza che il loro costo dovesse esser sostenuto dalle tasche dei cittadini. Completò la costruzione del Colosseo e fece costruire delle terme, a lui intitolate, nel sito dove si trovava la Domus Aurea, restituendo l’area alla città.

La tragedia del Vesuvio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eruzione del Vesuvio del 79, Scavi archeologici di Pompei e Scavi archeologici di Ercolano.

L'eruzione del Vesuvio del 79 – che causò la distruzione di Pompei ed Ercolano e gravissimi danni nelle città e comunità attorno al golfo di Napoli – e un rovinoso incendio divampato a Roma l'anno successivo, diedero modo a Tito di mostrare la propria generosità: in entrambi i casi egli contribuì con le proprie ricchezze a riparare i danni e ad alleviare le sofferenze della popolazione. Questi episodi, e il fatto che durante il suo principato non fu emessa nessuna sentenza di condanna a morte, gli valsero l'appellativo presso gli storici suoi contemporanei di "delizia del genere umano" (Ausonio ridimensionerà poi questo appellativo sostenendo, in Caesar, Titus, che il principato di Tito fu piuttosto "felice nella sua brevità"). Visitò Pompei subito dopo la disastrosa eruzione, e nuovamente l’anno successivo.

Durante il suo regno dovette anche affrontare la ribellione di Terenzio Massimo, soprannominato il "Falso Nerone" per la sua somiglianza con l’imperatore: Terenzio fu costretto a fuggire oltre l’Eufrate, dove trovò rifugio presso i Parti.

Morte e successione[modifica | modifica wikitesto]

Il mondo romano nell'80 durante il principato di Tito.

Dopo appena due anni di regno, Tito morì per una forte febbre. Secondo Svetonio, potrebbe essere stato colpito dalla malaria assistendo i malati, oppure avvelenato dal suo medico personale Valeno su ordine del fratello Domiziano. Il Talmud, il cui testo lo ritrae con un carattere presuntuoso e crudele, narra in dettaglio le origini della sua malattia e il suo epilogo. Alla sua morte fu deificato dal Senato, e un arco trionfale fu eretto nel Foro Romano dallo stesso Domiziano per celebrare le sue imprese militari. La sua reputazione rimase intatta negli anni, tanto da essere poi eletto a modello dai "Cinque buoni Imperatori" del II secolo (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio).

Ancor oggi, si usa una frase a lui attribuita ("Ecco una giornata perduta!") che avrebbe pronunciato al tramonto di una giornata in cui non aveva avuto occasione di fare del bene.

Titolatura[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione dei Flavi.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 11 volte:[19] la prima volta (I) il 1º luglio del 71 e poi rinnovata ogni anno.
Consolato 8 volte (designato per la nona volta?[19]): nel 70 (I), 72 (II), 74 (III),[20] 75 (IV), 76 (V),[21] 77 (VI),[22] 79 (VII)[23][24] e 80 (VIII).[19]
Salutatio imperatoria 18 volte:[19] I nel 70,[25] (II) nel 71, (III-IV) 72, (V) 73, (VI-VIII) 74, (IX-XII) 76, (XIII) 77,[22] (XIV) 78,[23] (XV) dopo l'8 settembre del 79[24][26] e (XVI-XVII-XVIII[19]) 81.
Altri titoli 2 volte: Pater Patriae e Pontifex Maximus dal giugno del 79.[23]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Svetonio, Vita di Vespasiano 3.
  2. ^ Svetonio, Vite dei Cesari - Vespasiano, 1.
  3. ^ Svetonio, Vite dei Cesari - Vespasiano, 2.
  4. ^ Svetonio, Vite dei Cesari - Vespasiano, 1 e 11. Svetonio prima dice che Tito nacque nel 41, poi si corregge e indica il 39.
  5. ^ Svetonio, Vite dei Cesari - Tito, 2.
  6. ^ Svetonio, Vite dei Cesari - Tito, 3.
  7. ^ a b Anthony Richard Birley, The Roman government of Britain, Oxford University Press, 2005, ISBN 0-19-925237-8, pp. 279-280.
  8. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, prefazione, 3.
  9. ^ a b c d e Svetonio, Vite dei Cesari - Tito, 4.
  10. ^ Tacito, Annali, XIV.38.1
  11. ^ Tacito, Annali, XVI.30–33.
  12. ^ Gavin Townend, "Some Flavian Connections", The Journal of Roman Studies (1961), p 57; Jones (1992), p. 11.
  13. ^ Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII.7
  14. ^ Jones e Milns, pp. 96, 167.
  15. ^ Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, ii.558, iii.1-8,29; Tacito, Storie, v,10.
  16. ^ Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, iii-iv.
  17. ^ Donahue, John, “Titus Flavius Vespasianus (A.D. 79-81)”, De Imperatoribus Romanis, 23 ottobre 2004. <Titus Flavius Vespasianus (A.D. 79-81)
  18. ^ Morgan, Gwyn, 69 A.D.: The Year of the Four Emperors, Oxford University Press, 2006, ISBN 0-19-512468-5, p. 175.
  19. ^ a b c d e CIL III, 6732.
  20. ^ CIL VII, 1204.
  21. ^ RIB-2-1, 2404,34 e 35.
  22. ^ a b CIL VIII, 8, AE 1951, 206 e AE 1963, 11.
  23. ^ a b c CIL XVI, 24.
  24. ^ a b AE 1957, 169.
  25. ^ AE 1955, 198.
  26. ^ AE 1927, 0096

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Fonti secondarie[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro Nelli, Monete Romane Impero Tito, Roma, Lulu, 2011. ISBN 978-1-4475-2304-8
  • Pietro Nelli, L'imperatore dalle umili origini: Titus Flavius Vespasianus, Roma, Lulu, 2010. ISBN 978-1-4092-9010-0
  • Filippo Coarelli (a cura di), Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi, Milano, Electa, 2009. ISBN 88-370-7069-1
  • Vittorangelo Croce Tito: l'imperatore che distrusse Gerusalemme, Roma, Newton Compton, 2007. ISBN 978-88-541-0721-2
  • Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Bologna, Cappelli, 1960 (v. pp. 237 e ss.: Vespasiano e Tito)
  • Michael Grant, Gli imperatori romani: storia e segreti, Roma, Newton Compton, 1984. ISBN 88-541-0202-4
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, 3 voll., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. I); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. I)
  • Mario Pani, Il principato dai Flavi ad Adriano in Andrea Schiavone e Arnaldo Momigliano (a cura di), Storia di Roma, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Milano, Ediz. de Il Sole 24 ORE, 2008 (v. vol. XVI)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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