Tawakkul Karman

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Tawakkul Karman
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la pace 2011

Tawakkul Karman (in arabo: توكل كرمان, Tawakkul Karmān; Ta'izz, 7 febbraio 1979) è una politica e attivista yemenita, membro del partito Al-Islah (Congregazione Yemenita per la Riforma, la branca yemenita dei Fratelli Musulmani) e leader dal 2005 del movimento Ṣaḥafiyyāt bilā quyūd (in arabo: صحفيات بلا قيود, Giornaliste senza catene), gruppo umanitario da lei creato.

Nel 2011 ha ricevuto assieme alle liberiane Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee il Premio Nobel per la pace "per la loro battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell'opera di costruzione della pace".

Giornaliste senza catene[modifica | modifica wikitesto]

Figlia di ʿAbd al-Salām Khālid Karmān, leader dei Fratelli Musulmani, ministro degli Affari Giuridici ed ex membro del Consiglio della Shura dello Yemen, Tawakkul Karmān[1] si tolse il niqāb (velo semi-integrale) alla Conferenza sui diritti umani del 2004 e da allora ha esortato "le altre donne e le attiviste a levarselo".[2]

Crea il gruppo di difesa dei diritti dell'uomo Giornaliste senza catene nel 2005, per difendere in prima istanza la libertà di pensiero e d'espressione.[2] Riceve per telefono e per posta minacce e tentativi di corruzione da parte delle autorità yemenite, in quanto ella denuncia il divieto da parte del ministero dell'Informazione di creare un nuovo giornale e una radio.[2] Dal 2007 al 2010 partecipa direttamente o indirettamente a manifestazioni e sit-in in Piazza della Libertà a Ṣanʿāʾ, di fronte all'edificio del Governo.[2]

Rivoluzione del 2011[modifica | modifica wikitesto]

Durante le sommosse popolari nello Yemen del 2011, Tawakkul Karman organizza raduni di studenti nella capitale yemenita per protestare contro il dittatore ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ e il suo governo. È arrestata, poi liberata sulla parola il 24 gennaio. Prende la testa di un nuovo raduno il 29 gennaio e lancia un appello per un "giorno di collera" per il 3 febbraio[1] ispirato a quello della rivoluzione egiziana del 2011, a sua volta provocato dalle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011.

È nuovamente arrestata il 17 marzo nel corso di una nuova manifestazione.[3]

Il 18 giugno scrive un articolo intitolato "La rivoluzione incompiuta dello Yemen" per il New York Times, in cui attacca gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita per il loro sostegno al regime "corrotto" di Saleh in Yemen, in quanto essi «usano la loro influenza per garantire che i membri del vecchio regime rimangano al potere e perché lo status quo sia mantenuto. Le agenzie statunitensi di controterrorismo e il governo saudita hanno una salda presa sullo Yemen al momento. Sono esse, e non il popolo yemenita e le sue istituzioni costituzionali, che controllano il Paese».

Karman critica anche l'intervento USA in Yemen come un sottoprodotto della cosiddetta guerra al terrore e l'attentato dinamitardo all'incrociatore statunitense USS Cole che ha portato al sostegno finanziario e militare alle strutture delegate alla sicurezza dello Yemen, quali le Forze Centrali di Sicurezza, l'Agenzia Nazionale di Sicurezza e la Guardia Repubblicana, che sono tutte sotto il controllo della famiglia di Saleh, che così è libera - la Karman sostiene - di commettere ogni violazione dei diritti dell'uomo. Pertanto, secondo la Karman, la democrazia nello Yemen dipenderà dalla politica estera degli Stati Uniti nella regione.

Invita quindi «i funzionari statunitensi a sostenere i leader del movimento democratico yemenita e ad abbandonare i loro mal concepiti investimenti sull'apparato di sicurezza del vecchio regime di Saleh, che ha ucciso molte più donne e bambini innocenti dei terroristi... Chiediamo solo che voi rispettiate le regole internazionali sui diritti umani e i diritti del popolo yemenita alla libertà e alla giustizia. A nome di molti dei giovani coinvolti nella rivoluzione dello Yemen, io assicuro il popolo americano che siamo pronti a partecipare a un'autentica partnership. Insieme possiamo eliminare le cause dell'estremismo e la cultura del terrorismo mediante un rafforzamento della società civile e l'incoraggiamento dello sviluppo e della stabilità».[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b New protests erupt in Yemen, Al Jazeera, 29 gennaio 2011. URL consultato il 30 gennaio 2011 (archiviato il 30 gennaio 2011).
  2. ^ a b c d Nadia Al-Sakkaf, Renowned activist and press freedom advocate Tawakul Karman to the Yemen Times: "A day will come when all human rights violators pay for what they did to Yemen", Women Journalists Without Chains, 17 giugno 2010. URL consultato l'8 ottobre 2011 (archiviato il 30 gennaio 2011).
  3. ^ (EN) Tom Finn, Yemen arrests anti-government activist in The Guardian (London), 23 gennaio 2011.
  4. ^ Yemen’s Unfinished Revolution - NYTimes.com

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