Stuart Sutcliffe

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Stuart Sutcliffe
Nazionalità Regno Unito Regno Unito
Genere Pop
Pop rock
Rock and roll
Folk rock
Beat
Rock
Periodo di attività 1960-1961
Strumento basso, voce, chitarra
Gruppi The Beatles
Sito web

Stuart Fergusson Victor Sutcliffe, detto Stu (Edimburgo, 23 giugno 1940Amburgo, 10 aprile 1962), è stato un bassista e pittore britannico. Compagno di accademia di John Lennon, Sutcliffe fu pittore di talento[1]. È ricordato soprattutto per essere stato il bassista dei Beatles dal 1960 al 1961 ed è ritratto nella copertina dell'album Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Stuart Sutcliffe nacque al Simpson Memorial Maternity Pavilion di Edimburgo da Charles e Martha Cronin (da tutti chiamata Millie), entrambi scozzesi[3][4]. Il padre – reduce da un primo matrimonio da cui erano nati quattro figli – era un impiegato statale di alto livello. Nel 1943 si era trasferito con la famiglia a Huyton, nella zona periferica di Liverpool, per lavorare presso i cantieri navali Cammell Laird di Birkenhead, e alla fine della guerra si imbarcò nella Marina mercantile restando per molti mesi lontano dalla famiglia, cosicché Millie, maestra d’asilo, dovette farsi carico dei tre figli Stuart, Joyce e Pauline[5]. Il piccolo Stuart imparò presto a confortare la madre, soprattutto nei rari momenti che Charles Sutcliffe trascorreva in famiglia e nei quali si abbandonava ad atti di crudeltà nei confronti della moglie[6].

L'adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

L’edificio del Liverpool College of Art

A Huyton, Sutcliffe frequentò le elementari alla Park View Primay School, per proseguire poi il percorso scolastico alla Prescot Grammar School dalla quale uscì nel 1956[5], anno in cui gli venne offerto un posto presso il Liverpool College of Art[7]. All’accademia dimostrò sin dall'inizio una notevole poliedricità riuscendo brillantemente non solo nei lavori di routine ma anche nella imitazione di stili differenti, da Michelangelo a Matisse: secondo l’insegnante Arthur Ballard «Stu era rivoluzionario [...]. Tutto quello che faceva crepitava di eccitazione». Sutcliffe divenne in breve tempo una figura mitica per gli studenti della scuola[6]. Eclettico e di ampia cultura, affascinato dall’attore Zbigniew Cybulski (definito “il James Dean Polacco”), volle imitarlo indossando un paio di occhiali neri[1], acquisendo così una fascinosa aria bohémien – e fu proprio questo carisma che ad Amburgo avrebbe conquistato Astrid Kirchherr[8].

Non soltanto Sutcliffe dimostrò un apprezzabile talento artistico al College, ma ebbe modo di manifestare e arricchire la propria erudizione al Ye Cracke, il pub vicino all'Istituto d'arte dove proseguiva l'impegno culturale assieme al proprio insegnante Arthur Ballard e a un gruppo selezionato di compagni di scuola. Lì nacquero i Dissenters – con il proposito di dare a Liverpool un profilo underground, sull'esempio della Beat Generation negli Stati Uniti – di cui, oltre a Stuart, facevano parte il futuro giornalista e scrittore Bill Harry, il pittore Rod Murray e John Lennon[9]. Quest'ultimo, attirato dapprima dall’originalità esteriore di Stuart, col tempo strinse una profonda amicizia col suo compagno che nelle lunghe discussioni lo portò a conoscere svariati aspetti dell’arte, in particolare le anticonvenzionali innovazioni di Van Gogh e degli impressionisti francesi[10].

Dal monolocale in Percy Street, nel 1959 Sutcliffe si trasferì assieme Murray in un appartamento di Gambier Terrace[11], dove fu raggiunto da John Lennon che decise di installarsi nella nuava casa di Stu, e così il luogo divenne un altro centro in cui si svolgevano dibattiti culturali e un punto di ritrovo per le prove del gruppo musicale di Lennon. Ma Sutcliffe non rinunciò ai propri spazi riservando una stanza della casa a un proprio atelier e proseguendo l’attività pittorica; e nel novembre di quell'anno, presentò un suo dipinto alla mostra biennale che ebbe luogo alla Walker Art Gallery di Liverpool. La tela venne apprezzata e fu acquistata per la cifra allora ragguardevole di sessantacinque sterline dalla John Moores Foundation, sponsor della manifestazione[12].

Con i Beatles[modifica | modifica wikitesto]

The Jacaranda, Liverpool

Intanto Sutcliffe aveva cominciato a frequentare la scena musicale della città. Allan Williams, gestore del club Jacaranda, conobbe Sutcliffe poiché questi si intratteneva spesso nel suo locale con Lennon, e gli commissionò per il club dei murales che Stuart eseguì assieme a Murray[13]. Lennon e Paul McCartney lo convinsero a impiegare i soldi ottenuti con la vendita del quadro nell’acquisto di un basso elettrico Höfner President[14] che gli avrebbe consentito l’ingresso nel loro gruppo musicale[15]; e il nome “Beatles” sembra vada accreditato proprio a Sutcliffe[16]. Ma il nuovo bassista, non avendo la stessa predisposizione per la musica di quella mostrata per la pittura, manifestò grandi difficoltà nel maneggiare il basso cosicché il suo rapporto amatoriale con lo strumento indusse gli altri Beatles a suggerirgli di suonare spalle al pubblico, in modo da mascherare la propria inadeguatezza tecnica[17].

Sutcliffe, sollevando forti riserve in chi lo giudicava un pittore di gran talento, decise di lasciare le arti figurative[18] e partecipò con gli altri quattro Beatles alla prima trasferta ad Amburgo nel 1960, nella quale i musicisti vennero a contatto con tre studenti tedeschi seguaci dell’esistenzialismo[19]. Fra di essi Astrid Kirchherr giocò un ruolo importante per il gruppo. Scattò loro una serie di artistiche fotografie in bianco e nero e iniziò una relazione sentimentale con Stuart[20], studiò per tutti una nuova pettinatura col ciuffo a coprire la fronte[21] e indusse Stuart a vestire con giubbotti di pelle e stivaletti a punta, look presto adottato da tutti gli altri[22][23]. Ma, come ricorda George Harrison, «Stu non aveva mai scelto di dedicarsi alla musica [...]; si presentava bene ma non era mai stato del tutto convinto di diventare un musicista»[24]. La mancanza di talento musicale portò al progressivo deterioramento dei rapporti artistici e umani con Lennon e con gli altri membri della formazione, coi quali ebbe attriti e battibecchi[25]; perciò, anche grazie al coinvolgimento affettivo con la Kirchherr, Sutcliffe decise di abbandonare il gruppo nel giugno del 1961[26].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Quando il gruppo nel 1961 tornò in Inghilterra, Sutcliffe rimase nella città tedesca per continuare gli studi artistici sotto la direzione di Eduardo Paolozzi e per amore di Astrid Kirchherr, la fidanzata, fotografa e stilista che aveva dato una nuova impronta estetica ai Beatles[27]. L’anno successivo, Sutcliffe iniziò a soffrire di fortissimi mal di testa, a volte accompagnati da svenimenti, e di una temporanea cecità[28]. Fu visitato da più medici che però non riscontrarono nulla di anomalo. Le condizioni si aggravarono sensibilmente, e il 10 aprile il giovane artista morì nell’ambulanza che lo portava all’ospedale. Ufficialmente la causa della morte fu una «paralisi cerebrale dovuta a emorragia nel ventricolo destro del cervello». Un anno e mezzo dopo, in un successivo esame autoptico, i medici di Amburgo rilevarono che all’epoca del decesso nel cervello di Sutcliffe si stava sviluppando un tumore[29].

Carriera artistica[modifica | modifica wikitesto]

La Walker Art Gallery di Liverpool

Il percorso pittorico di Sutcliffe prese l’avvio dallo stile delle opere di Van Gogh e di Cézanne, per passare poi all’astrattismo sperimentale seguendo i moduli figurativi degli artisti statunitensi contemporanei[30].

Conclusa la breve parentesi musicale, dopo aver abbandonato i Beatles si iscrisse a una scuola d’arte di Amburgo, la Hochschule für Bildende Künste[26], lavorando per qualche tempo nel dipartimento di scultura diretto da Gustav Seitz per poi passare sotto la guida di Eduardo Paolozzi[31]. Durante questo corso, nonostante qualche assenza, Stuart venne considerato uno tra i migliori allievi[32].

Dopo la morte del figlio, Millie Sutcliffe organizzò due retrospettive delle sue opere, ma l’interesse fu molto limitato. Pauline a fine anni ottanta curò un volume delle opere del fratello Stuart, e il Sunday Times citò l’artista come autore di opere apprezzate nel mondo del collezionismo. Sotheby's vendette alcune tele di Sutcliffe a prezzi rilevanti[33].

La Walker Art Gallery di Liverpool possiede attualmente alcune opere di Stuart, fra le quali un autoritratto a carboncino[34] e Hamburg Painting no. 2[35].

Film[modifica | modifica wikitesto]

La vita di Stuart Sutcliffe è stata raccontata in diversi film. Di seguito elencate le opere più importanti e i nomi degli attori che hanno prestato il volto all’artista.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Harry, p. 714.
  2. ^ Bramwell, p. 193.
  3. ^ (EN) Stephen McGinty: Scotland meant a lot more to the Beatles than just Mull of Kintyre, scotsman.com. URL consultato il 21 giugno 2013.
  4. ^ Womack, p. 12.
  5. ^ a b Inglis, p. 26.
  6. ^ a b Norman, p. 84.
  7. ^ (EN) Stuart Sutcliffe at Prescot Grammar School, Mersey Beat. URL consultato il 17 giugno 2913.
  8. ^ Ingham, pp. 318-9.
  9. ^ Marziano, p. 83.
  10. ^ Norman, p. 85.
  11. ^ Harry, p. 315.
  12. ^ Spitz, pp. 107 e 110.
  13. ^ Harry, p. 792.
  14. ^ (EN) Stuart Sutcliffe’s Hofner President Bass Guitar, rockmine.com. URL consultato il 21 giugno 2013.
  15. ^ Miles, p. 50.
  16. ^ Ingham, p. 318.
  17. ^ Ricorda Paul McCartney: «John sapeva perfettamente che Stuart non sapeva suonare, e non ero solo io a dire a Stu di girare le spalle alla macchina fotografica, lo faceva spesso anche lui. Gli chiedevamo di girarsi e di fare l’imbronciato, in modo che nessuno si accorgesse che le sue dita non erano sugli stessi tasti su cui erano le nostre.» In Miles, p. 61. La posizione sul palco di Sutcliffe, defilata per celare le carenze tecniche, è confermata in C. Lennon, p. 64.
  18. ^ Inglis, pp. 31-2.
  19. ^ Spitz, p. 141.
  20. ^ Inglis, pp. 54-7.
  21. ^ Bramwell, p. 47.
  22. ^ Harry, pp. 415-6.
  23. ^ Affermò Paul McCartney: «Gli esistenzialisti avevano un aspetto fantastico, con quelle giacche di Pierre Cardin scure e senza colletto che diventeranno il marchio dello stile Beatles. Prendemmo un sacco di cose da loro, soprattutto il taglio di capelli». In Miles, p. 60.
  24. ^ The Beatles Anthology, p. 62.
  25. ^ Spitz, p. 144.
  26. ^ a b Inglis, p. 59.
  27. ^ Baird, p. 202.
  28. ^ Harry, pp. 717-8.
  29. ^ Norman, pp. 202-6.
  30. ^ Ricorda Rod Murray: «dipingeva come i pittori americani dell’epoca, De Kooning e Rothko [...]» in Spitz, p. 69.
  31. ^ Harry, p. 717.
  32. ^ (EN) Report by Eduardo Paolozzi, Museum of Liverpool. URL consultato il 17 giugno 2013.
  33. ^ Harry, p. 718.
  34. ^ (EN) Self portrait in charcoal, Museum of Liverpool. URL consultato il 17 giugno 2013.
  35. ^ (EN) Hamburg Painting no. 2, Museum of Liverpool. URL consultato il 17 giugno 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • The Beatles Anthology, Milano, Rizzoli, 2010, ISBN 978-88-17-03784-6. (The Beatles Anthology, Chronicle Books, S. Francisco, 2000)
  • Julia Baird, Imagine This - Io e mio fratello John Lennon, Roma, Perrone editore, 2008, ISBN 978-88-6004-136-4. (Imagine this - Growing Up with My Brother John Lennon, Hodder & Stoughton, London, 2007)
  • (EN) Tony Bramwell, Magical Mystery Tours - My Life with the Beatles, New York, St. Martin’s Press, 2006, ISBN 978-0-312-33044-6.
  • Bill Harry, Beatles - L’enciclopedia, Roma, Arcana, 2001, ISBN 88-7966-232-5. (The Beatles Encyclopedia, Blandford, London, 1997)
  • Chris Ingham, Guida completa ai Beatles, Milano, Vallardi, 2005, ISBN 88-8211-986-6. (The Rough Guide to the Beatles, Rough Guide Ltd, 2003)
  • (EN) Ian Inglis, The Beatles in Hamburg, London, Reaktion Books Ltd, 2012, ISBN 978-1-86189-915-6.
  • (EN) Cynthia Lennon, John, London, Hodder & Stoughton Ltd, 2006, ISBN 978-0-340-89512-2.
  • Alfredo Marziano, Mark Worden, Penny Lane - Guida ai luoghi leggendari dei Beatles, Firenze, Giunti, 2010, ISBN 978-88-09-74526-1.
  • Barry Miles, Paul McCartney - Many Years From Now, Milano, Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-84506-X. (Many Years From Now, Kidney Punch Inc, 1997)
  • Philip Norman, Shout! - La vera storia dei Beatles, Milano, Mondadori, 1981. (Shout!, Simon & Schuster, New York, 1981)
  • Bob Spitz, The Beatles. La vera storia, Milano, Sperling & Kupfer, 2006, ISBN 88-200-4161-8. (The Beatles - The Biography, Little, Brown and Company Inc, New York, 2005)
  • (EN) Kenneth Womack (a cura di), The Cambridge Companion to The Beatles, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, ISBN 978-0-521-68976-2.

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