Strage dell'Italicus

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Coordinate: 44°12′29″N 11°11′23″E / 44.208056°N 11.189722°E44.208056; 11.189722

Strage dell'Italicus
Italicus.jpg
Il treno Italicus dilaniato dall'esplosione
Stato Italia Italia
Luogo San Benedetto Val di Sambro
Obiettivo Treno espresso Roma-Brennero
Data 4 agosto 1974
Tipo Esplosione
Morti 12
Feriti 48
Responsabili ignoti appartenenti a Ordine Nero
Sospetti Mario Tuti, Luciano Franci, Piero Malentacchi (militanti di ON, assolti)
Motivazione

La strage dell'Italicus fu un attentato terroristico compiuto nella notte del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.

La strage[modifica | modifica sorgente]

Una bomba ad alto potenziale esplose alle 1:23 nella vettura 5 dell'espresso Roma-Monaco di Baviera via Brennero. Nell'attentato morirono 12 persone e altre 48 rimasero ferite.

La strage avrebbe avuto conseguenze più gravi, si ipotizza anche nell'ordine di centinaia di morti, se l'ordigno fosse esploso all'interno della Grande Galleria dell'Appennino nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, come avvenuto dieci anni dopo nella Strage del Rapido 904.

Aldo Moro si sarebbe dovuto trovare a bordo del treno, quella sera, in quanto doveva raggiungere la famiglia a Bellamonte, ma lo perse poiché venne raggiunto da alcuni funzionari del Ministero e fatto scendere all'ultimo momento per firmare alcuni documenti[1][2].

Le indagini[modifica | modifica sorgente]

Il 5 agosto 1974 viene rinvenuto in una cabina telefonica a Bologna un volantino di rivendicazione dell'attentato a firma Ordine Nero che dichiarava:

« Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti. »

Al volantino fanno seguito delle telefonate anonime al Resto del Carlino di analogo tenore:

«Con la bomba al tritolo che abbiamo messo sull’Espresso Ro-Fi abbiamo voluto dimostrare alla Nazione che siamo in grado di mettere bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e quando ci pare… Giancarlo Esposti è stato vendicato».

L'autore sia del volantino che delle telefonate anonime, Italo Bono, viene individuato dalle forze dell'ordine la stessa sera del 5 agosto. Si tratta di un personaggio interno all'estrema destra a Bologna, ma poco considerato nell'ambiente e con problemi psichici evidenti. Le indagini su Bono e su altri estremisti a lui collegati non danno esiti, potendo tutti disporre di un alibi.

Il 9 agosto arriva alla Questura di Roma la testimonianza di Rosa Marotta, titolare di una ricevitoria del Lotto di via Aureliana a Roma. La donna avrebbe ascoltato, qualche giorno prima della strage, la telefonata fatta da una ragazza nel suo locale, riguardante un attentato in preparazione:

«Le bombe sono pronte… da Bologna c’è il treno per Mestre, là trovi la macchina per passare il confine... stai tranquillo… i passaporti sono pronti…». I dirigenti dell'ufficio politico della capitale accertano rapidamente chi era la ragazza autrice della telefonata, Claudia Ajello, non aspettandosi però che questa fosse una collaboratrice del Sid e che lavorasse in un ufficio del Servizio segreto in via Aureliana.

La ragazza, interrogata dal Pm ben tre giorni dopo, afferma di non aver assolutamente parlato di bombe e che la telefonata era rivolta alla madre in partenza per un viaggio che prevedeva il trasferimento da Roma a Mestre in treno. La Ajello fornisce però versioni contrastanti con quelle dei suoi superiori del Servizio segreto, anche riguardo al motivo dell'utilizzo di un telefono pubblico invece dell'apparecchio presente nell'ufficio del Sid. Verrà rinviata a giudizio per falsa testimonianza. Inoltre verrà accertato il suo ruolo all'interno del Sid, non semplice traduttrice, ma infiltrata all'interno dell'ambiente degli studenti greci e del PCI, sezione di Casal Bertone, cui si era iscritta.

La sera 15 dicembre 1975 nasce quella che è stata la principale pista di indagine: tre detenuti Aurelio Fianchini, Felice D'Alessandro e Luciano Franci evadono dalla Casa circondariale di Arezzo dopo aver segato l'inferriata della cella ed aver superato il muro di cinta tramite l'ausilio di due lenzuola e un copriletto. La fuga è funzionale al progetto di portare il terzo evaso, Franci, davanti alla stampa per farlo confessare della paternità della strage, che già avrebbe confidato agli altri due durante la comune detenzione. In cambio Franci, estremista al momento in carcere per l'attentato ferroviario del 6 gennaio 1975 a Terontola, avrebbe avuto l'appoggio per espatriare. Si deve tener conto che la cattura di Franci aveva determinato indagini a tappeto verso gli estremisti neri toscani a lui collegati, costringendo Cauchi alla fuga all'estero mentre Tuti per non farsi arrestare, ucciderà i due agenti di polizia empolesi, Falco e Ceravolo. Comunque durante la fuga dal carcere Franci ci ripensa, probabilmente rendendosi conto che la promessa dell'espatrio non si sarebbe avverata.

Fianchini e D'Alessandro giungono così da soli davanti alla redazione di Epoca rilasciando dichiarazioni sulle confidenze ricevute. D'Alessandro, su cui pendeva reato grave, decide poi di non costituirsi, mentre lo fa Fianchini che fa mettere a verbale le sue dichiarazioni all'ufficio politico della Questura di Roma:

« Da circa quattro mesi e mezzo ero detenuto nelle carceri giudiziarie di Arezzo per furto di ex-voto. In precedenza avevo espiato sette anni di reclusione pure per furto. In passato ero stato già detenuto altre volte per reati comuni. Aderisco al gruppo della sinistra extraparlamentare e precisamente alla IV Internazionale e per circa due anni ho usufruito del Soccorso Rosso. La sera del 15 corrente sono evaso dal carcere di Arezzo insieme a Franci Luciano e D’Alessandro Felice. Quest’ultimo era segretario della FIGC di Cortona. L’evasione è stata effettuata per portare il Franci davanti ai giornalisti e fargli confermare alcune gravissime rivelazioni, con la falsa promessa di agevolarlo poi nell’espatrio clandestino. Circa le menzionate rivelazioni, posso dire che un mese e mezzo fa, in occasione di diversi colloqui, qualche volta presente anche il D’Alessandro, il Franci mi ha confidato che l’attentato al treno Italicus fu opera del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Mario Tuti fornì l’esplosivo, Malentacchi Piero piazzò l’ordigno sul treno nella stazione di Santa Maria Novella, e il Franci, che lavorava nell’ufficio postale della suddetta stazione, fece da palo. L’ordigno era stato preparato dal Malentacchi che aveva acquisito una specifica competenza in proposito durante il servizio militare. L’attentato fu eseguito per creare il caos nel paese e favorire l’attuazione di un successivo colpo di stato. L’esplosivo usato per l’attentato all’Italicus era diverso da quello usato per l’attentato alla stazione ferroviaria di Terontola. Durante l’evasione ci siamo sperduti in quanto il Franci non ce la faceva, in quanto percorrevamo lunghi tratti a piedi. Oggi mi sono costituito perché è venuto meno il motivo per cui sono evaso. »
(Sentenza G.I. Italicus 1980[3])

Nonostante la fuga le indagini accerteranno numerosissimi riscontri nelle dichiarazioni di Fianchini: per esempio Franci si trovava di servizio a Santa Maria Novella la notte in cui avvenne l'attentato dell'Italicus; Malentacchi aveva acquisito preparazione sull'uso di esplosivi durante il servizio militare nel genio guastatori, tali da renderlo in grado, con un minimo di competenza in più, di poter essere in grado di confezionare l'ordigno esplosivo. Inoltre Fianchini, già nel 1976 parlerà di una loggia massonica cui erano collegati gli eversori e in cui era iscritto il Pm di Arezzo, colui che dirigeva le indagini sull'attentato di Terontola, Mario Marsili. Effettivamente il magistrato, tra l'altro genero di Gelli, risulterà iscritto nella P2 benché "in sonno" al momento del ritrovamento delle liste.

Della strage dell'Italicus ne lascia accenni anche Felice D'Alessandro, indirettamente, tramite i diari che teneva in carcere, che perde durante la fuga e che vengono acquisiti dall'autorità giudiziaria (benché ne mancassero alcune parti).

Il 2 febbraio 1975 aveva annotato:

"Italicus: lavoravo a Firenze: vidi uno della questura (?) entrare nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un cenno col capo".

I colpevoli della strage non sono mai stati individuati dalla Giustizia, ma la Commissione Parlamentare sulla Loggia P2 ha dichiarato in merito:

« Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell'analisi che ci si appresta a svolgere, si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, per affermare: che la strage dell'Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. »
(Relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare sulla Loggia P2[4])

Il processo si concluse con l'assoluzione generale di tutti gli imputati sebbene, stante l'impossibilità di determinare concretamente le personalità dei mandanti e dei materiali esecutori, anche la sentenza di assoluzione attesti comunque la correttezza dell'attribuzione della strage all'estrema destra e alla P2[5] definendo come pienamente comprovata una notevole serie di circostanze del tutto significative e univoche in tal senso, al punto da venire esplicitamente richiamata dalla Relazione della Commissione Parlamentare per via di circostanze relative alla strage dell'Italicus e indirizzanti verso l'eversione neofascista e la Loggia P2[6][7].

Le vittime[modifica | modifica sorgente]

  • Elena Donatini, anni 58
  • Nicola Buffi, anni 51
  • Herbert Kontriner, anni 35
  • Nunzio Russo, anni 49
  • Marco Russo, anni 14
  • Maria Santina Carraro in Russo, anni 47
  • Tsugufumi Fukuda, anni 32
  • Antidio Medaglia, anni 70
  • Elena Celli, anni 67
  • Raffaella Garosi, anni 22
  • Wilhelmus J. Hanema, anni 20
  • Silver Sirotti, anni 25[8]

I processi della strage dell'Italicus[modifica | modifica sorgente]

I processi a seguito della strage hanno avuto esiti diversi, fra molteplici tentativi di depistaggio e due apposizioni del segreto di stato (2 settembre 1982[9] e 28 marzo 1985[10]), ma non hanno portato a nessun esito giudiziario se non mettere in luce la relazione della strage con:

  • ... una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana...;
  • ... con la loggia P2 che svolse opera di istigazione agli attentanti e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana, quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può considerarsene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale...[11].

Influisce sull'esito giudiziario, oltre i depistaggi e gli omissis, la mancanza di un gruppo coeso di familiari (tra le vittime tre stranieri e l'intera famiglia Russo di Merano (BZ) ,il padre Nunzio, la madre Maria e il fratello Marco. Della famiglia Russo ci furono due sopravvissuti, gravemente feriti, anch'essi presenti nel treno; Marisa e Mauro Russo, quest'ultimo che allora aveva 13 anni, è tuttora l'unico sopravvissuto della famiglia Russo. Mauro Russo ha reso testimonianza al processo Italicus, dichiarando che L'intera famiglia era salita sul treno a Firenze, proprio nella carrozza dove veniva depositata la bomba ,il treno Italicus a Firenze veniva allungato di alcune carrozze, per tale motivo la bomba è stata alloggiata nella stazione di Firenze. Quando la famiglia Russo sali sul vagone, esso era completamente vuoto, per una triste fatalità scelsero proprio lo scompartimento con la bomba.) che potesse stringere le fila su una richiesta più stringente di giustizia.[12]

In particolare sono emersi gravi fatti che hanno impedito l'accertamento della verità processuale:

- poche ore dopo l'attentato, un estremista di destra di Arezzo, Maurizio Del Dottore, aveva denunciato ai carabinieri i possibili autori, addirittura indicando un deposito di esplosivo, che venne rinvenuto, ma fatto brillare in loco, senza mai avvisare l'autorità giudiziaria competente[13]. Il fatto si verrà a conoscere attraverso le indagini di un altro procedimento penale, l'attentato di Vaiano.

- in data 23 agosto 1974 l'ammiraglio Birindelli si recò dal generale dei carabinieri Bittoni per denunciare che gli autori della strage dell'Italicus sarebbero stato Franci, Malentacchi e un terzo di cui non ricordava bene il nome. Il generale predispose accertamenti, secondo i quali Franci avrebbe avuto un alibi. Nessuna informazione arrivò all'autorità competente se non nel dicembre 1981, quando Bittoni si recò spontaneamente, ma in modo tardivo, dal pm di Bologna.

- nel novembre 1974 lo stesso Maurizio Del Dottore era tornato dai carabinieri di Arezzo, avvertendo della pericolosità degli estremisti aretini, ancora una volta inascoltato.

- nell'agosto 1975, a un anno di distanza dalla strage, l'ex moglie del terrorista Augusto Cauchi, Alessandra De Bellis, aveva dichiarato ai carabinieri di Cagliari che l'attentato dell'Italicus sarebbe stata opera del marito e dei suoi complici, nominando anche Mario Tuti. La donna venne impropriamente condotta davanti al pm di Arezzo, dove comunque confermò in larga parte tutte le sue accuse. Non fu creduta e anche in questo caso non venne avvisata l'autorità competente sull'Italicus, i magistrati bolognesi. La De Bellis finisce di lì a breve in alcune cliniche psichiatriche, anche se avrebbe avuto solo un esaurimento nervoso. A causa dei trattamenti subiti non è stata più in grado di ricordare o non ne ha più avuto la volontà.

- Augusto Cauchi era latitante dal gennaio 1975, anch'egli come Tuti finito sotto indagine per l'attentato di Terontola. Venne preavvertito dell'imminente mandato di cattura e fuggì all'estero. Cauchi era anche un confidente del Sid e prima di espatriare ha due telefonate con il capo del centro C.S. di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa. "... il Mannucci Benincasa aveva ricevuto dalla stesso Cauchi - latitante - l'indicazione di un'utenza telefonica della stazione ferroviaria di Milano presso la quale sarebbe stato (e fu effettivamente) reperibile e, nonostante l'evidente facilità di pervenire alla cattura del latitante, non fece assolutamente nulla per conseguire tale risultato"[14].

Risulteranno iscritti alla P2 il generale dei CC Luigi Bittoni, l'ammiraglio Gino Birindelli, il capitano Corrado Terranova, il colonnello dei CC di Arezzo Domenico Tuminello, il pm di Arezzo Mario Marsili, Federigo Mannucci Benincasa. Identicamente i vertici dei servizi segreti del periodo il generale Vito Miceli e il generale Gianadelio Maletti.

Identicamente gli estremisti neri risulteranno in contatto con Licio Gelli o la P2, come da testimonianze di ex estremisti Marco Affatigato, Vincenzo Vinciguerra, Giovanni Gallastroni, Andrea Brogi, dell'ufficiale di polizia Sergio Baldini, di Aurelio Fianchini e come avrebbe ammesso lo stesso Franci in un confronto con Massimo Batani, l'8 settembre del 1976[15].

La prima istruttoria e la sentenza in Corte d'Assise[modifica | modifica sorgente]

Mario Tuti, durante il processo per la strage

L'istruttoria si conclude (è il 1º Agosto 1980 giorno precedente la strage alla stazione di Bologna[16]) con il rinvio a giudizio quali esecutori materiali della strage di Mario Tuti (impiegato comunale di Empoli, viene accusato di aver fornito l'esplosivo), Luciano Franci (carrellista in servizio nella notte tra il 3 e 4 agosto 1974 presso la stazione di Santa Maria Novella di Firenze ed indiziato di aver fatto da palo) e Piero Malentacchi (che avrebbe costruito e piazzato la bomba), estremisti di destra appartenenti all'ambiente toscano del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Margherita Luddi (legata sentimentalmente al Franci) per detenzione di armi, Emanuele Bartoli, Maurizio Barbieri e Rodolfo Poli per ricostituzione del partito fascista e Francesco Sgrò per calunnia. Quest'ultimo si rende responsabile di un tentativo di depistaggio essendo stato la fonte di un'informativa che tendeva a far ricadere su ambienti universitari romani di sinistra di un imminente attentato ad un treno. Lo Sgrò rivela la falsa pista all'avv. Basile che a sua volta la riferisce all'on. Almirante che ne denuncia il fatto in parlamento nella seduta del 5 agosto 1974, un giorno dopo l'attentato all'espresso Roma-Monaco. Alla fine lo Sgrò dopo un lunghissimo interrogatorio ammette che la pista "rossa" è un'invenzione e che l'esplosivo che si trovava negli scantinati del dipartimento di fisica all'Università di Roma era maneggiato da giovani di estrema destra e non di sinistra[17]. Emanuele Bartoli risulterà poi essere totalmente estraneo alla vicenda, e alle accuse che gli erano state mosse di "tentata ricostituzione del partito fascista", tanto che a tutt'oggi è un cittadino la cui fedina penale è immacolata, anche se di ciò, nonostante il clamore mediatico iniziale, non poi stata data comunicazione. I presunti esecutori materiali della strage sono accusati in base alle dichiarazioni rese da Aurelio Fianchini, extraparlamentare di sinistra[18] che dopo l'evasione dal carcere di Arezzo si era consegnato agli uomini della squadra mobile di Roma il 16 dicembre 1975. Compagno di detenzione del Franci ne raccoglie le confidenze fatte durante le ore d'aria. Fianchini dichiara che a commissionare la strage fu "il geometra di Empoli" Mario Tuti, a collocare la bomba il Malentacchi, trasportata insieme alla Luddi e con l'auto di lei (una Fiat 500) fino alla stazione di Firenze Santa Maria Novella - e con la stessa auto avrebbero fatto ritorno ad Arezzo[19]. Franci avrebbe avuto un ruolo di copertura.

La polizia già sapeva che tutti i quattro neofascisti facevano parte di una banda di terroristi tutti implicati nell'attentato di Terontola, una tentata strage. Nel corso di quell'operazione erano state rinvenute numerose armi, passaporti falsi e ingenti quantità di esplosivi possedute dai terroristi in tre depositi differenti, fra Arezzo, Castiglion Fiorentino e Ortignano Raggiolo (addirittura nella casa della nonna della Luddi).

Mario Tuti era latitante dal 24 gennaio 1975, ricercato per aver ucciso due agenti di polizia a colpi di mitra, Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo[20], mentre un terzo, Arturo Rocca, era stato gravemente ferito. Gli agenti probabilmente non erano a conoscenza del fatto che Tuti fosse un terrorista, forse si erano recati a casa del geometra solo per un controllo, comunque vi avevano trovato nella tasca di una giacca due bombe Scrm ed erano in procinto di arrestarlo.

La latitanza, viene trascorsa dal Tuti per alcuni mesi in Toscana dove lo copre una rete di complicità, tenta una rapina ad Empoli, spinto dal bisogno, e sfugge alla cattura per caso. Si rifugia quindi prima ad Ajaccio e poi in Francia. Viene rintracciato a Saint Raphael dalla polizia francese e spara ancora per uccidere, ma a sua volta è gravemente colpito al collo.[21]
Il 20 luglio 1983 il presidente Mario Negri della Corte d'assise di Bologna assolve gli imputati Tuti, Franci, Mantelacchi e Luddi per insufficienza di prove.

La prima sentenza di Appello[modifica | modifica sorgente]

Il 18 dicembre 1986 il presidente della Corte d'assise d'appello di Bologna Pellegrino Iannaccone annulla due delle assoluzioni del processo di primo grado condannando i due imputati Mario Tuti e Luciano Franci alla pena dell'ergastolo come esecutori della strage dell'Espresso 1486 del 4 agosto 1974. Assolto il terzo imputato Piero Malentacchi, così come è stata confermata l'assoluzione per Margherita Luddi. Confermata la condanna ad un anno e cinque mesi di carcere per Francesco Sgrò accusato di calunnia.[22][23]

Oltre alle dichiarazioni di Fianchini ci sono quelle dell'ex ordinovista Stefano Aldo Tisei, che sarebbe stato incaricato da due appartenenti al Fronte Nazionale Rivoluzionario, Lamberti e Catola, di uccidere Mauro Mennucci perché in grado di accusare Tuti riguardo alla strage dell'Italicus. Mennucci era stato effettivamente ucciso nel 1982, non però da Tisei, ma da Fabrizio Zani, Pasquale Belsito e Stefano Procopio, che avevano rivendicato l'omicidio come "gli amici di Mario Tuti".

Nella sentenza il giudice Iannacone, avendo durante il processo potuto ascoltare numerosissime voci provenienti dall'estrema destra, fra cui lo stesso Tisei, Vincenzo Vinciguerra, Andrea Brogi, Sergio Calore, Carlo Fumagalli, Paolo Aleandri, ha modo di inquadrare meglio tutto il contesto eversivo del 1974, e scrive:

"È notorio che il 1974 fu caratterizzato dal referendum popolare sul divorzio, preceduto da una campagna elettorale aspra e radicalizzata che contrappose in modo netto due schieramenti. In primavera, nel momento di maggiore tensione, iniziò una serie di attentati terroristici, via via sempre più gravi, rivendicati da Ordine Nero. In Toscana, il 21 aprile, si ebbe l’attentato di Vaiano, primo attacco alla linea Ferroviaria Firenze-Bologna. Seguì a Brescia la gravissima strage di Piazza della Loggia, poi a Pian del Rascino la sparatoria cui perse la vita Giancarlo Esposti, il quale – secondo quanto Sergio Calore avrebbe appreso dal Signorelli, dal Concutelli e dal Fachini era in procinto di recarsi a Roma per attentare alla vita del presidente della Repubblica, colpendolo spettacolarmente a fucilate durante la parata del 2 giugno . Può pensarsi che ognuno di questi fatti fosse fine a se stesso? Gli elementi raccolti consentono di dare una risposta decisamente negativa. Gli attentati erano tutti in funzione di un colpo di stato previsto per la primavera-estate ‘74, con l’intervento «normalizzatore» di militari in una situazione di tensione portata ai grandi estremi. E valga il vero"[24].

La prima sentenza di Cassazione e le sentenze successive[modifica | modifica sorgente]

Il 16 dicembre 1987 il giudice Corrado Carnevale[25] annulla la precedente sentenza della Corte d'assise d'appello di Bologna accogliendo le richieste del sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti[26].

Il 4 aprile 1991 Tuti e Franci vengono assolti dalla Corte d'appello di Bologna[27]; tali assoluzioni sono definitivamente confermate dalla Corte di Cassazione il 24 marzo 1992[28].


Declassificazione degli atti[modifica | modifica sorgente]

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli su questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti.[29]

Bibliografia, musica e cinema[modifica | modifica sorgente]

  • Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, BUR, 2006.
  • Lo stesso G. Fasanella ripropone il tema in un racconto incluso nel volume "Viaggio in treno con suspense" di AA. VV. (ed. Giano, 2012).
  • Luca Innocenti, Italicus la bomba di nessuno, fuori|onda, 2013.
  • Gianni Cipriani, Lo stato invisibile.
  • Giorgio Bocca, Gli anni del terrorismo.
  • Rita di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica.
  • Il cantautore Claudio Lolli, nel 1976, in memoria della strage scrive la canzone Agosto, pubblicata nell'album Ho visto anche degli zingari felici.
  • Alessandro Quadretti e Domenico Guzzo, 4 agosto '74. Italicus, la strage dimenticata, Officinemedia, 2011.[30].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, I Silenzi degli Innocenti, 114, BUR, 2006. p.114
  2. ^ Maria Fida Moro, La Nebulosa del Caso Moro, Milano, Selene Edizioni, 2004.
  3. ^ Sentenza G.I. Italicus 1980 pag 36-37
  4. ^ strano.net - Relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare sulla Loggia Massonica P2, sez. I collegamenti con l'eversione - contatti con l'eversione nera.
  5. ^ Sandra Bonsanti, La banda dei ricatti e del tritolo in la Repubblica, 20 ottobre 1984. URL consultato il 28 gennaio 2011.
  6. ^ Dalla relazione di maggioranza della commissione parlamentare sulla Loggia Massonica P2:
    Più puntualmente nella sentenza assolutoria d’Assise 20.7.1983-19.3.1984 si legge (i numeri tra parentesi indicano le pagine del testo dattiloscritto della sentenza): "(182) A giudizio delle parti civili, gli attuali imputati, membri dell’Ordine Nero, avrebbero eseguito la strage in quanto ispirati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione e del terrorismo di destra si sarebbe avvalsa, nell’ambito della cosiddetta "strategia della tensione" del paese creando anche i presupposti per un eventuale colpo di Stato.
    La tesi di cui sopra ha invero trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota Loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri, pur dovendosi riconoscere una sostanziale insufficienza degli elementi di prova acquisiti sia in ordine all’addebitalità della strage a Tuti Mario e compagni, sia circa la loro appartenenza ad Ordine Nero e sia quanto alla ricorrenza di un vero e proprio concorso di elementi massonici nel delitto per cui è processato.
    (183-184) Peraltro risulta adeguatamente dimostrato: come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio [...], nutrissero evidenti propensioni al golpismo; come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare [..], ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli);
    come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani);
    come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della “Loggia del Gesù” (si ricordi che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un’importante “famiglia massonica” poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un’auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei e ad Affatigato armi, esplosivi ed una sovvenzione di L. 500.000″.
    "appare quanto meno estremamente probabile” – si legge a pag. 193 – che anche tale “fantomatico massone appartenesse alla Loggia P2″.

    Strano.net - Relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare sulla Loggia Massonica P2, sez. I collegamenti con l'eversione - contatti con l'eversione nera.
  7. ^ Tina Anselmi, Relazione di maggioranza della commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2 in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana - IX Legislatura - Resoconto seduta n. 163, 12 luglio 1984, p. 15749. URL consultato il 23 gennaio 2011.
  8. ^ Vittime delle stragi di matrice terroristica. URL consultato l'8 ottobre 2012.
  9. ^ Il presidente del consiglio, Giovanni Spadolini, oppone il segreto di Stato, eccepito dal SISMI, in ordine a parti obliterate in un documento trasmesso dal predetto servizio alla corte di assise di Bologna e da quest'ultima richiesto in copia integrale nel procedimento penale contro Tuti ed altri imputati della strage del treno Italicus
  10. ^ Il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, conferma il segreto di Stato opposto dal Sismi al giudice istruttore di Firenze Rosario Minna sui nomi dei confidenti toscani del Servizio.
  11. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi XIII Legislatura Anno 2001
  12. ^ La strage dimenticata. URL consultato il 16 ottobre 2012.
  13. ^ Avvocatura Dello Stato
  14. ^ Sentenza ordinanza Italicus bis pag 256
  15. ^ requisitoria avvocato dello Stato Fausto Baldi 4 dicembre 1986. http://www.radioradicale.it/scheda/18014
  16. ^ Tuti rinviato a giudizio. Tre ore dopo la strage a Bologna ... in L'Unità, 5 agosto 2008, p. 1. URL consultato il 16 ottobre 2012.
  17. ^ La pista rossa di Almirante era in realtà una pista nera in La Stampa, 9 agosto 1974, p. 1. URL consultato il 16 ottobre 2012.
  18. ^ Il superteste per la strage dell'italicus torna ad accusare il gruppo in La Repubblica, 21 novembre 1986. URL consultato il 16 ottobre 2012.
  19. ^ Altro evaso da Arezzo rientra e fa rivelazioni sull'italicus in L'Unità, 19 novembre 1975, p. 5. URL consultato il 16 ottobre 2012.
  20. ^ Empoli 1975, Mario Tuti incensurato geometra uccide, apparentemente senza motivo 2 agenti, Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo, comprendere le ragioni di tale delitto significa svelare anche quelle dello stragismo degli anni 70 .... URL consultato il 16 ottobre 2012.
  21. ^ Giorgio Bocca, Storia della Repubblica Italiana volume 4°.
  22. ^ Registrazione della sentenza del processo di appello. URL consultato l'11 ottobre 2012.
  23. ^ Ergastolo a Tuti e Franci in La Stampa, 19 dicembre 1986. URL consultato il 22 ottobre 2012.
  24. ^ Sentenza appello Italicus 1986 pag 301
  25. ^ Daniele Mastrogiacomo, Cancellato un ergastolo a Tuti in Repubblica.it, 17 dicembre 1987. URL consultato il 10 agosto 2014.
  26. ^ 'Per la strage sull'Italicus ci vuole un nuovo processo' in Repubblica.it, 15 dicembre 1987. URL consultato il 10 agosto 2014.
  27. ^ Michele Smargiassi, Tuti, dopo l'ergastolo l'innocenza in Repubblica.it, 5 aprile 1991. URL consultato il 10 agosto 2014.
  28. ^ Giampiero Moscato, Italicus, requiem per una strage in archiviostorico.corriere.it, 25 marzo 1992. URL consultato il 10 agosto 2014.
  29. ^ Stragi, Renzi toglie il segreto di Stato: tutta la verità su Ustica, piazza Fontana, Italicus, stazione di Bologna in Il Messaggero.it, 22 aprile 2014. URL consultato il 22 aprile 2014.
    «I «fatti sanguinosi» di Ustica, Peteano, treno Italicus, piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904 non sono più coperti dal segreto di Stato.».
  30. ^ Italicus, la strage dimenticata in un film. Quando Bologna scoprì gli anni di piombo [1]

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