Teoria del Partigiano

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Teoria del Partigiano. Integrazione al concetto del Politico.
Titolo originale Theorie des Partisanen. Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen
Autore Carl Schmitt
1ª ed. originale 1963
Genere saggio
Sottogenere saggio politico-giuridico
Lingua originale tedesco
« La teoria del Partigiano sfocia nel concetto del Politico, nella domanda su chi sia il vero nemico e in un nuovo νὸμος della terra. »
(Carl Schmitt, Teoria del Partigiano)
« Contro i partigiani si combatte alla partigiana. »
(Carl Schmitt, Teoria del Partigiano)

Teoria del Partigiano. Integrazione al concetto del Politico è un saggio di Carl Schmitt del 1963, che analizza il concetto e il ruolo del Partigiano, combattente irregolare che si contrappone all'esercito regolare, nella storia e nella filosofia contemporanee. Schmitt ne racconta la nascita, i modi e le teorie di sviluppo dal XV al XIX secolo, per ricomprendere il Partigiano nella teoria più ampia della sua grande opera Le categorie del 'Politico'.

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

La sezione iniziale è dedicata alla definizione dei termini sui quali si giocherà il saggio. La riflessione schmittiana si muove secondo le navigate categorie dello Jus Publicum Europaeum e Diritto di Guerra Classico. Il Diritto di Guerra Classico, all'interno dello Jus Publicum Europaeum non contempla, infatti, la figura del Partigiano, assimilandolo:

  • ad una truppa leggera assai mobile regolare
  • a criminali particolarmente esecrabili, hors la loi

perché il diritto di guerra classico è ancora incentrato sulla guerra, come duello aperto e cavalleresco, che non ammette irregolarità ed è combattuta fra due contendenti ufficiali. La natura del partigiano è, quindi, negata. L'introduzione della leva obbligatoria rende la guerra, guerra di popoli. Pur sempre, però, circoscritta. E quella frazione di popolo che guerreggia al di fuori della circoscrizione è il Partigiano. Alla categoria di guerra partigiana si riconducono anche la guerra Civile e quella Coloniale, ma si tende a limitarle, lasciando come guerra regolare quella tra eserciti statuali regolari che si scontrano, e come irregolare quella dove fa la sua presenza il Partigiano, inizialmente solo riottoso da reprimere.

Un primo lucido esempio è quello della Guerrilla spagnola tra il 1803 e il 1813, quando i partigiani Russi del 1813 scacciarono Napoleone. I famosi mužik di Tolstoj che Lenin riprenderà per condurre la sua Rivoluzione in tutta Europa. La rassegna dei vari tipi di partigiano continua poi, per essere ripresa nella seconda sezione Lo Sviluppo della Teoria, verso gli eventi che caratterizzano l'epoca in cui il libro è stato edito. Quindi la Cina di Mao, il Vietnam di Ho Chi Minh e la Cuba di Castro.

Termine e concetto di Partigiano[modifica | modifica wikitesto]

Il Partigiano è quindi descritto secondo elementi essenziali:

  1. Irregolarità. L'esercito regolare è quell'esercito descritto da:
  • superiori responsabili
  • contrassegni fissi visibili
  • armamento esibito apertamente
  • rispetto delle regole e degli usi del diritto di guerra[1]. Il partigiano si contrappone radicalmente a questo modello.
  1. Intenso impegno politico. Questa peculiarità, che nelle prime guerre partigiane è solo accennata, non solo si rifà alla natura etimologica del termine (Partigiano deriva da Partito. In tedesco è esplicito Parteigänger), ma contraddistingue il partigiano dal semplice rapinatore o delinquente, perché l'interesse che difende è meramente politico, non come nel Pirata dove è centrale l’animus furandi. Per questo il Partito è definito da Schmitt come unica vera organizzazione totalitaria, che lega le persone in epoca moderna come nessun'altra organizzazione, neppure lo Stato contemporaneo, sa fare.
  2. Mobilità. Celerità. Attacco e ritirate a sorpresa. Questo elemento, tratto dalla concezione Prussiana del Partigiano come Ussaro o Panduro, è testimone di come il mondo politico e militare vede il combattente irregolare. Concezione che si rifletterà nelle guerre partigiane moderne.
  3. Carattere Tellurico. Questa definizione, tratta da Jover Zamora, riconduce ad una definizione pre-contemporanea del Partigiano. È una concezione che vede nel combattente una posizione eminentemente difensiva, che si snatura con la tecnicizzazione dell'era contemporanea incarnata nella motorizzazione, la quale porta il partigiano ad attaccare piuttosto che solo a difendersi, reinquadrandolo in un nuovo Nòmos della Terra. Non solo, questa concezione contribuisce a distaccare il partigiano, truppa terrestre in difesa della propria patria, dal Pirata e dal Corsaro che si muovono in orizzonti marittimi, commerciali e radicalmente diversi[2].

Sguardo sulla situazione dal punto di vista del Diritto Internazionale[modifica | modifica wikitesto]

Schmitt conduce allora una ricerca su come il Diritto Internazionale abbia assorbito il concetto di Partigiano. A questo proposito ricava:

Il Regolamento riconosce come 'regolari' milizie, corpi volontari e quanti si uniscano a sollevazioni popolari spontanee a patto che rechino i requisiti di regolarità sovramenzionati in merito alla Irregolarità. Questa definizione pare inadatta a Schmitt che descrive come il Regolamento e la Convenzione tendano a cooperare per fornire quanti più diritti ai combattenti nelle guerre, ma non colgano la natura del Partigiano imponendo condizioni di regolarizzazione assolutamente contrarie alla sua essenza. I due atti, infatti, allargano l'insieme di soggetti ai quali vengono riconosciuti diritti, ma non riconoscono il partigiano 'irregolare'. Lo riconoscono solo se organizzato, anche non militarmente. Così si perviene ad un'uguaglianza tra Conflitto Internazionale e Guerra Interstatuale, che non calza alla logica di Schmitt. Il Conflitto Internazionale è qualcosa che esula dai confini statali, ed è tendenzialmente ideologico. La Guerra Interstatuale è quella tra due eserciti statuali regolari, come si conduceva nel '700 e nell '800.

Così l'analisi si insinua nel momento originario del Partigiano dal punto di vista internazionale, attraverso il concetto di 'occupatio bellica'. Un paese che occupa un altro paese, infatti, ha sul paese occupato un potere direzionale tale da poter ordinare ai funzionari occupati di mantenere l'ordine e la pace. D'altro canto i funzionari, per quanto obbligati in virtù degli usi di guerra, sono restii ad obbedire all'occupante per amor patrio e per difesa della nazione originaria. In questo conflitto di interessi si insinua il Partigiano che difende la popolazione contro l'occupante.

La convenzione infatti ricalca questa situazione contraddittoria permettendo la Resistenza qualora provenga da nuclei organizzati per proteggere gli occupati e nei limiti della legalità. Altresì, però, riconosce all'occupante la facoltà di repressione di tali fenomeni. Così introduce la tutela umanitaria per tutti coloro che combattono, non disumanizzando il nemico, come le guerre contemporanee presto faranno, ma riconoscendolo come tale anche nel caso irregolare.

Il Partigiano quindi si inserisce in un orizzonte, detto di rischio. La categoria del rischio è tratta dall'ambito assicurativo per essere enucleata. Il partigiano infatti non rischia, come il Pirata o il Corsaro o il commerciante che varca frontiere neutrali, bottino, affari o merci. Il partigiano rischia la vita, la legalità e l'onore, stagliandosi in un margine tra illegalità e legittimità che lo conduce ad essere forestiero ovunque, tranne che nel bosco. Perciò qui sorge la grande distinzione tra il partigiano autoctono, che combatte per la terra, nelle guerre interstatali, dove la guerra respinge il nemico entro i suoi confini, e il partigiano politico che combatte per l'annientamento assoluto del nemico nella guerra contemporanea assoluta.

Lo sviluppo della teoria[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda sezione del libro, l'autore si ripropone un excursus storico-filosofico su come la forma del partigiano si evolve durante le varie epoche storiche, dal seicento, in cui è considerato figura da romanzo picaresco, fino al XX secolo, dove trova la sua espletazione massima. L'analisi parte dal rapporto che l'esercito prussiano ha con la figura del partigiano dal 1815 al 1945, dove si nota una radicale e forzata rimozione dell'idea di combattente irregolare.

L'esercito prussiano-tedesco dell'Ottocento è uno dei migliori eserciti del mondo, ma deve la sua forza ad un modello di guerra che appartiene al Diritto di Guerra Classico Europeo, dove la guerra è un duello regolare e non ci si confronta con gli sbandati che tanto lo metteranno in crisi nella guerra franco-prussiana del 1870-'71, i cosiddetti franc-tireurs o heckenschützen. Il modello bellico al quale tale esercito si riferisce trova ancora nella divisa l'elemento contraddistintivo, che rende il nemico non un criminale, ma un contendente del duello. L'assenza della divisa equivale, per l'esercito prussiano di allora, all'essere un criminale da giustiziare secondo il codice penale. Nel 1871, l'esercito tedesco vince Napoleone III, ma la guerra non si conclude nel consueto trattato di Pace, e anzi sfocia nella guèrre à outrance che Leon Gambetta propugnerà per la sua Francia repubblicana. Tale guerra a oltranza si estenderà a ondate partigiane che segneranno anche una vittoria sulla Loira, ma scateneranno rappresaglie pesanti da parte dell'esercito prussiano contro i civili, visti come scaturigine del fenomeno irregolare e la questione rimarrà irrisolta.

La concezione prussiana del combattente si riconnette a quello che poi sarà il Regolamento dell'Aja del 1907. Regolamento che, ricordiamo, invoca condizioni di ammissibilità per la qualifica a combattente, del tutto contraddittorie con la natura stessa del partigiano, ma in linea col pensiero del Diritto di Guerra Classico del tempo, con l'ideale della guerra duello, dei contrassegni fissi e visibili, delle armi in vista e dei superiori responsabili.

Nel 1812-'13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l'emissione, sulla falsariga del Della guerra del colonnello Carl Von Clausewitz, dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall'ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[...] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[...] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l'ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[...] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[...]Rappresaglie e azioni terroristiche a protezione dei partigiani sono garantite e promesse al nemico. »

Questo editto si pone come vero e proprio Statuto dei Partigiani, dove la Spagna è riconosciuta come modello supremo e la legittima difesa giustifica machiavellicamente ogni mezzo. Per quanto, allora, fu ritirato, come documento permane e dà al partigiano una legittimazione giuridica in chiave illuministica che fino ad allora non era riuscito ad avere. Lo scenario culturale della Berlino di allora si prestava, di fatti, ad accogliere il partigiano, eroe romantico, nell'alveo di una concettualizzazione più ampia. Il combattente per la libertà, il portavoce del popolo. Addirittura il barone Von Clausewitz, e con lui numerosi altri letterati fra cui anche Fichte, si smobiliterà nel suo Della Guerra, al Capitolo VI, B dell'VIII Libro per parlare del Partigiano. Ma per quanto subisca una magneficente legittimazione filosofica, che proseguirà con Hegel e Marx, il Partigiano è ancora lontano dal nascere come l'abbiamo conosciuto nella seconda guerra mondiale, e troverà legittimazione di fatto solo con Lenin.

Da ricordare che nel 1944 il Comando Supremo della Wehrmacht emanerà le Direttive Generali per la lotta contro i Partigiani, dove verranno create:

  • Volkssturm, con decreto del 25 settembre 1944, quale milizia territoriale per la difesa nazionale organizzata secondo i disposti del regolamento dell'Aja del 1907.
  • Werwolf, una organizzazione partigiana di giovani, coattivamente riuniti in truppe non scelte.

Se non che l'Art.160 del Trattato di Versailles del 28 giugno 1919[5] provvederà a destituire lo Stato Maggiore Tedesco e con esso qualsiasi concettualizzazione di una guerra irregolare regolarizzata tra le file di un esercito statuale.

Da Clausewitz a Lenin[modifica | modifica wikitesto]

Tra il XVIII secolo e il XIX, assistiamo ad un cambiamento fondamentale, utile e indispensabile per comprendere la mutazione del concetto del Partigiano nella nostra indagine. Il mutamento del Concetto del Politico, titolo anche di uno dei più fortunati saggi di Carl Schmitt.

In particolare si passa da un concetto di Stato (concepito secondo lo Jus Publicum Europaeum come entità a sé stante) e di guerra (come conflitto interstatuale in una determinata cornice giuridica), a qualcosa di totalmente differente. Il XIX Secolo è il secolo dei partiti, che si contendono la scena mondiale attraverso le rivoluzioni, propugnate in un primo momento solo da una frangia ideologica di sinistra rappresentata da Marx e Engels, ma che poi si estenderà a tutto l'arco parlamentare e extra-parlamentare.

Il barone Von Clausewitz

Lenin in particolare, sulla scia di idee già individuate da Engels, inizia a ritenere come necessaria la guerra rivoluzionaria, sanguinosa e estremamente violenta di cui il partigiano è momento indispensabile e idea cardine. In un articolo su Il proletario del 13 ottobre 1906, risultato della teorizzazione dello scritto Che fare?[6] del 1902 dove Lenin individua esemplarmente il concetto di Nemico e Inimicizia nell'idea bolscevica, la guerra partigiana viene a tutti gli effetti equiparata ad una guerra civile e nasce forte il concetto di rivoluzionario di professione. Una guerra, cioè, di lotta inevitabile che trova il suo unico scopo nella Rivoluzione Bolscevica da esportare a tutti i paesi del mondo.

In questa guerra il Partigiano guidato dalla centrale del PCUS, è eroe incontrastato. Gli altri partigiani, esterni a tale logica politica, semplici canaglie anarchiche nemiche dell'umanità.

Questa concezione, lucida e basilare per la comprensione dell'evoluzione del concetto di Partigiano, deriva gran parte del suo vigore politico da una profonda conoscenza, da parte di Lenin, del Della Guerra del Barone Von Clausewitz. La guerra, in Clausewitz è continuazione della politica con altri mezzi e fondamentale diventa la ricognizione dell'amico e del nemico per determinare quali fini deve avere la guerra. Questo messaggio è raccolto e sottolineato da Lenin che rende la Guerra Rivoluzionaria una guerra di Inimicizia Assoluta senza alcuna limitazione, di fronte al quale tutte gli altri conflitti (specialmente quelli combattuti secondo il Diritto di Guerra Classico) sono giochi convenzionali.

« La distinzione fra guerra (Vojna) e gioco (Igra) è sottolineata dallo stesso Lenin in una nota a margine di un passo tratto dal cap. XXIII del secondo libro.[...] A paragone di una guerra dove l'inimicizia è totale, la guerra circoscritta del diritto internazionale europeo classico, che procede secondo regole riconosciute, non è molto più di un duello fra due cavalieri in grado di darsi soddisfazione.[7] »

La guerra rivoluzionaria è assoluta, contro nemici assoluti, che trova senso e scopo solo nel risultato estremo di distruggere l'altra parte con ogni mezzo.

L'altra parte è configurata dal Borghese e dal Capitalista Occidentale che viene eretto a massimo esponente di tutto quanto è assolutamente e indistintamente contrario all'ideale rivoluzionario generando, in questo grande cambiamento del politico che si ha nel XIX secolo, il concetto di Nemico Assoluto, che tornerà utile più avanti.

Da Lenin a Mao Zedong[modifica | modifica wikitesto]

Il passo successivo dell'analisi continua con la Seconda guerra mondiale, quando i partigiani russi riuscirono a tenere occupate venti divisioni tedesche in battaglia contribuendo fortemente alla vittoria dei russi sui tedeschi. La concezione di fondo di Stalin era che il partigiano dovesse combattere sempre nelle retrovie, alle spalle del nemico, unificando così il carattere tellurico della lotta contro l'invasione straniera con l'aggressività della Rivoluzione.

Mao Zedong prese avvio da questa tradizione diventando il più grande teorico e pratico del partigiano. Egli scrive infatti tutte le sue opere tra il 1936 e il 1938, in concomitanza con la guerrilla di liberazione nazionale in Spagna, a testimonianza del particolare legame che lo unisce al partigiano. Nel 1938, in particolare, redige un testo fondamentale per cogliere la concezione che Mao aveva del partigiano, Strategia della guerra partigiana contro l'invasione giapponese, dove dice:

« Nella nostra guerra la popolazione armata e la guerriglia partigiana da un lato e l'Armata Rossa dall'altro si possono paragonare alle due braccia di un uomo; o volendosi esprimere più concretamente: la morale della popolazione è quella della nazione in armi. E di questo il nemico ha paura. »

Ma mentre le sue esperienze precedenti non devono nulla ai partigiani, la vittoria fondamentale, contro il Kuomintang, è tutta partigiana.

La nazione in armi era parola chiave anche dello Stato Maggiore Prussiano di Clausewitz, a cui Mao aggiunge un elemento estremamente importante, che abbiamo visto svilupparsi con Lenin: l'Assolutezza. Nella lotta armata contro il nemico assoluto, inoltre, i partigiani di Mao hanno un carattere molto più tellurico dei compagni bolscevichi. La loro è una guerra decennale contro un avversario interno come il Kuomintang. Ed è qui che i due più grandi comunismi della storia si spaccano. Da una parte Stalin e dall'altra Mao, con il XX Congresso del PCUS in mezzo.

Mao esprime questo nuovo nomos del nemico del marxismo incorporato nel capitalismo cinese con una poesia, intitolata Kulun:

« Se il cielo mi fosse patria sguainerei la mia spada
e ti taglierei in tre pezzi:
uno in regalo all'Europa,
uno all'America,
ma uno lo terrei per la Cina,
e sarebbe la pace a dominare il mondo.
 »
(Kulun, Mao Zedong)

Nella teoria maoista convergono dunque vari tipi di inimicizie:

  • l'ostilità razziale contro i coloni bianchi sfruttatori;
  • l'ostilità di classe verso la borghesia capitalistica;
  • l'ostilità nazionale contro gli invasori giapponesi appartenenti alla stessa razza;
  • l'avversione crescente per il proprio connazionale.

Queste idee contribuirono a realizzare, con consapevolezza teorica più che nitida, quella guerra come continuazione della politica[8] che trova il suo senso nell'inimicizia assoluta e si ripropone anche durante la guerra fredda, concepita e definita da Mao come modo, adattato alle circostanze, di mettere in azione una reale inimicizia con mezzi diversi da quelli apertamente violenti[9]. L'apoteosi di tale logica si ritrova nel momento in cui Mao dichiara definitivamente che la guerra, in generale, è per nove decimi guerra non aperta, affidata alla partigianeria, e per un decimo guerra militare aperta.

Da Mao Zedong a Raoul Salan[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di Mao è stata la più recepita, tra tutti i popoli europei, dagli ufficiali di carriera francesi, stanziati in Indocina. Il caso di Raoul Salan appare dunque il più tipico per descrivere il conflitto di un soldato regolare che deve fronteggiare un esercito prevalentemente irregolare.

Raoul Salan è un generale con una storia personale molto complicata. Da giovane ufficiale aveva sperimentato la Guerra d'Indocina, quindi ufficiale dello Stato Maggiore delle Colonie, in Africa. Nel '48, infatti, arrivò in Indocina come comandante delle truppe francesi; nel '51 divenne Alto Commissario della Repubblica Francese nel Vietnam del Nord; nel '54 condusse l'inchiesta sulla sconfitta di Dien Bien Phu; nel '58 fu nominato comandante supremo delle forze armate francesi ad Algeri.

La Legione Straniera Francese durante la guerra d'Indocina

Politicamente di sinistra, si piegò alla logica della guerra partigiana dopo le esperienze in Indocina, ma nel '58, inaspettatamente, nel corso di una manifestazione pubblica ad Algeri sostenne pubblicamente De Gaulle al grido di Vive de Gaulle!. Sfogate le speranze di vedere allargato il dominio francese in Africa, si oppose al presidente del consiglio fondando l'O.A.S. (Organisation armée secrète) e tentando un Putsch, fallito, nel '61. Fu arrestato l'anno seguente mentre organizzava azioni terroristiche verso algerini, francesi e civili, indistintamente.

L’Alta Corte Militare lo imputò di tentativo di eversione del legittimo governo e organizzazione di attentati condannandolo all'ergastolo. Durante il dibattimento Salan tacque, ammettendo le proprie responsabilità o, al massimo, lamentandosi della parzialità della documentazione e del mancato interrogatorio dei testimoni e chiudendo con le seguenti parole:

« Devo render conto solo a coloro che soffrono e muoiono per il fatto di aver creduto a una parola che non è stata mantenuta, e a un dovere che è stato tradito. D'ora in poi tacerò. »

Nonostante il rischiato contempt of court, Salan tacque aggiungendo in sua difesa:

« Aprirò la bocca solo per gridare Vive la France!, e al rappresentante dell'accusa replico solo: que Dieu me garde! »

[10]

La connotazione religiosa dell'ultima battuta altro non è che una risposta al pubblico ministero che aveva la pretesa di rivolgerglisi da cristiano a cristiano, non capendo la sua convinzione di star combattendo per restituire la Francia a chi l'aveva presa indebitamente.

Al di là di tutto, spinge al ragionamento l'atteggiamento quasi folle di un generale francese che parte al contrattacco della sua stessa nazione, in modo così efferato e organizzato.

Salan si è, però, calato nella guerra moderna a pieno titolo, ha subìto quello che i vietnamiti hanno subìto, ha assistito ai 400.000 francesi sparuti da 20.000 algerini, ha visto Ho Chi Minh e la sua organizzazione essere più efficiente dell'amministrazione francese per l'approvvigionamento dei militari e dei civili. Ha visto nascere, la strategia psicologica, componente essenziale che si va ad aggiungere alla nostra concettualizzazione di guerra moderna e di teoria partigiana.

Il partigiano si avvia, nella confusione deformante del problema della lotta moderna, a diventare terrorista.

Aspetti e concetti dell'ultimo stadio[modifica | modifica wikitesto]

L'analisi fin qui operata conduce a distinguere quattro grandi aree che, riunite, ci forniscono il paradigma sintetico del partigiano nel suo ultimo stadio evolutivo. Lo stadio che lo conduce ad inserirsi nell'era moderna e a diventare sempre più terrorista:

Aspetto spaziale[modifica | modifica wikitesto]

Ogni modificazione tecnica costituisce un incremento spaziale, incremento che si misura nella creazione o scoperta di nuovi spazi o comunque nella modificazione e riqualificazione degli spazi già esistenti. Basti pensare agli spazi cosmici, oggi usati come scenari di guerra. O basti pensare anche solo al sottomarino che, nello scenario storico della guerra per mare come la conoscevamo, aggiunge una terza dimensione, quella della profondità.

Allo stesso modo del sottomarino, il Partigiano introduce nello spazio terrestre una dimensione di profondità. Inoltre ricordiamo la sua natura irregolare, di una irregolarità completamente avulsa dalla regolarità, e il suo carattere tellurico lo qualificano come l'ultima sentinella della terra, elemento di storia universale non ancora completamente distrutto.[11]

Questa introduzione di una sfera spaziale inattesa che il partigiano opera, lo sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l'Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l'America contro i Vietcong. L'introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.

La disgregazione delle strutture sociali[modifica | modifica wikitesto]

Già con le note dinamiche della Guerra d'Indocina è chiaro che l'azione partigiana, in generale, è puntata ad uno sconvolgimento dell'ordine sociale. È puntata all'introduzione di una irregolarità che porta rivoluzione, una irregolarità che introduce una res publica diversa dalla cosa pubblica che già è riconosciuta come tale.

E questo basta a pochi drappelli di uomini per darsi il nome di esercito, basta per poter instillare insicurezza, paura e diffidenza generale, per generare un clima di terrore che ancor di più contribuisce alla creazione di un nuovo ordine giuridico. Un ordine che è sempre unità di ordinamento e localizzazione.

Il contesto politico mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Ad oggi la vecchia azione tellurica che mirava alla riconquista o alla protezione del suolo patrio pro aris et focis è centralizzata in un potere che mira più che altro ad un'azione violenta contro la mondialità. Questa forza centralista è riuscita ad arrogarsi la facoltà di governare le azioni partigiane in virtù della dipendenza che il partigiano ha sviluppato su di essa. In effetti, per funzionare, il partigiano deve potersi appoggiare ad una forza regolare che lo legittima e lo fornisce di mezzi tecnici di combattimento.

Così fu per gli Inglesi verso gli Spagnoli partigiani contro Napoleone e così è sempre stato.

Questa posizione del terzo che legittima il partigiano (che si può anche definire di terzo interessato) fa sì che il partigiano trovi un'unica scelta nel se regolarizzarsi essendo riconosciuto dal terzo, o diventare nuova regolarità con le proprie forze. Il riconoscimento politico del terzo gli è infatti indispensabile per non essere inghiottito dalle sue stesse azioni e divenire comune criminale.

L'incremento tecnico che le rivoluzioni scientifiche hanno portato anche in campo bellico ha però 'motorizzato' il partigiano e la motorizzazione ne ha leso il carattere tellurico rendendolo schiavo di chi gli fornisce i mezzi tecnici. Ed è così che il terzo interessato riesce a raggiungere dimensioni e interessi planetari. È così che tra terzi interessati si crea, si è creata, la logica dei 'blocchi'.

L'aspetto tecnico[modifica | modifica wikitesto]

L'incremento tecnico ha visto il partigiano armarsi, al pari degli eserciti regolari, di armi moderne, di mitragliatori e bombe al plastico, di computer e mezzi di comunicazione di massa.

Questo ha ingenerato una contraddizione che ha non poco valore. La contraddizione di un combattente agricolo, pre-feudale, con armi industriali.

In questa contraddizione si stagliano le varie visioni progressiste-ottimiste o progressiste-pessimiste che tendono a re-inserire il partigiano nel contesto moderno o annullandolo per semplice decorso storico o reintegrandolo come prossimo conquistatore degli spazi o ri-colonizzatore della terra, inaridita dai conflitti nucleari.

Continuando l'analisi emergono inoltre altri aspetti che caratterizzano la figura del partigiano:

Legalità e legittimità[modifica | modifica wikitesto]

Al partigiano serve una legittimazione, proveniente dal terzo interessato, per evitare che le sue azioni lo anneghino nell'universo caotico del semplice crimine. Questa legittimazione si è sempre più spesso trovata a confrontarsi con la legalità che appare, di recente, sicuramente il valore più forte.

La legalità intesa come corpus normativo di leggi sottese alla repubblica è al di sopra di qualsiasi altro potere, nello Stato. Ed essa, in quanto valore assoluto, degrada il partigiano ad assoluta illegalità, lo criminalizza. La sua irregolarità, di per sé, non costituisce nulla agli occhi dello Stato. La legittimità ricercata crolla sotto la legalità che lo Stato erge a forma di giustizia suprema, attraverso il suo decisionismo e la sua capacità di trasformare il diritto in legge.

L'unico modo che potrebbe avere il partigiano per non soccombere è creare una nuova legalità, che si contrappone alla legalità statale e repubblicana, per come è conosciuta.

Il vero nemico[modifica | modifica wikitesto]

La dichiarazione di guerra ha la facoltà di individuare il vero nemico, colui che si contrappone a noi e che, seppur sullo stesso piano, va affrontato ed eliminato per riaffermare i nostri confini, i nostri limiti. Secondo la dialettica del diritto internazionale bellico classico. La determinazione di una regolarità forte, alla quale si contrappone un'irregolarità forte, contribuisce a individuare anche dei soggetti in contrapposizione: l'amico e il nemico. Quando questi soggetti si confondono, si moltiplicano e non si autodeterminano, la guerra finisce per essere gioco e viene delimitata a poche casistiche.

Con la guerrilla spagnola Napoleone ha visto ristabilirsi, dopo un secolo di giochi bellici, una irregolarità forte: il partigiano che difende la terra e diventa eroe. Tale partigiano contribuì a rendere di nuovo seria la guerra e ridefinire le figure di amicizia e inimicizia.

Lenin, dal canto suo, evolverà tale concetto attraverso un ampliamento del concetto di guerra, che diverrà guerra assoluta. Nella guerra assoluta il nemico è assoluto e il partigiano è portatore di un'inimicizia assoluta.

Dal vero nemico al nemico assoluto[modifica | modifica wikitesto]

Dalla definizione del concetto di nemico si comprende e deriva la definizione del concetto di guerra. Il Regolamento dell'Aja sulla Guerra Terrestre pareva aver limitato l'efferatezza umana, pareva aver definitivamente fatto rinunciare alla criminalizzazione del nemico e alla discriminazione e diffamazione.

Il partigiano però rimette in discussione proprio questo punto.

« Il partigiano è il gesuita della guerra. »
(Ernesto Che Guevara)

L'impegno politico del partigiano è assoluto, il partigiano è stato derubato di ogni diritto e cerca il suo diritto nell'inimicizia. In essa prende senso e attraverso essa e con il riconoscimento del terzo interessato, che si costituisce a controparte attiva e lo individua nella logica dell'amico-nemico tipica del Politico, il partigiano prende vita.

Il limite della sua inimicizia sta proprio in questo suo carattere Politico e nel suo proprio carattere tellurico, nella sua strenua difesa di un pezzo di terra con la quale intrattiene un rapporto autoctono.

« Se Dio ama gli inglesi o li odia, io non lo so; so solo che devono essere cacciati dalla Francia. »
(Giovanna d'Arco)

Giovanna d'Arco, che non era partigiana, ma combatteva da regolare contro regolari, esprime appieno l'essenza dell'inimicizia e la ricerca di un respingimento entro i propri confini che il partigiano opera in linea col concetto di Politico classico.

Lenin e l'assolutizzazione del partito che comanda lo Stato, hanno contribuito alla creazione del concetto di guerra assoluta. Le modificazioni tecniche che hanno creato armi non più di mero combattimento, ma di annientamento vero e proprio hanno fatto sì che i loro possessori si trovassero non solo costretti ad annullare gli avversari sul piano fisico, ma a criminalizzarli anche sul piano morale per non apparire essi stessi dei mostri, nel loro usare tali armi. Queste modificazioni tecniche che in Hegel, ma già in Hobbes, erano considerate discriminanti per il concetto di guerra[12] hanno grandemente contribuito allo sviluppo delle logiche politiche odierne e quindi alla definizione del concetto di partigiano.

Esso diventa così portatore dell'inimicizia assoluta che non è più possibile neanche indicare quale inimicizia giacché le contrapposizioni tuttora vigenti nelle guerre sono talmente assolute da non lasciare spazio per l'esistenza di controparti.

È così che la domanda su cosa sia il Partigiano ci riporta alla domanda su cosa sia oggi il Politico e quale sia oggi il nuovo νόμος della terra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20041031202458 e Convenzioni di Ginevra
  2. ^ La contrapposizione planetaria tra Oriente e Occidente e la sua struttura storica, in E.Jünger-C.Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo, il Mulino, Bologna, 1987. In quest'ultimo saggio ho annunciato il proposito di portare al pieno sviluppo ermeneutico i paragrafi 247-248 delle Grundlinen der Philosophie des Rechts di Hegel, in quanto germe, nella storia delle idee, per una comprensione dell'odierno mondo tecnico-industriale, dopo che l'interpretazione marxista ha sviluppato i precedenti paragrafi 243-46 per quel che riguarda la società borghese. Carl Schmitt in Teoria del Partigiano, p.141, nota 18. A questo proposito vd. anche Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, 2002 e Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, 1991
  3. ^ Convenzione internazionale dell' Aja del 1907 su leggi ed usi della guerra terrestre :: Studi per la pace
  4. ^ Convenzioni di Ginevra
  5. ^ http://it.encarta.msn.com/encnet/refpages/RefArticle.aspx?refid=761566689
  6. ^ MIA - Lenin: Che fare?
  7. ^ Carl Schmitt, Teoria del Partigiano, p.73
  8. ^ Carl Von Clausewitz
  9. ^ Carl Schmitt, Teoria del Partigiano, p.84
  10. ^ Le procès de Raoul Salan
  11. ^ Carl Schmitt, Teoria del Partigiano, p.99
  12. ^ L'uomo che si senta minacciato da altri uomini è più pericoloso per questi ultimi di qualsiasi animale, così come le armi dell'uomo sono più pericolose delle cosiddette armi naturali delle fiere, quali le zanne, gli artigli, le corna e il veleno. Thomas Hobbes, De Homine, IX, 3; Le armi sono l'essenza stessa dei combattimenti. G.W.F. Hegel

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]