Teoria del grande uomo

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Thomas Carlyle è generalmente considerato un autore di riferimento per la teoria del grande uomo.

La teoria del grande uomo è una congettura volta a spiegare la storia come effetto dell'azione dei "grandi uomini" o eroi: soggetti di grande autorevolezza che, grazie al loro carisma, intelligenza e saggezza, o al loro machiavellismo, hanno usato il loro potere in un modo tale da lasciare una decisiva impronta storica.

Per esemplificare questa dottrina, uno studioso che vi aderisse cercherebbe probabilmente di illustrare la seconda guerra mondiale concentrandosi sui leader del tempo, Winston Churchill, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Franklin Delano Roosevelt, Stalin, Hideki Tojo, dalle cui decisioni ed ordini dovrebbe dipendere qualunque evento del grande conflitto.

Fautori[modifica | modifica wikitesto]

« Non si comprese mai, che la forza di un partito politico non si trova nella grande e singola intelligenza nei componenti ma in una ordinata subordinazione dei componenti verso il comando intellettuale. Ciò che decide è la medesima direzione.

Se due eserciti combattono, non trionferà quello dove ogni componente ha la più elevata cultura militare, ma quello che ha un comando più forte e contemporaneamente la truppa più obbediente e resa più abile. »

(Adolf Hitler, Mein Kampf, 1925[1])

La teoria del grande uomo è di solito associata alla figura dello storico e commentatore del XIX secolo Thomas Carlyle, che affermò: "La storia del mondo non è altro che la biografia dei grandi uomini", proposizione che rifletteva il suo convincimento secondo cui gli eroi forgiano la storia con le loro eccezionali attitudini, ma anche con l'ispirazione divina.[2] Nel suo On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History ("Sugli eroi, il culto degli eroi e l'eroico nella storia"), Carlyle precisa questa sua visione eroica della storia, analizzando dettagliatamente l'influenza espressa da vari personaggi, tra cui Maometto, Shakespeare, Lutero, Rousseau e Napoleone. Secondo Carlyle, lo studio dei grandi uomini era "profittevole" per scoprire il lato eroico in ciascun individuo; ossia, con queste riflessioni, anche l'uomo comune poteva non tanto favorire, quanto piuttosto disvelare qualche aspetto sublime della propria natura.[3]

Questa teoria è normalmente contrastata da una teoria che concepisce eventi che accadono nella pienezza del tempo, o quando un'irresistibile ondata di eventi più piccoli provoca l'accadimento di certi sviluppi. L'approccio alla storia "in chiave di grande uomo" era assai in voga tra gli storici di mestiere nel XIX secolo; un'opera di successo presso il grande pubblico, che ben rappresenta questa scuola di pensiero, è la Encyclopædia Britannica Eleventh Edition (1911), che racchiude ricche e dettagliate biografie dei grandi della storia, ma pochissime storie generali o sociali. Ad esempio, tutte le informazioni su quella parte di storia europea successiva alla caduta di Roma che va sotto il nome di Invasioni barbariche,[4] sono contenute nella biografia di Attila. Questa visione eroica della storia era fortemente sostenuta da pensatori quali Hegel e Spengler, ma cadde in disgrazia dopo la seconda guerra mondiale.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Herbert Spencer, fermo oppositore della teoria del grande uomo.

Una delle critiche più aspre della formulazione della teoria del grande uomo proposta da Carlyle fu quella di Herbert Spencer, che riteneva che attribuire gli eventi storici alle decisioni di qualche individuo fosse una posizione sconfortantemente primitiva, puerile e non scientifica.[5] Credeva che gli uomini che secondo Carlyle erano "grandi" fossero semplicemente i prodotti del loro ambiente sociale; al proposito, scrisse:

« Si deve ammettere che la genesi del grande uomo dipende dalla lunga serie di complesse influenze che ha prodotto la razza in cui egli appare, e lo stato sociale in cui quella razza è lentamente cresciuta… Prima che egli possa rifare la sua società, la sua società deve fare lui. »
(The Study of Sociology, 1896[6])

Gli editori dell'autorevole Encyclopédie francese del Settecento erano ideologicamente contrari alle biografie: a loro parere, erano già stati versati troppi fiumi d'inchiostro sulle agiografie di Padri della Chiesa e sulle gesta di sovrani, mentre non si parlava abbastanza dell'uomo medio, o della vita in generale. Con questo intendimento, la Encyclopédie era quasi priva di biografie. Tuttavia, non vi era accordo su questo appunto tra gli enciclopedisti, perciò alcune biografie sono state "occultate" in altre voci; ad esempio, la voce su Wolstrope (Inghilterra) riguarda quasi interamente la vita di Newton.[7]

Un altro oppositore notorio della dottrina discussa in questa voce era Lev Nikolaevič Tolstoj, che dedicò l'intera apertura (un brano effettivamente poco consono ad un romanzo, ma molto di più assimilabile ad un saggio) del terzo volume di Guerra e pace alla relativa confutazione, assumendo le guerre napoleoniche quale esempio esplicativo della tesi.

Nella cultura contemporanea la teoria del grande uomo, come spiegazione singolare di perché avvengono i fatti, non gode di particolare favore. Gli storici per lo più ritengono che altri fattori - economia, società, ambiente, tecnologia - siano altrettanto importanti (o più importanti) dell'azione dei grandi uomini nell'influire sulla storia. Molti storici pensano che una storia che gravita solo su singole persone, specie quando la loro importanza è connessa principalmente alla loro condizione sociale, rappresenti una visione angusta della storia, che può non tener alcun conto di interi gruppi sociali quali protagonisti storici. L'approccio detto "storia popolare"[8] offre una visione storiografica più ampia.

La critica si è allargata ad altri campi, quali la critica letteraria, nel cui ambito il New Historicism[9] (Nuovo storicismo) di Stephen Greenblatt[10] afferma che le società — e non soltanto gli autori — giocano un ruolo nella produzione artistica. Anche il romanzo Delitto e castigo contiene critiche alla teoria del grande uomo.

Nietzsche critico di Carlyle[modifica | modifica wikitesto]

Una critica della teoria di Carlyle, quella di Friedrich Nietzsche, merita di essere trattata separatamente, in quanto spesso si è portati a credere, per motivi plausibili, che ci siano delle affinità di vedute tra la filosofia di Carlyle e quella nietzscheana del superuomo e della morale aristocratica. Tuttavia, ad un'attenta e completa lettura, le cose possono apparire diversamente. Vale la pena, dunque, di riportare alcune citazioni di Nietzsche nei riguardi di Carlyle:

« La parola «superuomo», che designa un tipo ben riuscito al massimo grado, in contrapposizione all'uomo «moderno», all'uomo «buono», ai cristiani e altri nichilisti [...] è stata intesa quasi ovunque, con totale innocenza, nel senso proprio di quegli stessi valori il cui opposto si è manifestato nella figura di Zarathustra, cioè come tipo «idealistico» di una specie superiore di uomo, mezzo «santo», mezzo «genio» ... Altri dotti bestioni mi hanno sospettato per questo di darwinismo; hanno persino trovato segni di quel «culto degli eroi», da me così duramente respinto, di quel grande falsario inconsapevole e involontario, Carlyle. »
(Ecce Homo, 1888[11])
« Ho letto la vita di Thomas Carlyle, questa farsa inconsapevole e involontaria, questa interpretazione eroico-morale di stati dispeptici. - Carlyle, un uomo dalle parole e dagli atteggiamenti vigorosi, un retore per necessità, costantemente punzecchiato dal desiderio di una fede robusta e dal sentimento della propria incapacità a conseguirla (- in questo un tipico romantico!). Il desiderio di una fede robusta non è la prova di una fede robusta, ma piuttosto il contrario. [...] Carlyle stordisce qualcosa in se stesso con il fortissimo della sua adorazione per gli uomini di fede robusta e con il suo furore contro i meno sempliciotti: gli è necessario lo strepito. »
(Il crepuscolo degli idoli, 1889[12])

Interessante è l'aforisma 298 di Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881), Il culto degli eroi e i suoi fanatici, dedicato esclusivamente, come da titolo, a questo tema.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Adolf Hitler, Mein Kampf, 1925, pagg. 78-79
  2. ^ Hirsch, E.D. The New Dictionary of Cultural Literacy (Third Edition), Houghton Mifflin Company, Boston, 2002.
  3. ^ Carlyle, Thomas. On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Fredrick A. Stokes & Brother, New York, 1888. p. 2.
  4. ^
  5. ^ Segal, Robert A. Hero Myths, Wiley-Blackwell, 2000, p. 3.
  6. ^ Spencer, Herbert. The Study of Sociology, Appleton, 1896, p. 34.
  7. ^ ENCYCLOPEDIA OR REASON DICTIONARY — SCIENCE OF ARTS AND TRADES
  8. ^ People's History of the World
  9. ^ New Historicism
  10. ^ American Repertory Theatre's production page for Cardenio
  11. ^ Nietzsche, Friedrich. Ecce Homo (1888), Adelphi, Milano, 2007, p. 57.
  12. ^ Nietzsche, Friedrich. Il crepuscolo degli idoli (1889), Adelphi, Milano, 2007, p. 90.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]