Summorum Pontificum

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Celebrazione di una messa tridentina.

La Summorum Pontificum (in italiano Dei Sommi Pontefici) è una lettera apostolica di papa Benedetto XVI, pubblicata in forma di motu proprio il 7 luglio 2007.

Il motu proprio contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche per la corretta celebrazione della cosiddetta messa tridentina (per lo più conosciuta come Messa in latino o Messa in Rito Romano antico), ovvero l'Eucarestia secondo il Messale promulgato nel 1962 da papa Giovanni XXIII; tali disposizioni sono entrate in vigore il 14 settembre 2007, festa dell'esaltazione della Santa Croce, e hanno sostituito le precedenti norme contenute nelle lettere Quattuor abhinc annos del 1984 ed Ecclesia Dei adflicta del 1988.


Significato del documento[modifica | modifica sorgente]

Il documento è accompagnato da una lettera del Papa[1], con cui spiega ai vescovi e ai fedeli i motivi, lo spirito e gli scopi del suo atto. Nella lettera accompagnatoria Benedetto XVI respinge due timori, dichiarandoli infondati:

  • innanzitutto "il timore che qui venga intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio";
  • in secondo luogo "il timore che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali".

indicando poi il motivo della nuova normativa:

« sono giunto alla ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. »
(Lettera di Benedetto XVI ai vescovi di tutto il mondo per presentare il "motu proprio" sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970)

In Benedetto XVI è dunque presente l'auspicio che questa apertura possa contribuire, fra le altre cose, anche a riportare nella piena comunione con Roma quei fedeli che se ne sono distaccati non accettando alcuni contenuti del Concilio Ecumenico Vaticano II e le riforme che ne sono seguite (soprattutto la riforma liturgica di Paolo VI introdotta nel 1969), come gli appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Contenuto del documento[modifica | modifica sorgente]

Introduzione storica[modifica | modifica sorgente]

Il Messale di papa Giovanni XXIII pubblicato nel 1962 è l'ultima editio typica (edizione ufficiale) del Messale Romano promulgato nel 1570 da papa Pio V nell'ambito del moto di riforma ecclesiastica promosso dal concilio di Trento. Tale Messale si limita per lo più a codificare e ad estendere a tutta la Chiesa Cattolica la liturgia in uso nella città di Roma a partire dalla riforma di San Gregorio Magno risalente al VI secolo: per questo motivo, la Messa tridentina è spesso definita Messa "gregoriana" e, talvolta, anche Messa "di sempre" (volendo significare che si tratta di una liturgia molto antica). Tale messale fu completamente rinnovato, a più riprese, dopo il Vaticano II per ordine di papa Paolo VI, fino all'entrata in vigore del Novus Ordo Missae nel 1969 attualmente in uso.

Con il Motu Proprio "Summorum Pontificum" la liturgia tradizionale in latino in vigore fino al 1965 (anno in cui fu introdotta la prima delle riforme liturgiche post-conciliari) viene considerata "forma straordinaria"[2] dell'unico rito romano, mentre la messa e gli altri riti riformati dopo il Concilio Vaticano II (la cosiddetta liturgia di papa Paolo VI, che può esser celebrata sia in latino sia nelle diverse lingue nazionali) costituiscono ancora la "forma ordinaria", o più consueta, dello stesso rito romano.

Il Papa precisa che la forma antica del rito romano non è mai stata abrogata, e dichiara che essa, "per il suo uso venerabile e antico", dev'essere tenuta da tutti "nel debito onore".

Articoli normativi[modifica | modifica sorgente]

Benedetto XVI afferma che i due messali non contengono due diversi riti, ma due usi diversi dello stesso rito romano. Quella contenuta nel messale di papa Paolo VI è la forma ordinaria di celebrazione; quella del 1962 ne è la forma straordinaria.

Con questo motu proprio, il Papa ha esteso a tutta la chiesa cattolica la possibilità di celebrare la messa con i libri liturgici promulgati il 23 giugno 1962. La facoltà di avvalersi della liturgia antica è inoltre estesa all'uso del "Pontificale Romanum" per la celebrazione di tutti i sacramenti (anche se l'ordine sacro, a differenza degli altri sacramenti, non viene esplicitamente menzionato nel motu proprio) e alla recita del Breviario Romano.

Tutti i sacerdoti di rito latino possono ora usare liberamente e senza alcuna restrizione o autorizzazione il messale del 1962 quando celebrano in forma privata; a queste messe private possono partecipare i fedeli che lo chiedano spontaneamente. L'uso del messale del 1962 per tali messe non è possibile nei giorni del Triduo Pasquale, in quanto le messe senza popolo durante il Triduo non sono previste, con qualunque messale.

Anche le comunità di Istituti di vita consacrata o Società di vita apostolica (cioè le congregazioni sacerdotali e gli ordini religiosi) che celebrano la messa conventuale nella propria chiesa possono celebrare con il Messale del 1962.

Per quanto riguarda le parrocchie, ad un gruppo stabile di fedeli che voglia celebrare la messa tridentina basterà rivolgersi al parroco, senza chiedere l'autorizzazione al Vescovo diocesano. Se il parroco non concederà la celebrazione della messa tridentina, i fedeli potranno rivolgersi al Vescovo. Se anche il Vescovo non vorrà rispondere alle esigenze dei fedeli, questi potranno riferirlo alla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei".

Nelle chiese non parrocchiali e non conventuali bisognerà rivolgersi al rettore della chiesa per avere l'autorizzazione alla celebrazione col rito latino.

Il Vescovo potrà anche erigere una o più parrocchie personali (senza giurisdizione territoriale, ma con cura d'anime di un gruppo di fedeli) per i gruppi di fedeli che desiderano la liturgia tridentina.

Commenti a favore e critiche[modifica | modifica sorgente]

Accanto alla soddisfazione e ai commenti favorevoli provenienti soprattutto dai fedeli e dal clero più giovani, nonché da molti sacerdoti dei paesi francofoni e anglosassoni, il Motu Proprio, alla sua pubblicazione, non ha mancato di suscitare molti commenti sfavorevoli, soprattutto tra il clero e i fedeli delle generazioni che avevano personalmente vissuto la stagione del Concilio Vaticano II, per i quali esso è apparso come una revisione ed un passo indietro della Chiesa rispetto ai cambiamenti portati dalla grande assise ecumenica.

Il cardinale francese Jean-Pierre Ricard e l'arcivescovo svizzero Kurt Koch, presidenti degli episcopati dei due Paesi più coinvolti nella disputa con i tradizionalisti di Lefebvre difesero la decisione del Papa, anche se invitarono a non sottovalutare possibili incomprensioni delle sue motivazioni e il rischio di divisioni. Fiduciosi sulla buona accoglienza erano i cardinali Cormac Murphy-O'Connor (inglese) e Karl Lehmann (tedesco). In Italia entusiasmo venne espresso dai cardinali Angelo Scola e Carlo Caffarra nonché persino dalla Lega Nord per bocca di Mario Borghezio:"La Padania cristiana ringrazia per il ritorno della messa tradizionale". La scelta del Papa venne invece qualificata come "anticonciliare" dalle Comunità cristiane di base, dai cosiddetti cattolici "adulti" e da una parte di fedeli, anche alcuni di quelli impegnati accanto ai parroci nella gestione della attività parrocchiali in veste di educatori, catechisti, eccetera.[3]

Per monsignor Bernard Fellay, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la "normalizzazione" della messa "non di San Pio V", precisava, "bensì della Chiesa di sempre" era stato "un atto di giustizia, un aiuto soprannaturale straordinario in un momento di grave crisi ecclesiale".[4]

All'inizio della "Lettera ai Vescovi", il Papa constata che:

« Notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un'accettazione gioiosa ad un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto. »

Tra le dichiarazioni critiche anteriori alla pubblicazione, quella più nota è senz'altro il comunicato dell'Assemblea plenaria dei Vescovi francesi,[5] che approfondisce i timori cui Benedetto XVI, con la "Lettera", ha voluto rispondere di persona.

Comunque il potenziale ecumenico della Summorum Pontificum riguardo alle Chiese Ortodosse non va sottovalutato, data la reazione molto positiva al motu proprio da parte di alcuni prelati ortodossi, in particolare il metropolitano russo Kirill Gundiayev e l'eparca Hilarion Alfeyev).[6]

I liturgisti di Camaldoli[modifica | modifica sorgente]

I liturgisti di Camaldoli diffusero un documento, intitolato Avvio di una riflessione[7], con lo scopo «di offrire un contributo alle delicate mediazioni che saranno necessarie per evitare che l’impatto della nuova disciplina possa generare nella realtà ecclesiale divisioni e contrapposizioni, e non comunione e riconciliazione, come è nelle sue intenzioni».

Cardinal Martini[modifica | modifica sorgente]

Il 29 luglio 2007 il cardinale Carlo Maria Martini, uno dei simboli mondiali del cattolicesimo progressista, in un suo articolo pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Il Sole 24 ore ha criticato il motu proprio Summorum Pontificum temendo in particolare il venire meno della comunione dei fedeli attorno ad un unico rito e la svalorizzazione delle "conquiste della riforma liturgica del Concilio Vaticano II", in specie per quanto riguarda la comprensione e la partecipazione del popolo alla celebrazione della messa. Per cui, nonostante si ritenesse ancora in grado di predicare senza difficoltà in latino ed avesse officiato sempre in latino nel duomo di Milano nei giorni delle grandi festività, non sarebbe ritornato a celebrare in latino per tre motivi:

1) La riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II (il "Novus Ordo" di Paolo VI) rappresenterebbe, secondo il prelato, un netto miglioramento per la comprensione della liturgia e della Parola di Dio. Ribattendo agli abusi celebrativi, secondo lui "non così diffusi come preteso da alcuni", egli affermò che «abusus non tollit usum» (l'abuso non preclude l'uso)
2) Rischio di rimessa in discussione del Concilio Vaticano II, il quale, per il cardinale, "avrebbe aperto porte e finestre ad una vita cristiana più lieta e umanamente più vivibile" rispetto al «l'insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva, dove il fedele con fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo ad esempio in Galati 5,1-17»
3) Come vescovo constatava «l'importanza di una comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l'adesione di tutti al mistero altissimo»

Martini, tuttavia, concede che questo motu proprio contribuisca ecumenicamente a favorire il «dialogo fra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero». [8] [9].

Applicazione del documento in Italia[modifica | modifica sorgente]

Messa solenne all'altare maggiore della chiesa della SS.ma Trinità dei Pellegrini a Roma
Celebrazione della messa nella forma extraordinaria del rito romano nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei Pellegrini a Roma
Messa bassa presso l'altare maggiore di San Simeon Piccolo a Venezia

Malgrado il Motu Proprio abbia trovato immediata e ampia applicazione soprattutto nei paesi dell'Europa centro-settentrionale e negli Stati Uniti (dove ormai sono molti anche i vescovi e gli ordini religiosi che hanno iniziato a celebrare la Messa in forma straordinaria), anche In Italia dopo il 2007 sono incominciate nuove celebrazioni regolari in latino, che si aggiungono a quelle avviate in seguito agli indulti di papa Giovanni Paolo II. In totale, sono circa un centinaio i luoghi dove la messa tridentina è celebrata con continuità.[10] Si distingue, in particolare per il sostegno e la diffusione della Messa Tridentina, l'Istituto religioso dei Frati Francescani dell'Immacolata, malgrado il temporaneo stop determinato dall'improvviso e misterioso commissariamento dell'ordine deciso dal Vaticano nell'estate 2013.

Il 7 luglio 2010, in occasione del terzo anniversario di promulgazione del Motu Proprio, è sorto un progetto per la costituzione di una struttura nazionale italiana, denominata "Coordinamenti del Summorum Pontificum, per l'applicazione del Motu Proprio "Summorum Pontificum Cura" di S.S. Benedetto XVI" con lo scopo di aiutare e sostenere tutte le associazioni locali nate per diffondere la messa tridentina.[11][12]

La parrocchia personale a Roma[modifica | modifica sorgente]

Papa Benedetto XVI, accogliendo la proposta del cardinale vicario Camillo Ruini, con decreto datato il giorno di Pasqua (23 marzo) 2008, ha eretto a parrocchia personale la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini ai Catinari, affidandola alla Fraternità Sacerdotale San Pietro per assicurare un'adeguata assistenza religiosa all'intera comunità dei fedeli residenti nella diocesi di Roma che seguono la messa e tutti i sacramenti secondo la forma extraordinaria del Rito Romano. Fra le molte diocesi nelle quali serve la Fraternità, quello di Roma è il decimo apostolato ad essere riconosciuto come parrocchia personale, e il primo in Europa. Il sacerdote Joseph Kramer, FSSP, è stato nominato primo parroco, primicerio dell'Arciconfraternita e rettore della chiesa.

La cerimonia della presa di possesso di padre Kramer, e la messa di apertura ufficiale della parrocchia hanno avuto luogo l'8 giugno 2008. Alla parrocchia e ai suoi parroci "pro tempore" sono riconosciuti gli stessi diritti di cui godono le altre dell'Urbe e i loro parroci secondo il diritto comune; al contempo essa ha gli stessi obblighi e doveri delle altre, mentre per l'amministrazione e il sostentamento del parroco vengono osservate le norme promulgate dalla Conferenza Episcopale Italiana e dal Vicariato di Roma.[13]

Venezia[modifica | modifica sorgente]

Il Patriarca di Venezia cardinale Angelo Scola nel 2006 ha affidato alla Fraternità Sacerdotale San Pietro la chiesa di San Simeon Piccolo, di fronte alla stazione ferroviaria, nominando Padre Konrad zu Loewenstein, FSSP, cappellano per i fedeli che seguono la liturgia secondo la forma extraordinaria del Rito Romano.

Il 6 marzo 2010, in occasione della visita pastorale, il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, ha assistito pontificalmente, presso questa chiesa, alla messa nella forma extraordinaria del Rito Romano celebrata da Padre Konrad zu Löwenstein, FSSP[14].

Vocogno (Val Vigezzo)[modifica | modifica sorgente]

La parrocchia del paese di Vocogno, frazione del comune di Craveggia (Val Vigezzo), svolge l'intera vita della comunità seguendo la liturgia tradizionale[15]; al clero di tale parrocchia è affidata anche la cappella dell'ospedale di Domodossola (dove si segue la medesima Forma Straordinaria del Rito Romano). I sacerdoti che reggono tali comunità vi sono stati assegnati dopo essere stati rimossi dalle rispettive parrocchie di cui precedentemente erano parroci[16], in seguito a resistenze nell'applicazione del Motu Proprio da parte della Diocesi di Novara[17].

Le modifiche intervenute in sede di promulgazione[modifica | modifica sorgente]

Il Motu proprio "Summorum Pontificum" è stato pubblicato sugli Acta Apostolicae Sedis del 7 settembre 2007[18] con il nuovo titolo De usu extraordinario antiquae formae Ritus Romani. Nel testo del provvedimento sono state apportate alcune modifiche, molte delle quali segnalate (e commentate) da Gianni Cardinale su "Avvenire"[19]. All'articolista, però, è sfuggito che:

  • nel penultimo paragrafo della premessa si è corretta un'omissione, attribuendo a Giovanni XXIII il titolo di "Beato"
  • all'art. 7, dove si prevede il ricorso dei fedeli al vescovo contro il diniego del parroco, petita non obtinuerit («non abbia ottenuto quanto richiesto») è stato sostituito da petitam a parocho licentiam non obtinuerit («non abbia ottenuto dal parroco il permesso richiesto)».

Le modifiche anticiperebbero alcuni chiarimenti del preannunciato regolamento attuativo.

L'istruzione di applicazione del motu proprio[modifica | modifica sorgente]

L'istruzione Universae Ecclesiae di applicazione, predisposto dalla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", porta la data del 30 aprile 2011, memoria liturgica di san Pio V, ed è stato reso pubblico il 13 maggio. Prevede alcune norme circa il ruolo dell'ordinario diocesano, del gruppo stabile di fedeli e del sacerdote celebrante. Stabilisce la facoltà di recitare le lezioni della Messa in lingua volgare per le sole Messe lette, di celebrare il Triduo Sacro nella forma straordinaria. Prevede inoltre che nei seminari i futuri sacerdoti debbano imparare a celebrare secondo entrambe le forme del rito romano.[20]

Il giallo delle trenta firme e le anticipazioni del contenuto[modifica | modifica sorgente]

[[]]

Anche se la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" stava preparando un documento volto ad agevolare la concessione dell'indulto già nel 2004, solo con l'elezione di papa Benedetto XVI si diffusero le voci circa i contorni delle novità. Da un lato, il cardinale Darío Castrillón Hoyos[21] – poi affiancato da monsignor Albert Malcolm Ranjith,[22] dopo la sua nomina a segretario della Congregazione per il Culto Divino – dichiarava che il Messale detto di "San Pio V" non era mai stato abrogato e costituiva la cosiddetta "forma straordinaria" del rito romano;[23] dall'altro i vaticanisti, unanimi, anticipavano[senza fonte] che la concessione della messa sarebbe stata subordinata al raggiungimento della soglia di trenta richiedenti.

Di fatto, però, un'ipotesi simile non fu mai discussa. Anzi, i contenuti reali del documento erano stati anticipati da monsignor Camille Perl, allora Segretario dell'"Ecclesia Dei", al Collectif pour la paix liturgique à Reims[24], ma il suo intervento non era stato ripreso dai giornalisti. Peraltro, è pressoché certo[senza fonte] che il testo sia rimasto aperto a modifiche fino all'ultimo: la data della firma – il 7 luglio 2007 – eccezionalmente coincide con quella della pubblicazione[25].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pubblicata in AAS 99 (2007), 795-799 con il titolo Ad omnes Catholicae Ecclesiae Episcopos Ritus Romani e nota come "Lettera ai Vescovi"
  2. ^ Il motu proprio usa la parola latina extraordinaria, che viene tradotta nella versione italiana con la parola straordinaria. Questo aggettivo non va inteso nel senso di una maggiore rilevanza, ma di eccezionalità rispetto alla prassi comune. Il testo italiano della lettera accompagnatoria del Papa ai vescovi sottolinea in modo particolare questo aspetto, dal momento che usa l'espressione: "forma extraordinaria della celebrazione liturgica", evitando cioè l'aggettivo straordinaria.
  3. ^ Luigi Accattoli, «Via libera alla messa in latino. Il Papa: atto di riconciliazione», Corriere della Sera, domenica 8 luglio 2007, p. 6.
  4. ^ Vittorio Messori, «I lefebvriani: grazie Ratzinger "Ora parliamo della scomunica"», Corriere della Sera, 8 luglio 2007, p. 7.
  5. ^ Assemblea plenaria dei vescovi francesi, 4-7 aprile 2006. Paragrafo sui rapporti con la Tradizione
  6. ^ Geoffrey Hull,The Banished Heart: Origins of Heteropraxis in the Catholic Church (Londra: T&T Clark, 2010), pp. 351-355. Questo studio critico mette in rilievo tra l'altro l'importanza ecumenica della storia del tradizionalismo liturgico nella Chiesa latina.
  7. ^ Avvio di una riflessione sul Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI, Toscana Oggi, 03/09/2007.
  8. ^ Carlo Maria Martini,Amo il latino, però..., Sole 24 Ore, 29 luglio 2007
  9. ^ Luca Saitta, Martini: Non celebrerò la messa in latino in La Repubblica, 30-07-2007. URL consultato il 15-11-2009.
  10. ^ Elenco aggiornato delle messe tridentine in Italia
  11. ^ http://www.b16network.com/
  12. ^ http://www.rinascimentosacro.org/2010/07/nascono-i-coordinamenti-del-summorum-pontificum/
  13. ^ Apertura della parrocchia a Roma
  14. ^ Il bell’amore è effettivo quando è oggettivo, fedele e fecondo. Come testimonia Maria. L’omelia del Patriarca alla messa del Cuore Immacolato di Maria », angeloscola.it. URL consultato il 07-04-2010.
  15. ^ Radicati nella Fede
  16. ^ [1] [2]
  17. ^ [3] [4] [5]
  18. ^ AAS 99 (2007), pp. 777-781; cfr. ibid., pp. 795-99, la Lettera ai Vescovi, immutata rispetto alla versione diffusa su [6]
  19. ^ Gianni Cardinale, Pubblicato sugli Acta il «Summorum pontificum» in Avvenire, 14-03-2008.
  20. ^ Istruzione sull'applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum di S.S. Benedetto PP. XVI
  21. ^ Vedi già l'intervista rilasciata all'indomani dell'udienza concessa da Benedetto XVI a Mons. Bernard Fellay, il 29 agosto 2005
  22. ^ Già in quest'intervista del 22 giugno 2006 [7]
  23. ^ L'espressione compare, tra l'altro, nella Prefazione del cardinale Hoyos al volume di P. Ludovico Trimeloni SDB, Compendio di liturgia pratica, datata Lunedì Santo 2007.
  24. ^ Ivi; v. anche un commento su
  25. ^ V. infra nel testo per le modifiche posteriori.

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