Talamona

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai a: navigazione, cerca
Talamona
comune
Dati amministrativi
Stato bandiera Italia
Regione Lombardia – stemma Lombardia
Provincia Sondrio – stemma Sondrio
Sindaco Italo Riva (lista civica) dal 07/06/2009
Territorio
Coordinate 46°8′0″N 9°37′0″E / 46.13333°N 9.61667°E / 46.13333; 9.61667 (Talamona)Coordinate: 46°8′0″N 9°37′0″E / 46.13333°N 9.61667°E / 46.13333; 9.61667 (Talamona)
Altitudine 285 m s.l.m.
Superficie 21 km²
Abitanti 4 767[1] (31-12-2010)
Densità 227 ab./km²
Comuni confinanti Albaredo per San Marco, Ardenno, Dazio, Forcola, Morbegno, Tartano
Altre informazioni
Cod. postale 23018
Prefisso 0342
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 014063
Cod. catastale L035
Targa SO
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitanti talamonesi
Patrono santa Maria
Giorno festivo 8 settembre
Localizzazione
Talamona è posizionata in Italia
Talamona
Posizione del comune di Talamona nella provincia di Sondrio
Posizione del comune di Talamona nella provincia di Sondrio
Sito istituzionale

Talamona (Talamùn in dialetto valtellinese) è un comune di 4.648 abitanti della provincia di Sondrio in Lombardia.

Indice

[modifica] Geografia fisica

Situata sul versante sud della Valtellina confina a nord con il fiume Adda. A sud il comune si estende sulle Alpi Orobie fino allo spartiacque che separa le due vallate della Roncaiola e della Malasca dalla Val Tartano e dalla Valle di Albaredo. Le cime principali sul confine sud del paese sono l'alpe Pisello e l'alpe Pedroria.

L'abitato è situato su un conoide di deiezione attraversato dai torrenti Roncaiola, Malasca e Ransciga. Si tratta dell'unico paese della Valtellina ad essersi sviluppato sull’apice e non sull’unghia di un conoide di deiezione dei torrenti Roncaiola e Tartano.

[modifica] Storia

Sin dalla sua origine - che la leggenda riporta “molti secoli prima dell’era cristiana” a causa dell’occupazione del territorio celtico da parte di una popolazione di “Tirreni od Etruschi” - ha costruito la propria identità attorno alla realtà rurale nella quale è inserito.

La sua conformazione caratteristica, infatti, si basa sulle contrade, una decina da fine Ottocento, tutte facenti riferimento a una chiesa o a una cappella votiva. Il sentimento religioso era fortemente radicato tra i talamonesi, i quali vantavano il primato di non aver mai annoverato tra di loro un solo protestante; addirittura, gli antichi statuti vietavano il commercio di grano con gli abitanti della fascia retica della Valle perché questi erano stati gli ultimi a convertirsi al cristianesimo.

Sul finire del XIX sec., il Comune comprendeva anche la Val Tartano e contava circa 2000 abitanti le cui abitazioni erano disperse tra i prati, dal fondovalle ai maggenghi, ma collegate tra loro da una fitta rete di strade sterrate, mulattiere spesso delimitate da muracche - i caratteristici e spessi muri a secco ricavati dalla roncatura delle pietre trasportate dai torrenti che tagliano il territorio del paese - che avevano il compito di dividere ogni appezzamento, rimarcando l’importanza della proprietà privata e, conseguentemente, il carattere chiuso ed indipendente della popolazione della zona.

Come quella degli abitanti degli altri centri valtellinesi della fascia orobica, anche l’esistenza dei talamonesi era segnata dal susseguirsi delle stagioni, tanto che, dall’avvento dei Grigioni nel XVI sec. sino all’Unità d’Italia, la loro vita non aveva subito rilevanti variazioni: gli stessi ritmi e i medesimi schemi si perpetravano ben poco dissimili di secolo in secolo, così da denotare nella popolazione segregata tra le montagne un certo immobilismo economico e culturale dovuto alla particolare gestione del patrimonio fondiario.
Infatti, la suddivisione della scarsa terra e la sua conduzione erano intimamente connesse alla struttura della società e ai caratteri della sua tradizione.

Dell’intero territorio, come accadeva nel resto d’Italia, gli appezzamenti migliori e le porzioni più vaste facevano capo alle poche famiglie agiate e di antica origine nobiliare come i Valenti, gli Spini e i Mazzoni.
Diffidenti e chiuse nei confronti di altre attività economiche, al pari delle classi inferiori, tali famiglie legavano i loro interessi esclusivamente alle rendite fondiarie, senza per altro interessarsi direttamente alla gestione delle terre. Secondo la mentalità del valligiano, volta alla difesa della propria indipendenza, era di basilare importanza poter contare sulla proprietà diretta di uno o più fondi. La maggior parte dei contadini, però, poteva usufruire solo di miseri appezzamenti che faticavano a raggiungere l’ampiezza di una pertica; addirittura “non è infrequente il caso che nell’arare si volgano i buoi sull’altrui proprietà mancando lo spazio di farlo nella propria”.

Nella diffusione della piccola e piccolissima proprietà si collocava il carattere peculiare dei valtellinesi e dei talamonesi. La consistenza del patrimonio di ogni famiglia era minacciata dai lasciti ereditari: ogni padre divideva tra tutti i suoi figli, anche le femmine, le proprie sostanze, dai beni fondiari alle stanze delle abitazioni, dagli arredamenti agli abiti, tanto che prati, campi e boschi venivano frazionati al punto di perdere valore e in una stessa casa convivevano più famiglie alcune proprietarie anche soltanto di mezzo locale.
Molto diffusa era la locazione ereditaria, il contratto agrario conosciuto col nome di livello, particolarmente caratterizzante la provincia di Sondrio e unica forma contrattuale usata in alcune vallate. Infatti, in un contesto territoriale particolarmente complesso quale quello valtellinese, il patto livellario si rivelava il più idoneo a promuovere l’attività agricola e gli stessi nobili avevano tutti gli interessi a salvaguardarlo a causa della valenza sociale che possedeva: sui livelli si fondava, “specialmente nella Valtellina centrale, la distinzione dei ceti della società, essendo composta la rendita delle famiglie più agiate da una quantità di canoni livellarj”. Il titolo di direttario valeva perciò come dimostrazione e garanzia del proprio rango attraverso il quale antichi casati riuscivano a mantenere gli agricoltori in posizione subalterna. Nel caso specifico di Talamona, i livellari che potevano contare su appezzamenti migliori erano i Valenti e i Mazzoni.
A livello venivano gestiti anche i beni di proprietà della parrocchia e delle chiese sparse sul territorio comunale, in particolare, quelle facenti capo le confraternite di S. Giorgio, S. Girolamo e S. Maria Nascente; queste ultime, grazie ai lasciti dei fedeli, avevano potuto acquistare un intero alpeggio, il monte Pedena.

I fondi ricavati dalla diffusa usanza di devolvere i propri beni in suffragio alle anime dei defunti e le donazioni delle famiglie abbienti permisero, inoltre, l’istituzione di una casa di ricovero, di un Asilo Infantile, della scuola elementare e di una biblioteca ambulante.
Oltre che dalla lavorazione dei piccoli appezzamenti privati nel fondovalle e da quelli gestiti dalla parrocchia, la sussistenza dei talamonesi era garantita dallo sfruttamento dei beni demaniali.

Per consentire ad ogni paesano di far uso di boschi, pascoli e castagneti, il Comune si faceva garante della salvaguardia del territorio: gli statuti comunali dedicavano ampio spazio alla regolamentazione del taglio della legna. I boschi, infatti, costituivano una preziosa fonte di introiti, preservavano il territorio talamonese dalle frane e consentivano l’arginatura dei numerosi corsi d’acqua le cui esondazioni spesso minacciavano l’abitato. Il fiume Tartano, ad esempio, recava “frequenti rovine”, tanto che, sul finire dell’Ottocento, l’arciprete Ciaponi lasciava scritto: “nella notte del 27 settembre 1885, dopo tre giorni di insistenti piogge, nella val lunga del Tartano essendo cadute varie frane arrestarono per parecchie ore il corso delle acque; indi irruppero con violenza traendo seco piante e macigni […], la fiumana si divise in più rami nelle sottostanti praterie che rimasero distrutte per circa la metà del territorio.
La strada provinciale e conseguentemente la ferrovia […] rimasero distrutte per oltre 300 metri. Varie famiglie soffersero gravissimi danni e perdite di bestiame”.
Secondo quanto conservato presso l’archivio comunale, “i danni nelle praterie furono calcolati in lire 120 mila” . In un suo studio sulla provincia di Sondrio, Francesco Visconti Venosta aveva tracciato il profilo del lavoratore valtellinese ricordando come “egli è troppo esclusivamente agricolo, e forma in questo una specialità fra gli abitatori delle montagne che tutti si ajutano o con qualche ramo di commercio, o qualche arte industriale.” Al contrario, il caso del valligiano si presentava quasi paradossale: “persino le arti più comuni del ferrajolo, del legnaiuolo, del muratore vi sono esercitate da forestieri, e mentre esso esce nel verno in cerca di pane, altri entra per soddisfare ai bisogni di questi esercizi”.

Anche in Talamona una buona metà della popolazione trovava occupazione nell’ambito agricolo, mentre solo una ridotta parte degli uomini lavorava come muratore, falegname e boscaiolo; le donne erano per lo più dedite alla famiglia e davano una mano nei campi. Le acque dei torrenti e delle rulge - i canaletti scavati tra i prati - , appositamente incanalate, fornivano forza motrice a mulini e segherie e favorirono l’impianto di filande; la diffusione della lavorazione della seta aveva spinto le famiglie talamonesi ad allevare in casa i bachi per poter ricavare denaro dalla vendita dei bozzoli o dalla trattura e dalla prima lavorazione del filato grezzo.

Nelle vigne, a lato delle muracche, iniziarono ad essere piantati numerosi gelsi. L’estensione dei prati e degli alpeggi insieme alla qualità delle colture foraggiere, che era tra le migliori della provincia, consentì nell’ultimo ventennio del XIX di incentivare qualitativamente e quantitativamente l’allevamento di bovine da latte. Di particolare rilievo divenne la produzione di burro e formaggio presso la Latteria Valenti - avviata nel 1880 dall’ing. Clemente Valenti – che aveva raccolto in cooperativa oltre 150 proprietari di bestiame.
La durezza della vita spingeva, però, costringeva parte della popolazione maschile a cercare lavoro anche fuori dal paese; durante la stagione invernale si era soliti emigrare in Svizzera o in Francia, ma da fine Ottocento molti talamonesi presero la via meno usuale del Sud America o dell’Australia. In particolare, l’Argentina divenne la meta favorita dei talamonesi.
In totale, furono 2358 i valtellinesi che raggiunsero il paese sudamericano, e di questi 139 erano originari di Talamona, per il 70% uomini e per il 30% donne. Più della metà degli emigrati aveva un’età compresa tra i 18 e i 37 anni, mentre solo il 14% era costituito da minorenni tra i 5 e i 17 anni; si trattava dei figli di agricoltori e braccianti partiti per Buenos Aires i quali, una volta sistemati, ottenevano il permesso di congiungersi con i propri famigliari. In generale, l’attaccamento alla propria terra, comunque, favoriva il rientro al paese; anzi, molti paesani erano disposti a emigrare solo in vista di un rientro, per investire quanto guadagnato nell’ampliamento e nel miglioramento della conduzione degli appezzamenti appartenenti alla propria famiglia.
La società talamonese si basava sul patriarcato e si strutturava attorno alla famiglia allargata, i giovani rimanevano a stretta dipendenza degli anziani genitori e dividevano con essi l’abitazione. Ogni nucleo abitativo, inoltre, faceva capo ad una stalla o ad una caneva – un ampio magazzino seminterrato che fungeva pure da ricovero per il bestiame - dove il vicinato si ritrovava a passare insieme le rigide serate invernali, lavorando, chiacchierando e pregando. Tale spinta alla condivisione di stili di vita, di credenze e di lingua portava a rimarcare il forte senso d’appartenenza al gruppo e lo spirito d’identità che ancora oggi caratterizza Talamona rispetto ad altri paesi della zona.

[modifica] Monumenti e luoghi di interesse

[modifica] La chiesa parrocchiale

Storia della chiesa parrocchiale: dagli inizi ai giorni nostri e la presentazione esterna ed interne dell'edificio
Video riassuntivo della Parrocchia Talamonese Chiesa Talamona

[modifica] La chiesa di Talamona fino al 1900

Feliciano Ninguarda, che fu vescovo di Como dal 1588 al 1595, negli Atti della visita pastorale da lui compiuta in Valtellina, definiva la chiesa parrocchiale di Talamona "... elegantissime constructa, et optime ornata... " "costruita elegantissima e ottimamente ornata". Ancora lo stesso vescovo scriveva:
"Con il passare del tempo la comunità di Talamona adornò quella chiesa assai grande non solo con immagini e pitture, ma anche con suppellettili e calici e altre cose del genere in maniera tale che se ne trovano poche di simili in tutta la Valtellina".
Il suo successore, Filippo Archinti, vescovo di Como dal 1595 al 1621, visitò la Parrocchia di Talamona il 29 dicembre 1614 e lasciò questa descrizione della chiesa parrocchiale:
"Questa chiesa è consacrata e il giorno della consacrazione è il 7 gennaio. È formata da un'unica grande navata e otto cappelle, quattro da entrambi i lati. Copertura in assito ben connesso, sostenuta da tre archi dipinti. Pareti in parte dipinte e in parte imbiancate. Pavimento in cotto.
La facciata della chiesa è in parte occupata: in alto c'è l'oratorio dei confratelli della beata Maria vergine. Dalle finestre si vede in chiesa; manca la legittima fondazione. In questa (facciata) c'è la porta maggiore. Ci sono due altre porte laterali, tutte con le acquasantiere. Nella chiesa ci sono sepolture, ma non sono in uso; si seppellisce, infatti, nel cimitero, coperto e ben recintato, fuori dalla chiesa. "
La lettura di questi Atti vescovili suona lusinghiera per Talamona: chiesa grande, bella, accuratamente compiuta e rifinita.
Una relazione del prevosto Giuseppe Cotta, redatta in occasione del suo ingresso nella parrocchia di Talamona, recita:
"Nella qualità di Proposto Coadiutore con la futura successione il Proposto Giuseppe Cotta di Morbegno è entrato nel regime di questa Parrocchia il 24 dicembre 1770.
In seguito ho esaminato bene lo stato di questa Parrocchia ed ho trovato bisogni e necessità di eseguire i disegni de fogli seguenti, con l'auto del Signore e del popolo”.
In centocinquant'anni le sorti della chiesa erano mutate. Le vicende storiche, i fenomeni meteorologici, e forse, l'incuria delle persone avevano ridotto la chiesa in condizioni assai diverse da quelle descritte dai vescovi Ninguarda e Archinti.
Il Prevosto Cotta diede mano a grandi lavori intorno agli edifici parrocchiali.
La descrizione che egli stesse redasse ne è eloquente prova:
"Mi è riuscito a far restaurare la chiesa e per sopire alcune contraddizioni un solo benefattore ha offerto tutta la calcina. Si è fatta un’alzata di braza diciotto e coperti di un tetto veramente forte, molti furono i benefattori.
Il popolo ben unito ha provveduto sabbia, sassi, legnami. Ha fatto molto".
Il tema dell'unità del popolo, così ben evidenziato, sarà una costante che accompagnerà i lavori riguardanti la chiesa di Talamona da quei tempi fino ai nostri giorni.
"Coro della Chiesa Parrocchiale L'ho fatto alzare in proporzione della chiesa, con volto maestoso, stuccato e dipinto. L'ho reso chiaro con belle finestre. L'ho esteso con un semicircolo.
Ho fatto dipingere il quadro della Natività di M.V.: a spese da me procurate, dal fu Sig. Can.co Ottini.
Ho fatto dipingere i quadri laterali contornati di stucchi.
Ho fatto contornare di marmo le due laterali portine.
Ho fatto scavare due nicchie laterali con suoi contorni di marmo, una per le sedie de celebranti, l'altro per ripostiglio de paliotti e depositi di SS. Reliquie.
Ho fatto fare la balaustra di marmo e il suolo tutto di pietra.
Ho fatto collocare all'ingresso del Sagrato le due colonne di marmo con la sua cancellata di ferro, che prima esisteva all'ingresso dell'Oratorio.
Un trono maestoso per la statua di M.V.: vestita a ricamo con manto di brocato d'oro e altri ornati.”.


Il Coro della chiesa parrocchiale di allora è l'attuale Sacrestia, dove è possibile ammirare ancor oggi i lavori sopra illustrati. Al centro dell'arco che univa il presbiterio alla vecchia navata, visibile ancor oggi, entro un cartiglio in stucco, è scritto: "Proposito Cotta- Edito anno 1799" "Edificato dal Prevosto Cotta nell'anno 1779". Avvicinandoci nel tempo troviamo una nota dell'arciprete Ciaponi, dov'è scritto che, in occasione delle Missioni del 1874, ", attesa la piccolezza della Chiesa, i primi otto giorni furono assegnati agli uomini e gli altri otto per le donne".
È questo il primo documento attestante che la chiesa parrocchiale, a meno di un secolo dall'ampliamento del prevosto Cotta, era diventata "piccola" e incapace di contenere il popolo talamonese. Quattro anni dopo, il 26 marzo 1878, ci fu la Visita Pastorale del vescovo Pietro Carsana il quale il 25 giugno dello stesso anno emetteva da Como il Decreto che qui riportiamo:
"Pietro Carsana per la Grazia di Dio e della S. Sede Apostolica Vescovo di Como nella Visita Pastorale da noi fatta alla parrocchia arcipretale di Talamona il 26 marzo 1878 abbiamo dato, come diamo, le seguenti disposizioni:
"Essendo la chiesa parrocchiale insufficiente a contenere la numerosa popolazione, si esorta a voler provvedere a tale bisogno o col fabbricarne altra più ampia o coll'ampliare l'esistente che ha bisogno in qualche punto di essere restaurata.
Vogliamo che le cose prescritte col presente Decreto siano eseguite nel più breve termine possibile.
La successiva Visita Pastorale fu compiuta il18 aprile 1893 da Mons. Andrea Carlo Ferrari. Nel successivo Decreto il vescovo Ferrari non accenna né scrive nulla in merito all' edificio della chiesa. Le disposizioni riguardano quasi esclusivamente la liturgia e la conservazione dei paramenti sacri.
Osservando però accuratamente il Decreto del vescovo Carsana, al verso troviamo una nota scritta dall' arciprete Ciaponi:
Disposizioni date da S. ecc. Mons. Vescovo Pietro Carsana per occasione della Visita Pastorale".
E, subito sotto, la penna del medesimo arciprete aggiunse: "E del suo successore nel 1893”.
Sembra pertanto lecito pensare che il Ferrari ritenne valide e ribadì le normative del suo predecessore, anche per quanto riguardava l'edificio della chiesa parrocchiale.
Il vescovo Ferrari fu nominato Cardinale da Papa Leone XIII e in seguito trasferito da Corno a Milano. "
Il suo successore, Mons. Teodoro Valfrè venne a Talamona nei giorni 22, 23 e 24 maggio 1900 per la prima Visita Pastorale.
Il vescovo si era fatto precedere da un questionario recante 140 quesiti. La lettura delle risposte è assai interessante perché presenta la "fotografia" della Talamona di cento anni fa.
Il corposo fascicolo meriterebbe attenta analisi; pur limitando il campo di osservazione ai quesiti riguardanti la chiesa parrocchiale, non possiamo non evidenziare che all'inizio del '900 a Talamona abitavano "2600 anime", distribuite nelle contrade denominate" Piazza, Ranciga, Salerbosta, Piantellina, Mazzoni, Torre, Civo, Casegiovanni, Serterio superiore, Serterio inferiore e Coseggio".
Oltre la parrocchiale nel territorio della Parrocchia sono menzionati sette Oratori e cioè San Carlo, San Gerolamo, San Bernardo, San Gregorio, San Giorgio, San Domenico e San Giuseppe.
Dal questionario trascriviamo, così come li aveva notati il Canonico Uboldi i punti riguardanti la chiesa parrocchiale.


[modifica] Gli anni dell'Arciprete Pietro Uboldi

L'Arciprete Ciaponi morì il giorno della Madonna di settembre dell'Anno Santo 1900.
Dopo due anni, il17 aprile 1902, il Canonico Pietro Uboldi, che aveva retto la vacanza della Parrocchia come Economo Spirituale, fu nominato Parroco Arciprete.
Il nuovo Parroco, che già conosceva benissimo il paese e il problema della chiesa parrocchiale, iniziò a studiare possibili soluzioni, non ultima quella del reperimento dei fondi necessari per intraprendere la nuova Impresa.
Una minuta, non datata né firmata ma redatta inconfondibilmente da lui, illustra la situazione.
La lettera è indirizzata all'Ordinario Diocesano:
"Ill.mo e Rev.mo Monsignore. È da lunga pezza sentito in luogo e noto pure a codesto Ven. Ordinariato il bisogno estremo di ingrandimento di questa Chiesa Parrocchiale.
Con tutta la buona volontà e zelo del defunto Parroco non si poté venire a capo di nulla per la mancanza di unione tra i principali della Parrocchia e per deficienza di mezzi.
A ovviare in parte a quest'ultima difficoltà, e forse ad attenuare anche la prima, si presenterebbe ora una risorsa non indifferente. Si compirà tra breve il periodo di 25 anni dacché sull'Alpe Pedena, in Comune di Albaredo presso Morbegno, Alpe di proprietà indivisa dei Benefici di S. Bernardo e di S. Gregorio in Talamona, fu eseguito il taglio del bosco, e se ne farà presto un altro.
Come già altra volta nel 1855 sotto di Mons. Vescovo Romanò, in identica occasione alla Chiesa che versava in grave penuria per bisogno di arredi sacri, fu concesso circa un sesto del ricavo del taglio, così al presente nell’immane necessità dell'ampliamento del Sacro edificio e nella scarsità dei mezzi pecuniari all'uopo, si muove calda e insistente preghiera, perché mentre provvidenzialmente sono vacanti gli anzidetti Benefici si voglia ottenere dalla competente autorità opportuno decreto che il ricavo dei primi due tagli sul bosco accennato sia devoluto di pieno diritto alla Chiesa per l'opera suddetta. Tale è il mio voto, e tale è pure il desiderio dei patroni e dell'intera popolazione.
Voglia la S. v: Ill.ma e R.ma accogliere in buona parte questa preghiera e dare quei suggerimenti che sono convenienti all'uopo.
Ringraziando, con tutto l'ossequio".
In fondo alla lettera compare, scritto a matita, un 1904, forse una probabile data.
La minuta di don Uboldi servì probabilmente come traccia per la lettera che i Capifamiglia di Talamona inviarono al vescovo di Como:
" I sottoscritti Capi-famiglia, patroni attivi dei Benefici Coadiutorati Canonicali in cura d'anime sotto il titolo di S. Bernardo, S. Gregorio, ecc.per quanto spetta desiderano e chiedono che... il ricavo dell'imminente taglio del bosco di Pedena resti destinato a prov¬vedere all'ingrandimento o rifabbrica della Chiesa Arcipretale, coll'onere di riparare preventivamente le cascine ecc. di Pedena e riparare pure decorosamente le case dei Beneficiati.
Quanto all'ingrandimento della Chiesa Parrocchiale fanno osservare come esso è reclamato dall’igiene pubblica e dai bisogni della cresciuta popolazione, e come questa non attende se non il sussidio in parola per unirsi animata all'impresa, concorrendo poi efficacemente colla prestazione gratuita di mano d'opera nello scavo dei fondamenti, nel trasporto sul luogo di pietre, sabbie, legnami e altri materiali occorrenti, e altre oblazioni in denaro, insufficienti per sé alla portata dell'opera.
Fiduciosi che per l’ineluttabile necessità delle cose, la presente venga presa in benigna considerazione, esprimono all'E. V. i sensi d'ogni osservanza.
Talamona, addì 19 gennaio 1905

L'anno successivo, nei giorni 7,8 e 9 settembre 1907, il nuovo vescovo compì la Prima Visita Pastorale a Talamona e celebrò solennemente la festa patronale della Natività della Madonna pontificando la S. Messa, come si legge sull'effemeride in archivio.
Tornato a Como, e senza dubbio in precedenza informato della situazione dal clero talamonese, il vescovo prese in mano l'incartamento che era stato inviato in Curia due anni prima.
Il primo provvedimento fu di nominare i titolari dei Benefici vacanti, ai quali poter poi chiedere il parere richiesto per inoltrare a Roma, per l'approvazione definitiva, tutto il carteggio.
Negli anni 1911-1913 veniva edificato l'Oratorio, quello rimasto tale fino al 1994, con conseguente impiego delle risorse finanziarie.
Forse, terminato l'Oratorio Mons. Uboldi avrà rivolto nuovamente il pensiero e gli sforzi alla chiesa.
I piani della Provvidenza disponevano però diversamente e l'Arciprete moriva il4 giugno 1914, all'età di 59 anni.


[modifica] Gli anni dell'Arciprete Cusini e la costruzione della nuova chiesa


Sac. Cusini Giuseppe, fu Giulio, nato a Livigno nel 17 maggio 1861, ordinato nel 30 maggio 1885.
Fino al dicembre 1888 fu Parroco di Pigra, in Vall'lntelvi, e dal 15 diCo 1888 venne dai Superiori mandato a Gerola, in Valle del Bitto, quale Prevosto di quella dispersissima Parrocchia e nel 9 aprile 1915 fu investito del Beneficio Arcipretale di Talamona, accedente il Regio Consenso in data 2 maggio.
Fece il suo ingresso a Talamona nel Corpus Domini 1915.
Fu però un errore l'aver presa la via per Talamona, anziché quella per la Trappa.
Così, senza nessun fronzolo, l'Arciprete Cusini si presentava al vescovo Pagani nel questionario della Visita Pastorale.
A succedere a mons. Uboldi il vescovo Archi aveva chiamato il prevosto di gerola ma questa nomina aveva suscitato delle rimostranze in qualche talamonese. L'età non proprio giovanissima non deponeva a favore del nuovo Arciprete. A Talamona, diceva certa gente, occorreva un prete attivo, zelante e soprattutto capace di risolvere il problema della chiesa parrocchiale, che era stato il cruccio degli arcipreti Ciaponi e Uboldi.
La Parrocchia di Talamona era di nomina popolare dei capifamiglia di Talamona e di Campo Tartano, quindi il nuovo parroco doveva avere il "favor populi", il benestare della popolazione, e ci fu chi si credette in diritto di muovere delle osservazioni.
L'Arciprete entrò in Talamona il 3 giugno 1915.
Il 17 febbraio 1916 inizia la raccolta delle offerte per la costruzione della nuova Chiesa.
Dal Turazza ricaviamo che il progetto prescelto fu quello dell'Architetto Mons. Spirito Maria Chiappetta:
La costruzione della nuova Chiesa iniziò il 25 marzo dell'Annunciazione, con la posa della prima pietra.
Ancor oggi sul fastigio dell'abside si legge: "A (è l'alpha greca, che indica inizio) MCMXX".
La scelta del terreno su cui edificare il nuovo tempio era caduta da qualche tempo sulla vigna a nord della chiesa esistente. Il terreno era di proprietà delle sorelle domenica e Caterina Uboldi che lo avevano avuto in eredità dal cugino don Paolo Uboldi. Iniziò così il grande lavoro.
Fino a non molti anni fa erano ancora parecchie le persone che ricordavano la domenicale processione "delle gerle": dopo i Vespri (anticipati per la bisogna all'una e mezza) una lunga serie di donne si snodava dal greto dell'Adda fino ai carri più vicini o addirittura fino alla chiesa, per portare una o più gerle con la sabbia che sarebbe servita per i lavori della settimana. Gli uomini, capeggiati da don Natale Fontana, scavavano nel fiume e trasportavano i sassi con i carri.
La costruzione della chiesa, come mostrano le foto dell'epoca, si svolse in due tempi: l'erezione della navata e delle cappelle laterali del nuovo edificio, fino all'innesto con la chiesa preesistente; poi, dopo aver messo mano all'antico edificio, saranno costruiti il presbiterio e l'abside.
Contemporaneamente don Cusini bussava a tutte le porte che credeva gli si sarebbero aperte.
Le colonne, fornite dalla Ditta Camillo Remuzzi di Bergamo, furono trasportate a Talamona con la ferrovia e costarono complessivamente £.55.100.
Sulle colonne si leggono i nomi dei benefattori insigni: "Clero" sulla colonna a fianco del pulpito; "Talamona" su quella vicina al Fonte battesimale; "Tomaso Ambrosetti" e "Quaini Bartolomeo e sorella" sulle colonne della cappella della Madonna; "Serterio superiore" e "Serterio inferiore" su quelle della cappella del Sacro Cuore.
Mentre sorgeva la chiesa nuova emergeva anche il problema di come comportarsi con la vecchia chiesa parrocchiale.

[modifica] Il problema della vecchia chiesa parrocchiale

Mentre fervevano i lavori per il nuovo edificio sacro, che già si innalzava maestoso, si andava ponendo, sempre più accentuato, il problema della chiesa antica, "vecchia" nel gergo popolare dei nostri maggiori, che fino a pochi anni fa la ricordavano benissimo.
La chiesa era stata dichiarata" di importante interesse" ai sensi della legge 20 giugno 1909.
L'arciprete Cusini, sicuramente dopo aver udito persone competenti, prese in mano la situazione e -a detta di chi personalmente lo conobbe -si mise in movimento con il suo fare deciso.

Dalla vecchia chiesa fu tolto tutto quello che avrebbe potuto servire: marmi e arredi, quadri e sacre suppellettili.
L'altare della Madonna, in ottimo stato, fu venduto alla parrocchia di Regoledo di Cosio e venne collocato nella nuova chiesa parrocchiale di S. Ambrogio. Il contratto di vendita fra la fabbriceria e il Prevosto di Regoledo, don Cassera, è in archivio.
Dai libri delle offerte troviamo che don Cusini, per aver ceduto ad antiquari "cornici antiche" ricavò £. 7.200; per "n. 4 statuette di legno fuori uso" vennero altre 3.550 lire; £. 1.500 furono ricavate" per ardesie rivendute a Cosio".
Il resto della chiesa, salvi presbiterio e abside, fu demolito e il materiale derivato servì a fare la ripiena dell'attuale sagrato.
Alcuni anziani dicevano che quando si trattò di demolire la vecchia chiesa, forse temendo altri cavilli che avrebbero coinvolto l'Arciprete, quest'ultimo fu "mandato" qualche giorno in ferie nella sua Livigno e don Natale Fontana diede l'ordine espresso di demolizione.
I vecchi raccontavano che furono recitate le preghiere previste dal Rituale Romano e poi, in un silenzio di tomba, si iniziò la demolizione.
Con la vetusta e insigne chiesa scomparivano alcuni secoli di storia di Talamona; per tutti i presenti la chiesa rappresentava il luogo di vicende personali legate alla vita: il battesimo, il matrimonio e il funerale dei propri cari.


[modifica] La conclusione dei lavori, la consacrazione della chiesa e gli ultimi anni di don Giuseppe Cusini

Sul fastigio dell'abside attuale, a destra, leggiamo la lettera Omega (che indica il termine) e l'anno, scritto in numeri romani, MCMXXVII.
Nel 1927 terminarono i lavori che, dopo l'atterramento della navata della vecchia chiesa, avevano interessato l'innesto della navata già terminata nell'attuale presbiterio con l'arco retto dalle due colonne e l'abside.
Bisogna sottolineare qui che la navata, anche a causa delle strettezze economiche, venne edificata in misura molto inferiore al progetto dell'ing. Chiappetta che la prevedeva più alta di circa 6 metri, e questo si ripercuoterà negativamente sull'acustica della chiesa.
Della vecchia chiesa rimasero intatti il presbiterio e l'abside (quelli costruiti dal Prevosto Cotta). L'antica navata fu chiusa dal grande muro divisorio che oggi costituisce la parete ovest della Sagrestia.
L'altare maggiore fu trasportato nella nuova chiesa al punto di innesto del presbiterio con il coro. Questo lavoro richiese un adattamento dell'altare alle dimensioni del nuovo tempio, sennonché (anche perché don Cusini pensava altre soluzioni, come si vedrà anziché in marmo, i lavori furono eseguiti, altro segno di provvisorietà, in legno). La parte centrale, con il tempietto di marmo, fu separata dalle parti terminali e fra esse furono collocate inserzioni di legno dipinto a finto marmo.

L'altare maggiore rimarrà così per cinquant'anni, fino ai lavori di ristrutturazione del presbiterio nel 1977. A ovest fu costruita anche la nuova sacrestia, sullo stile delle cappelle laterali, con un soppalco di legno tuttora esistente. Come porta di questo nuovo ambiente, che non diventerà mai sagrestia ma deposito di arredi e statue, fu adattato il portone centrale della vecchia chiesa.
Nella zona presbiteriale della vecchia chiesa furono collocati i mobili della Sagrestia precedente e due armadi in noce per riporre i paramenti sacri e le suppellettili; inoltre furono sistemati anche alcuni confessionali per gli uomini.
Restarono al loro posto gli affreschi eseguiti al tempo del Cotta: la Natività della Vergine, entro fastosa cornice dorata, sulla parete di fondo; il Natale del Signore e il Ritrovamento di Gesù nel tempio sulle pareti nord e sud; l'Incoronazione della Vergine nel catino dell'abside; la Gloria della cupola e i quattro Evangelisti nei pennacchi sottostanti.
Al centro delle lesene affrescate rimasero anche, entro cornici di stucco, sei medaglioni affrescati, raffiguranti la Vergine, San Giovanni Battista, San Giuseppe, Sant' Andrea e altri due Santi, probabilmente Apostoli.
Questi affreschi, tuttora visibili, sarebbero bisognosi di restauro.
Rimasero anche le due porte, quella del campanile e quella che immetteva sulla piazza a sud, racchiuse in cornice di marmo e decorate da testine di angeli in stucco.
Il pulpito della vecchia chiesa, staccato dalla parete, fu innalzato sotto l'arco davanti alla porta mediana della parete est. Per adattarlo alla nuova sistemazione fu costruita una predella da cui salivano quattro colonne e il dossale per sostenere il pergamo vero e proprio. Il dossale continuava, con la porta, fino al baldacchino.
Per ascendervi fu costruita una scala a chiocciola di legno, con ringhiera di ferro battuto; nello spazio ottenuto fra il dossale e le colonne vennero collocati i tre angeli di legno intagliato.
Le balaustre di marmo dei vecchi altari servirono per delimitare le cappelle laterali minori. Il vescovo di Como, Mons. Adolfo Luigi Pagani, aveva indetto la Visita Pastorale e sul Bollettino Ufficiale della Diocesi aveva indicato la Visita a Talamona nei giorni 29 e 30 giugno 1928, scrivendo anche che "così si potrà consacrare la nuova chiesa": il tanto atteso evento veniva annunciato a tutta la Diocesi.

[modifica] Dal 1936 al 1978

Alla morte di don Cusini la vasta chiesa si era adornata e abbellita, ma restava ancora in molta parte incompleta. Nell'ottobre 1936 venne trasportato a Talamona l'altare maggiore della chiesa di San Rocco di Sondrio, per l'interessamento dell'Arciprete Mons. Tirinzoni; questo altare fu collocato nella cappella mediana sinistra come altare del Sacro Cuore.
Negli anni dell'Arciprete Lazzeri si realizzarono gli altari di Sant' Agnese, con una sottoscrizione delle Figlie di Maria e quello di San Luigi Gonzaga, donato, come si legge su una piccola targhetta di marmo a destra del medesimo altare, da "alcuni benefattori ignoti".
Tradizione orale riconduce i benefattori ignoti a don Vincenzo Passamonti. Lo stesso sacerdote, dal libro delle offerte è stato uno dei maggiori oblatori per il nuovo tempio. Nel 1946, in seguito a un voto fatto nel periodo di guerra, venne acquistato il nuovo simulacro di Maria Bambina, Titolare della parrocchia.
L'Arciprete Don Carlo Triaca giunse a Talamona nell'ottobre 1948, in un periodo di tensione per la vita parrocchiale, e si trovò subito occupato ad affrontare il problema delle case canoniche che, per l'attenzione tutta rivolta negli anni precedenti alla nuova chiesa, versavano in uno stato di quasi fatiscenza. Nel 1968 i lavori vennero però nuovamente indirizzati al completamento della chiesa parrocchiale.
L'opera più impegnativa fu il rifacimento del tetto che dopo quaranta e più anni aveva bisogno di urgente attenzione.
In seguito fu sostituito il castello delle campane, collocandone uno in ferro anziché in legno e rimandando l'elettrificazione delle campane a tempi successivi.
Il 1º dicembre 1969 entrò in funzione il nuovo impianto di riscaldamento, e questa fu l'opera che riscosse il maggior plauso da parte della popolazione che a stento reggeva l'intensissimo freddo dei mesi invernali.
Don Triaca aveva iniziato a studiare altri problemi, quali la sistemazione del presbiterio e la decorazione, ma, per motivi di salute, lasciava la Parrocchia nel novembre 1970 e si ritirava nella sua città natale di Chiavenna.
Il 25 aprile 1971 fece solenne ingresso l'Arciprete don Ernesto Zugnoni che si pose subito all'opera per portare a termine la chiesa parrocchiale. Il primo lavoro fu la sistemazione dell'organo. Il monumentale apparato che si ergeva dietro l'altare maggiore e occupava tutta l'abside venne smontato e lo strumento, carico di anni e di incuria, fu sostituito da un moderno organo della ditta Balbiani-Bossi che ancor oggi soddisfa egregiamente alle necessità della chiesa.
Seguirono la pavimentazione in porfido del sagrato e l'elettrificazio¬ne delle campane. Negli anni 1974-1977 i lavori interessarono le nuove vetrate, la sistemazione del presbiterio e la decorazione della chiesa.
Le vetrate, fino allora -ad eccezione di due ora nell'abside- solo dipinte, vennero sostituite da vetrate a colori fusi, raffiguranti argomenti inerenti al luogo di collocazione. La loro descrizione sarà trattata più avanti, assieme agli ambienti della chiesa. La sistemazione del presbiterio richiese notevoli lavori. Dal vecchio altare maggiore furono asportati il tempietto, le aggiunte di legno risalenti ai tempi del trasporto dalla vecchia chiesa e la mensa.
In luogo del tempietto fu collocata la grande Croce processionale dei confratelli; l'altare fu completato in marmo e al posto della mensa, dopo aver elevato il Tabernacolo, fu collocata un’inserzione di marmo per poggiare i vasi sacri. Davanti all'altare, rialzate rispetto al presbiterio, furono eretti le sedi per i sacri ministri e il monumentale sedile, in marmo, sullo stile dell'altare retrostante, per il celebrante principale.
Al centro del nuovo presbiterio, tutto ribassato di un gradino rispetto al precedente, si eresse il nuovo altare. La mensa misura 2,50 x 1,05 x 0,22 m di altezza e pesa 15 quintali.
Tutto l'altare è stato realizzato dalla ditta F.lli Remuzzi di Bergamo (la stessa ditta che nel 1921 aveva fornito le colonne) e il paliotto in rame è opera dello scultore Nani di Bergamo.
La domenica 1 maggio 1977 il vescovo di Como Mons. Teresio Ferraroni consacrò solennemente il nuovo altare. Davanti all'altare, sui lati del presbiterio, furono trasportati la vasca battesimale, a destra, e il pulpito, a sinistra. Sia per il nuovo battistero che per il pulpito furono eseguiti gli opportuni adattamenti, mirati a evidenziare la pregevolezza dei manufatti e a consentire il miglior uso di entrambi per le sacre cerimonie.
Nella primavera-estate del 1978 si diede mano alla decorazione della chiesa.
Al fondo fu eretta la bussola e alla sommità dell'arco che unisce la navata al presbiterio fu inserito un grandioso affresco del pittore Nani di Bergamo. Le decorazioni e le dorature furono eseguite dall'arch. Taragni, sempre di Bergamo. Il 3 settembre 1978, a cinquant'anni dalla consacrazione, la chiesa poteva dirsi finalmente portata a compimento.

[modifica] Elenco dei parroci di Talamona dal 1479 a oggi

1. Giovanni Maria RUSCA, di Morbegno dal 1479
2. Francesco SERANNA, di Roncadello dal 1517
3. Giovanni Battista DE DONATI dal 1527
4. Michele VENOSTA, di Grosotto dal 1531
5. Giovanni Battista BALLARINO, di Caspano dal 1542
6. Giovanni Battista MAGARI, di Rasura dal 1543
7. Francesco BRACIELLI, di Legnano dal 1557
8. Anselmo DE REMONDINI, di Ganda dal 1559
9. Giovanni Battista LUZIO, di Zogno dal 1564
10. Giovanni Battista CAMOZZI dal 1564
11. Anselmo BARDEA dal 1565
12. Francesco BUSIO, di Fusine dal 1607
13. Fabiano CASSONIO, di Morbegno dal 1615
14. Giovanni Antonio SPINI, di Talamona dal 1621 al 1629

Il 12 giugno 1629 la Parrocchia fu eretta in Prepositurale e Collegiata
15. Giovanni Battista PARRAVICINI, di Buglio dal 1629 al 1669
16. Pietro MALACRIDA, di Caspano dal 1670 al 1681
17. Domenico MAZZONI, di Talamona dal 1681 al 1720
18. Pietro BRISA, di Talamona dal 1720 al 1731
19. Bernardo BONDA, di Tirano dal 1731 al 1733
20. Abbondio DELLA CHIESA, di Sondrio dal 1733 al 1770
21. Giuseppe COTTA, di Morbegno dal 1770 al 1821

Il 25 marzo 1793 la Parrocchia fu eretta in Arcipretale
22. Giovanni Battista SPINI, di Morbegno dal 1821 al 1850
23. Giovanni Pietro COTTA, di Talamona dal 1850 al 1874
24. Carlo CIAPONI, di Talamona dal 1874 al 1900
25. Giovanni Pietro UBOLDI, di Talamona dal 1902 al 1914
26. Giuseppe CUSINI, di Livigno dal 1915 al 1936
27. Benedetto LAZZERI, di Semogo dal 1937 al 1947
28. Carlo Rinaldo TRIACA, di Chiavenna dal 1948 al 1970
29. Ernesto ZUGNONI, di Sacco (Cosio V.) dal 1971 al 1988
30. Ugo BONGIANNI, di Chiavenna dal 1989 al 2006
31. Giuseppe LONGHINI, di Chiesa Valmalenco dal 2007

[modifica] Descrizione della chiesa parrocchiale

[modifica] Esterno

La mole della chiesa si innalza maestosa ed è visibile in modo particolare dalla zona nord di Talamona, dove ben si staglia sul declivio. Tutta la costruzione è in cemento, con soli giochi architettonici e, unica decorazione, un fastigio che la percorre sui lati e sull'abside. Sul lato ovest di questo fastigio si legge, benché sbiadito:
"NATIVITAS TUA DEI GENETRIX VIRGO GAUDIUM ANNUNTIAVIT UNIVERSO MUNDO"
Sul lato nord:
"SUB TUUM PREAESIDIUM CONFUGIMUS SANCTA, DEI GENETRIX"
Sul fastigio dell'abside:
"A = MCMXX - PAX CHRISTI - Q = MCMXVII"
Sul lato est:
"TOTA PULCHRA ES MARIA ET MACULA ORIGINALIS NON EST IN TE

[modifica] Facciata

La facciata si presenta racchiusa da due torri, chiamate "torrette" che innalzandosi vanno restringendosi e terminano entrambe in una cella a colonnine binate su cui poggiano le cuspidi.
I due portali laterali affiancano il maggiore, tutti in rientranze del muro e sovrastati da un'ogiva priva di decorazione.
Sopra la porta mediana, ai fianchi della quale sono due croci della Consacrazione, al centro della facciata, è il grande rosone in cemento e alla sommità tredici edicole, sei per lato, e la centrale, più ampia. Anche queste edicole sono prive di decorazione.
Sopra l'edicola centrale è una grande Croce in cemento.
Ai lati della gradinata che sale dal sagrato, sono poste le due colonne recanti le statue del Redentore a sinistra e di San Michele Arcangelo a destra, provenienti dall'ingresso del precedente sagrato.

[modifica] Lato Ovest

Il lato ovest si affaccia sulla piazza IV novembre e presenta tutto il movimento dei volumi della cappelle laterali e dell'ambiente che avrebbe dovuto costituire la nuova sagrestia. Su questo lato si aprono due porte. Quella a sud è intagliata.

[modifica] Lato Sud

A sud, verso la piazza e l'imbocco di via Valenti, prospettano la parte finale della navata e l'abside.
Da questo lato la chiesa risulta molto bassa rispetto alla sede stradale, lo si può notare anche dall'altezza delle vetrate del coro. A destra si vede il grande muro eretto per innestare la nuova costruzione alla precedente e chiudere l'antica navata per così delimitare la vec¬chia zona presbiteriale, oggi sacrestia.

[modifica] Lato Est

Il lato esterno a oriente, rivolto verso il campo sportivo e la casa arcipretale, presenta anche quanto rimane della vecchia chiesa.
La chiesa attuale, con il gioco delle cappelle e le due porte laterali (una intagliata) stacca notevolmente dalla vecchia abside con finestroni e dalla torre campanaria che si trova sul lato sinistra della testa della attuale navata e a nord dell'edificio preesistente. Fra il campanile e l'abside era visibile, fino a trenta anni fa, uno dei finestroni alti della vecchia chiesa, in corrispondenza con quello che prospetta su via Gavazzeni.
La vecchia abside semicircolare, altissima, reca a metà altezza, di fronte alla casa arcipretale, la scritta cc 1779". Il campanile si presenta come il risultato di molteplici lavori.
La torre dei tempi del Ninguarda è inglobata nella attuale costruzione fino all'altezza dell'orologio; essa fu innalzata su progetto dell'Ing. Clemente Valenti, nella seconda metà del sec. XIX, quando si costruirono la nuova cella campanaria e la cuspide piramidale in mattoni.
Nel 1871 il campanile fu dotato di un nuovo concerto di 5 campane in do maggiore, opera della Fonderia Pruneri di Grosio, in sostituzione delle tre campane già esistenti.
L'ultimo restauro, per provvedere alla necessaria conservazione, è del 1998.
In quell'occasione è riapparsa, sul quadrante nord dell'orologio, la precedente decorazione.

[modifica] Interni

L'interno della chiesa si presenta come una vastissima aula rettango¬lare nella quale si aprono quattro cappelle minori e tre maggiori. Le due cappelle laterali maggiori sono precedute da un falso transetto, separato dal corpo della chiesa da tre archi sorretti da due colonne monolitiche di granito.
La terza cappella maggiore, quella a sud, con il presbiterio e l'abside elevati di cinque gradini rispetto al piano della chiesa, è separata dalla navata da tre archi retti da due colonne. L'arcone sovrastante è affrescato con la Gloria della Vergine e i simboli della Chiesa trionfante, purgante e militante.
La controfacciata, alla quale è addossata la monumentale bussola moderna in cemento armato, porta al centro il grande rosone che raffigura la Santissima Trinità.
Sopra il portale mediano della bussola e sotto la cuspide che sale al rosone e che reca il monogramma mariano, è un dipinto in oro raffigurante la Natività della Madonna.
Quest'opera è stata eseguita dal pittore Nani di Bergamo nel 1977.
All'inizio della navata sono quattro vetrate raffiguranti le virtù cardinali.
A sinistra: la Temperanza con il simbolo della clessidra e la Fortezza con il simbolo del serpente.
A destra: la Prudenza con il simbolo dello specchio e la Giustizia con il simbolo della bilancia.
Al termine della navata, prima della gradinata, si trova la tomba di Don Giuseppe Cusini, l'arciprete che edificò la chiesa.

[modifica] Presbiterio ed abside

Il presbiterio si presenta ampio e solenne.
Il pavimento in marmo rosso con bordo in marmo nero reca alcuni rosoni in marmi colorati. Al centro, rialzato di un gradino, è collocato l'Altare degli Emigranti -chiamato così perché donato dai talamonesi emigrati all'estero- in serizzo ghiandone della VaI Masino, in parte lucidato e in parte bocciardato.
Davanti alla mensa è un paliotto in rame sbalzato raffigurante la scena del serpente di bronzo, eretto da Mosè nel deserto, come scrive il libro dell'Esodo.
Sotto la mensa, in una cripta racchiusa da moderna inferriata in ferro battuto, si trovano alcuni Reliquiari provenienti dalla mensa del precedente altare maggiore. Alle spalle dell'altare, rialzata di tre gradini, è la sede in marmo per il celebrante e, a fianco, il gradone con le sedi per i ministranti. Dietro ancora, sulla linea divisoria fra presbiterio e abside, si trova il vecchio altare maggiore che, in alcune parti, proviene dalla vecchia chiesa ed è datato 1796.
Sono del vecchio altare le parti terminali e la parte centrale, tranne l'inserzione in marmo posta sotto il Tabernacolo, che copre il posto occupato dalla precedente mensa.
La porta del Tabernacolo, in rame sbalzato e dorato, porta, in argento e in rilievo, la figura dell'Immacolata Concezione, collocata sopra il globo, con la mezzaluna contornata di nuvole. Sopra la figura della Vergine, sempre in argento e in rilievo, è la Croce con al centro il simbolo dell'Eucaristia.
In alto, dove prima era un tempietto con sei colonnine corinzie, è stata collocata la grande Croce processionale dei confratelli, in legno intagliato e dorato, opera databile al sec. XVIII. L'abside retrostante, dove si trova l'organo, presenta sette vetrate. Le terminali a destra e sinistra provengono dalla prima decorazione della chiesa e raffigurano i santi Gioacchino e Anna, genitori della Madonna.
La vetrata centrale presenta il Cristo Risorto e le altre vetrate scene della vita della Madre di Dio, strettamente unita alla vita di Gesù. Da sinistra: l'Annunciazione, il Natale, la Deposizione dalla Croce e la Pentecoste.
Il catino dell'abside porta tre medaglioni a sfondo oro con rappresentate le tre virtù teologali e i loro simboli: la Speranza con l'ancora, la Fede con l'ostensorio, e la Carità con un cuore sormontato da una fiamma.
Attorno ai medaglioni, entro trifore dorate, sono affrescati dei gigli.


Al punto di congiunzione delle linee architettoniche che dividono in tanti spicchi la volta dell'abside è la mistica colomba, simbolo dello Spirito Santo, in stucco dorato.
Sulla volta del presbiterio ci sono quattro medaglioni affrescati con i simboli degli Evangelisti.

Le due vetrate prospicienti le sacrestie raffigurano la Chiesa, come una nave, quella a sinistra e l'Eucaristia, con i simboli del pane e della vite, quella a destra.
Ai lati del presbiterio troviamo i grandi affreschi che occupano tutta la parte sommitale delle pareti: a destra la Natività della Madonna, affresco diviso a metà dall'albero sbocciante in alto con la genealogia di Gesù Cristo; sul tronco, entro volute di pergamena dipinta, è la scritta "Et egreditur virga de radice lesse" "Nascerà un germoglio dalla radice di Jesse". La figura di Jesse è al centro del groviglio di radici.
La porta sottostante, che immette nella sacrestia ovest, è l'antico. portone centrale della vecchia chiesa parrocchiale. Sulla parete sinistra è l'affresco dell'Annunciazione del Signore. Sotto, al centro della parete, entro edicola gotica troviamo l'armadietto per gli oli Sacri e, a destra, la porta della sacrestia. Gli affreschi del presbiterio, della volta, dei pennacchi e del catino dell'abside sono stati eseguiti dal pittore Carlo Morgari negli anni 1930¬31.

[modifica] Ambone

A sinistra del presbiterio, in posizione avanzata rispetto allo stesso, si trova l'ambone, per l'annuncio della Parola di Dio.
A sinistra, in fondo alla chiesa, detta ancor oggi" del Battistero", dove, nell'ancona, si conserva l'immagine di S. Giovanni Battista mentre battezza Gesù nel Giordano.
La vasca è un monolito di marmo di Saltrio, lavorato a mano e con scolpita la data 1618 e poggia su piedistallo pure di marmo lavorato.
Il Vescovo Archinti, negli Atti della Visita Pastorale del 1614, dice: "Il fonte battesimale è nella cappella vicina all'altare di San Bartolomeo, a destra della porta principale... Vasca di marmo grande, da sistemare col tramezzo, come si è decretato nella Visita".
Dagli Atti della Visita di Mons. Valfrè, nel 1900, si evince:
"La vasca grandiosa del battistero è di marmo bianco di Saltrio; non divisa nel mezzo è tutta coperta da lastra di rame; ha il tabernacolo di noce rivestito internamente di bianco drappo, e coperto al di fuori dal conopeo.
L'usciolo è chiuso a chiave, che resta però in luogo apposito in Sagristia per essere a disposizione dei Sacerdoti.
Il recinto si tiene pulito per quanto relativamente è possibile, prendendovi ogni dì posto le donne, stante l'angustia della Chiesa. "
L'attuale battistero è completato da un gradone alto, a sinistra, dove è collocato il basamento per il cero pasquale. Questo gradone serve anche a staccare la zona dai gradini che dalla navata salgono al presbiterio.
Le vetrate a destra del Battistero illustrano due Sacramenti dell'iniziazione cristiana: il Battesimo e la Cresima.

[modifica] Cappella di San Luigi

L'altare, di fattura semplice, porta una piccola lapide, sul gradino a destra, con la scritta " Alcuni benefattori ignoti".

Al centro è una tela raffigurante San Luigi Gonzaga, in abito corale, con in mano il Crocifisso e ai piedi la corona e il drago.
Ai lati sono dipinti due angeli. Il paliotto e le altre parti dell'altare sono dipinti a finto marmo.

Luigi (Castiglione delle Stiviere, Mantova, 1568 - Roma 21 giugno 1591), rinunziando alla vita di corte in uno degli ambienti più fastosi della sua epoca, scelse la via della vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Ebbe come giuda spirituale San Roberto Bellarmino. Esemplare per lo spirito di sacrificio ed il candore dei costumi, sigillò la sua breve testimonianza con la carità eroica al servizio degli appestati" (Dal Messale Romano).
Le tre vetrate raffigurano, entro medaglioni, opere di misericordia spirituale. Da sinistra: "Ammonire i peccatori", "Insegnare agli ignoranti", "Consigliare i dubbiosi".

Alla parete sud della cappella è appeso un quadro, affresco riportato su tela, proveniente dalla vecchia chiesa e attribuito al Valorsa, raffigurante la Vergine in trono fra Santa Marta e San Pietro Martire.

Alla parete nord sono due tempere del Valorsa raffiguranti scene della vita di San Giovanni Evangelista: "La risurrezione di Drusiana" e il martirio dell'Apostolo, immerso in una pentola di olio bollente.


[modifica] Cappella del Sacro Cuore

L'altare di questa cappella laterale è l'antico altar maggiore in legno della chiesa di San Rocco a Sondrio, portato a Talamona per l'interessamento e con il contributo economico del talamonese mons. Giovanni Tirinzoni, allora Arciprete del capoluogo.

Sopra l'altare si innalza il tempietto che racchiude la statua del Sacro Cuore e che termina con una cupola decorata. Le cinque vetrate raffigurano in simboli stilizzati, alcune litanie del Sacro Cuore di Gesù. Da notare quella centrale, dove è raffigurata la Croce della Cima Pisello con la scritta "Cuor di Gesù, desiderio dei monti eterni.

Le quattro vetrate a destra e a sinistra presentano i Santi titolari delle chiese filiali di Talamona: S. Carlo Borromeo, S. Giorgio, S. Gregorio e S. Gerolamo.
Alla parete sud è un quadro, restaurato nel 1986 e attualmente privo di cornice, che raffigura la Presentazione della Vergine al Tempio.

Alla parete nord, proveniente dal soppresso oratorio di San Domenico, è un quadro con tre figure muliebri che reggono uno stendardo su cui è effigiato San Domenico di Guzman.

[modifica] Cappella del Sacro Cuore e Cappella ex-Battistero

Questa cappella è dominata dalla monumentale ancona lignea in radica, in forma di grande nicchia arcata fiancheggiata da due colonnine scanalate, reggenti il complicato fastigio dalle linee sinuose e spezzate, sul quale, sopra uno specchio con testina alata, grava un altro piccolo fastigio mistilineo.

L'opera risale al sec. XVIII Nel recettario del Prevosto Cotta del 1770, nell' elenco delle migliorie apportate alla chiesa si trova, come ultima voce:
"Un'ancona bellissima al Battisterio"

Senza dubbio si tratta dell'ancona attuale. Il quadro del Battesimo di Gesù è chiara opera aggiunta: mal si inquadra e mal si intona con l'architettura dell'ancona.
Sulla parete sud due piccoli quadri con scene della vita di San Giovanni e di San Domenico.

Alla parete nord, dove si trova anche il Sacrario, due quadri con Sant' Elena e San Luigi di Francia e la lapide commemorativa della consacrazione della chiesa.
Le vetrate poste dietro l'ancona presentano le altre opere di misericordia spirituale: "Consolare gli affitti", "Perdonare le offese", "Sopportare pazientemente le persone moleste" e "Pregare Dio per i vivi e per i morti".

[modifica] Altre chiese di Talamona

Chiesa di San Carlo Borromeo
Antistante al cimitero sorge la chiesa di S. Carlo, del '600, con facciata a capanna ed interno ad una sola navata con tre cappelle.

Venne edificata a partire dal 1612, sotto il dominio dei Grigioni e fu dedicata a San Carlo Borromeo benefattore della Patria.
All 'interno vi erano molti affreschi del pittore Romegialli di Morbegno. Verso la fine del '600, durante l'epidemia di peste, la chiesa di San Carlo divenne un lazzaretto e le paretti furono dipinte di bianco.

Sul portale esterno è possibile osservare la dedica a S. Carlo scolpita nella pietra con la data 1623.


Chiesa di San Girolamo
La chiesa più antica di Talamona è S. Girolamo in Serterio superiore. La sua consacrazione risale al 1464. Si presenta con la facciata a capanna con portale in marmo in stile barocco.

Vi è dipinto un grande S. Cristoforo in compagnia di un più piccolo S. Girolamo con due Santi. L'interno si presenta ad una sola navata con tre cappelle. Tutta la cappella centrale è affrescata con una Crocifissione fra Santi, Padre Eterno tra gli angeli e gli Evangelisti episodi della vita di S. Girolamo, Madonna con il Bambino fra S. Sebastiano e S. Rocco e l'Annunciazione.

All'intero è presente anche un'Ultima cena che presenta molte similitudini con quella di S. Giorgio in Premiana. Gli artisti Francesco Guaita di Como e Abbondio Baruta di Domaso sono gli autori degli affreschi esterni ed interni.



Chiesa di San Giorgio

Nel 1589 è ricordata tra le altre chiese filiali di Talamona, ma essa sorse assai prima.
Nel 1930 risulta custodita da un Pietro Massizi, detto il frate di San Giorgio.

Nei dipinti che dovevano decorare tutto l'interno ora restano solo l'effigie della Madonna su una lesena della cappella e un'ultima cena, dipinte nel 1570 dai pittori Abondio Baruta di Domaso e Francesco Guaita.

Degna di nota è anche la tela raffigurante la Vergine con il Bambino, con ai lati i santi Giorgio e Adalberto, del 1601.


Chiesa di Case Barri
La piccola Chiesa della contrada sorge nelle vicinanze della Strada Statale 38, appena prima del viadotto sul torrente Tartano.
È stata edificata al termine della seconda guerra mondiale come atto di ringraziamento per la mancata deflagrazione di un ordigno bellico lanciato sulla zona per colpire il ponte della ferrovia Milano-Sondrio.
I resti dell'ordigno sono ancora visibili nella piazzetta della contrada Barri.
Sul fronte della chiesa è collocata una delle opere più celebri ed apprezzate di Giovanni Gavazzeni, la cosiddetta "Madonna di Case Barri".

[modifica] Società

[modifica] Evoluzione demografica

Abitanti censiti

[modifica] Lingue e dialetti

Il dialetto talamonese è la variante locale del dialetto valtellinese, a sua volta appartenente al gruppo dei dialetto lombardo occidentale.

[modifica] Cultura

[modifica] Personalità legate a Talamona

[modifica] Amministrazione

Sindaco: Italo Riva (lista civica) dal 07/06/2009

[modifica] Curiosità

[modifica] Significato dei cognomi talamonesi

Barri
Molto raro è tipico della bassa Valtellina; potrebbe derivare dal nomen latino Barrus, di cui abbiamo un esempio in Cicerone, ma più probabilmente deriva o dal nome del Monte Barro tra Lecco e Sondrio o dall'antico toponimo Barra, che risale ad un insediamento di Ostrogoti in quella zona.

Bertolini
Il cognome Bertolini è diffuso in tutto il nord Italia.

Cerri
Cerri è presente in tutta la fascia occidentale dell'Italia centro settentrionali ha più aree di origine, una nelle provincie di Milano, Novara e Pavia, una nelle provincie di Pisa e Lucca, almeno un'altra nel Lazio; questo cognomi deriverebbe da soprannomi legati a toponimi che contengono la radice Cerro, estremamente diffusi in Italia, a titolo di esempio: Cerreto Alpi (RE), Cerreto Castello (BI), Cerreto d'Asti (AT), Cerreto Laziale (RM), Cerro al Lambro (MI), Cerro Maggiore (MI) ecc. Tracce di famiglia Cerri la troviamo in Lunigiana, dove nel 1550 è presente con mansioni di notaio un tal Giovanni Michele dei Cerri di Bigliolo, nel 1580 M. Antonio Cerri da Montone (PG) scrive saggi sulla poesia lirica latina, nel 1770 a Pumenengo (BG), troviamo in qualità di podestà Girolamo dei Cerri di Vailate.

Colombini
Colombini è soprattutto situato nel territorio lombardo, ma è presente in modo pesante anche nella provincia di Verona, in Liguria, e Toscana. Questo cognomi può derivare dal nome tardo latino Columbus, ma anche da soprannomi legati a toponimi quali: Colombano (RO) o San Colombano (MI) o altri simili, si deve tener presente poi che in provincia di Milano, ai trovatelli veniva a volte dato un cognome simile, relativo all'essere loro, senza colpa e puri come colombe.

Combi
Cognome presente soprattutto nel Lecchese, in particolare in Valsassina: Cassina Valsassina (LC), Barzio (LC), Cremeno (LC) e a Lecco. In provincia di Milano sono presenti in modo rilevante solo ad Abbiategrasso e nel capoluogo. Molto sporadica la diffusione nelle province di Bergamo e Sondrio. Il cognome deriva dalla toponomastica. Dante Olivieri segnala la contrada di Bormio, Combo, e sostiene che il cognome deriverebbe da una parola dialettale che significa "valle,vallata". Parola che a dire il vero sembrerebbe sconosciuta nei dialetti lombardi. A titolo di curiosità il cognome francese Lacombe e il britannico Combe derivano anch'essi dalla toponomastica locale, da parole che nelle rispettive lingue significano appunto "valle".

Cucchi
Ha un nucleo lombardo soprattutto tra milanese e bresciano, un ceppo romagnolo, nel forlivese in particolare e nel marchigiano ed uno in provincia di Roma, potrebbe derivare da soprannomi originati da nomi di località, cuccus sta ad indicare una cima tondeggiante, ma, più probabilmente deriva dal termine cucco (l'uccello cuculo); personaggio illustre è stato il pittore del 1600 Giovanni Antonio Cucchi.

Duca
Duca è diffuso in tutt'Italia con vari ceppi, uno in Sicilia, uno nelle Marche ed altri ancora; dovrebbe derivare da soprannomi riferiti al vocabolo latino dux (duca, condottiero) o per episodi particolari o per essere in qualche modo connessi alla famiglia di un dux.

Gusmeroli
Questo cognome è un cognome valtellinese, molto diffuso a Tartano e nella zona di Morbegno, ma anche in quella di Sondrio. Di recente questo cognome è stato studiato da Gabriele Antonioli e Guido Scaramellini. Deriverebbe secondo loro dal nome Cosma (Gusme); questo cognome potrebbe pertanto essere proprio di origine valtellinese ed essere originario di questa regione italiana anche il ramo francese.

Libera
Libera parrebbe tipico dell'area compresa tra le province di Sondrio e di Trento, Dovrebbero tutti discendere dal cognomen latino Liberalis. Il cognome Libera è diffuso nella zona tra Sondrio e Morbegno nella media Valtellina.

Mazzoni
Mazzoni è un cognome specifico del centronord e può derivare sia da un soprannome originato dal vocabolo mazza (legato a capacità guerriere), sia dal vocabolo ammazza (in senso lato o proprio); può anche discendere dal nome medioevale germanico Mazzi o Mazzo e, in alcuni casi da errori di trascrizione relativi al nome Masone (aferesi di Tommasone).

Luzzi
Tipico della fascia che comprende Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo, deriva dal nome medioevale Lutius, di cui abbiamo molti esempi fra gli scolari dell'Università di Perugia nel 1500, dove troviamo: Lutius Catalanus, Lutius Niccolai de Castro Panicali, Lutius Centoflorenus e molti altri con questo nome, tracce di questa cognomizzazione le troviamo a Bologna nel 1306 quando si laurea in Medicina e Filosofia un certo Luzio Luzzi.

Riva
Diffuso in tutto il nord Italia, deriva da uno dei vari toponimi contenenti il vocabolo riva, come: Riva del Garda (TN), Riva del Sole (GR), Riva di Pinerolo (TO), Riva di Solto (BG) e tantissimi altri o anche dall'abitare il capostipite nei pressi della riva di un fiume, tracce di questo cognome in Lombardia si hanno almeno fin dal 1200.

Spini
Spini è propriamente lombardo, con un ceppo anche in Toscana; dovrebbe derivare dal nome mediovale Spina e Spinello, o anche dall'aferesi del nome Crispino o suoi diminutivi, ma potrebbero anche, in alcuni casi, derivare da toponimi quali: Spina (PG), Spinea (VE), Spineda e Spino d'Adda (CR), Spinete (CB), Spineto Scrivia (AL), ecc.

Tirinzoni
Sembra proprio che Tiranzoni sia un cognome di origine Valtellinese, con origine a Tartano di Morbegno (SO). Si tratterebbe della vecchia forma del cognome Tirinzoni, oggi cognome di Talamona. I Tiranzoni sono "scesi" a Talamona dalla montagna di Tartano verso il 1700 "ribattezzandosi" Tirinzoni.
Difficile pensare che Tirinzoni derivi dal nome della cittadina di Tirano (una cinquantina di chilometri più a Est). Questo borgo divenuto verso la metà del '500 polo fieristico importantissimo, non ha mai "prodotto" cognomi, diversamente da altri paesi vicini: Ponte, Mazzo, Grosio, Tovo o Bormio.

[modifica] Note

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali
Namespace
Varianti
Azioni
Navigazione
Comunità
Stampa/esporta
Strumenti
Altre lingue