Teoria delle subculture

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La teoria delle subculture affronta il tema della genesi dei comportamenti criminali cercando di colmare i vuoti teorici della teoria della tensione strutturale di Merton. Un limite dell’analisi mertoniana è infatti il non aver approfondito il ruolo che le classi o i gruppi sociali giocano nel rapporto tra individuo singolo e società. Eppure è un punto decisivo per comprendere l'origine dei comportamenti devianti e criminali. Un primo approfondimento in questo senso proviene dalla cosiddetta teoria del conflitto, proposta alla fine degli anni Trenta del Novecento dal sociologo americano Thorsten Sellin. Egli parte dalla considerazione per cui, a differenza che nelle società semplici (all’interno delle quali c’è una tendenza all’armonia e all’integrazione, in quanto le norme di condotta diventano leggi e godono del consenso generale), nelle società moderne – al cui interno convivono tanti gruppi sociali differenti – è più facile che si verifichino dei conflitti tra le norme sociali dei diversi gruppi. Questi conflitti possono essere di due tipi: ve ne sono alcuni, detti primari, che hanno luogo tra due culture differenti e possono emergere in tre generi di situazione. Innanzitutto, quando codici diversi entrano in contrasto in zone di confine, abitate da popolazioni di culture diverse (si pensi al caso dell’Alto Adige). In secondo luogo, quando un gruppo ne conquista un altro, imponendogli le proprie norme, come spesso si è verificato nel periodo del colonialismo[1]. In terzo luogo, quando i componenti di un gruppo emigrano in un territorio abitato da un altro gruppo che possiede delle norme di condotta molto diverse dalle loro: finché questi migranti non subiranno un processo di risocializzazione, modificando i valori e le forme di comportamento delle società di partenza per fare maggiormente propri quelli della società di arrivo, il conflitto si ripeterà. Altri conflitti (chiamati secondari) sono quelli che avvengono all’interno della stessa cultura e si verificano quando cresce la differenziazione sociale e si moltiplicano le subculture[2]. Ora, per Sellin, è proprio questa situazione di conflitto fra norme l’humus da cui si originano molte forme di criminalità[3]. La questione delle subculture è comunque centrale, ed è stata approfondita in vari modi. Ad esempio la cosiddetta Scuola di Chicago degli anni Venti e Trenta del Novecento, studiò i gruppi di immigrati dalle campagne alle grandi metropoli americane. Erano gruppi sociali portatori di culture (subculture) diverse da quella dominante, non perfettamente integrate in quanto ispirati a valori non condivisi dalla maggioranza. Questa alterità culturale, unitamente allo straniamento provocato dall’allontanamento dalle proprie abitudini e dalla propria gente, determinava una disorganizzazione sociale[4]che si traduceva in azioni devianti, conformi magari ai codici comportamentali della propria comunità subculturale, ma difformi rispetto ai valori dominanti e ai codici legislativi. Situazioni simili e più vicine a noi riguardano, ad esempio, l’immigrazione slava e africana nell’Europa di questi anni: esistono pratiche culturali magari in conflitto con le nostre, alle quali non è semplice uniformare in modo indolore i nuovi venuti (si pensi, ad esempio, al sikh a cui si imponesse di rinunciare al turbante per infilare il casco sulla motocicletta). La questione però va molto al di là di questi semplici ed evidenti contrasti di norme. Per meglio definire la nozione di subcultura bisogna riferirsi agli studi di Cohen e di Sutherland dedicati, rispettivamente, alla trasgressione giovanile e alla criminalità dei cosiddetti “colletti bianchi”. Cohen è il pioniere, negli anni Cinquanta, dello studio della delinquenza giovanile sviluppatasi innanzitutto in molte grandi città degli Stati Uniti. Egli, come Merton, sostiene che la devianza sia originata da un problema strutturale e che a essere sottoposti a tensioni più degli altri siano i giovani delle classi sociali più basse. In particolare, a differenza di Merton, egli mette l’accento sul forte contrasto che si crea tra le norme insegnate in famiglia e quelle vigenti a scuola: a casa i giovani delle classi sociali più basse imparano a essere impulsivi e orientati verso il presente, mentre nell’istituzione scolastica predominano le buone maniere, la responsabilità individuale, l’ambizione, i valori da seguire. I ragazzi, in questo modo, vivono disorientati e nell’impossibilità di trovare stima e riconoscimento. A ciò si aggiungono, naturalmente, la frustrazione e la tensione per la difficoltà che i giovani delle classi più basse hanno a raggiungere il successo finanziario. In questo contesto, molti di questi ragazzi trovano rifugio fra coloro che condividono i loro stessi problemi, in bande criminali, violando le norme sociali. Vengono a crearsi principalmente tre situazioni: la prima è quella presente nei quartieri in cui vi è una subcultura criminale, caratterizzata dalla malavita organizzata, dove sono rispettati i gangster professionisti che permettono ai giovani di entrare nelle loro bande e insegnano loro a commettere furti e rapine. La seconda situazione è contraddistinta da una subcultura del conflitto, vissuta da gangs non addestrate che si dedicano ad attività violente, come ad esempio atti di vandalismo. La terza, infine, caratterizzata da una subcultura della rinuncia che comprende gruppi alternativi che hanno rinunciato ad ambizioni di successo e prestigio non riuscendo a farsi strada nel mondo criminale e così si dedicano esclusivamente al consumo di stupefacenti. L’osservazione più interessante di Cohen è però questa: parlando di subcultura giovanile deviante, egli osserva che la devianza giovanile non prospera sulla produzione di valori diversi da quelli dominanti, ma sulla produzione di valori opposti a quelli dominanti. Ciò significa che essi hanno un senso solo in quanto opposti e non hanno una genesi autonoma. Sono come dei valori parassiti. I giovani teppisti, insomma, sfasciano le vetrine dei negozi non perché esista un qualche codice che rende il vandalismo meritorio, ma perché vogliono dimostrare di essere forti, oppure guadagnarsi attenzione con un gesto che contraddice i canoni convenzionali. Se gli adulti durante il giorno tirassero le pietre alle vetrine, anziché addobbarle e guardarle, i ragazzi devianti passerebbero di notte col mastice per riparare i danni. Ora, questa idea del parassitismo dei valori devianti prodotti dalla subcultura giovanile (che, a questo punto, si potrebbe a ragione definire controcultura) è un’idea feconda se rapportata anche con situazioni più generali. Su questa strada si era mosso già negli anni Quaranta il criminologo statunitense Sutherland, studioso della criminalità economica, ossia di quella specifica criminalità propria della classe borghese, i cosiddetti “colletti bianchi”. Certamente uno dei lasciti storicamente più importanti delle analisi di Sutherland è quello per cui la criminalità non è un fenomeno che interessa solo le classi meno abbienti (quelle che i reazionari di tutti i tempi hanno considerato come il serbatoio dei criminali perché moralmente e intellettualmente inferiori), ma coinvolge, con modalità diverse, più sofisticate e meno direttamente violente, anche gli strati più elevati della società. Ma quello che più è rilevante in questa sede è la sua idea per cui i colletti bianchi siano un gruppo sociale (e costituiscano una subcultura) al cui interno si trasmettono valori difformi rispetto ai valori dominanti, dei quali pure gli stessi colletti bianchi sono portatori e al cui rispetto generale sono teoricamente interessati. È questo il punto fondamentale. Considerati come portatori di una subcultura, i colletti bianchi è come se fossero bilingui: parlano il linguaggio della società ma anche il loro dialetto, ovvero, fuor di metafora, il codice del loro gruppo; codice che contiene valori obiettivamente incompatibili con quelli generali, ma che però solo indirettamente si traducono in violazioni della legge. Detto ancora meglio: i gruppi subculturali da un lato non sono abbastanza autonomi da rappresentare un corpo sociale separato nella società; dall'altro, sono interessati sia ai loro valori specifici, sia, nel contempo, anche al rispetto dei valori dominanti e prevalenti nella società in quanto, paradossalmente, l'affermazione dei loro valori specifici è favorita dall'esistenza di quelli concorrenti (e prevalenti). Tutto questo si capisce molto meglio con degli esempi. Il primo esempio, tanto per riprendere il discorso di Sutherland, è quello della subcultura imprenditoriale. Gli imprenditori considerano un valore il “farsi da sé” e sono divorati dal demone dell'utile. Il “farsi da sé” implica un senso di indipendenza assoluto anche rispetto allo stato. Quindi, l'evasione fiscale o la manomissione dei bilanci dell'azienda (il cosiddetto “falso in bilancio”) non sono giudicate come colpe serie. Infatti, questi tipi di reato non vengono commessi direttamente per trasgredire la legge, ma in primo luogo per confermare l'adesione al modello culturale del gruppo. Il conflitto tra norme di comportamento (non si devono sottrarre risorse allo stato / non ci si deve far sottrarre risorse dallo stato) non si traduce mai in una autentica opposizione al valore dominante, perché i membri del gruppo (in questo caso gli imprenditori) non preferirebbero che le loro norme di comportamento fossero adottate dall'intera società. Infatti, le regole di condotta della subcultura hanno tanta più possibilità di successo quanto più si inseriscono in una comunità generale ispirata a valori antitetici (in questo senso si è parlato di parassitismo): nel caso dell'imprenditore che vuole fregare il fisco per far prosperare meglio la sua azienda, la sua azione si inserisce meglio in un contesto generale nel quale la sua azienda gode dei benefici dei servizi (infrastrutturali, finanziari, ecc.) pagati con le imposte dei contribuenti[5].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Un esempio. Nella società algerina la legge dell’onore prevedeva l’assassinio per vendetta nel caso in cui un parente fosse stato ucciso o offeso. La Francia, introducendo il proprio codice penale nell’Algeria conquistata, ha trasformato gli antichi usi di quel popolo in reati.
  2. ^ Una subcultura è definibile, in prima approssimazione, come un gruppo sociale che riunisce stabilmente persone che per etnia, ambiente, interessi e condizioni economiche comuni, condividono un senso di reciproca appartenenza e alcune significative credenze e comportamenti.
  3. ^ La teoria del conflitto è stata utilizzata da molti studiosi per spiegare alcune forme di criminalità degli immigrati. Inoltre la teoria del conflitto aiuta a capire il comportamento deviante di alcuni gruppi di nomadi. Fra i Rom ed alcuni altri gruppi di zingari, ad esempio, rubare ai Gage, i “bianchi”, è ammesso e considerato positivamente, mentre è vietato all’interno della comunità.
  4. ^ Disorganizzazione sociale è proprio l’espressione che fu usata da Clifford Shaw e Henry McKay, sociologi della scuola di Chicago, autori dello studio sulle subculture metropolitane negli anni Venti del Novecento. I due sociologi cominciarono con lo studiare la notevole espansione che la popolazione di Chicago aveva subito in particolare nei primi due decenni del secolo XX. Essi suddivisero la città in cinque zone concentriche: in quella più interna erano situate tutte le attività industriali e commerciali; quella successiva, detta zona di transizione, era abitata da immigrati di vari gruppi etnici; nelle zone più esterne si trovavano prima i quartieri degli operai stranieri specializzati e poi le zone ricche dei residenziali, in cui erano situati alberghi e case unifamiliari. L’ultima zona, quella dei pendolari, era occupata da coloro che avevano legami con la campagna, ma che per motivi di lavoro si spostavano in centro. Shaw e McKay calcolando il tasso di delinquenza, cioè il rapporto fra il numero degli autori di reato residenti in un’area e il totale di popolazione dell’area stessa, notarono che esso raggiungeva il livello più alto nella zona di transizione e, allontanandosi da questa, diminuiva sempre più. In particolare rilevarono che nell’ultimo quarantennio le differenze del tasso di delinquenza erano invariate, nonostante la popolazione si fosse rinnovata. Da questo dedussero che la presenza di fenomeni criminali fosse determinata dalla struttura sociale, e quindi dal grado di integrazione e di organizzazione. La disorganizzazione sociale delle aree più povere, cioè l’incapacità dei residenti di convivere, socializzare, cooperare, accompagnata dall’eterogeneità etnica e dall’instabilità della popolazione, favorivano la criminalità.
  5. ^ Si veda su questo: R. Bassetti (2003) Derelitti e delle pene, Ed. Riuniti, Roma, pp. 30-41.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cohen, Albert K. (1955). Delinquent Boys: The Culture of the Gang, Glencoe. IL: Free Press.
  • Cohen, Albert & Short, James, (1958), "Research in Delinquent Subcultures", Journal of Social Issues, pp20–37.
  • Cohen, P. (1972). Sub-cultural Conflict and Working Class Community. Working Papers in Cultural Studies. No.2. Birmingham: University of Birmingham.
  • Crow, Thomas. (1997). "Substance over style - artist Phil Cohen's Rethinking the Youth Question". ArtForum XXXVI, Oct. pp15–16. [1]
  • Claude Fischer, The Subcultural Theory of Urbanism: A Twentieth Year Assessment in American Journal of Sociology, vol. 101, nº 3, 1995, pp. 543–577, DOI:10.1086/230753.
  • Frazier, Edward Franklin (1931) The Negro Family in Chicago. Revised and abridged edition: 1967. Chicago: The University of Chicago Press.
  • Frazier, Edward Franklin. (1932). The Free Negro Family, Arno Press.
  • Frazier, Edward Franklin. (1949). The Negro in the United States. New York: Macmillan.
  • Frazier, E. Franklin. (1957). The Black Bourgeoisie. Free Press paperback edition: 1997. ISBN 0-684-83241-0
  • Frazier, E. Franklin. (1957). Race and Culture Contacts in the Modern World. New York: Alfred Knopf.
  • Kaminski, Marek M. (2004) Games Prisoners Play. Princeton: Princeton University Press. ISBN 0-691-11721-7
  • Matza, David. (1964). Delinquency and Drift. Reprint edition: 1990.Transaction Press. ISBN 0-88738-804-3
  • Walter Miller, Lower Class Culture as a Generating Milieu of Gang Delinquency in Journal of Social Issues, vol. 14, nº 3, 1958, pp. 5–20, DOI:10.1111/j.1540-4560.1958.tb01413.x.
  • Walter Miller, Implications of Urban Lower-Class Culture For Social Work in The Social Service Review, vol. 33, nº 3, 1959, pp. 219–236, DOI:10.1086/640711.
  • Shaw, Clifford (1930). The Jackroller: A Delinquent Boy's Own Story. Reprint edition: 1966. Chicago: The University of Chicago Press.
  • Thrasher, F.M. (1927). The Gang. Chicago: University of Chicago Press.
  • F.M. Thrasher, Juvenile Delinquency and Crime Prevention in Journal of Educational Sociology, vol. 6, nº 8, 1933, pp. 500–509, DOI:10.2307/2961696, JSTOR 2961696.
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