Teorie dello sviluppo regionale

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Le teorie dello sviluppo regionale interpretano le modalità di sviluppo a livello regionale, con tutti gli squilibri che comportano.

Teoria degli stadi di sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

La teoria degli stadi di sviluppo, portata avanti negli anni cinquanta da Walt Whitman Rostow, suggerisce che vi siano degli stadi in cui una economia regionale si sviluppi e raggiunga un ottimo livello di salari e la piena occupazione.

Se una regione si blocca in uno di questi stadi si parla di sottosviluppo.

Teoria della base di esportazione[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la teoria della base di esportazione, l'economia di una regione si basa sulle esportazioni, le uniche attività che possano dare impulso alle importazioni e quindi ad aumentare la ricchezza del territorio. Le fonti delle esportazioni portate a termine fuori dai confini regionali sono dette attività «di base», tutte le altre di «servizio» o «non di base».

Modello neoclassico di sviluppo regionale[modifica | modifica wikitesto]

Il modello neoclassico di sviluppo regionale sostiene che il più importante fattore dell'economia sia l'offerta (capitale e lavoro). Secondo i teorici, vi sono due correnti contrapposte: il lavoro si trasferisce dalle regioni più povere a quelle più ricche, mentre il capitale percorre un cammino inverso. In questo modo, si arriverà ad un livellamento della condizione di vita delle due regioni.

Modello neokeynesiano di sviluppo cumulativo[modifica | modifica wikitesto]

Harry White che saluta J.M.Keynes (a destra), 1946

Il modello neokeynesiano di sviluppo cumulativo, il cui nome deriva dall'economista John Maynard Keynes, sostiene che le teorie sullo sviluppo regionale devono prendere in considerazione che l'economia non è lineare né spontanea, è discontinua e non dà punti di riferimento equilibrati. Tutto ciò genera un relativismo: le teorie non possono essere generali perché in ogni regione vi sono delle peculiarità che le rendono uniche.

Il modello neokeynesiano si contrappone ulteriormente al modello neoclassico perché sostiene che la migrazione della popolazione dalle zone più povere a quelle più ricche generi ulteriori squilibri che portano le prime ad impoverirsi, perdendo la domanda interna e le forze migliori, e le seconde ad arricchirsi, aumentando la propria capacità produttiva, il mercato interno e nuovo sviluppo.

Teoria dei poli di sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

La teoria dei poli di sviluppo è stata ideata da François Perroux. Si basa sull'idea che un'agglomerazione industriale in cui ci siano delle attività che fungano da poli di sviluppo possa trainare un'intera economia e determinare il rilancio economico di un'area depressa con tanto maggiore rapidità quanto più questo è fondato su impianti industriali di grosse dimensioni. Tali attività, chiamate propulsive o industrie motrici, hanno un effetto detto moltiplicatore nei confronti delle altre attività. Il territorio descritto da Perroux è però astratto e topologico, quindi non reale.

Gli stadi del processo prevedono:

  • una crescita produttiva iniziale data dalle industrie motrici;
  • un processo di polarizzazione attorno all'attività iniziale, sia dal punto di vista sociale che demografico;
  • la formazione di economie esterne;
  • una crescita demografica a cui segue un aumento della domanda e anche degli investimenti.

La teoria dei poli di sviluppo, tuttavia, non tiene conto di una serie di fattori. Ovvero del fatto che non sempre lo sviluppo polarizzato può dar lugo a economie esterne; che il rilancio economico di una regione può essere fondato anche su attività terziarie; che i profitti prodotti in situ possono anche non alimentare processi di reinvestimento nell'area della localizzazione del polo industriale.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]