Teoria della mente
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Il termine Teoria della Mente è stato variamente utilizzato per definire diversi (seppur spesso simili) significati.
In particolare, in senso più astratto:
- Nell'ambito della "Filosofia della Mente", il modello ontologico e strutturale dei processi mentali (cosa è la Mente ?)
- In psicologia cognitiva, come equivalente del modello del funzionamento della psiche (come funziona la Mente, quali sono i suoi processi funzionali ?).
In senso più operativo ed applicativo:
- In psicologia dell'apprendimento e psicologia del pensiero, è stato spesso usato come analogo di "metacognizione" (ovvero di capacità osservativa ed automodulante dei propri stessi processi cognitivi)
- In psicologia clinica, come equivalente funzionale delle "Funzioni del Sè riflessivo".
- In psicologia dello sviluppo, epistemologia genetica e psicologia dinamica, come la capacità del bambino di costituirsi una rappresentazione adeguata dei processi di pensiero propri e dell'Altro significante.
Mentre i primi due significati sono relativi a rappresentazioni "sistemiche" o "epistemologiche" di alto livello di astrazione, gli altri tre significati e campi applicativi hanno tra loro numerosi punti in comune, e la "teoria della mente" si è anzi rivelate un potente e trasversale costrutto euristico, che ha permesso il dialogo e l'avvicinamento tra campi di ricerca prima molto lontani.
Grazie al contributo di autori come John Bowlby e soprattutto Peter Fonagy, costrutti come la Teoria dell'Attaccamento, la Funzione del Sè riflessivo e la Metacognizione, pur se relativamente differenti e riferiti a contesti leggermente diversi, possono essere in parte unificati utilizzando quello di "Teoria della Mente" (o ToMM, Theory of Mind Mechanism) come costrutto-ponte da un punto di vista epistemologico.
Indice |
[modifica] Metacognizione
Con "metacognizione" si indica un costrutto teorico molto utilizzato in ambito psicologico ed educativo. La metacognizione indica un tipo di autoriflessività sul fenomeno cognitivo, attuabile grazie alla possibilità - molto probabilmente peculiare della specie umana- di distanziarsi, auto-osservare e riflettere sui propri stati mentali. L'attività metacognitiva ci permette, tra l'altro, di controllare i nostri pensieri, e quindi anche di conoscere e dirigere i nostri processi di apprendimento.
Come accennato, in termini epistemologici, una "teoria della mente" è un paradigma esplicativo della struttura e dei processi funzionali della mente umana, intesa come entità funzionale autonoma. Al variare delle epoche e dei paradigmi filosofici, culturali, scientifici e storico-psicologici di riferimento, sono variate le ipotesi e le modellizzazioni diffuse "su cosa fosse e come funzionasse la mente".
In termini cognitivi, è la fondamentale capacità umana di comprendere e riflettere sul proprio e l'altrui stato mentale, e sulle proprie ed altrui percezioni, riuscendo così a prevedere il proprio e l'altrui comportamento. È questo il significato che viene sviluppato nell'ambito degli studi metacognitivi.
La percezione comprende sensazioni, credenze, sentimenti, disagi, etc. Tale abilità cognitiva si acquisisce normalmente intorno ai 3-4 anni e gli adulti ne fanno uso nella vita di tutti i giorni senza averne consapevolezza.
Se una coerente teoria della mente non si forma adeguatamente nel bambino, possono svilupparsi deficit e patologie molto serie: molti studiosi ad esempio ritengono che l'autismo possa collegarsi ad un deficit in termini di costruzione e rappresentazione interna della propria teoria della mente.
Per verificare la comparsa di una coerente teoria della mente è possibile effettuare alcuni test psicologici, come quello della falsa credenza.
[modifica] Teoria della mente ed autismo
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Dalla CDU (Cognitive Development Unit) di Londra provengono Uta Frith, Simon Baron-Cohen, Alan Leslie e, in parte, Luca Surian, i quali parlano di mindblindness, di opacità referenziale (cf. Quine, 1961) e di psicoagnosia, rilanciati in Italia dalla (defunta) Luigia Camaioni[1], come ipotesi esplicativa dell'autismo[2][3][4][5]. Tale patologia consisterebbe in un deficit semantico specifico per la categoria degli stati mentali, ossia in una carenza nelle capacità metarappresentative di "rappresentarsi le rappresentazioni".
L'ipotesi si basa sull'assunto che esista nella mente umana un modulo specializzato nel produrre rappresentazioni di stati mentali, come credere, conoscere e fare finta. L'input di questo modulo sarebbe costituito da rappresentazioni primarie prodotte da altri moduli, che codificano stati di fatto in modo letterale. Il suo output, l’informazione in uscita, è costituito da rappresentazioni secondarie chiamate "metarappresentazioni".
La metarappresentazione è una particolare struttura di dati che codifica l’atteggiamento di un agente nei confronti di una proposizione. Per agente si intende una persona che di fronte a una proposizione (significato di una frase) attribuisce un determinato significato come sperare, credere, pensare, conoscere, avere intenzione, far finta. La mancanza di adeguate capacità comunicative negli individui autistici deriverebbero, secondo la teoria della mente, dall'incapacità di formulare a livello mentale delle metarappresentazioni.
Le conferme sperimentali del deficit metarappresentativo sono state ottenute studiando le capacità di formulare false credenze in bambini autistici. L'ipotesi risale ad un’iniziativa di Alan Leslie di considerare il gioco di finzione, che compare ben presto nelle prestazioni dei bambini, come se fosse basato su un meccanismo cognitivo che permette di immagazzinare separatamente gli eventi tangibili (reali e fisici) da quelli mentali (di finzione).
Visto che nei bambini autistici il gioco di finzione appariva molto più povero, Leslie e Frith indagarono la possibilità dell'esistenza di una reale incapacità dei bambini con autismo di registrare gli stati mentali separatamente da quelli fisici. Da questa ricerca è nato il test della falsa credenza.
Su questa base molti studiosi sostengono che il deficit metarappresentativo nei bambini con autismo potrebbe essere ricondotto al funzionamento anomalo del meccanismo specializzato nell'acquisizione della teoria della mente.
A questa spiegazione di tipo modularista è stata contrapposta una teoria costruttivista, secondo cui lo sviluppo della teoria della mente è dovuto a capacità generali di costruzione e revisione teorica. Secondo questo modello, i bambini con autismo soffrirebbero non già del mal funzionamento di un meccanismo di acquisizione, ma della mancanza di un'adeguata base di conoscenze innate e di principi astratti di ragionamento. Fra questi - per esempio - il principio secondo cui gli altri sono uguali a noi.
Per comprendere la differenza fra questi due approcci dobbiamo tener conto che nella proposta modularista di Leslie si presume l’esistenza di un meccanismo specializzato di elaborazione ed acquisizione di informazioni. Nella proposta costruttivista di Gopnik e Meltzoff viene invece ipotizzata una base di conoscenza innata, che si arricchisce e viene in parte radicalmente cambiata nel corso dello sviluppo, grazie ai processi di invenzione e revisione delle conoscenze teoriche.
[modifica] Note
- ^ a cura di L. Camaioni, La Teoria della Mente. Origini, sviluppo e patologia, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 1995, 2a ed. riv. e agg. 1996, nuova edizione 2003 - ISBN 8842068616
- ^ U. Frith, L'autismo. Spiegazione di un enigma, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 1996, nuova ed. agg. 2005 - ISBN 8842071471
- ^ S. Baron-Cohen, L' autismo e la lettura della mente, Astrolabio, Roma 1997 - ISBN 8834012410
- ^ L. Surian, Autismo. Indagini sullo sviluppo mentale, GLF Editori Laterza, Roma-Bari 2002 - ISBN 8842067369
- ^ L. Surian, L'autismo, il Mulino, Bologna 2005 - ISBN 8815105360

