Tempesta (Giorgione)

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Tempesta
Tempesta
Autore Giorgione
Data 1505-1508 circa
Tecnica olio su tela
Dimensioni 82 cm × 73 cm 
Ubicazione Gallerie dell'Accademia, Venezia
Dettaglio
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Il rilievo dell'Amadeo alla Cappella Colleoni

La Tempesta è un dipinto a olio su tela (82x73 cm) di Giorgione, databile al 1505-1508 circa e conservato nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia. Celeberrimo capolavoro, si tratta di un appassionato omaggio alla magia della natura, oggetto di innumerevoli, e ancora non definitive, ipotesi interpretative e letture[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'opera è citata nel 1530 da Marcantonio Michiel che parlò di un "paesetto in tela con la tempesta con la cigana e il soldato, fu de man de Zorzi de Castelfranco" nell'abitazione di Gabriele Vendramin, che probabilmente ne era stato il committente[2]. Si tratta di un semplice appunto che Michiel avrebbe poi voluto sviluppare in un trattato, sulle Vite de' pittori e scultori moderni, prima di essere preceduto dal Vasari[3].

Alla morte del Vendramin, il suo testamento (aggiunta del 15 marzo 1522) chiarisce in quanto conto egli tenesse la raccolta privata di dipinti del suo camerino: "molte picture a ogio et a guazo in tavole et tele, tute de man de excelentissimi homeni, da pretio et da farne gran conto". Si raccomandò quindi agli eredi di non alienare né smembrare per alcuna ragione la raccolta[4].

Sebbene non vi siano dubbi sull'autografia, che ne fa uno dei pochi capisaldi nel catalogo giorgionesco, la datazione subisce varie oscillazioni da studioso a studioso, contenute comunque nell'arco che va dal 1500 al 1510, anno della morte dell'artista.

A partire dal XIX secolo l'opera è divenuta oggetto di innumerevoli tentativi di interpretazione, dispute tra gli studiosi e saggi critici[4].

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni hanno definito l'opera come il primo paesaggio della storia dell'arte occidentale, anche se tale affermazione non tiene conto di disegni (come il Paesaggio con fiume di Leonardo, 1478) o acquerelli (come quelli di Dürer, databili fin dagli anni novanta del Quattrocento). Non è nemmeno detto che il paesaggio sia realmente il soggetto del dipinto, poiché vi compaiono tre figure in primo piano, che probabilmente alludono a un significato allegorico o filosofico che è il reale soggetto della tela e che non è ancora stato convincentemente spiegato dagli studiosi. Alcuni sono anche arrivati ad ipotizzare che il dipinto segni la nascita di immagini "senza soggetto", nate dalla fantasia dell'autore senza suggerimenti esterni, quali espressioni dello stato d'animo[4].

In primo piano, sulla destra, una donna seminuda allatta un bambino (la "cigana" o "zigagna" cioè la zingara), mentre a sinistra un uomo in piedi li guarda, appoggiato a un'asta (il "soldato"); tra le due figure sono rappresentate alcune rovine. I personaggi sono assorti, non c'è dialogo fra loro, sono divisi da un ruscelletto.

Sullo sfondo, invece, si nota un fiume che costeggia una città passando sotto un ponte, che sta per essere investito da un temporale: un fulmine, infatti, balena da una delle dense nubi che occupano il cielo.

Da un punto di vista stilistico, in quest'opera Giorgione rinunciò alla minuzia descrittiva dei primi dipinti (come la Prova di Mosè e il Giudizio di Salomone agli Uffizi), per arrivare a un impasto cromatico più ricco e sfumato, memore della prospettiva aerea leonardiana (verosimilmente mutuata dalle opere dei leonardeschi a Venezia), ma anche delle suggestioni nordiche, della scuola danubiana[1]. La straordinaria tessitura luminosa è leggibile, ad esempio, nella paziente tessitura del fogliame degli alberi e del loro contrasto con lo sfondo scuro delle nubi[1].

Giulio Carlo Argan evidenzia l'aspetto filosofico sotteso a quest'opera e scrive: " Appunto questa relazione profonda, vitale, irrazionale tra natura e humanitas costituisce la poesia di Giorgione: una poesia che ha anch'essa la sua determinazione storica nel panteismo naturalistico di Lucrezio ".[5]

Ipotesi interpretative[modifica | modifica wikitesto]

Numerose sono le ipotesi sul significato dell'opera: da episodi biblici, come il ritrovamento di Mosè, a mitologici, Giove ed Io, ad allegorici, Fortuna, Fortezza e Carità[6].

Le possibili interpretazioni sono molte (basate sulla lettura di episodi biblici, dottrine filosofiche...), ma nessuna di queste al momento sembra abbastanza soddisfacente. Ad esempio le interpretazioni basate sulla dualità (uomo-donna, città-ambiente naturale) hanno perso consistenza da quando è stato appurato radiograficamente che al posto dell'uomo era raffigurata una donna nuda.

Per esempio si riportano quattro letture differenti date da altrettanti studiosi del XX secolo su quest'opera:

  • Edgard Wind sostenne che la Tempesta sia un grande collage dove la figura maschile rappresenterebbe un soldato, simbolo di forza, mentre la figura femminile andrebbe letta come la Carità, dato che, nella tradizione romana, la carità era rappresentata da una donna che allatta. Forza e carità dovrebbero quindi convivere con i rovesci della natura (il fulmine);
  • Gustav Friedrich Hartlaub ipotizzò invece che l'opera potesse avere significati alchemici (trasformazione del vile metallo in oro) per la presenza dei quattro elementi: terra, fuoco, acqua e aria;
  • Maurizio Calvesi pensò ad un'unione tra cielo e terra, legata alle teorie neoplatoniche;
  • Salvatore Settis, trovando invece un precedente in un rilievo dell'Amadeo sulla facciata della Cappella Colleoni (Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale) ritenne che le figure si potessero interpretare come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso; il fulmine equivarrebbe alla spada fiammeggiante dell'angelo. La tempesta diverrebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato, alla luce della dottrina cristiana.

Al di là di qualsiasi lettura iconografica resta però lo straordinario senso per la natura, che forse mai prima aveva trovato un così esplicito ruolo da protagonista[1].

Omaggi[modifica | modifica wikitesto]

La Tempesta è il soggetto e il titolo di un romanzo dello scrittore contemporaneo Juan Manuel de Prada, che narra un rocambolesco e immaginario trafugamento dell'opera del Giorgione.

Il dipinto è al centro anche del romanzo La tempesta - Il mistero di Giorgione, di Paolo Maurensig.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Zuffi, cit., pag. 206.
  2. ^ Fregolent, cit., pagg. 70-71.
  3. ^ Schlosser Magnino. La letteratura artistica. pag 215
  4. ^ a b c De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 176.
  5. ^ Storia dell'arte italiana, ed Sansoni, 1979, vol. 3, pag. 114.
  6. ^ Mauro Lucco. Giorgione. Milano. 1995

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Julius Schlosser Magnino, La letteratura artistica. Manuale delle fonti della storia dell'arte moderna, Vienna, 1924 (Firenze, 1935). ISBN 88-221-1778-6
  • Salvatore Settis, La tempesta interpretata. Giorgione, i committenti il soggetto, Einaudi, 1978.
  • Alessandra Fregolent, Giorgione, Electa, Milano 2001. ISBN 88-8310-184-7
  • Stefano Zuffi, Grande atlante del Rinascimento, Electa, Milano 2007. ISBN 978-88-370-4898-3
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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