Suicidio e religioni

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Esistono numerose visioni religiose del suicidio.

Ebraismo[modifica | modifica sorgente]

L’Ebraismo, alla luce della sua grande attenzione per la santità della vita, ha tradizionalmente considerato il suicidio come uno dei peccati più gravi. Il suicidio è sempre stato vietato dalla legge ebraica in tutti i casi. Non è visto come un'alternativa accettabile, anche si è costretti a commettere alcuni peccati cardinali per i quali si dovrebbe rinunciare alla vita piuttosto che peccare. Assistere a un suicidio e chiedere assistenza per un suicidio (creando complicità) è altresì vietato, come violazione del Levitico 19:14 “Non porre alcuno scoglio davanti al cieco”, poiché i Rabbini interpretarono il verso come proibizione di qualunque tipo di ostacolo: teologico (per esempio, convincere le persone a credere in false dottrine), economico (dare cattivi consigli finanziari) o in caso di ostacoli morali, così come fisici.

Ciò non ha impedito alla cultura ebraica di ricordare come un fatto positivo e di alto contenuto morale il suicidio-omicidio del Giudice Sansone, che si leva la vita e la leva ai Filistei da cui era stato fatto prigioniero e accecato dopo essere stato catturato dalla sua amante Dalila (Giudici, XVI:18-20), come narrato in quel libro stesso dell'Antico Testamento:

« 28 Allora Sansone invocò il Signore e disse: «Signore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!». 29 Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò ad esse, all'una con la destra, all'altra con la sinistra. 30 Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!». Si curvò con tutta la forza e la casa rovinò addosso ai capi e a tutto il popolo che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. »
(Giudici, XVI:28-30)

Il divieto di suicidio non è riportato specificatamente nel Talmud. Il trattato post-talmudico Semahot (Ebel Rabbati) 2:1-5 fornisce le basi per molte delle successive leggi ebraiche sul suicidio, insieme alla Genesi Rabbah 34:13, che basa la proibizione biblica sulla Genesi 9:5 “E certamente il sangue delle vostre vite Io richiederò”[1]

Secondo il Chassidismo, l’anima discende in questo mondo per compiere una missione, che non può essere compiuto nei “mondi spirituali”. Questa è l’interpretazione Chassidica dell’affermazione Talmudica “Un secondo nel mondo che verrà è più piacevole dell’intera vita in questo mondo. Ma una buona azione in questo mondo è più importante dell’intera eternità nel mondo che verrà” (Etica dei Quattro Padri, Mishna). Secondo la scuola Chabad del Chassidismo, nonostante gli esseri spirituali (anime e angeli che vivono nei mondi spirituali) abbiano accesso alla conoscenza dell'esistenza di Dio, essi non hanno accesso all'Essenza di Dio. Nel corso dell’esecuzione dei Comandamenti della Torah, il corpo e l’anima di una persona ottengono l'accesso all'Essenza del Creatore (giacché la Torah rappresenta la volontà di Dio, che è tutt'uno con la sua essenza) e purificano sia il corpo che l’anima, così come il mondo fisico. La purificazione del mondo fisico attraverso l’adempimento dei Comandamenti condurrà infine all’Era Messianica, che è l’obiettivo e il fine della Creazione. Quindi, la vita nel mondo fisico fornisce all’anima di una persona un’unica opportunità, e rifuggire consapevolmente e deliberatamente tale opportunità viene considerato un peccato grave.

Il Comitato sulle Leggi e sugli Standard Ebraici, il corpo degli studiosi di Legge Ebraica nell’Ebraismo Conservatore, ha pubblicato una responsa sul suicidio nel numero dell’Estate del 1998 del ‘’Ebraismo Conservatore’’, Vol. L, N°4. Tale responsa dichiara solennemente la proibizione, rivolgendosi poi alla tendenza crescente di Americani ed Europei che cercano assistenza per il suicidio. Il comitato crede che noi siamo obbligati a determinare le cause per le quali alcuni cercano aiuto per il suicidio e a migliorare queste circostanze.

La risposta Conservatrice dichiara:

“…coloro che commettono suicidio e coloro che aiutano altri nel compierlo agiscono al di fuori di una pletora di motivi. Alcune di queste ragioni sono ben poco nobili, comprendendo, per esempio, il desiderio dei figli di vedere il Padre e la Madre morire in fretta così da non sprecare la loro eredità in “futili” cure mediche, o il desiderio delle compagnie assicurative di spendere meno soldi possibile sui malati terminali.”

Il saggio dice che la risposta appropriata al dolore non è il suicidio, bensì un migliore controllo del dolore e un maggiore utilizzo di farmaci contro il dolore. Si afferma che molti dottori mantengono deliberatamente tali pazienti in situazioni di dolore rifiutandosi di somministrare gli antidolorifici necessari: alcuni lo fanno per ignoranza, altri per evitare una possibile dipendenza da droghe, altri ancora per un fuorviato senso di stoicismo. L’Ebraismo Conservatore considera tali forme di ragionamento come “bizzarre” e crudeli, poiché con i farmaci odierni non vi è alcuna ragione perché le persone debbano vivere in una tortura continua.

L’articolo poi investiga sulle radici fisiologiche della disperazione provata da alcuni pazienti, e asserisce:

"I medici o altri cui è stato chiesta assistenza per morire dovrebbero riconoscere che le persone che contemplano il suicidio sono spesso sole, senza qualcuno che si interessi della continuazione o meno della loro vita. Invece di assistere i pazienti nella morte, la risposta appropriata in tali circostanze è quella di fornire al paziente un gruppo di persone che riaffermino chiaramente e ripetutamente il proprio interesse nel fatto che il paziente continui a vivere…Le richieste di morte, dunque, devono essere valutate in termini di gradi di sostegno sociale che il paziente ha, poiché simili richieste spesso vengono ritirate non appena qualcuno dimostra interesse nei confronti del paziente. In quest’era di individualismo e di famiglie spezzate e sparse, e nel contesto antisettico degli ospedali dove i in genere i moribondi trovano se stessi, il mitzvah di visitare i malati (‘’bikkur Holim’’) diviene fondamentale per sostenere la volontà di vivere.”

L’Ebraismo possiede molti insegnamenti sulla pace ed il compromesso che presentano la violenza fisica come l’ultima delle opzioni possibili. Sebbene uccidere se stessi sia proibito sotto la normale Legge Ebraica, in quanto negazione della bontà di Dio nel mondo, in circostanze estreme (quando non pare esservi altra scelta se non essere uccisi o costretti a tradire la propria religione) gli Ebrei hanno commesso suicidio, o suicidio di massa, come testimoniano i casi di Sansone e dei difensori di Masada nel 74. Come triste promemoria di quei tempi, vi è persino una preghiera nella liturgia ebraica per “quando il coltello è alla gola”, per coloro che muoiono “per santificare il Nome di Dio”. (vedi: Martirio). Questi atti hanno ricevuto risposte varie da parte delle autorità Ebraiche: alcuni li considerano martiri eroici, e altri dicono che mentre gli Ebrei dovrebbero sempre avere la volontà di affrontare il martirio se necessario, è stato errato essersi tolti la vita.[2][3]

Poiché l’Ebraismo si concentra su questa vita, molte domande relative alla sopravvivenza e al conflitto (come il classico dilemma morale delle due persone in un deserto che hanno acqua sufficiente affinché solo uno dei due si salvi) vennero analizzate in profondità dai rabbini all’interno del Talmud, nel tentativo di comprendere i principi che una persona buona dovrebbe seguire in simili circostanze.

Cristianesimo[modifica | modifica sorgente]

Cristianesimo delle origini[modifica | modifica sorgente]

Ci sono nove suicidi nella Bibbia;[4] il più noto si trova in Matteo 27:3, il suicidio di Giuda Iscariota dopo aver tradito Gesù. Il gruppo pro-suicidio più celere fu quello dei Donatisti, i quali erano convinti che uccidendosi avrebbero potuto raggiungere il martirio e andare dunque in Paradiso. Vennero dichiarati eretici. Nel V secolo, Sant’Agostino scrisse il libro La città di Dio, in cui vi è la prima condanna del suicidio del Cristianesimo. La sua giustificazione biblica per tale condanna fu l’interpretazione del comandamento “Non ucciderai”, mentre altre giustificazioni vanno fatte risalire al “Fedro” di Platone. Sant'Agostino di Ippona sostiene che il suicida pecca contro Dio e commette un'ingiustizia nei confronti della comunità. Egli scrive: "Noi, e non senza ragione, non troviamo mai nei libri canonici un punto in cui sia comandato o permesso da Dio di uccidersi né per la gloria immortale né per liberarsi da un male o per evitarlo. Anzi, dobbiamo intendere che ci sia stato proibito, dove la legge dice: "Il prossimo tuo [....] Non ucciderai": dunque né altri né te stesso: infatti chi uccide se stesso, non uccide altri se non un uomo."[5] Nel VI secolo, il suicidio divenne un peccato religioso ed un crimine laico. Nel 533, coloro che commettevano suicidio non solo venivano accusati di un crimine, ma si vedevano negare una sepoltura Cristiana. Nel 562, tutti i suicidi vennero puniti in tal modo. Nel 693, persino il tentato suicidio divenne un crimine ecclesiastico, che poteva essere punito con la scomunica, con le derivanti conseguenze civili. Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino diffamò il suicidio come un atto contro Dio e come un peccato del quale non ci si sarebbe potuti pentire. Leggi civili e criminali vennero adottate per scoraggiare il suicidio, ma anche per negare una sepoltura appropriata, degradando così il corpo. La proprietà e i possedimenti del defunto e della sua famiglia venivano confiscati. Il suicidio è ritenuto anche un crimine contro la giustizia e la comunità.[6] Molti Cristiani credono nella santità della vita umana, un principio che, generalmente, afferma che ogni vita umana è sacra – una meravigliosa e perfino miracolosa creazione di Dio – e deve essere compiuto ogni sforzo per salvarla e preservarla quando possibile. Quindi, il perdere deliberatamente la propria vita sarebbe incompatibile con questa visione globale.

Cattolicesimo moderno[modifica | modifica sorgente]

Nel Cattolicesimo, la morte per via di un atto di suicidio liberamente scelto è considerata un grave peccato mortale. Il principale argomento cattolico è che la propria vita è proprietà di Dio, e distruggere tale vita vuol dire imporre il proprio dominio su ciò che è di Dio. Al punto 2281 del Catechismo si afferma: ‘’Il suicidio contraddice l’inclinazione naturale dell’essere umano di preservare e perpetuare la sua vita. È gravemente contrario al giusto amore di sé. È lo stesso che offendere l’amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la famiglia, la nazione, e le altre società umane nei confronti dei quali continuiamo ad avere degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore per il Dio vivente.’’ Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997 sosteneva che la persona che commetteva suicidio poteva non essere pienamente sana di mente; e perciò non colpevole moralmente al 100%: "Gravi disturbi psicologici, angoscia, o una seria paura delle avversità, della sofferenza o della tortura possono diminuire la responsabilità di colui che commette il suicidio.” La Chiesa Cattolica prega per coloro che si sono suicidati, con la coscienza che Cristo giudicherà i defunti giustamente. La Chiesa prega anche per i parenti stretti del defunto, affinché il tocco amorevole e risanante di Dio possa confortare coloro che sono rimasti distrutti dall’impatto del suicidio.

Testimoni di Geova[modifica | modifica sorgente]

I Testimoni di Geova hanno una posizione simile a quella indicata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, essi però non pregano per i defunti.

Protestantesimo moderno[modifica | modifica sorgente]

I cristiani conservatori (evangelici, carismatici e pentecostali) hanno spesso sostenuto che, poiché il suicidio consiste in un auto-omicidio, chiunque commetta suicidio sta peccando allo stesso modo in cui peccherebbe se stesse uccidendo un altro essere umano. Un certo numero di figure bibliche hanno commesso (o tentato) il suicidio; le più note sono Saul e Giuda Iscariota. Anche se il suicidio è certamente inquadrato sotto una luce negativa nella Bibbia, non vi è tuttavia alcun verso specifico che affermi esplicitamente che il suicidio conduca direttamente all’inferno Poiché Cristo ha preso il castigo per tutti i peccati dell’umanità, ed il suicidio è visto come un peccato, il risultato sarebbe che la persona che commette suicidio non sarebbe colpevole, e che tutti i suoi peccati (incluso l’uccisione di sé stesso) sarebbero coperti da Cristo (Seconda lettera ai Corinzi 5:21). Di conseguenza, alcuni credono che ai cristiani che commettono suicidio sia concesso comunque il paradiso.

Islam[modifica | modifica sorgente]

L’Islam, come le altre religioni abramitiche, considera il suicidio uno dei peccati maggiori e completamente dannoso per il proprio viaggio spirituale. Un verso nella quarta sura del Corano, detta al-Nisāʾ (delle Donne) ammonisce: “E non uccidete voi stessi, sicuramente Allah sarà più misericordioso con voi.” (4:29)

La maggior parte degli studiosi e dei chierici musulmani considera il suicidio ḥarām o proibito in qualunque circostanza, compresi gli attacchi suicidi e spesso citano il summenzionato verso del Corano come un chiaro comandamento che vieta il suicidio.

Il divieto di suicidio è stato riscontrato anche in un hadith che dice: “Colui che commette suicidio strozzandosi, continuerà a strozzarsi nel Fuoco (Inferno), e chi commette suicidio pugnalandosi, continuerà a pugnalarsi nel Fuoco (Inferno).”[7]

Ciò non ha impedito che al suicidio-omicidio ricorressero nel XX e XXI secolo non pochi musulmani fondamentalisti, tanto in Israele o nei territori occupati palestinesi, quanto in Iraq, Pakistan o Afghanistan, con la giustificazione che il loro operato possa essere ricondotto al martirio per la fede islamica, malgrado la giurisprudenza islamica sia concorde nel qualificare come "martirio" la morte del musulmano non ricercata né auto-inflitta, quanto semmai subìta.

Buddismo[modifica | modifica sorgente]

Per il Buddismo, le azioni passate influenzano pesantemente le esperienze presenti dell’individuo; le azioni presenti, a loro volta, diventano influenza per le esperienze future (la dottrina del karma). L’azione intenzionale della mente, del corpo o del linguaggio ha una reazione. Tale reazione, o ripercussione, è la causa delle condizioni e delle differenze in cui ci imbattiamo nel mondo.

Il Buddismo insegna che tutte le persone sperimentano una sofferenza sostanziale (Duḥkha), la quale ha origine prima di tutto dalle gesta negative del passato (in modo karmico), o in quanto parte del samsara, il ciclo della nascita e della morte. Altre ragioni per la sofferenza dell’esperienza individuale sono la transitorietà (anitya) e l’illusione (maya). Poiché ogni cosa è in uno stato costante di transitorietà o di flusso, gli individui rimangono insoddisfatti dai fugaci eventi della vita. Per uscire dalla samsara, il Buddismo invoca il Nobile Ottuplice Sentiero.

Per i Buddisti, poiché il primo precetto dice di trattenersi dalla distruzione della vita, compresa la propria, il suicidio è chiaramente una forma di azione negativa. Tuttavia, a differenza del Cristianesimo e di altre religioni occidentali, il Buddismo non condanna il suicidio, ma piuttosto ne annuncia le ragioni. Un’antica ideologia Asiatica simile al seppuku (hara-kiri) continua ad influenzare i Buddisti oppressi verso la scelta dell’atto del suicidio d’onore, per esempio il suicidio di Thich Quang Duc per auto-immolazione per protestare contro il governo di Ngo Dinh Diem in tal modo può essere visto più come un suicidio d’onore e come una protesta. Anche in tempi moderni, i monaci Tibetani hanno usato tale ideale per protestare contro l’occupazione cinese del Tibet e contro le violazioni dei diritti umani compiute dalla Cina contro i tibetani.

Induismo[modifica | modifica sorgente]

Nell’Induismo, commettere suicidio è spesso considerato un peccato alla stregua dell’omicidio di un’altra persona, con la possibile eccezione della pratica del sati. Le scritture affermano genericamente che morire per suicidio (e per ogni tipo di morte violenta) porta a diventare un fantasma, destinato a vagare sulla terra fino al momento in cui si sarebbe dovuti morire se non ci si fosse suicidati.[8]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cf. M.T. Laws of Murder 2:3; Babylonian Talmud tractate Laws of Courts (Sanhedrin) 18:6; S.A. Yoreh De'ah (Code of Jewish Law) 345:1ff.
  2. ^ Euthanasia and Judaism: Jewish Views of Euthanasia and Suicide, ReligionFacts. URL consultato il 27 dicembre 2008.
  3. ^ My Jewish Learning: Suicide
  4. ^ -1. Sansone (Giudici - 16:28ss); 2. Saul (Samuele1 - 31:4ss); 3. e il suo scudiero (Samuele1 - 31:4ss); 4. Achitofel (Samuele2 - 17:23); 5. Zimri (Re1 - 16:18ss); 6. Eleazaro (Maccabei1 - 6:43ss); 7. Tolomeo Macrone (Maccabei2 - 10:12ss); 8. Razis (Maccabei2 - 14:41ss); 9. Giuda Iscariota (Matteo - 27:3 e Atti - 1:18)
  5. ^ De Civitate Dei, Roma, Nuova Città Editrice, 1974, libro I, pag.20.
  6. ^ Summa Theologica,Firenze, Salani, 1966, volume XVII, pag. 178
  7. ^ Suicide as seen in Islam
  8. ^ Google Drive Viewer
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