Teoria del complotto sull'attacco di Pearl Harbor

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow.pngVoce principale: Attacco di Pearl Harbor.

La teoria del complotto sull'attacco di Pearl Harbor è stata elaborata nel tempo da varie fonti statunitensi e non, per accreditare la tesi secondo la quale il presidente Franklin Delano Roosevelt avrebbe ritardato volutamente l'informativa al comando della flotta del Pacifico riguardo all'attacco nipponico per spingere gli Stati Uniti in guerra contro l'Asse.

Teorie[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo l'attacco di Pearl Harbor sorsero polemiche e dubbi sullo svolgimento dei fatti e sulle responsabilità politiche e militari dell'accaduto; sul momento la commissione Roberts (la prima delle otto che nel corso degli anni si sono occupate dei fatti di Pearl Harbor) ritenne gravemente negligenti e colpevoli di scarsa preparazione soprattutto gli ammiragli Stark e Kimmel e il generale Short che vennero tutti sostituiti.[1] In particolare l'ammiraglio Kimmel venne accusato di scarsa prontezza operativa e di non aver dato credito agli avvertimenti di guerra imminente diramati da Knox e Stark il 27 novembre.[2] Peraltro il successore di Kimmel, ammiraglio Chester Nimitz, difese in parte il collega affermando che era stata una fortuna per gli USA il mancato intervento della flotta contro la forza d'attacco giapponese che, essendo nettamente superiore, avrebbe potuto distruggere tutte le navi statunitensi in alto mare.[3]

Il Congresso istituì una commissione di inchiesta nel 1946 che tenne una serie di approfondite sedute (hearings) che si conclusero con la conferma delle responsabilità militari dei comandanti sul posto, ma anche dei dirigenti a Washington, in particolare Knox, Stark, Marshall e lo stesso Roosevelt, colpevoli di aver sottovalutato la minaccia.[4] Un'altra corrente di pensiero ritenne molto dubbio l'andamento della vicenda e non accettò la versione ufficiale; guidata dal contrammiraglio Robert Alfred Theobald, accusò soprattutto Roosevelt di aver favorito l'attacco nemico, negando, pur essendo informato dettagliatamente dei progetti giapponesi tramite il sistema Magic, notizie dell'attacco all'ammiraglio Kimmel.[5] Tale tesi sembrò in parte confermata dalla politica intransigente verso il Giappone portata avanti da Roosevelt e Hull e dall'atteggiamento di calma e serenità del Presidente alla notizia dell'attacco, che in pratica risolveva i suoi problemi con l'opinione pubblica statunitense[6] e rendeva inevitabile l'entrata in guerra degli Stati Uniti.[7]

Le tesi cospirazionista del contrammiraglio Theobald venne respinta negli anni sessanta e settanta da studiosi come Barbara Wohlstetter, Gordon Prange, Basil Liddell Hart[8] e Peter Herde[9] che, pur sottolineando il desiderio di Roosevelt di essere attaccato, confermarono le conclusioni della commissione congressuale e ritornarono alla teoria della mancanza di vigilanza e dell'eccessivo ottimismo degli statunitensi, concentrati sulle possibili minacce contro le Filippine e la Malesia e sicuri dell'inattaccabilità delle Hawaii.[10] Inoltre venne sottolineato come i documenti decodificati da Magic non facevano riferimento a Pearl Harbor, che i codici navali della flotta giapponese non erano ancora stati decifrati nel dicembre 1941 e che le portaerei, essendo avanzate in totale silenzio radio, non erano state identificate dal servizio informazioni statunitense.[11]

Nel 2000 il fotografo Robert Stinnett, dopo un lungo lavoro di ricerca favorito anche dall'autorizzazione nel 1979, da parte del presidente Jimmy Carter, di rendere disponibili i testi tradotti delle intercettazioni dei messaggi della marina nipponica di quel periodo, e dell'applicazione più aperta del Freedom of Information Act, ha riproposto la teoria della cospirazione architettata da Roosevelt e i suoi collaboratori per indurre i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor; le tesi di Stinnett in sitesi sono che:

  • Il 7 ottobre 1940 il capitano di corvetta Arthur McCollum, capo dell'ONI (Office of Naval Intelligence) per l'Estremo Oriente, avrebbe presentato a Roosevelt un piano in otto punti per provocare l'attacco giapponese contro gli Stati Uniti che sarebbe stato fedelmente applicato dal presidente nei mesi seguenti.[12]. Di fatto le medesime ricerche di Stinnett non hanno portato alla luce alcuna prova che il memorandum di McCollum sia mai stato inoltrato né che Roosevelt lo abbia mai letto. Il medesimo Arthur McCollum, intervistato, non ha mai citato questo fantomatico piano. Fu proprio McCollum, invece, a smontare il precedente lavoro di Theobald[13]. McCollum, inoltre, nel corso della testimonianza resa al Joint Committee of Congress sostiene esplicitamente che Roosevelt non tentò in alcun modo di spingere il Giappone all'attacco[14].
  • All'ammiraglio Kimmel sarebbe stato impedito di condurre esercitazioni che avrebbero fatto scoprire la flotta giapponese in arrivo. Questa affermazione si baserebbe sulla testimonianza dell'ammiraglio Richmond Turner (all'epoca direttore dell'ufficio Pianificazioni Navali a Washington) in cui si affermerebbe che l'area attraversata dalla flotta giapponese sarebbe stata intenzionalmente interdetta alle navi statunitensi[15]. Tale testimonianza non corrisponde tuttavia con quanto asserito da Turner e risulta confezionata dal medesimo Stinnett unendo parti diverse delle sue dichiarazioni[16]. Del resto, il medesimo ammiraglio Kimmel non ha mai sostenuto che gli sia stato deliberatamente impedito in alcun modo di scoprire la flotta nemica[17].
  • Le navi della forza d'attacco dell'ammiraglio Nagumo non avrebbero mantenuto il silenzio radio ma avrebbero rilasciato una serie di messaggi che sarebbero stati intercettati dalle stazioni di ascolto alleate.[18] Tuttavia nessuno dei messaggi che Stinnett attribuisce alla flotta giapponese viene correttamente identificato e questa affermazione risulta basata semplicemente su un precedente testo di matrice cospirazionista[19]. Al contrario è storicamente accertato che un accurato silenzio radio fu tenuto durante tutta la fase di avvicinamento[20].
  • I messaggi radio riguardanti la pianificazione dell'attacco sarebbero stati intercettati e decifrati dai servizi statunitensi[21]. Tale affermazione è in contrasto con quanto storicamente accertato dai maggiori esperti di comunicazioni cifrate[22].

In sostanza, il lavoro di Stinnett è stato fortemente criticato da altri studiosi e le sue deduzioni sono state ritenute non esatte.[23]

Si tenga comunque conto che i servizi segreti britannici e dell'FBI avevano delle informative su possibili attacchi a quasi tutte le installazioni militari statunitensi (sabotaggi, attacchi aerei o navali, spionaggio) attribuite alle potenze dell'Asse o all'URSS (percepita già dai servizi informativi dell'FBI come la maggiore minaccia).[24]

La possibilità di un attacco a Pearl Harbor (formulata in maniera incompleta e deficitaria) arrivò alle orecchie di John Edgar Hoover, l'allora direttore dell'FBI, attraverso dei contatti informali con i servizi segreti britannici (Double-Cross System, MI5 e MI6), che passarono agli USA uno dei loro migliori agenti, il doppiogiochista jugoslavo Dušan Popov. Nel maggio 1941 Popov fu spedito dai tedeschi negli USA, dove avrebbe dovuto gestire una rete di spionaggio tedesca. Invece i britannici lo utilizzarono per fare il doppio gioco a loro favore coinvolgendo anche gli statunitensi, informati dallo jugoslavo riguardo al fatto che lo spionaggio giapponese aveva chiesto alla marina tedesca ed italiana informazioni sull'attacco di Taranto e sulla relativa opinione che i tedeschi avevano sviluppato circa un analogo piano giapponese entro la fine del 1941. I tedeschi chiesero, per conto dei giapponesi (che avevano poche spie negli USA) una serie di informazioni ("il questionario") su Pearl Harbor e le altre installazioni militari alle Hawaii. Queste informazioni però non precisavano che vi fosse l'intenzione di attaccare il porto, ma sia Popov che l'MI6 conclusero che questa era un'opzione molto probabile e comunicarono la loro sensazione a Hoover e all'FBI il 12 e 14 agosto 1941. L'agente di contatto Foxworth classificò questo questionario come una trappola dello spionaggio tedesco, opinione condivisa almeno in parte dal suo collega Connelley, mentre il direttore dell'operazione Popov nell'FBI, Charles Lanman, decise di non permettergli di andare alle Hawaii (facendo insospettire i tedeschi). Alla fine Hoover incontrò Popov, ma solo per criticare il suo stile di vita "dissoluto" e non tenendo in gran conto le informazioni che gli aveva fornito, marginalizzando il suo contributo e iniziando a spiarlo come possibile vero agente al servizio dei tedeschi. Hoover diffamò Popov verso l'MI6 (che comunque sospettava di un possibile attacco giapponese alle Hawaii anche per altre fonti, anche se non ne immaginò mai la portata) e non informò nessuno dei suoi superiori ed in particolare William J. Donovan (capo del nascente OSS, ovvero i servizi segreti) e Roosevelt. Anche se incomplete, le informazioni fornite da Popov, così come altre di provenienza del MI6, avrebbero potuto mettere sull'avviso gli statunitensi, ma fino al 1941 l'FBI (ed in parte anche l'OSS) fu decisamente ostile ai britannici, evitò la collaborazione e non diede mai troppo credito alle informative che essi fornivano.[24]

Subito dopo l'attacco Hoover si accorse di aver commesso un grave errore, diventando uno dei registi occulti delle teorie cospirative contro Roosevelt (che non amava anche per altri motivi), in modo da creare una sorta di polverone attorno alla propria negligenza. Si può dire che molto del materiale relativo alle teorie cospirative derivi dalla copertura usata da J. Edgar Hoover verso le proprie responsabilità e come tattica dell'agenzia per cercare di scalzare Roosevelt, soprattutto dopo la fine del 1944 quando quest'ultimo iniziò a pensare alle dimissioni di Hoover e all'esclusione dell'FBI dallo spionaggio estero, come poi effettivamente sarebbe successo.[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ledet, p. 74.
  2. ^ Smith, p. 10.
  3. ^ Bauer 1968, p. 33.
  4. ^ Bauer, pp. 227-228.
  5. ^ Bauer, pp. 227-231.
  6. ^ Un sondaggio di opinioni pubblicato a fine gennaio 1941 aveva rivelato che, mentre il 79% della popolazione statunitense riteneva errato venire a patti con Hitler, ben l'88% era contrario ad un intervento militare del proprio paese nella guerra che dilaniava l'Europa. Vedi: Stinnett, p. 52.
  7. ^ Vitali, pp. 171-173. Secondo un assistente di Roosevelt, Jonathan Daniels, la reazione del presidente dopo l'attacco fu descritta così: «The blow was heavier than he had hoped it would necessarily be. [...] But the risks paid off; even the loss was worth the price. [...]» (Il colpo fu più pesante di quello che lui aveva sperato fosse necessario. Ma il rischio pagò; anche la perdita valse il prezzo pagato.). Vedi: Isabel Leighton, 1941 - Pearl Harbor Sunday: The End of an Era, in "The Aspirin Age - 1919-1941", New York, Simon and Schuster, 1949. p. 490.
  8. ^ Liddell Hart scrisse: «il colpo di Pearl Harbor nel 1941 costituì un tale shock da suscitare non solo quasi unanimi critiche verso le autorità capeggiate dal presidente Roosevelt, ma anche il profondo sospetto che il disastro fosse da attribuire a fattori più gravi della cecità e della confusione.» e poi: «In realtà, anche se da tempo il presidente Roosevelt sperava e cercava di trovare un modo per far scendere in guerra l'America contro Hitler, quanto si sa con certezza della presunzione e degli errori di calcolo degli alti esponenti dell'esercito e della marina è sufficiente a ridimensionare le tesi di quegli storici americani "revisionisti" [virgolettato nel testo, n.d.r.], i quali sostengono, sulla base di prove scarse e tutt'altro che convincenti, che Roosevelt escogitò e preparò il disastro di Pearl Harbor per spingere il paese ad entrare in guerra.». Vedi: Hart, p. 303.
  9. ^ Herde, p. 336.
  10. ^ Bauer, pp. 228-230.
  11. ^ Herde, p. 373.
  12. ^ Stinnett, pp. 25-28
  13. ^ Admiral Arthur McCollum, “The Calamitous 7th” The Saturday Review of Literature, 29 maggio 1954
  14. ^ United States Congress, Sezione 8, pp. 2447-3443.
  15. ^ Stinnett, pp. 144.
  16. ^ United States Congress, Sezione 4, p. 1942.
  17. ^ United States Congress, Sezione 6, pp. 2521-2523.
  18. ^ Stinnett, pp. 65-73.
  19. ^ Stinnett, pp. 189, 190, 194, 197.
  20. ^ Prange, pp. 166-167, 227, 441, 548 e 573; Gannon, pp. 182-183, 185, 204 e 208; Goldstein, Dillon; Kahn.
  21. ^ Stinnett, pp. 38-41
  22. ^ Budianski; John Prados, Combined Fleet Decoded, The Complete History of American Intelligence and the Japanese Navy in World War II; Smith 2000.
  23. ^ Una critica dettagliata può essere letta in A Deceitful Book: Robert B. Stinnett’s book Day of Deceit. URL consultato il 24 gennaio 2012..
  24. ^ a b c A. Summers, La vita degreta di J. Edgar Hoover, direttore dell'FBI, pp. 190-204. D. Popov, Spy Counter-Spy.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, Milano, De Agostini, 1968, ISBN non esistente.
  • (EN) Stephen Budianski, Battle of Wits – The Complete Story of Codebreaking in World War II, New York, The Free Press, 2000, ISBN 0743217349.
  • (EN) Michael Gannon, Pearl Harbor Betrayed, New York, Henry Holt and Company, 2001, ISBN 0805071822.
  • (EN) Donald M. Goldstein, Katherine V. Dillon, The Pearl Harbor Papers, Prange Enterprises, 1993, ISBN 1574882228.
  • Basil Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, 2009ª ed., Milano, Mondadori, ISBN 978-88-04-42151-1.
  • Peter Herde, Pearl Harbor, 1986ª ed., Milano, Rizzoli, ISBN 88-17-33379-4.
  • (EN) David Kahn, The Codebreakers, Macmillan, 1967, ISBN non esistente.
  • (FR) Michel Ledet, Pearl Harbor: le pacifique s'embrase!, Batailles aeriennes n°6, 1998.
  • D. Popov, Spy Counter-Spy, St. Albans, UK, Panther, 1976 ISBN non esistente.
  • (EN) Gordon W. Prange, At Dawn We Slept, New York, McGraw-Hill Book Company, 1981, ISBN 0070506698.
  • Carl Smith, Tora, tora, tora - Il giorno del disonore, 2009ª ed., Milano, RBA Italia, ISBN non esistente.
  • Robert B. Stinnett, Il giorno dell'inganno, 2001ª ed., Milano, Il Saggiatore, ISBN 88-428-0939-X.
  • A. Summers, La vita degreta di J. Edgar Hoover, direttore dell'FBI, Bompiani, 1993-2012, ISBN non esistente.
  • (EN) United States Congress. Joint Committee on the Investigation of the Pearl Harbor Attack, Alben William Barkley, Homer Ferguson, Owen Brewster, Investigation of the Pearl Harbor attack, Washington, U.S. Govt. Print. Off., 1946, ISBN non esistente.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

seconda guerra mondiale Portale Seconda guerra mondiale: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di seconda guerra mondiale