Teologia della Croce

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La Teologia della Croce (in latino: Theologia Crucis) è un termine coniato dal teologo tedesco Martin Lutero per riferirsi ad una teologia che indica la croce come l'unica sorgente di conoscenza riguardo chi sia Dio e come Dio porti la salvezza. Si mette in contrasto con la teologia della gloria (theologia gloriae), che pone un maggiore enfasi sulle abilità umane e la ragione umana.

La Theologia Crucis come definita da Lutero[modifica | modifica sorgente]

In effetti il termine theologia crucis venne usato molto raramente da Lutero. Per la prima volta utilizza il termine, ed esplicitamente lo definisce in contrasto con la teologia della gloria, nella Disputa tenuta a Heidelberg nel 1518. Durante questo dibattito rappresentava il pensiero degli Agostiniani e presentava le sue tesi che in seguito avrebbero dato il via al movimento della Riforma luterana.

Tesi di Martin Lutero[modifica | modifica sorgente]

Le tesi teologiche pertinenti del dibattito sono[1]:

  1. La legge di Dio, che è la dottrina di vita più salutare, non può far progredire l'uomo nella sua via verso la giustizia, ma piuttosto lo confonde e gliela occulta.
  2. Molto meno possono le opere umane portare verso la giustizia, dal momento che queste vengono fatte e rifatte con l'aiuto dei precetti naturali.
  3. Anche se le opere dell'uomo sempre appaiono attraenti e buone, ma nonostante tutto saranno verosimilmente peccati mortali.
  4. Anche se le opere di Dio sempre sembrano poco attraenti e spesso malvagie, sono comunque meriti eterni.
  5. Le opere umane non sono peccati mortali (parliamo di opere che sono apparentemente buone),
  6. Le opere di Dio (parliamo di quelle che lui esegue servendosi dell'uomo) non sono allora meriti, anche se fossero prive di peccato.
  7. Le opere dei giusti sarebbero peccati mortali se non fossero temute come peccati mortali dagli stessi giusti che non fossero timorati di Dio.
  8. Per questo le opere dell'uomo sono molto più spesso peccati mortali quando sono eseguite senza timore e in una inadulterata, maligna auto-rassicurazione.
  9. Il dire che le opere senza Cristo sono morte, ma non sono peccati mortali, sembra costituire una pericolosa resa del timore di Dio.
  10. Infatti, è molto difficile vedere com un'opera possa essere morta e allo stesso tempo non sia un peccato deleterio e mortale.
  11. L'arroganza non può essere evitata oppure la vera speranza non può essere presente a meno che si tema un giudizio di condanna per ogni opera fatta.
  12. Al cospetto di Dio i peccati sono davvero veniali quando gli uomini temono che siano mortali.
  13. Dopo la caduta, il libero arbitrio, esiste soltanto di nome, e così a lungo come esegue quello che è capace di fare, commette un peccato mortale.
  14. Il libero arbitrio, dopo la caduta, ha il potere di fare il bene soltanto come capacità passiva, ma può esercitare il male in capacità maligna.
  15. E neanche il libero potrebbe perdurare in uno stato di innocenza, e molto meno fare il bene, come una capacità attiva, ma soltanto come capacità passiva.
  16. La persona che crede che può ottenere la grazia facendo quello che è in Lui aggiunge peccato a peccato e in questo modo diventa doppiamente colpevole .
  17. E neanche il parlare in questa maniera gli dà ragione per disperarsi, ma per far emergere il desiderio di auto-umiliarsi per ottenere la grazia di Cristo.
  18. Ed è sicuro che l'uomo deve cadere nel profondo della disperazione per le sue proprie inabilità prima di essere preparato a ricevere la grazia di Cristo.
  19. Quella persona non merita essere chiamato teologo, che medita sulle cose invisibili di Dio anche se queste fossero chiaramente percepibili in quegli eventi che in effetti sono accaduti.
  20. Nonostante tutto merita di essere definito teologo, colui che comprende le cose visibile e manifeste di Dio viste attraverso la sofferenza e la croce.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Fonti e bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Jaroslav Pelikan and Helmut Lehmann, gen. eds., Luther's Works, (St. Louis: Concordia Publishing House, Philadelphia: Fortress Press, 1955-86), 55 vols., 31:39-40

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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