Tavole rudolfine

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L'iconico frontespizio delle tavole rudolfine rende omaggio ai grandi astronomi del passato: Ipparco, Tolomeo, Copernico, e più prominentemente, Tycho Brahe.
La mappa del mondo tratta dalle tavole rudolfine.

Le tavole rudolfine (Latino: Tabulae Rudolphinae) sono composte da un catalogo astronomico e da diverse tavole planetarie pubblicati da Giovanni Keplero nel 1627. Così nominate in onore dell'Imperatore Rodolfo II, esse contengono le posizioni per 1 006 stelle misurate da Tycho Brahe, e per oltre 400 stelle da Tolomeo e Johann Bayer, con istruzioni e tavole per localizzare i pianeti del sistema solare.

Le nuove tavole rimpiazzarono le ormai obsolete tavole prussiane (Erasmus Reinhold, 1551) e le tavole alfonsine (XIII secolo). Lo scopo delle tavole rudolfine è essenzialmente quello di fornire uno strumento accurato per costruire oroscopi, incluse molte tavole di funzioni logaritmiche e antilogaritmiche, nonché esempi istruttivi per calcolare le posizioni planetarie.

Le tavole basate sulle osservazioni di Tycho Brahe avevano un'accuratezza generalmente fino a un minuto d'arco,[1] e furono le prime ad includere fattori correttivi per la rifrazione atmosferica.[2]

Pubblicazione[modifica | modifica sorgente]

Al momento della pubblicazione delle tavole rudolfine, Keplero si trovò in difficoltà per respingere l'assalto dei numerosi parenti di Tycho. Durante l'intero processo di pubblicazione, tali parenti avevano costantemente provato a ottenere il controllo delle osservazioni per il proprio profitto, sostenendo la tesi che del lavoro di Tycho dovesse beneficiare la sua famiglia, e non uno dei suoi rivali. Keplero riteneva tale comportamento molto ingiusto, avendo egli collaborato con Tycho sui dati per molti anni prima della morte dello stesso Tycho, ed essendo altresì autore della maggior parte dei calcoli e dell'organizzazione dei dati. Alla fine Keplero ottenne il controllo delle tavole e le pubblicò da sé, mentre la famiglia di Brahe non ottenne alcunché.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Uranometria 2000.0, Vol. 1, Tirion, Lovi and Rappaport, 1987, pag. XVII. ISBN 0-943396-15-8
  2. ^ (EN) The New Encyclopædia Britannica, Vol. 10, 1988, pag. 232.

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