Tempio di Minerva Medica

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Ninfeo degli Orti Liciniani
Tempio di Minerva Medica
Vista dell'esterno del Tempio di Minerva Medica.
Vista dell'esterno del Tempio di Minerva Medica.
Geografia politica
Stato bandiera Italia
Regione Stemma Lazio
Provincia stemma Roma
Comune Roma
Patrimonio UNESCO.png
UNESCO - Patrimonio dell'Umanità
Tipologia Culturali
Criterio (i)(ii)(iii)(iv)(vi)
Pericolo Non in pericolo[senza fonte]
Anno 1980
Numero 91
Amministrazione
Ente Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma
Responsabile Anna Maria Moretti
sito web
Il "Tempio di Minerva Medica" in una incisione di Giovanni Battista Piranesi (1756)
Veduta con il Tempio di Minerva Medica e un acquedotto. In un dipinto di Paolo Anesi. Olio su tela, 45 x 34 cm. Collezione M (Collezione Privata), Roma.
Interno

Il cosiddetto tempio di Minerva Medica è un edificio romano in via Giolitti, nel Rione Esquilino di Roma. L'imponente costruzione a cupola risale presumibilmente all'inizio del IV secolo d.C. e si trova oggi isolata in una situazione urbanistica degradata, visibile dai treni che entrano o escono dalla stazione Termini.

Indice

[modifica] Storia

Originariamente non si trattava di un tempio, come fu creduto erroneamente per lungo tempo, ma di una sala monumentale all'interno del recinto di una lussuosa residenza extraurbana che occupava in antico la zona, tra la Chiesa di Santa Bibiana e Porta Maggiore, sull'asse viario che usciva dalla Porta Esquilina, corrispondente probabilmente al complesso degli Horti Liciniani.[1]

La costruzione, a pianta centrale decagonale, era probabilmente un ninfeo, anche se è stata avanzata l'ipotesi che si tratti di uno spazio a carattere termale, considerato il vasto ipocausto rinvenuto sotto una parte del complesso edilizio,[2] oppure di una sala triclinare.

Il padiglione, comunque con destinazione di rappresentanza e di svago, doveva probabilmente far parte di un più vasto complesso edilizio, forse di proprietà imperiale.

A partire dal V secolo, in conseguenza del completo spopolamento della zona dell'Esquilino, rimase in stato di abbandono come isolata presenza monumentale nella campagna.

L'edificio fu conosciuto fino a metà del XVI secolo come Basilica Gai et Luci, travisando il toponimo popolare "Terme Gallice".[3]

Nel corso del Rinascimento fu oggetto di interesse da parte di diversi architetti, tanto da essere indicato come modello per alcuni progetti fiorentini fin dal XV secolo ed in particolare la rotonda della Basilica della Santissima Annunziata e la Rotonda di Santa Maria degli Angeli di Filippo Brunelleschi che pare avesse studiato l'edificio durante i suoi viaggi a Roma, per escogitare il modo di costruire la cupola di Santa Maria del Fiore.

Nel XVI secolo la struttura si presentava in migliori condizioni rispetto a oggi e richiamò l'attenzione di molti artisti come Giuliano da Sangallo, Baldassarre Peruzzi e Palladio, che la disegnarono dandoci informazioni sulla conformazione originaria.

Nel corso del XVI secolo vi furono ritrovamenti di oggetti artistici e statue nei dintorni dell'edificio. Vasi metallici, medaglie e frammenti di statue furono rinvenuti in una vigna[4] alle spalle dell'edificio, che si presentava parzialmente interrato e fu scavato per la prima volta verso il 1550 trovandovi statue in pezzi. Alcuni reperti trovati in vari punti degli Horti furono donati a Giulio III per adornare Villa Giulia.

Stando a Rodolfo Lanciani, la confusione che fece identificare il padiglione come "tempio" sorse quando, nel XVII secolo, si individuò come proveniente da questi scavi una statua di Minerva con ai piedi un serpente (animale sacro ad Esculapio), che era stata trovata in realtà in Campo Marzio (ora è ai Musei Vaticani). In realtà la denominazione è anteriore, tanto da essere utilizzata da Pirro Ligorio che studiò l'edificio. La fonte dell'equivoco potrebbe quindi essere stata un'interpretazione delle fonti che indicavano un tempio di Minerva nell'area o il rinvenimento di un ricco corredo votivo nei pressi della vicina via Labicana.[5]

Nel 1828, dopo un periodo in cui il rudere - nonostante l'interesse degli artisti - continuò ad essere oggetto di spoliazioni di materiali, crollò la sommità della cupola e l'edificio restò a lungo in abbandono con un peggioramento delle condizioni generali.

Tra il 1878 ed il 1879, durante i tumultuosi lavori di urbanizzazione che cambiarono drasticamente l'aspetto di tutto l'Esquilino, furono rinvenute statue ed elementi di decorazione architettonica.

Oggi l'edificio si presenta in condizioni piuttosto precarie, nonostante i parziali restauri del 1942 e del 1967. Dopo un'ampia e recente campagna di saggi e studi, attende un intervento complessivo di consolidamento e valorizzazione.

La Minerva detta "Giustiniani" (Musei Vaticani), che erroneamente si diceva trovata nel sito, è forse l'origine della denominazione dell'edificio

[modifica] Descrizione

Si tratta di una vasta sala a pianta decagonale coperta da una cupola sostanzialmente emisferica ma con centro ribassato, che, con il suo diametro di 25 metri, è una delle maggiori dell'architettura romana.[6]

Su nove lati del perimetro si aprono delle nicchie semicircolari, non tutte conservate, che sporgono esternamente e che forse ospitavano statue, mentre sul decimo lato, a nord, si trova l'ingresso sovrastato da un arco a tutto sesto. In tal modo la cupola appoggia sostanzialmente su dieci pilasti posti ai vertici del decagono.

I muri perimetrali sono in opus testaceum e risalgono, da un'analisi dei bolli dei mattoni, all’epoca di Massenzio. I resti di alcune strutture accessorie in opus listatum con alternanza di mattoni e tufelli, i cui muri sono conservati per un’altezza di circa un metro, risalgono probabilmente ad una fase costruttiva poco successiva e sono le tracce superstiti del complesso edilizio che doveva accompagnare la grande sala (vano biabsidato a nord, grande esedra a est), oltre che di un intervento di consolidamento subito successivo alla costruzione (due contrafforti esterni a sud). I collegamenti con il resto del complesso dovevano avvenire tramite alcune delle nicchie che in origine era aperte da colonnati.[7]

Sopra gli arconi delle nicchie si trova il tamburo decagono con contrafforti negli angoli e dieci finestroni. La forma decagonale passa in modo impercettibile, tramite una piccola cornice, al perimetro circolare della cupola, solo in parte conservata, che si presenta con nervature radiali in laterizio e strati orizzontali di calcestruzzo di tufo progressivamente alleggerito con pomice. L'esistenza di un oculo al centro della cupola è solo ipotetica.[8]

L’apparato decorativo è stato oggetto di spoliazioni durate secoli. La cupola era coperta da mosaici mentre i pavimenti erano realizzati in opus sectile con lastre di porfido ed altri marmi colorati e mosaici. L'interno era ricoperto di marmi con trabeazione, lesene e colonne, forse d'ordine corinzio. L'esterno della cupola è costituita da cinque gradoni in pietra e tufo.[9]

Dionisio con pantera, una delle statue rinvenute nei pressi del Tempio di Minerva Medica

[modifica] Le statue ritrovate

Tra il 1878 ed il 1879 furono rinvenute nell'area dell'edificio numerosi reperti artistici tra cui anche statue in pezzi, inserite all'interno di murature tardoantiche,[10], che, restaurate, costituiscono un'importante nucleo scultoreo all'interno dei Musei Capitolini, nella sede della Centrale Montemartini.

Le sculture più importanti sono un Dionisio con pantera, un Satiro danzante, una Fanciulla seduta e due magistrati in atto di dar inizio ad una gara.[11]

[modifica] Rapporti con la cultura architettonica antica e tardoantica

Con la cupola accennata a tondo, è un esempio precursore degli edifici ecclesiastici bizantini a pianta centrale, come Santa Sofia a Costantinopoli, contrapposti al modello rettangolare delle basiliche romane (a Roma, l'esempio più noto di mausoleo a pianta centrale "cristianizzato" è rappresentato da santa Costanza).

[modifica] Note

  1. ^ Maddalena Cima, Horti Liciniani, in E. La Rocca e S. Ensoli (a cura di), Aurea Roma: dalla città pagana alla città cristiana, catalogo della mostra, Roma 2001, pp. 97-103, ISBN 8882651266.
  2. ^ A. Biasci, Il padiglione del “Tempio di Minerva Medica” a Roma: struttura, tecniche di costruzione e particolari inediti, in Science and Technology for Cultural Heritage, n. 9, 2000, pp. 67-88.
  3. ^ Maddalena Cima, Gli Horti Liciniani: una residenza imperiale nella tarda antichità, in Maddalena Cima e Eugenio La Rocca (a cura di), Horti romani, Atti del Convegno internazionale, Roma 1998, ISBN 8882650219.
  4. ^ M. Cima, op cit., 2001.
  5. ^ M. Cima, op. cit., 2001.
  6. ^ A. Biasci, op. cit.
  7. ^ A. Biasci, op. cit..
  8. ^ A. Biasci, op. cit.
  9. ^ A. Biasci, op. cit.
  10. ^ Non è chiaro se all'esterno o all'interno dell'edificio: vd. Cima, op. cit., 2001.
  11. ^ Maddalena Cima, op. cit., 1998.

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