Teatro dell'Africa e del Medio Oriente della seconda guerra mondiale

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Teatro dell'Africa e del Medio Oriente
Middle east.jpg

Data giugno 1940 - novembre 1941
Luogo Africa subsahariana e Medio Oriente, ed in particolare le odierne Etiopia, Eritrea, Somalia, Palestina, Libano, Siria, Iraq ed Iran
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
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Il teatro dell'Africa e del Medio Oriente della seconda guerra mondiale comprende l'insieme delle campagne terrestri e navali combattute nell'Africa subsahariana e nel Medio Oriente, dal giugno del 1940 al novembre del 1941. Il grosso dei combattimenti venne sostenuto dalle forze italo - tedesche e dei governi a queste allineati (la Francia di Vichy, l'Iraq e l'Iran), e le forze del Regno Unito e dei paesi del Commonwealth, supportate da altri contingenti delle nazioni Alleate come Etiopia, Francia libera, ed Unione Sovietica.

Le forze in campo e gli obiettivi strategici[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

L'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania il 10 giugno 1940 aprì un nuovo fronte di operazioni per le forze Alleate: le truppe italiane dislocate in Libia e nell'Africa Orientale Italiana (o AOI, corrispondente alle attuali Etiopia, Eritrea e Somalia) si trovavano in posizione ottimale per minacciare i possedimenti britannici in Sudan ed Egitto, ed in particolare il canale di Suez, importantissima via d'acqua che garantiva i collegamenti più rapidi tra il Regno Unito e le sue colonie in India ed Estremo Oriente. Le unità navali italiane dislocate nell'AOI costituivano poi una minaccia potenziale anche per i convogli che transitavano per il Mar Rosso, unica via alternativa alle rotte passanti per il Mediterraneo per rifornire rapidamente le truppe britanniche dislocate in Egitto.

Allo scoppio della guerra, le forze italiane dislocate in AOI potevano contare su una certa superiorità numerica, almeno sotto il profilo delle forze terrestri: il viceré Amedeo di Savoia-Aosta comandava tra gli 85.000[1] ed i 91.000[2] soldati nazionali, oltre a poco più di 200.000 soldati indigenti reclutati localmente; di per contro, le forze britanniche dislocate a difesa di Sudan, Kenya e Somalia Britannica ammontavano verso la fine del 1939 a circa 20.000 uomini (tra truppe nazionali, reclutate localmente o provenienti dai Dominion), incrementati a circa 100.000 alla fine del 1940 tramite l'invio di due divisioni indiane e di tre brigate sudafricane[3]. In ambito aeronautico le forze dei due contendenti si equivalevano, mentre in campo navale la Regia Marina poteva schierare solo 8 sommergibili, 7 cacciatorpediniere e poco altro naviglio minore, forze troppo esigue per contrastare efficacemente le più numerose unità britanniche.

Il vero punto debole della posizione italiana in AOI era il suo essere completamente isolata dalla madrepatria e quasi del tutto tagliata fuori dai rifornimenti[2]: il controllo di Suez e Gibilterra da parte dei britannici impedivano rifornimenti regolari dall'Italia, e solo pochi mercantili provenienti dal Giappone o gli aerei da trasporto decollati dalla Libia garantivano un esiguo approvvigionamento di materiale bellico[4]. Le scorte ammassate in Etiopia prima dello scoppio delle ostilità erano cospicue ma costituite in massima parte da materiali bellici vecchi ed obsoleti, soprattutto sotto il profilo delle artiglierie e del munizionamento[2]. A ciò si aggiungeva l'endemica presenza nella zona di bande di guerriglieri etiopi, formatesi dopo la campagna del 1935 - 1936 e mai del tutto debellate dagli italiani; allo scoppio delle ostilità, i britannici si premunirono di inviare aiuti e rifornimenti ai guerriglieri, particolarmente forti nelle regioni occidentali dell'Etiopia, nonché di allestire in Sudan una forza mista di truppe britanniche, sudanesi ed etiopi (la Gideon Force) sotto il comando del colonnello Orde Charles Wingate[5].

Regno Unito[modifica | modifica wikitesto]

La stessa regione del Medio Oriente era di fondamentale importanza per i britannici: i giacimenti petroliferi di Mossul in Iraq e la raffineria di Abadan in Iran fornivano tutto il petrolio di provenienza non americana importato dal Regno Unito negli anni '30 - '40[6]; questi giacimenti costituivano quindi obiettivi di importanza strategica per i britannici, e di conseguenza erano importanti bersagli per le forze dell'Asse[6].

Iraq[modifica | modifica wikitesto]

L'Iraq era formalmente un alleato del Regno Unito, legato a questo da un trattato di mutua assistenza firmato nel 1930: in cambio del supporto militare britannico alla difesa del paese, l'Iraq concedeva al Regno Unito l'uso di due basi aeree (la RAF Shaibah vicino Bassora e la RAF Habbaniyya tra Ramadi e Falluja), importanti punti di rifornimento sulla rotta aerea che univa l'Egitto all'India[7]; sul finire degli anni '30, tuttavia, il sentimento nazionalista ed anti-britannico si fece molto forte nel paese, ed in particolare all'interno delle sue forze armate, virtualmente dominate dal Quadrato d'oro (i quattro più importanti esponenti militari del paese)[7]. L'esercito iracheno era una formazione numerosa e ben equipaggiata con materiali bellici forniti dai britannici, ma mancava di esperienza[8]; l'aeronautica era una forza composita dotata di velivoli di provenienza britannica, americana ed italiana, mentre la marina, la più debole delle tre forze armate, disponeva solo di un pugno di navi leggere[8].

Iran[modifica | modifica wikitesto]

Più complessa era la situazione dell'Iran: allo scoppio della guerra, lo scià Reza Pahlavi aveva proclamato la neutralità del paese, cercando di mantenere una posizione di equidistanza tra i due blocchi; questo atteggiamento era dettato da un lato dal timore di un'invasione sovietica del paese, dall'altro dai buoni rapporti sorti tra Iran e Germania nazista negli anni '30[9], vista la collaborazione da parte di numerosi tecnici tedeschi ai progetti di modernizzazione avviati dallo scià. L'esercito iraniano era una forza numerosa ma male equipaggiata e peggio addestrata; l'aviazione disponeva di una sessantina di apparecchi obsoleti, mentre la marina schierava alcune unità leggere.

Francia[modifica | modifica wikitesto]

La sconfitta della Francia nel giugno del 1940 rappresentò un grave colpo per la causa degli Alleati: sebbene il nuovo governo di Vichy fosse ufficialmente neutrale, era opinione comune negli ambienti britannici che esso fosse assoggettato o comunque fortemente influenzato dai tedeschi; i rapporti tra Regno Unito e Vichy erano d'altronde molto tesi, soprattutto dopo il bombardamento della flotta francese a Mers-el-Kébir da parte delle unità della Royal Navy britannica. La maggior parte delle colonie francesi rimase fedele al governo di Vichy, e lo stesso fece la gran parte delle forze armate: le forze francesi dislocate nelle colonie africane e del Medio Oriente erano numericamente considerevoli, ma dotate di equipaggiamenti bellici piuttosto datati (il loro ruolo principale era la difesa delle colonie da rivolte locali), e fortemente limitate nei movimenti dalle clausole dell'armistizio di Compiègne[10]. Dopo i fatti di Mers-el-Kébir, il grosso della flotta francese era stato spostato a Tolone, ma diverse unità leggere rimanevano dislocate nei porti del levante o dell'Africa settentrionale; tra queste vi erano anche due corazzate ancora in costruzione: la Jean Bart (completata al 75%) si trovava ancorata a Casablanca, mentre la Richelieu (completata al 95%) si trovava a Dakar, praticamente immobilizzata dopo l'attacco di un aerosilurante britannico.

Operazioni principali[modifica | modifica wikitesto]

L'Africa Orientale Italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagna dell'Africa Orientale Italiana.

La campagna dell'Africa Orientale Italiana della seconda guerra mondiale fu scatenata dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno del 1940. Dopo la conquista di Cassala e del Somaliland con una dispendiosa ed inutile offensiva, le forze dell'Impero Britannico contrattaccarono e distrussero progressivamente le forze italiane fino alla loro resa ed al rientro in Addis Abeba del negus Hailé Selassié.

L'Africa francese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagna dell'Africa occidentale (1940), Bombardamento di Dakar e Campagna del Gabon.

La guerra anglo-irachena[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra anglo-irachena del 1941.

Siria e Libano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagna di Siria (1941).

L'Iran[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasione anglo-sovietica dell'Iran.

La situazione palestinese[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante la netta vittoria riportata dai britannici nella grande rivolta araba del 1936 - 1939, la situazione in Palestina (sotto Mandato britannico fin dal 1920) rimaneva turbolenta: il Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini (una delle maggiori autorità politiche e religiose arabe della regione, ispiratore della precedente rivolta) intratteneva da tempo rapporti con i tedeschi in chiave anti-britannica, ed il 10 maggio 1941 dichiarò, dal suo rifugio di Baghdad, un jihad contro il Regno Unito[11]; costretto a fuggire dall'Iraq dopo l'invasione britannica, riparò prima in Iran e poi in Europa dove si pose al servizio dei tedeschi, contribuendo al reclutamento dei musulmani bosniaci nella 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS "Handschar"[12]. Sebbene gli atti di ostilità rimasero minimi, la maggior parte degli arabi palestinesi continuò a mantenere un atteggiamento anti-britannico per tutta la durata del conflitto[13].

Anche da parte ebraica vi fu una notevole resistenza militare all'occupazione britannica: i gruppi armati dell'Haganah e dell'Irgun erano da tempo particolarmente attivi nel condurre azioni di sabotaggio ed attentati dinamitardi contro le forze britanniche. Nei primi mesi del 1940 tuttavia, anche grazie agli sforzi di David Ben-Gurion, le autorità britanniche ed ebraiche giunsero ad una tregua, e gli ebrei accettarono di collaborare contro la minaccia delle forze dell'Asse[13]. Nel 1941, davanti alla prospettiva di un'invasione da parte delle forze italo-tedesche provenienti dalla Libia, l'Haganah creò il Palmach, formazione militare semi-regolare ed in parte addestrata dai britannici, incaricata di condurre operazioni di guerriglia in caso di invasione[14]; membri del Palmach parteciparono, in qualità di esploratori, alla campagna di Siria combattendo a fianco delle truppe Alleate[14], ma in seguito i britannici osteggiarono la formazione che entrò in clandestinità. Nel 1943, dopo lunghi negoziati con l'Haganah, le autorità britanniche crearono la Brigata Ebraica, formazione militare regolare forte di circa 5.000 uomini che si batté a fianco degli Alleati durante la campagna d'Italia; un totale di circa 26.000 ebrei palestinesi combatté nelle forze britanniche durante il conflitto[14].

L'ala più estremista del gruppo paramilitare ebraico dell'Irgun non accettò la tregua con i britannici, e nel 1940 si separò dando vita alla formazione del Lohamei Herut Israel (meglio noto con il soprannome di "Banda Stern"); schierata su posizioni fortemente di destra, in almeno un paio di occasioni la "Banda Stern" tentò di stabilire dei contatti con la Germania nazista in chiave anti-britannica, senza ottenere esito[15]. La "Banda Stern" continuò a condurre limitate azioni di sabotaggio ed attentati per tutto il periodo della guerra, anche se subì un duro colpo il 12 febbraio 1942, quando il suo leader Avraham Stern venne ucciso dalla polizia britannica[15]. La tregua con gli altri movimenti guerriglieri ebraici resse fino al febbraio del 1944, quando l'Irgun riprese con i suoi attentati[15].

Operazioni minori[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene la Regia Aeronautica italiana non disponesse, almeno all'inizio del conflitto, di bombardieri strategici a lunga autonomia, gli aviatori italiani vennero comunque impiegati in alcune missioni di bombardamento sulle installazioni britanniche in Medio Oriente, sfruttando le basi aeree situate nel Dodecaneso. La più ambiziosa di queste missioni fu senza dubbio il raid aereo condotto da quattro Savoia-Marchetti S.M.82 nella notte tra il 18 ed il 19 ottobre 1940: decollata dall'aeroporto di Gadurrà sull'isola di Rodi alle 18:00 del 18 ottobre, la formazione, comandata dal gerarca Ettore Muti, compì una lunghissima traversata sopra il Mediterraneo orientale, la Siria, l'Iraq e l'Arabia Saudita, fino ad arrivare, intorno alle 2:00 del 19 ottobre, sopra le isole del Bahrain, all'epoca un protettorato dei britannici; tre aerei sganciarono il loro carico sopra la raffineria di Manama, mentre il quarto velivolo, rimasto separato dalla formazione sopra Damasco, lanciò per errore le sue bombe sulla città saudita di Dhahran, senza provocare danni[16]. Nonostante le condizioni per il lancio fossero ottimali (la raffineria, praticamente indifesa, era completamente illuminata), molte bombe finirono fuori bersaglio, ed i danni furono minimi[16]; completata l'operazione, i quattro velivoli fecero rotta per l'Africa Orientale Italiana, dove atterrarono all'aeroporto di Zula alle 8:30 del 19 ottobre con appena mezz'ora di autonomia residua[17]. La missione, una delle più lunghe di tutte quelle condotte sul fronte europeo della seconda guerra mondiale, era durata in tutto 15 ore e 35 minuti, per oltre 4.000 chilometri di volo senza scalo[17].

Altri raid aerei, sempre da parte di velivoli di base nel Dodecaneso, vennero inoltre lanciati contro le installazioni britanniche in Palestina. Il 29 luglio 1940, dieci bombardieri italiani attaccarono il porto e le raffinerie di Haifa, provocando vittime tra i civili ed incendi lungo l'oleodotto per Mossul[18]; il 9 settembre seguente, un secondo raid aereo venne lanciato contro la città di Tel Aviv, colpendo duramente il quartiere di Nordiya e provocando 107 vittime tra la popolazione civile[19].

Il 27 febbraio 1945 i neo-indipendenti stati di Siria e Libano dichiararono guerra a Germania e Giappone, seguiti il 1º marzo seguente dall'Arabia Saudita[20]; queste azioni, che non ebbero di fatto alcuna influenza sulla situazione militare, avevano più che altro una finalità politico-diplomatica, volta a garantire l'entrata di queste nazioni nella costituenda organizzazione delle Nazioni Unite[21].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Molinari 2007, p. 106
  2. ^ a b c Rochat 2005, pp. 298 - 299
  3. ^ Molinari 2007, pp. 110 - 111
  4. ^ Molinari 2007, p. 109
  5. ^ Willmo t2004, p. 86
  6. ^ a b Lyman 2009, pp. 7 - 8
  7. ^ a b Lyman 2009, pp. 9 - 12
  8. ^ a b Lyman 2009, pp. 25 - 27
  9. ^ Willmo t2004, p. 89
  10. ^ Steve J. Zaloga, Scommessa in Tunisia, Ospery Publishing, 2009, pp. 25 - 26. ISNN 1974-9414
  11. ^ Lyman 2009, p. 43
  12. ^ Lyman 2009, p. 21
  13. ^ a b Morris 2008, p. 42
  14. ^ a b c Morris 2008, p. 51
  15. ^ a b c Morris 2008, pp. 52 - 53
  16. ^ a b Air Raid! A Sequel Aramco World Magazine, Volume 27, Numero 4, luglio-agosto 1976.
  17. ^ a b Giorgio Seccia, La guerra tra i due fiumi, Nordpress, 2007, pp. 189 - 190. ISBN 978-88-88657-76-9
  18. ^ Time Magazine - Souther Theatre: God's Time
  19. ^ IsraCast.com - Italian Planes Bomb Tel-Aviv
  20. ^ The World at War - Diplomatic Timeline 1939-1945
  21. ^ Morris 2008, p. 49

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, 1ª edizione, Arnoldo Mondadori, 1950.
    • parte II, volume II, Isolati
    • parte III, volume I, La Germania punta ad oriente
    • parte III, volume II, La guerra investe l'America
  • Robert Lyman, Le battaglie per il petrolio, Osprey Publishing, 2009, ISNN 1974-9414.
  • Andrea Molinari, La conquista dell'Impero, Hobby & Work, 2007, ISBN 978-88-7851-514-7.
  • Benny Morris, La prima guerra di Israele, RCS Libri, 2008.
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, 2005, ISBN 978-88-06-19168-9.
  • H. P. Willmott, Robin Cross; Charles Messenger, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 2004, ISBN 88-370-3319-2.