Termini di durata delle misure cautelari

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Anche la materia dei termini di durata delle misure cautelari ha rilievo costituzionale. Dobbiamo rifarci ancora una volta all’art.13 c.5. Esso afferma infatti che la legge stabilisce i limiti temporali massimi della carcerazione preventiva (oggi custodia cautelare).

Il problema dei tempi della custodia cautelare ci rimanda peraltro a quello dei tempi del processo. Poiché le misure cautelari presuppongono proprio esigenze processuali, infatti, si pone la necessità di assicurare un corretto accompagnamento delle misure alle varie fasi processuali. Sappiamo del resto che i processi del sistema italiano hanno durata smisurata, come confermato anche dalle numerosissime condanne inflitte al nostro paese dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ora, in ordinamenti diversi da quello italiano, vige un sistema flessibile a garanzia delle esigenze processuali, per cui, fintantoché il processo non si è concluso, le misure restano applicate senza sostanziali limiti di tempo. Il nostro sistema è invece rigido, pertanto sono previsti termini fissi di durata per le misure cautelari.

Nel complesso, il problema che si pone è: a chi addossare il rischio della lunga durata del processo? All’ordinamento (e quindi alla collettività) o all’imputato? La questione dei termini va proprio a ripartire questo rischio. Tendenzialmente, si ritiene che, fino ad un certo punto, è il soggetto ristretto a dover essere gravato dalla lunghezza irragionevole del processo, e che, da un certo punto in poi, ciò diventi ingiusto. Nella prassi, tuttavia, il rischio viene quasi completamente addossato all’imputato. Non a caso, ogni volta che si verificano scarcerazioni clamorose, per decorrenza dei termini, di pluripregiudicati in attesa di giudizio, il legislatore interviene a modificare questi termini, cercando di placare l’opinione pubblica.

Ma come è organizzato il sistema? Dobbiamo distinguere al riguardo tra termini di fase e termini complessivi. I primi prevedono un termine per ciascuna fase del processo. I secondi fungono invece da termini ulteriori, venendo calibrati sull’intera durata del processo, e non in relazione alle singole fasi. Come vedremo, inoltre, anche i termini complessivi possono essere superati, e questo qualora siano introdotti i cosiddetti termini finali, di cui parleremo poi. Venendo nello specifico, il legislatore predispone termini differenti a seconda del tipo di misura (coercitive custodiali, coercitive non custodiali, interdittive). Termini diversi sono previsti però anche in relazione alle tipologie e alla gravità del reato (p.e. art.303 c.1 sui termini di base e c.4 sui termini complessivi con riferimento alla custodia cautelare, e art.308 per le altre misure).

I due termini, quindi, vanno incrociati per ricavare il termine unico da applicare concretamente. La valutazione è cioè doppia, perché attiene tanto al tipo di reato quanto al tipo di misura previsto. Facciamo in proposito la scelta di considerare, a titolo esemplificativo, soltanto l’incrocio tra la misura più grave (custodia cautelare) e un reato gravissimo (p.e. omicidio).

Ora, abbiamo parlato di termini di fase, per cui il legislatore determina un termine di applicazione della misura per ciascuna fase del procedimento. Le fasi da considerare sono quelle viste durante il corso di procedura penale: indagini preliminari, udienza preliminare, dibattimento, appello e cassazione.

Il legislatore accorpa però in una fase preliminare unica indagini preliminari e udienza preliminare. Le fasi di rilievo sono dunque quattro:

1. preliminare al giudizio (dalla notizia di reato alla richiesta di rinvio a giudizio);

2. condanna di primo grado (successiva al dibattimento);

3. condanna di secondo grado (dopo ricorso in appello);

4. irrevocabilità (dopo sentenza di cassazione).

Per ciascuna di queste quattro fasi, sono previsti termini specifici, a seconda della gravità del reato in questione. Il legislatore distingue al riguardo tre gradi di gravità, e i termini andranno valutati in relazione a questi tre gradi. Tali termini, come detto, andranno poi combinati con quelli previsti per le singole misure cautelari.

Per capire come funziona il sistema, vediamo un esempio. Poniamo p.e. che nella prima fase l’imputato possa essere sottoposto a misura cautelare per 1 anno; nella seconda fase per 1 anno e mezzo, e così pure nelle due fasi successive. Sono questi i termini di fase, ma abbiamo detto che questi termini possono essere superati dai c.d. termini complessivi, i quali valgono per tutto il procedimento nel suo complesso. Ebbene, nel nostro esempio (custodia cautelare per omicidio), il termine complessivo è di 6 anni. Vediamo allora che questo termine è superiore alla semplice sommatoria dei termini di fase, pari a 5 anni e mezzo.

Applicando il termine complessivo, dunque, è possibile sforare i singoli termini di fase, purché il termine complessivo stesso, alla fine, sia rispettato.

I termini di fase possono essere superati in varie ipotesi, distinguibili in tre categorie: - nuova decorrenza del termine (termini che iniziano a ridecorrere da zero): si verifica in due casi: a) o quando il processo regredisce (p.e. perché è stata accertata una nullità, che fa cancellare la parte retta da atti invalidi, oppure perché il giudice si dichiara incompetente; b) o quando la persona sottoposta a custodia cautelare evade. Con questo meccanismo, dunque, i termini di fase possono essere superati, fermo restando, però, il termine complessivo (in tema di custodia cautelare v.art.303 cc.2 e 3).

- proroga del termine: proroga del termine (art.305 c.p.p.), proroga concessa su richiesta del p.m. al giudice. Il giudice la può concedere o meno, e questo dopo un piccolo contraddittorio durante il quale avrà sentito il difensore dell’imputato. Con ordinanza (così come per tutti gli altri provvedimenti in materia cautelare), il giudice stabilirà l’entità di questa proroga, che per legge non può comunque essere superiore ad un certo limite imposto dalla legge. Anche in questo caso, inoltre, il termine complessivo resta valido, e non potrà successivamente essere oltrepassato. Il caso visto è fra l’altro solo quello di proroga per esigenze investigative, ma è possibile che la proroga sia richiesta anche qualora debba essere effettuata una perizia sullo stato di mente dell’imputato. In tal caso, la proroga avrà la durata richiesta dalla perizia stessa.

- congelamento automatico del termine: consente di superare i termini di fase (pur con sbarramento del termine complessivo) è infine il congelamento automatico del termine, che vale soltanto per le misure custodiali e solo per la fase del dibattimento. In presenza di queste circostanze, dunque, non si contano i giorni che servono per il dibattimento, né quelli necessari per la decisione (sostanzialmente i tempi vivi del processo). Tale eccezione, che trova espressione all’art.297 c.4 c.p.p., è particolarmente discussa.

Ora, tutti gli istituti qui visti hanno come termine finale quello complessivo. L’istituto della sospensione, invece, permette di oltrepassare anche il termine complessivo, pertanto si è reso necessario introdurre un nuovo termine, detto finale. Tale termine vale solo per le misure custodiali e per la fase di giudizio (udienza preliminare e dibattimento).

I termini vengono qui bloccati (come nel congelamento) su ordinanza del giudice. Tale sospensione opera nei periodi dei tempi morti del processo, o meglio di certi tempi morti, come quelli derivanti dall’imputato e dal suo difensore (p.e. in caso di lungaggini o di rinvio per inadempimento dell’imputato e del suo difensore). Altri tempi di blocco del termine sono quelli seguenti alla sentenza, durante i quali i giudici scrivono le motivazioni della sentenza (rischio comunque addossato all’imputato). A causa di queste sospensioni, i termini di fase possono essere raddoppiati, e può essere superato anche il termine complessivo, anche se questo non può avvenire in misura superiore alla metà. Se il termine complessivo è p.e. di 6 anni, il termine finale non potrà essere superiore a 9 anni.

L’istituto della sospensione è disciplinato dall’art.304. Vi è fra l’altro un’ulteriore eccezione, per cui se il soggetto, mediante custodia cautelare, ha già scontato i 2/3 della pena edittale massima prevista per il reato, dovrà essere scarcerato. Poniamo p.e. il caso di un soggetto imputato per favoreggiamento, il cui termine complessivo è di 2 anni. Il termine finale è allora di 3 anni. Ebbene, se il soggetto ha già scontato, durante la custodia cautelare, i 2/3 della pena massima (che è di 4 anni), ossia 2 anni e 8 mesi, esso dovrà essere scarcerato anche se non sono stati raggiunti i tre anni del termine finale. Dobbiamo infine considerare a parte l’istituto della rinnovazione. Esso riguarda il caso di termine posto dal giudice e non dalla legge. È questa l’ipotesi, già vista, in cui sussiste il presupposto a) ex art.274, ossia il caso di esigenza di tutela della prova. In questa circostanza, infatti, il giudice, nell’atto di applicare la misura, ne deve già fissare il termine di permanenza. Ebbene, allo scadere di questo termine, è possibile la rinnovazione disposta dal giudice.

Ora, se i termini scadono, l’imputato andrà rimesso in libertà; in particolare, se esso era sottoposto a custodia cautelare, sarà scarcerato (sempre con ordinanza). Ma cosa succede se il soggetto in questione è pericoloso? In generale verrà applicata un’altra misura, pur se meno restrittiva. Per i reati più gravi, poi, il legislatore consente di cumulare misure diverse (in particolare, divieto di espatrio + obbligo di presentarsi alla polizia + obbligo o divieto di dimora in un certo luogo). È anche possibile, in certi casi, ripristinare la custodia cautelare, e questo p.e. per trasgressione alle prescrizioni delle altre misure cautelari predisposte. Il ripristino si verifica inoltre in caso di sopravvenienza di una sentenza di condanna. In caso di ingiusta detenzione, peraltro, è possibile chiedere un risarcimento pecuniario allo stato.