Terza battaglia di Char'kov

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Terza battaglia di Char'kov
Le truppe corazzate Waffen-SS entrano nei sobborghi di Char'kov.
Le truppe corazzate Waffen-SS entrano nei sobborghi di Char'kov.
Data 19 febbraio – 23 marzo 1943
Luogo Char'kov, Unione Sovietica
Esito vittoria tedesca
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
circa 300.000 uomini e circa 600 carri armati[1] circa 500.000 uomini e circa 1200 carri armati (totale delle forze impiegate nelle operazioni Galoppo , Stella e nella controffensiva tedesca)[2]
Perdite
sconosciute oltre 100.000 tra morti, feriti, prigionieri e dispersi e circa 700-800 carri armati[3]
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La terza battaglia di Char'kov[4] fu l'ultima grande vittoria tedesca della seconda guerra mondiale. Al comando del feldmaresciallo Erich von Manstein, i tedeschi riuscirono a riconquistare l'importante città di Char'kov dopo una serie di scontri tra mezzi corazzati e poi di violenti combattimenti nelle strade della città, riuscendo ad arrestare l'offensiva invernale russa, sbarrando loro, momentaneamente, le porte dell'Ucraina. Un ruolo fondamentale nel complesso di scontri nel settore meridionale del fronte orientale, venne giocato dal 2º Panzerkorps Waffen-SS (appena trasferito dalla Francia) e da altre Panzerdivision tedesche.

La riconquista della grande città ucraina segnò la vittoriosa conclusione dell'abile e riuscita controffensiva orchestrata dal feldmaresciallo von Manstein sullo scacchiere meridionale del fronte orientale per fermare l'apparentemente inarrestabile offensiva a valanga sovietica seguita alla battaglia di Stalingrado.

Situazione strategica[modifica | modifica sorgente]

Il 29 gennaio 1943, ancor prima dell'inizio, da parte delle forze del Fronte di Voronež del generale Golikov dell'Operazione Stella, diretta alla liberazione di Kursk e Char'kov, il Fronte Sud-Ovest del generale Vatutin era passato all'offensiva generale nel settore del Donec con l'obiettivo di travolgere definitivamente le forze residue del Gruppo d'armate del Don del feldmaresciallo von Manstein, raggiungere il fiume Dniepr, liberare l'importante regione carbonifera del Donbas e raggiungere anche il Mar Nero (con un'ampia manovra avvolgente) nella zona di Mariupol, tagliando fuori tutto lo schieramento meridionale tedesco. Era l'ambiziosa Operazione Galoppo (Skačok in russo) che avrebbe dovuto suggellare la vittoria sovietica nella campagna invernale[5].

Le forze a disposizione di Vatutin, già in parte logorate da oltre due mesi di offensiva ininterrotta, consistevano in quattro armate e un gruppo corazzato autonomo (al comando del generale Markian Popov) in cui erano stati raggruppati quattro corpi corazzati sovietici (4º Corpo corazzato della Guardia, 3º, 10º e 18º Corpo corazzato, con circa 180 carri armati in totale[6]), per costituire una massa d'urto principale di sfruttamento in profondità. Si trattava di formazioni numericamente piuttosto deboli (circa 325.000 uomini e meno di 400 carri armati[7]), ma Stalin e l'Alto comando sovietico contavano su un indebolimento irreversibile, organizzativo e anche morale, delle residue forze tedesche e quindi speravano di incontrare solo una resistenza di retroguardie impegnate a coprire la ritirata generale tedesca dietro il Dniepr[8].

Contemporaneamente alla marcia del Gruppo meccanizzato Popov sul Mar Nero, il Fronte Sud-Ovest avrebbe organizzato una seconda massa di manovra (la 6.Armata rinforzata con due corpi corazzati - il 1º Corpo corazzato della Guardia e il 25º Corpo corazzato con quasi 300 carri armati[9]) sulla sua destra per puntare fulmineamente sul Dniepr tra Zaporože e Dnepropetrovsk, tagliando fuori tutte le truppe tedesche presenti nel Donbas e nel Kuban. Inoltre il Fronte Meridionale del generale Malinovsky avrebbe continuato i suoi ripetuti tentativi in direzione di Rostov, per impedire il ripiegamento della I Armata corazzata (componente del Gruppo d'armate 'A') dal Caucaso. Nei Quartier generali sovietici regnava grande ottimismo, dopo le ripetute e grandi vittorie; gli stessi servizi di informazione pronosticavano una sicura ritirata tedesca per cercare di raggiungere il Dniepr, abbandonando interamente il Caucaso e il Donbas[10].

Effettivamente la situazione tedesca all'inizio di febbraio sembrava quasi disperata; il Gruppo d'armate 'B' aveva subito disastrose sconfitte sull'Alto Don e a Voronež e ripiegava verso Kursk e Char'kov, in attesa dell'arrivo del Panzerkorsp-SS dall'ovest; la difesa della linea del Donec (obiettivo dell'offensiva di Vatutin) era affidata al debole Distaccamento Fretter-Pico, ridotto a poche divisioni di fanteria e a due esauste Panzerdivision (19. e 27. con 22 mezzi corazzati in tutto[11]); il feldmaresciallo von Manstein era sempre impegnato contemporaneamente a mantenere aperta (con la IV Armata corazzata, rinforzata dalla 11. Panzer-Division e dalla 16. divisione fanteria motorizzata) la via di Rostov e a sbarrare il Donec nella regione di Vorosilovgrad (con l'impiego delle eccellenti: 6. Panzer-Division - con 70 panzer - e 7. Panzer-Division, dotata ancora di 41 carri armati[12]) cercando di mantenere il contatto sulla sinistra con Fretter-Pico. Fortunatamente la I Armata corazzata (con il 40º Panzerkorps - 3. Panzer-Division e SS-'Wiking'), stava completando il ripiegamento dal Caucaso attraverso Rostov e avrebbe potuto assumere la difesa tedesca sul Donec, rinforzando i gruppi Fretter-Pico e Hollidt. A questo scopo era nei piani di von Manstein , non appena completata la ritirata dal Caucaso (il che avvenne il 7 febbraio), spostare la IV Armata del generale Hoth a nord del Don, sulla sinistra della I Armata corazzata (comandata dal generale von Mackensen), per proteggere la linea del Dniepr, ripiegare il Gruppo Hollidt dietro la linea del fiume Mius (cosiddetta posizione Maulwulf) per guadagnare tempo, e ridistribuire le divisioni corazzate disimpegnate dalla manovra per sbarrare la strada ai corpi corazzati sovietici[13].

Operazione Galoppo[modifica | modifica sorgente]

L'inizio dell'Operazione Galoppo ebbe pieno successo: le armate sovietiche sfondarono le precarie linee tedesche sia nella regione di Vorosilovgrad (da parte della 3. Armata della Guardia), sia sul Donec, nella zona di Izjum (da parte della 1. Armata della Guardia e della 6.Armata). Il gruppo meccanizzato Popov venne subito gettato in profondità sulla direttrice Slavjansk-Stalino-Mariupol (3 febbraio), l'obiettivo era la costa del Mare d'Azov. Nello stesso tempo le due armate sul Donec marciavano verso il fiume Dniepr, anticipate dalla fulminea avanzata del 1º Corpo corazzato della Guardia e del 25º Corpo corazzato[14]. In questa regione si apriva il vuoto davanti ai carri armati sovietici (le difese tedesche nel settore compreso tra il Panzerkorps-SS a nord e la I Armata corazzata a sud erano praticamente inesistenti), mentre von Manstein si impegnò inizialmente a frenare il gruppo Popov, contrattaccando subito a Slavjansk con il 3º Panzerkorps (17., 19. e 3. Panzer-Division, rinforzate anche dalla 11. Panzerdivision, ritornata a nord del Don, e dalla SS-'Wiking'). Dal 4 febbraio all'11 febbraio infuriarono nell'area di Slavjansk scontri confusi tra i corpi corazzati sovietici del gruppo Popov (scesi a 145 carri[15]) e le Panzerdivision; l'11 febbraio, con un'audace manovra aggirante, il 4º Corpo corazzato della Guardia (dopo aver superato la resistenza della 11.Panzerdivision) avanzava ancora a sud e entrava a Krasnoarmeskoie, minacciando pericolosamente le retrovie tedesche. Ulteriori, aspri scontri si svilupparono nella steppa innevata tra Slavjansk e Krasnoarmeskoie tra i panzer (che cercavano di isolare questa pericolosa puntata) e le unità corazzate sovietiche del gruppo Popov che tentavano di proseguire ancora verso Stalino; fino al 18 febbraio la lotta rimase incerta, tra attacchi e contrattacchi[16].

Nel frattempo più a sud il gruppo Hollidt stava completando il suo ripiegamento sulla posizione Maulwulf (linea del fiume Mius); il 20 febbraio la manovra avrebbe avuto termine con successo e avrebbe permesso il disimpegno della 6. e della 7. Panzer-Division che von Manstein prontamente dirottò a nord per rafforzare la IV e la I Armata corazzata impegnate nei duri scontri contro il fronte di Vatutin[17]. Sul Mius, le truppe sovietiche del fronte di Malinovsky attaccarono subito (secondo gli intendimenti di Stalin e dello Stavka che, sempre convinti di una ritirata generale tedesca, premevano a favore di un proseguimento offensivo per non allentare la pressione sul nemico); il gruppo Hollidt si trovò in difficoltà e, inizialmente cedette terreno in alcuni punti, ma ben presto la 16.divisione motorizzata e la 23.Panzer-Division sarebbero passate al contrattacco.

La situazione più pericolosa per von Manstein, tuttavia, rimaneva quella nel settore dell'appena arrivata IV Armata corazzata; la 6.Armata sovietica, rinforzata dalla 1. Armata della Guardia, stava procedendo alla massima velocità verso il Dniepr a Dnepropetrovsk e Zaporože (che era anche la sede del Quartier generale di von Manstein) praticamente senza contrasto; il 25º Corpo corazzato (con più indietro il 1º Corpo corazzato della Guardia) stava avanzando a oltranza senza preoccuparsi delle retrovie e quasi isolato dal grosso dei russi: raggiungeva il 17 febbraio Pavlograd e il 19 febbraio era a soli 25 chilometri dal Dniepr[18].

La IV Armata corazzata stava raggruppando il 48º Panzerkorps (con la 6. e la 17. Panzer-Division) a sud di questa spericolata puntata sovietica e von Manstein intendeva contrattaccare; erano attese dall'ovest alcune divisioni di fanteria fresche e più a nord era disponibile il Panzerkorps-SS che, dopo aver abbandonato Char'kov il 16 febbraio, si stava raggruppando a nord di Krasnograd[19].

La scelta tedesca era tra ritirata generale sul Dniepr o contrattacco; la decisione sarebbe scaturita dai burrascosi colloqui tra il feldmaresciallo von Manstein e Adolf Hitler che, il 17 febbraio, si presentava in persona a Zaporože per esaminare la situazione.

Verso un cambiamento della situazione[modifica | modifica sorgente]

Il Führer arrivava al Quartier generale di Zaporože con la ferma intenzione di imporre una controffensiva immediata impegnando in massa il 2. Panzerkorps-SS (ora completamente concentrato con tutte e tre le divisioni Waffen-SS), e forse anche deciso a destituire von Manstein (i due si erano già scontrati in precedenza riguardo alla decisione di ripiegare sulla linea del Mius, abbandonando una parte del Donbas di cui Hitler enfatizzava la fondamentale importanza per l'economia di guerra del Terzo Reich)[20]. Furono tre giorni di estenuanti discussioni (proprio mentre le colonne corazzate sovietiche si avvicinavano pericolosamente, manovrando ad appena una cinquantina di chilometri dal quartier generale tedesco), al termine dei quali Hitler decise di lasciare al comando von Manstein e anche di approvare il piano di operazioni del feldmaresciallo che prevedeva in primo luogo di schiacciare le punte avanzate nemiche in marcia sul Dniepr e il Mare d'Azov, e solo in un secondo momento di risalire a nord per riconquistare Char'kov (Hitler, per motivi propagandistici, avrebbe preferito un immediato contrattacco delle Waffen-SS sulla città ucraina per vendicare la sconfitta subita in precedenza). Il 19 febbraio, allarmato anche dalla vicinanza delle unità di testa del 25º Corpo corazzato sovietico al Quartier generale di Zaporože, il Führer ripartiva in aereo verso Rastenburg, con grande sollievo di von Manstein, ora libero di condurre l'offensiva come pianificato[21]. Anche i fattori climatici avevano convinto Hitler della giustezza dei piani del feldmaresciallo; il disgelo essendo imminente (con conseguente difficoltà nei movimenti delle formazioni meccanizzate), era fondamentale attaccare prima a sud, dove la rasputitza (il 'periodo del fango') arrivava prima; e solo in un secondo tempo a nord (dove il disgelo sarebbe stato più tardivo)[22].

Il feldmaresciallo von Manstein incontra Hitler al suo Quartier generale di Zaporože il 17 febbraio 1943.

La situazione della Germania era realmente critica mentre le unità di punta russe si avvicinavano a Zaporože e Dnepropetrovsk; lottavano per raggiungere Stalino e Mariupol, attaccavano la linea del Mius; marciavano su Poltava (dopo aver liberato Kursk e Char'kov) e premevano anche su Orël (il Fronte di Brjansk del generale Maks Reiter aveva attaccato già il 12 febbraio)
Il 18 febbraio 1943 Joseph Goebbels pronunciava a Berlino il suo celebre discorso sulla Guerra totale, in cui galvanizzò, con la sua consumata abilità oratoria, l'auditorio di gerarchi nazisti con visioni di apocalittiche battaglie finali, di guerra a oltranza per la salvezza del popolo tedesco, di mobilitazione generale a fianco del Führer. Il 19 febbraio, lo stesso Hitler, dopo aver abbandonato Zaporože, diramava un ordine del giorno alle truppe pronte per la controffensiva, sottolineando l'importanza decisiva della loro missione[23].

Mentre proseguiva l'apparentemente inesauribile offensiva invernale sovietica, un sentimento di euforia regnava nei Quartier generali russi e lo stesso Stalin stava ulteriormente ampliando le dimensioni e gli scopi dell'offensiva generale (anche se nel suo discorso del 23 febbraio parlò di 'guerra appena cominciata'[24] e nelle comunicazioni con i leader alleati mostrava maggiore prudenza sollecitando invece un ripresa offensiva anglosassone in Tunisia per alleviare il peso dell'Armata Rossa - si era invece proprio nei giorni della umiliante sconfitta americana di Kasserine[25])[26].

La situazione sembrava straordinariamente favorevole; le colonne di testa russe erano a portata dei grandi obiettivi strategici che avrebbero segnato il destino dello schieramento meridionale tedesco; il nemico sembrava battere in ritirata in tutti i settori, i movimenti delle unità corazzate tedesche (subito individuati dalle ricognizioni aeree sovietiche) vennero interpretati come manovre tattiche per coprire il ripiegamento generale del grosso delle truppe[27].

I comandanti sul campo confermavano nei loro rapporti gli apprezzamenti dello Stavka e dello Stato Maggiore generale; in particolare, Vatutin non manifestò dubbi o incertezze e, forse per evidenziare un'ottimistica volontà offensiva, valutò favorevolmente la situazione generale sul suo fronte almeno fino al 23 febbraio (quando già il gruppo Popov e la 6.Armata erano in gravissime difficoltà)[28].

Convinto della decisione tedesca di abbandonare il Donbas e di ripiegare dietro il Dniepr, Stalin decise quindi di organizzare ulteriori offensive contro il Gruppo d'armate Centro, impegnando il vecchio Fronte del Don di Rokossovskij (appena reduce da Stalingrado), che si sarebbe inserito tra i fronti di Golikov e di Reiter, per puntare su Sevsk, Brjansk e Smolensk. L'offensiva era stata prevista inizialmente per il 15 febbraio, ma insormontabili difficoltà logistiche avrebbe costretto a un rinvio fino al 25 febbraio, quando già la situazione a sud stava degenerando a sfavore dei sovietici[29].

Carta delle operazioni durante la controffensiva tedesca del febbraio-marzo 1943.
Le forze meccanizzate tedesche si preparano alla controffensiva invernale.

Fu un grave errore di sottovalutazione di Stalin (condiviso in gran parte da quasi tutti i generali sovietici); in realtà le colonne sovietiche che marciavano instancabili sempre più in avanti si stavano pericolosamente indebolendo; il sostegno logistico era ormai totalmente inadeguato; le carenze di rifornimento stavano crescendo e solo le unità di punta erano in azione mentre lunghe colonne (spesso a piedi) si trascinavano dietro nella steppa innevata[30]. I mezzi corazzati in azione stavano costantemente diminuendo (il gruppo meccanizzato Popov era ridotto a 53 carri armati, divisi tra i suoi quattro corpi corazzati; mentre il 1º Corpo corazzato della Guardia e il 25º Corpo corazzato ne contavano insieme 150; la 3. Armata corazzata del fronte di Golikov, dopo la sua vittoria a Char'kov, era scesa a 110 carri il 18 febbraio), a causa delle perdite, della scarsità di rimpiazzi e dalle carenze delle officine mobili di riparazione, soprattutto nel fronte di Vatutin[31].

I sovietici, inoltre, continuando ad avanzare, sguarnivano sempre più i fianchi, esposti per decine di chilometri a possibili attacchi del nemico che stava raggruppando opportunamente le sue Panzerdivision e riguadagnava la superiorità numerica locale: il 2º Panzerkorps-SS a nord disponeva di quasi 200 panzer[32], tra alcuni carri pesanti Tiger; la 6. e la 17.Panzer-Division del 48º Panzerkorps a sud contavano su circa 80 carri armati; il gruppo Popov stava per essere attaccato dai 150 panzer del 40º Panzerkorps[33]. Soprattutto Vatutin, ma anche Golikov e Malinovsky, non sottolinearono a sufficienza questi pericoli all'Alto comando sovietico che, da parte sua, si limitò a incitare brutalmente a continuare l'avanzata a tutti i costi[34].

Il 19 febbraio von Manstein, dopo aver completato i suoi complessi rischieramenti delle Panzerdivision, scatenava la sua abile controffensiva manovrata, che avrebbe clamorosamente ribaltato la situazione, dando una magistrale dimostrazione di perizia strategico-operativa.

La controffensiva tedesca[modifica | modifica sorgente]

Colonna di Panzer IV.

L'attacco ebbe inizio a nord, sferrato dal 2º Panzerkorps-SS del generale Paul Hausser con le divisioni 'Das Reich' e 'Totenkopf' che avanzarono rapidamente in direzione di Krasnograd e Pavlograd, disperdendo facilmente le unità di fanteria della 6.Armata sovietica e le colonne logistiche e di rifornimento delle unità nemiche in marcia verso il Dniepr; i panzer delle Waffen-SS proseguirono verso sud occupando Pavlograd. Il 21 febbraio passava all'offensiva anche, a sud, la IV Armata corazzata del generale Hoth che contrattaccò con il 48º Panzerkorps (6. e 17. Panzerdivision); i carri armati tedeschi colpirono i fianchi del nemico, colto completamente di sorpresa e inflissero pesanti perdite, congiungendosi a Pavlograd con le divisioni SS provenienti da nord (23 febbraio). Così, il 25º Corpo corazzato sovietico (contrastato anche di fronte da due divisioni di fanteria tedesche) si trovò totalmente isolato a pochi chilometri dal Dniepr e senza rifornimenti; attaccato sui fianchi, avrebbe tentato di ripiegare, a partire dal 24 febbraio, ma solo i resti avrebbero riguadagnato le linee sovietiche a piedi, dopo aver abbandonato tutti i mezzi motorizzati per mancanza di carburante[35].

Il generale Paul Hausser, comandante del 2º Panzerkorps-SS.

La situazione sovietica si aggravò ulteriormente nei giorni seguenti, quando il Panzerkorps-SS e il 48º Panzerkorps congiunti sorpresero anche il 1º Corpo corazzato della Guardia (che tentava di resistere) e proseguirono verso Lozovaja e il Donec, sconfiggendo altre unità della 6.Armata e della 1.Armata della Guardia. La Luftwaffe cooperò efficacemente alla controffensiva e guadagnò la supremazia aerea (con una media di oltre 1000 sortite al giorno), bersagliando dal cielo le colonne sovietiche in precipitosa ritirata[36].

Nel frattempo, il generale von Mackensen (comandante della I Armata corazzata) aveva sferrato, a partire dal 18 febbraio, il contrattacco decisivo contro il Gruppo meccanizzato Popov, ormai estremamente indebolito; raggruppate nel 40º Panzerkorps, la 7. e la 11. Panzerdivision e la SS 'Wiking' penetrarono sul fianco dei corpi corazzati sovietici (ridotti a qualche decina di carri armati) allungati tra Slavjansk e Krasnoarmeskoie. Il 4º Corpo corazzato della Guardia rimase isolato a Krasnoarmeskoie; gli altri tre corpi (3°, 10° e 18°) subirono forti perdite e furono costretti a ripiegare precipitosamente verso il Donec, mentre i resti del 4º Corpo sfuggivano a piedi e avrebbero finito per ricongiungersi fortunosamente agli altri corpi del Gruppo Popov in ritirata. Il 40º Panzerkorps, nei giorni seguenti, proseguì l'avanzata, sbaragliando i residui nuclei di resistenza sovietici[37].

Il generale Vatutin, allertato da un disperato messaggio di Popov, comprese allora il pericolo che minacciava le sue forze; la notte del 24 febbraio comunicò per la prima volta allo Stavka la difficile situazione del suo fronte[38]; sempre combattivo, tuttavia, non si arrese facilmente: con alcune brigate corazzate di rinforzo, organizzò un'ulteriore resistenza, per guadagnare tempo e difendere almeno la linea del Donec, nella testa di ponte di Barvenkovo dove Popov (con i resti dei suoi corpi corazzati, rinforzati con una brigata di riserva con 50 carri armati) si batté accanitamente fino al 28 febbraio[39], prima di essere costretto a ripiegare dai ripetuti attacchi del 40º Panzerkorps (7. e 11. Panzerdivision, rinforzate dalla 3.Panzerdivision).

Mentre von Manstein riusciva in questo modo a sgominare la minaccia su Stalino e Mariupol e mentre il Gruppo Hollidt respingeva la 3. Armata della Guardia e contrattaccava a tenaglia con la 16. divisione fanteria motoriazzata e la 23. Panzerdivision il 4º Corpo meccanizzato della Guardia che il generale Malinovsky (comandante del Fronte Meridionale) aveva spinto oltre il Mius a Matvei-Kurgan; continuava audacemente la controffensiva della IV Armata corazzata del generale Hoth. Il 2º Panzerkorps-SS e il 48º Panzerkorps proseguirono fianco a fianco, respingendo verso il Donec la 6. Armata e la 1. Armata della Guardia e rastrellando le sacche di resistenza sovietiche rimaste tagliate fuori senza rifornimenti dalle rapide puntate dei panzer[40].

Il generale Golikov, comandante del Fronte di Voronež.

Il 25 febbraio Vatutin dovette finalmente chiedere aiuto allo Stavka: le sue riserve erano esaurite, il nemico avanzava incontrollabile, il 25º Corpo corazzato era distrutto, la stessa linea del Donec (difesa a Barvenkovo dalle residue forze di Popov) era minacciata[41]. La steppa innevata era costellata di caduti e mezzi abbandonati dell'Armata Rossa. L'Alto comando sovietico comprese a questo punto di essere di fronte ad una controffensiva in forze tedesca che minacciava di vanificare completamente tutti i grandiosi piani offensivi previsti. Ma invece di modificare radicalmente la distribuzione delle riserve o rinunciare alla offensiva del fronte di Rokossovskij, Stalin e i suoi generali (lungi dall'abbandonare i loro piani e sempre troppo fiduciosi) decisero di proseguire con gli attacchi previsti nel settore centrale e settentrionale del fronte orientale e di limitarsi ad insufficienti misure di rafforzamento tattico dello schieramento meridionale. Le misure adottate prevedevano lo spostamento verso sud della 3. Armata corazzata del generale Rybalko (appartenente al Fronte di Voronež di Golikov e al momento in lenta avanzata verso Poltava) per attaccare sul fianco la IV Armata corazzata in marcia verso il Donec[42]. Il piano era ineseguibile con le ridotte forze del generale Rybalko (il 12º e il 15º Corpo corazzato erano scesi a meno di 60 carri armati totali[43]) e a causa della minacciosa presenza sul fianco destro sovietico della terza divisione del Panzerkorps-SS (la 'Leibstandate Adolf Hitler') rimasta fino a quel momento di riserva: i risultati di questa manovra sarebbero stati totalmente negativi.

La 'Leibstandarte Adolf Hitler' a Char'kov: il colonnello Fritz Witt, comandante del 1º reggimento granatieri-SS.

Infatti von Manstein, dopo aver completamente sconfitto il raggruppamento offensivo sovietico del generale Vatutin che minacciava le sue retrovie, aveva cominciato immediatamente a riorientare le sue unità corazzate più potenti verso nord per sfruttare la situazione, marciare su Char'kov da sud e riconquistare la grande città ucraina.

Quindi, mentre il 48º Panzerkorps (6. e 17. Panzerdivision) e il 40º Panzerkorps (7. e 3. Panzerdivision e SS 'Wiking') rastrellavano le ultime sacche di resistenza a ovest del Donec, conquistavano Lozovaja e Barvenkovo (28 febbraio) e marciavano su Izjum[44]; il 2º Panzerkorps-SS del generale Hausser girò a nord per affrontare il maldestro contrattacco della 3. Armata corazzata sovietica. Il 4 e il 5 marzo le modeste forze di Rybalko vennero attaccate frontalmente dalla 'Das Reich' (40 panzer) e aggirate sui due fianchi dalla 'Leibstandarte' e dalla 'Totenkopf' (170 carri armati)[45]; la Luftwaffe bombardò spietatamente le colonne sovietiche; la situazione si degradò rapidamente. Il 15º Corpo corazzato venne accerchiato nella sacca di Jeremeievka e, dopo una disperata resistenza, praticamente distrutto (il suo valoroso comandante Vasily Koptsov sarebbe stato trovato morto sul campo di battaglia a poche centinaia di metri dal Quartier generale di Hausser[46]); mentre il 12º Corpo corazzato e il 6º Corpo di cavalleria della Guardia riuscirono a sfuggire con gravi perdite ripiegando sul fiume Mcha per proteggere Char'kov da sud[47].

Riconquista di Char'kov[modifica | modifica sorgente]

I duri scontri dentro Char'kov: relitto di un Panzer IV distrutto durante la battaglia nell'abitato.

La situazione del generale Golikov, comandante del Fronte di Voronež, diveniva ora molto pericolosa; il suo fianco sinistro (dopo la sconfitta della 3.Armata corazzata) era scoperto e Char'kov era quasi indifesa da sud; egli, quindi, improvvisò un nuovo raggruppamento per difendere la città ucraina (in attesa delle riserve promesse dallo Stavka), rischierando fronte a sud la 69. e la 40.Armata, che erano in marcia verso ovest, a fianco dei resti dell'armata corazzata di Rybalko[48].

Il feldmaresciallo von Manstein, in un primo momento, aveva previsto una manovra a est del Donec con ampia manovra aggirante a est di Char'kov, ma per guadagnare tempo (il disgelo era imminente e minacciava di intralciare tutte le manovre offensive con mezzi motorizzati) architettò alla fine una manovra meno complicata a ovest del fiume Donec con aggiramento di Char'kov da nord-ovest (Hoth da parte sua, soddisfatto dai risultati ottenuti, avrebbe preferito interrompere l'offensiva già a questo punto)[49].

A partire dal 6 marzo, mentre le forze di Vatutin completavano il ripiegamento sul Donec e riuscivano a stabilire una nuova linea difensiva sulla riva est del fiume, iniziava la seconda fase della controffensiva tedesca con l'obiettivo di riconquistare Char'kov e sconfiggere il fronte di Golikov. Contemporaneamente alla massa delle Waffen-SS radunate a sud, von Manstein aveva raggruppato nel Distaccamento Kempf una nuova concentrazione offensiva (incentrata principalmente sulla potente divisione Grossdeutschland dotata di oltre 100 carri armati del tipo più moderno, tra cui alcuni Tiger[50]) per attaccare in direzione di Borisovka e Belgorod, mentre era previsto che anche il Gruppo d'Armate Centro, al momento impegnato a contenere la intempestiva offensiva di Rokossovskij su Sevsk e Brjansk (iniziata il 25 febbraio) contrattaccasse da nord per minacciare Kursk[51].

Le difese russe erano troppo deboli e quindi incapaci di sostenere il massiccio attacco a sud della città; la IV Armata corazzata attaccò con le tre divisioni del 2º Panzerkorps-SS,appoggiate sulla destra dal 48º Panzerkorps (11. e 6.Panzerdivision). Il fronte sovietico venne sfondato il 7 marzo alla giunzione tra 69. Armata e 3.Armata corazzata, mentre anche la Grossdeutschland, più a ovest, attaccava la 40. Armata costringendola a ripiegare. Le Waffen-SS manovrarono rapidamente (contando su una schiacciante superiorità di mezzi) per aggirare Char'kov da nord e accerchiare dentro la città i resti della 3.Armata corazzata: mentre la 'Das Reich' avanzava lungo la strada maestra da sud, la 'Leibstandarte' e la 'Totenkopf' proseguivano a nord per poi piegare nuovamente a sud-est per raggiungere il Donec e isolare completamente la città[52].

Il 10 marzo iniziava la battaglia per la conquista della città ucraina; la 'Totenkopf' il 13 marzo raggiungeva Chugoyev sul Donec, respingendo il 1º Corpo di cavalleria della Guardia e completando la manovra di accerchiamento; la 'Leibstandarte' marciò su Rozan, mentre la 'Das Reich' entrava nell'abitato da sud, impegnando in duri combattimenti stradali le cospicue forze della 3.Armata corazzata (rinforzate con alcune brigate di riserva) rimaste bloccate dentro l'agglomerato urbano e decise a battersi fino all'ultimo[53].

I panzer delle Waffen-SS entrano a Char'kov.

In questa fase sorse un contrasto tra Hoth, comandante della IV Armata corazzata, intenzionato ad evitare costosi combattimenti dentro la città e quindi desideroso di isolare rapidamente Char'kov per poi inviare le Waffen-SS a nord, e Hausser, apparentemente deciso a affrontare con le sue truppe scelte uno scontro frontale dentro l'abitato[54]. Alla fine, mentre la 'Totenkopf' chiudeva l'accerchiamento sul Donec, la 'Das Reich' (in un primo tempo impegnata dentro la città) sarebbe stata ritirata dalla zona sud-occidentale di Char'kov e impiegata (in cooperazione con la 6. e la 11. Panzerdivision) a rastrellare la sacca delle truppe sovietiche isolate tra i fiumi Donec e Mcha. Alla 'Leibstandarte Adolf Hitler' sarebbe toccato il compito di conquistare concretamente Char'kov combattendo strada per strada contro le truppe sovietiche, disperatamente combattive, asserragliate dentro il nucleo cittadino. Furono tre giorni di furiosi combattimenti urbani che costarono gravi perdite alle due parti e che terminarono il 15 marzo 1943 con la definitiva vittoria delle Waffen-SS di Hitler; le forze russe rimaste bloccate vennero distrutte, solo alcuni gruppi residui della 3.Armata corazzata, guidate dal generale Rybalko, riuscirono, nei giorni successivi, a sfuggire a est del Donec[55].

Le Waffen-SS si erano prese la loro sanguinosa rivincita (anche se pagata a caro prezzo: il Panzerkorps-SS subì quasi 12.000 perdite tra morti e feriti durante la controffensiva[56]) dopo la umiliante ritirata da quella stessa città in febbraio. La propaganda nazista avrebbe naturalmente esaltato la vittoria delle truppe scelte del Terzo Reich, magnificando l'indiscutibile valore dei comandanti e delle truppe e proclamando la ritrovata invincibilità della Germania (dopo le catastrofi invernali)[57]. La gigantesca Piazza principale di Char'kov sarebbe stata ufficiosamente ribattezzata in onore della "Adolf Hitler", protagonista della battaglia dentro la città, Leibstandartenplatz[58].

In realtà la spettacolare riconquista di Char'kov, utile anche per il morale della Nazione, sarebbe stata l'ultima vera vittoria tedesca della seconda guerra mondiale.

Il saliente di Kursk[modifica | modifica sorgente]

In realtà la riconquista di Char'kov non segnava affatto la conclusione delle operazioni nel settore centro-meridionale del fronte orientale; al contrario si apriva ora una nuova, incerta, fase strategico-operativa che avrebbe condizionato in modo decisivo lo svolgimento della successiva campagna dell'estate 1943. L'11 marzo Stalin e l'Alto comando sovietico avevano finalmente compreso il rischio che stava correndo lo schieramento sovietico a causa della disfatta successiva dei fronti di Vatutin e di Golikov e avevano preso le decisioni fondamentali per bloccare la controffensiva tedesca e impedire un ulteriore peggioramento della situazione[59].

Considerando ormai compromessa la situazione a Char'kov, l'attenzione dei generali sovietici era concentrata sul rischio di un'ulteriore spinta tedesca verso nord che minacciasse Belgorod e perfino Kursk, in collegamento con una possibile controffensiva anche del Gruppo d'armate Centro, che stava rafforzandosi di fronte alle forze di Rokossovskij e Reiter. C'era il rischio di un catastrofico accerchiamento di tutte le armate di questi due fronti che dalla metà di febbraio si sforzavano di avanzare verso ovest. Un evento del genere avrebbe ribaltato nuovamente la situazione a favore dei tedeschi. Tornarono giornate drammatiche per gli alti comandi sovietici e anche per Stalin; era fondamentale guadagnare tempo, rallentare l'avanzata nemica e affrettare al massimo afflusso delle riserve, eventualmente richiamate da altri fronti che dovevano, di conseguenza, sospendere le loro troppo ambiziose velleità offensive[60].

I tedeschi rastrellano le sacche di resistenza.

Rokossovskij, che aveva iniziato la sua offensiva il 25 febbraio (in ritardo rispetto ai piani e con solo una parte delle sue forze), aveva ottenuto alcuni importanti successi e, rinforzato dalla nuova 2. Armata corazzata (11º e 16º Corpo corazzato) e da un raggruppamento di cavalleria meccanizzata, era avanzato in profondità per un centinaio di chilometri verso Sevsk e la Desna, dovette quindi interrompere la sua manovra (del resto messa comunque in difficoltà dall'arrivo di forze tedesche che avevano contrattaccato le sue punte avanzate), ripiegare in parte sulle posizioni di partenza e inviare con la massima urgenza due delle sue armate migliori verso sud a copertura del suo fianco, scoperto dal cedimento del fronte di Golikov[61].

Quindi, mentre anche le armate del fianco destro di Golikov (60. e 38.Armata), che stavano avanzando verso Sumy e le forze del Fronte di Brjansk di Reiter, venivano arrestate dalle truppe tedesche e passavano sulla difensiva, la 21. e la 64. Armata del Fronte Centrale di Rokossovskij (il vecchio Fronte del Don) venivano immediatamente dirottate in aiuto al Fronte di Voronež per coprire gli importanti centri di Obojan e Kursk. Inoltre lo Stavka organizzava anche lo spostamento rapido ferroviario della potente 1. Armata corazzata del generale Katukov (forte di quasi 500 carri armati[62]) dalla regione di Demjansk (dove era schierata come massa d'urto su quel fronte) sempre per rinforzare la difesa della regione di Obojan[63]. L'arrivo di queste forze era previsto per il 21-25 marzo; nel frattempo bisognava guadagnare tempo, difendere aspramente fino all'ultimo Char'kov e soprattutto sbarrare solidamente le direzioni di Volčansk, Borisovka e Belgorod; a questo scopo le forze di Golikov sarebbero state rafforzate dal 2º e dal 3º Corpo corazzato della Guardia (con oltre 150 carri armati ciascuno)[64]. Forse Stalin temette veramente una 'Stalingrado tedesca', come avrebbe affermato a posteriori nel suo discorso del 1º maggio 1943[65], e quindi di perdere i vantaggi operativi, militari e morali ottenuti dalla vittoriosa offensiva invernale sovietica.

Truppe corazzate nella neve.

In realtà, probabilmente, von Manstein e l'Alto comando tedesco non nutrivano simili ambiziosi obiettivi; in ragione della insufficienza delle forze disponibili, della contrarietà (o impossibilità) del feldmaresciallo von Kluge a passare immediatamente all'offensiva da nord in direzione di Kursk, ed anche dell'atteso arrivo del disgelo (con conseguente impossibilità di complesse manovre strategiche su lunghe distanze)[66]. Per il momento, comunque, mentre von Kluge respingeva le pericolose puntate verso Sevsk e Sumy e stabilizzava il suo fronte, ricollegando solidamente il suo fianco destro con il Gruppo d'armate Sud e sbarrando gli accessi a Orël, il feldmaresciallo von Manstein continuò la sua controffensiva in direzione nord impegnando in forze, sulla sinistra del 2º Panzerkorps-SS, il Distaccamento Kempff (costituito con la Grossdeutschland e le divisioni di fanteria del Gruppo Raus) in direzione di Borisovka e Tomarovka.

Fin dal 15 marzo, mentre si concludeva la battaglia a Char'kov, questo potente raggruppamento affrontava la 40. e la 69.Armata del fronte di Golikov, respingeva il 5º Corpo corazzato della Guardia e irrompeva in Borisovka. I sovietici contrattaccarono subito con l'arrivo del 3º Corpo corazzato della Guardia e si accesero duri combattimenti tra mezzi corazzati; infine la Grossdeutschland, vinto questo aspro contrattacco, avanzò ancora, raggiungendo il 18 marzo Tomarovka[67]. Nel frattempo sulla destra del Distaccamento Kempff, anche la IV Armata corazzata di Hoth aveva ripreso l'offensiva: il 48º Panzerkorps (6. e 11. Panzerdivision) raggiungeva la linea del Donec superiore e minacciava Volčansk, mentre il 2º Panzerkorps-SS puntava direttamente su Belgorod. Questa importante città era debolmente difesa dalle forze sovietiche, ma era disponibile il potente II Corpo corazzato della Guardia (con 170 carri armati) che avrebbe potuto contrattaccare. Alcuni errori tattici fecero fallire questa manovra; la SS 'Totenkopf' coprì il fianco tedesco, mentre la 'Leibstandarte Adolf Hitler' avanzava rapidamente su Belgorod. Il 18 marzo anche Belgorod, dopo una nuova battaglia, cadeva nelle mani delle Waffen-SS del generale Hausser[68].

I sovietici del Fronte di Voronež ripiegarono più a nord per coprire Obojan; fortunatamente erano ora in arrivo le armate di riserva inviate dallo Stavka e, progressivamente, la XXI e la LXIV Armata si schierarono solidamente in difesa, rafforzando lo schieramento difensivo del lato meridionale del cosiddetto "saliente di Kursk". Più indietro stavano arrivando i carri armati della 1.Armata corazzata; Žukov e Vasilevsky arrivarono personalmente sul posto per organizzare e dirigere le truppe; la situazione si stabilizzava, i tedeschi avevano interrotto la loro spinta offensiva e il disgelo rendeva ormai inevitabile una pausa operativa prolungata[69].

Conclusione[modifica | modifica sorgente]

Il 23 marzo il feldmaresciallo von Manstein interrompeva definitivamente la sua audace controffensiva che si concludeva indubbiamente con rimarchevoli risultati strategici e materiali; nello spazio di circa un mese, facendo un uso magistrale delle sue Panzerdivision, e pur disponendo di scarse truppe di fanteria, l'abile stratega aveva progressivamente sbaragliato le punte offensive sovietiche (apparentemente in vittoriosa avanzata) e con continui rischieramenti 'napoleonici' delle sue forze aveva battuto a gruppi il nemico ottenendo sempre la superiorità numerica e materiale locale[70]. La campagna del febbraio-marzo 1943 rimane una delle più brillanti, dal punto di vista operativo, della seconda guerra mondiale[71].
Le truppe tedesche avevano mostrato grande coesione e capacità di resistenza, nonostante le ripetute sconfitte, e le truppe corazzate, in particolare le Waffen-SS, avevano dimostrato la loro superiorità (quando opportunamente impiegate) anche in inverno. La battaglia si era frammentata in una serie di brevi e improvvisi scontri tra piccoli gruppi di carri armati in cui i panzer tedeschi, più rapidi e più abili, quasi sempre avevano prevalso[72].

Il feldmaresciallo Erich von Manstein, l'abile stratega della controffensiva tedesca.

Moralmente la serie di vittorie di von Manstein portarono un certo sollievo in patria,dopo la catastrofe di Stalingrado (sia a livello di dirigenza nazista, a partire da Hitler, sia a livello di opinione pubblica[73]) e tra i 'satelliti' dell'Asse (terrorizzati da una possibile irruzione incontrollabile dell'Armata Rossa[74]). Materialmente, le perdite inflitte ai sovietici furono pesanti: almeno tre armate (6.,1 . della Guardia e 3. corazzata) e quattro corpi corazzati (25., 12., 15. e 4. della Guardia) furono distrutti e numerosi altri reparti furono fortemente indeboliti; il comando tedesco rivendicò circa 900 carri armati nemici distrutti, 15.000 prigionieri (un così modesto fu causato dell'insufficienza della fanteria tedesca che permise ai reparti sovietici isolati di sfuggire a piedi) e almeno 50.000 morti[75]. Anche le perdite tedesche, tuttavia, furono notevoli: i sovietici si battero bene anche in situazioni disperate e non mostrarono cedimenti; le unità corazzate fecero mostra di slancio e coraggio inesauribili[76].

Strategicamente, la controffensiva del feldmaresciallo, indubbiamente impedì un crollo immediato dello schieramento meridionale tedesco e forse dell'intero fronte orientale ma, a differenza di quello che credeva il feldmaresciallo, non provocò una nuova svolta a favore della Germania né assicurò al Terzo Reich vantaggi operativi decisivi[77]. Al contrario, l'arrivo delle potenti riserve dello Stavka impedì l'immediata marcia su Kursk e la creazione del saliente favorì il concentramento delle forze sovietiche in posizioni difendibili che avrebbero attirato l'esercito tedesco in una vera trappola operativa nella successiva campagna d'estate[78].

Le preoccupazioni non mancarono certamente nel campo sovietico, ma forse Stalin era nel giusto quando parlò di 'Stalingrado tedesca fallita' nella primavera 1943[79]; inoltre le impreviste sconfitte indussero il dittatore ad una maggiore prudenza, spingendolo a prestare sempre più ascolto ai suoi abili consiglieri(soprattutto Žukov e Vasilevsky). Da quel momento Stalin e l'Armata Rossa non avrebbero più tentato offensive generali per concludere la guerra in un colpo solo, ma avrebbero pianificato complesse operazioni combinate, scaglionate nel tempo e nello spazio per ottenere il progressivo logoramento del pericoloso nemico[80]. Una marcia lunga, dura e faticosa verso ovest che, tuttavia, avrebbe permesso la vittoria finale nel 1945.

Char'kov, conquistata il 25 ottobre 1941 nel bel mezzo dell'Operazione Barbarossa e ripresa dai sovietici una prima volta il 16 febbraio 1943, ritornava per il momento in mano tedesca. Questo successo si rivelò tuttavia una vittoria temporanea: il 23 agosto 1943, dopo la sconfitta della Wehrmacht nella Battaglia di Kursk, i russi rientravano definitivamente nella grande città ucraina al termine della duramente contrastata Operazione Rumjancev scatenata dalle forze sovietiche dei generali Vatutin e Konev a partire dal 5 agosto 1943 (la cosiddetta Quarta battaglia di Char'kov[81]); a seguito della nuova offensiva sovietica, i tedeschi non avrebbero mai più rimesso piede a Char'kov.

Note[modifica | modifica sorgente]

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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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