Storia della Società Sportiva Calcio Napoli

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Questa pagina tratta la storia della Società Sportiva Calcio Napoli dal 1926 ai giorni nostri.

Dal Naples al Napoli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Naples Foot-Ball Club, Unione Sportiva Internazionale Napoli e Foot-Ball Club Internazionale-Naples.
Una formazione del Naples nel 1906

Il calcio salì all'onore delle cronache napoletane dal 1896, anno in cui il Campo di Marte, all'epoca sede destinata alle corse dei cavalli nel capoluogo campano, fu teatro di una partita di calcio fra la squadra del Circolo Canottieri Italia, club di canottieri e velisti, ed una formazione mista degli altri circoli nautici cittadini. Tra il 1901 ed il 1903 venne fondata la prima compagine: l'aristocratica Open Air Foot Ball Club, istituita dal Marchese Michele Ruffo della Scaletta, da Alfonso Parise ed Alfredo Vittorio Reichlin, nonché dai fratelli Costa, Verusio, D'Andria e Panagia.[1] Nello stesso periodo, inoltre, la polisportiva Virtus Partenopea partecipò ai tornei calcistici FGNI.[2]

Nell'elenco delle società affiliate alla FIF del 1908 sono presenti ben cinque squadre napoletane.

L'affermazione a livello popolare del football a Napoli risalì, invece, al 1904, quando ad opera dell'inglese James Poths, impiegato nella sede locale della Cunard Line, e dell'ingegnere napoletano Emilio Anatra, venne fondato (in principio come sezione calcio del Circolo Canottieri Italia)[3] il Naples Foot-Ball & Cricket Club, la prima importante squadra calcistica cittadina, il quale, nel 1906, mutò il proprio nome in Naples Foot-Ball Club.[4] La prima partita dei blucelesti venne giocata contro i marinai-giocatori della nave Arabik, che pochi giorni prima avevano battuto a Genova la blasonata squadra del Genoa per 3-0. Il Naples si impose per 3-2 con le reti di Mc Pherson, Scarfoglio e Chaudoir. Nel 1905 si costituirono la Società Sportiva Napoli dei fratelli Matacena; lo Sport Club Elios di Matteo Giovinetti con casacche a scacchi bianconeri; lo Sport Club Audace di Gustavo Romano, di Pepèn Cangiullo e dei fratelli De Giuli, con maglie biancoverdi, e la Juventus Sporting Club. Questi sodalizi, tuttavia, avevano un seguito limitato.[5][6] Sempre nella prima decade del XX secolo si formarono la Robur, l'Ilva Bagnolese e l'Associazione Calcio Vomero.[3]

Nei primi anni il Naples vinse alcune competizioni minori fra le quali la Coppa Lipton, conquistata battendo il Palermo per 2-1,[7] la Coppa Salsi, conquistata sconfiggendo altre squadre campane,[4] e la Coppa Noli da Costa.[8]

Nel 1911 la componente italiana del Naples si distaccò da quella inglese dando vita all'Unione Sportiva Internazionale Napoli.[7] L'anno successivo la F.I.G.C., in seguito all'approvazione del progetto Valvassori-Faroppa all'Assemblea Federale estiva, decise di ammettere per la prima volta al campionato di Prima Categoria (allora la massima serie) le squadre del centro-sud. Le due squadre partenopee si affrontarono in un acceso derby nella semifinale centro-sud. Il Naples ne uscì vincitore grazie a due vittorie per 2-1 e 3-2. Perse poi la finale centro-sud contro la Lazio. Nella stagione successiva l'Internazionale si prese la rivincita eliminando il Naples sempre nella semifinale centrosud, per disputare poi la finale centro-sud nella quale si affermò nuovamente la Lazio.

Foto di squadra per l'Internazionale Napoli nella stagione 1912-1913

Nel 1919, dopo la sospensione dovuta alla guerra, il campionato riprese. Rispetto all'ultimo torneo disputato, aumentò notevolmente il numero delle squadre della Campania. Le squadre campane partecipanti al campionato passarono dalle due sole iscritte nel 1914-1915 (il Naples e l'Internazionale) ad un novero maggiore nel 1919-1920 (Puteolana, Bagnolese, Pro Napoli ecc.). Negli anni dal 1919 al 1922, caratterizzati dal dominio della Puteolana in ambito regionale (nel 1921-22 la squadra puteolana raggiunse addirittura la Finale di Lega Sud perdendola contro la Fortitudo di Roma), il Naples e l'Internazionale non brillarono particolarmente raggiungendo al massimo le semifinali interregionali. Nel 1919-20 fu l'Internazionale a qualificarsi alla fase interregionale, chiudendo il gironcino a tre con squadre laziali e toscane come fanalino di coda, mentre nel 1920-21 fu il Naples a compiere l'impresa di qualificarsi alle Semifinali, approfittando in tal caso della squalifica della Puteolana prima sul campo ma squalificata e tolta dalla classifica per il tesseramento irregolare di alcuni giocatori.[8]

Nel 1922 le due compagini attuarono una nuova fusione, resa necessaria da esigenze di carattere finanziario, e diedero così vita al Foot-Ball Club Internazionale-Naples, meglio noto come FBC Internaples.[9] Nel frattempo, la Puteolana, finalista della Lega Sud nella stagione precedente, non si iscrisse al Campionato di Prima Divisione 1922-23, ma ciò non bastò all'Internaples per riconquistare il dominio regionale, venendo in quei anni il Campionato Campano e quello centro-meridionale dominato dal Savoia di Torre Annunziata (che nel 1924 raggiunse addirittura la Finalissima contro il Genoa venendo eliminata con onore per 3-1 e 1-1). Nelle stagioni 1922-23 e 1923-24 l'Internaples venne eliminato nelle Semifinali di Lega Sud, mentre nel 1924-25 venne eliminato addirittura nel girone campano dal solito Savoia e dalla sorpresa Cavese.

Lettera di un tifoso al settimanale Tutti Gli Sports sulla finale di Roma

Nell'estate del 1925, tuttavia, il Savoia non riuscì ad iscriversi alla Prima Divisione, e l'Internaples, rinforzato dagli arrivi dell'allenatore Carcano e da un giovane Giovanni Ferrari dall'Alessandria, voluti dal nuovo presidente Ascarelli, riuscì a riconquistare il primato regionale laureandosi Campione di Campania lasciandosi alle spalle la Bagnolese e accedendo così alle Semifinali di Lega Sud. Vinto anche il Girone di Semifinale, affrontò nella Finale di Lega Sud l'Alba di Roma, vincitrice dell'altro girone di semifinale dopo un acceso testa a testa con la Bagnolese. La gara di andata, disputata a Roma, fu disastrosa e l'Internaples venne travolto 6-1; ciò, tuttavia, non comprometteva la qualificazione alla Finalissima per lo scudetto, in quanto, non valendo la differenza reti (o il risultato aggregato) a parità di punti (o di vittorie), all'Internaples sarebbe bastata una vittoria a Napoli anche con il minimo scarto per costringere l'Alba alla bella in campo neutro. Al ritorno l'Internaples riuscì a portarsi in vantaggio, raggiungendo momentaneamente l'Alba in testa alla classifica (2 punti a testa), ma l'Alba riuscì a pareggiare, chiudendo il discorso qualificazione e laureandosi campione del Sud con 3 punti contro il solo punto dell'Internaples.[10] Vi fu un'invasione di campo da parte dei tifosi partenopei al termine dell'incontro, che portò a pesanti sanzioni: il campo dell'Internaples (l'Arenaccia) fu squalificato per parecchi mesi, per cui il Napoli dovette trasferirsi sul campo della Bagnolese, e l'allenatore Carcano e l'attaccante Ferrari, constatato il clima agitato, decisero di lasciare la squadra.[10]

Ascarelli, Sallustro e Vojak[modifica | modifica sorgente]

Giorgio Ascarelli, fondatore e primo presidente del club.

Prima del 1926 le imprese più importanti del calcio campano erano legate al Savoia di Torre Annunziata che aveva addirittura sfiorato il titolo nazionale, arrendendosi di fronte al Genoa nella finalissima del 1924.

Giorgio Ascarelli, giovane industriale napoletano e presidente dell'Internaples, si era reso conto che ormai il football stava diventando un fenomeno che avrebbe appassionato le folle come null'altro fino ad allora. Il 1º agosto 1926 l'assemblea dei soci dell'Internaples decise di cambiare il nome della società costituendo l'Associazione Calcio Napoli. Giorgio Ascarelli fu il primo presidente della storia del club.[10] A spingere il presidente a cambiare denominazione alla società fu probabilmente il fatto che il nome Internaples era sgradito al regime fascista in quanto il termine "Internazionale" ricordava l'Internazionale comunista (nemica politica del regime)[11] mentre il regime fascista osteggiava i termini stranieri,[12] per cui Ascarelli ritenne opportuno cambiare il termine anglofono Naples con il vero nome della città (Napoli).[10]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carta di Viareggio.

Nel frattempo, con l'approvazione della Carta di Viareggio, il Napoli ottenne l'ammissione al nuovo campionato di massima serie unificato tra Nord e Sud, la Divisione Nazionale, ufficialmente in virtù del primo posto conquistato dall'Internaples nel Campionato Campano, ma anche per il raggiungimento della Finale di Lega Sud. Insieme al Napoli, ottennero l'ammissione alla Divisione Nazionale gestita dal Direttorio Divisioni Superiori, l'antesignano dell'odierna Lega Calcio, anche i sodalizi capitolini Alba Roma e Fortitudo Pro Roma (prima e seconda classificata nel Campionato laziale).[10] Stante il divario tra Nord e Sud, delle 20 squadre partecipanti alla Divisione Nazionale 1926-1927, solo 3 provenivano dal Sud contro le 17 del Nord.

Il nuovo Napoli del 1926-1927

Nella nuova squadra si distinse Paulo Innocenti primo capitano della storia, collezionerà 213 presenze, compresa la prima partita disputata dall'appena costituita squadra, la sconfitta casalinga del 3 ottobre 1926 contro l'Inter per 3-0[13] e ne segnò anche il primo gol della storia, il 17 ottobre 1926, in Genoa-Napoli 4-1[13]. E ben presto il giovane, proveniente dalle giovanili dell'Internaples, Attila Sallustro, soprannominato "il Veltro". Sallustro proveniva da un'agiata famiglia e suo padre - quando seppe che avrebbe giocato a calcio in Italia - gli impose l'obbligo di non guadagnare nulla dall'attività sportiva. Sallustro mantenne la promessa fin che fu possibile; il Napoli lo gratificò regalandogli una lussuosa vettura, una Fiat 508 Balilla, cosa che all'epoca (1931-32) destò un enorme scalpore.[14]

La prima stagione azzurra nella Divisione Nazionale fu di estrema pochezza: un solo punto raccolto in tutta la stagione, ma Ascarelli riuscì a convincere i dirigenti nazionali a non rinunciare al patrimonio che il Napoli e Napoli rappresentavano per il calcio italiano e la società partenopea venne ripescata insieme alle altre retrocesse.[15] Nel frattempo i sostenitori della squadra decisero - viste le modeste prestazioni dei ragazzi in maglia azzurra - di togliere dallo stemma della società l'originario cavallo rampante sostituendolo con un modesto somaro: da allora "'o ciucciariello" divenne per Napoli e per il mondo del calcio l'emblema della squadra partenopea.[15] Nella Coppa CONI 1927, torneo di consolazione per le escluse dal girone finale a 6 squadre per l'assegnazione dello scudetto, il Napoli ottenne finalmente la sua prima vittoria superando l'Alba, perdendo contemporaneamente l'allenatore austriaco Kreuzer, che aveva giurato che alla prima vittoria se ne sarebbe tornato a Vienna direttamente a piedi.[15]

Ascarelli, in vista della stagione successiva, rinforzò la squadra in modo da evitare la retrocessione nella categoria inferiore. Il campo, tuttavia, gli diede nuovamente torto: alla fine del girone d'andata il Napoli era in zona retrocessione e, nonostante un più discreto girone di ritorno, gli azzurri non riuscirono a salvarsi, chiudendo terzultimi. Ciononostante, la FIGC volle ripagare i segnali di miglioramento della società partenopea, accordandole il 18 marzo, appena due settimane dopo la fine dei due gironi eliminatori (e addirittura prima dell'inizio della Coppa CONI e del girone finale a 8 squadre per l'assegnazione dello scudetto), un secondo ripescaggio nella massima serie (annullando tutte le retrocessioni).

Il campionato fu allargato a 16 squadre per girone, per un totale di 32 squadre, in modo da rendere la Divisione Nazionale 1928-1929 un torneo di qualificazione alle due serie a girone unico in cui la Divisione Nazionale sarebbe stata suddivisa: le migliori otto di ogni girone avrebbero partecipato alla Divisione Nazionale Serie A, quelle classificate tra la nona e la quattordicesima posizione sarebbero state declassate nella Divisione Nazionale Serie B, mentre le ultime due classificate di ogni girone sarebbero dovute retrocedere addirittura in terza serie, sostituite dalle vincitrici dei quattro gironi di Prima Divisione. Puntando a entrare nel novero delle 16 elette che avrebbero partecipato al primo campionato di Serie A a girone unico, il Napoli si rinforzò e, trascinato dalle 22 reti del bomber Sallustro, si classificò a fine stagione ottavo a pari merito con la Lazio; fu quindi necessario uno spareggio tra le due compagini per conquistare l'ultimo posto in palio per la Serie A che finì in parità per due a due.[15]

Lo spareggio si sarebbe dovuto ripetere, ma non venne disputato poiché Ascarelli riuscì a convincere l'allora Presidente della FIGC, Leandro Arpinati, ad allargare il campionato di Serie A a diciotto squadre in modo che anche le none classificate potessero accedervi.[16]

Alla vigilia del primo campionato di Serie A a girone unico il Napoli si rinforzò ingaggiando Vojak (vincitore di uno scudetto con la Juventus nel 1925-1926) e il "mister" William Garbutt, classico allenatore inglese che aveva vinto due scudetti con il Genoa nel 1922-1923 e nel 1923-1924.[17]

Fu edificato - finalmente - uno stadio vero, il "Vesuvio", in grado di accogliere le migliaia di sostenitori della squadra. Ascarelli morì in giovane età senza poter raggiungere i traguardi ambiziosi che si era prefissato. Lo stadio gli fu intitolato a furore di popolo ma le leggi razziali gli tolsero anche quella "soddisfazione postuma".[18]

Grazie ai già citati acquisti, la squadra per la prima volta non rischiò la retrocessione chiudendo il torneo al quinto posto.

Anni trenta[modifica | modifica sorgente]

I due terzi posti e la Coppa Europa[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione successiva il Napoli concluse il girone d'andata al secondo posto dietro la Juventus; poi nel girone di ritorno, complice la chiamata alle armi di Sallustro, venne meno e concluse il campionato al sesto posto.[19] In quella stagione il Napoli si era rinforzato ingaggiando all'incredibile cifra di 250.000 lire il calciatore Enrico Colombari, da allora soprannominato "banco e' Napule" dai tifosi partenopei.[19] La stagione successiva la squadra si classificò soltanto nona, ma in compenso Sallustro venne convocato per la seconda e ultima volta in nazionale, insieme ai suoi compagni di squadra Vojak e Colombari; la società premiò Sallustro per le sue prestazioni regalandogli un'auto Balilla.[20]

Il campionato 1932-1933, invece, fu il primo in cui gli azzurri sfiorarono lo scudetto. Formidabile fu la coppia d'attacco: Sallustro segnò diciannove reti e Vojak ventidue; Il Napoli arrivò terzo a pari merito col Bologna.[21][22] Nella stagione successiva gli azzurri arrivarono ancora terzi e qualificandosi per la prima volta alla Coppa Europa, la massima competizione europea di quei tempi.

Nel 1934, in preparazione ai mondiali, venne organizzata una partita nella quale una rappresentativa del Napoli e dell'AS Roma affrontò il Budapest.

Al primo turno il Napoli incontrò l'Admira Wien: gli azzurri riuscirono nell'impresa di pareggiare 0-0 nella gara d'andata in trasferta, ma sprecarono il doppio vantaggio iniziale nella gara di ritorno a Napoli facendosi rimontare dagli avversari (risultato finale 2-2) e nella bella vennero travolti per 5-0.[20] In campionato, nonostante l'arrivo di Sentimenti II e del Campione del Mondo 1930 Stabile, la squadra deluse classificandosi soltanto settima e a fine stagione Garbutt lasciò la squadra.[18]

Il ridimensionamento[modifica | modifica sorgente]

Il 15 marzo 1936 la società fu rilevata dall'armatore Achille Lauro che, per risanare il bilancio, fu costretto a cedere i calciatori più importanti: partirono così giocatori importanti come Enrico Colombari, Pietro Ferraris, Antonio Vojak, Giovanni Vincenzi, Valerio Gravisi e Giuseppe Cavanna, mentre Sallustro da un paio di campionati segnava sempre meno reti, e molti trovarono la causa della sua improvvisa scarsa vena realizzativa nella sua frequentazione con Lucy D'Albert, famosa soubrette dell'epoca, che poi diventò sua moglie.[14][23] Al termine del campionato 1936-1937 anche Sallustro venne ceduto alla Salernitana.[23]

In vista della stagione 1938-1939 Lauro acquistò l'attaccante Italo Romagnoli, il difensore Achille Piccini e la mezzala Bruno Gramaglia; gli azzurri disputarono un buon campionato, concluso al quinto posto in classifica. Nella stagione successiva la squadra partenopea allenata da Adolfo Baloncieri disputò un torneo in cui la retrocessione in Serie B fu evitata solo grazie a un miglior quoziente reti rispetto al Liguria.[23][24] Lauro, al termine della stagione, si dimise, lasciando in compenso il bilancio della società in pareggio, e Gaetano Del Pezzo diventò presidente della Società.[23][24]

Anni quaranta[modifica | modifica sorgente]

La retrocessione e il periodo bellico[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1940-1941 il Napoli si classificò settimo a pari merito col Torino. La stagione successiva il Napoli chiuse al 15º posto e retrocedette in Serie B per la prima volta nella sua storia. Nella stagione 1942-1943 il Napoli arrivò terzo in serie B, ma non bastò per tornare in Serie A. Nel frattempo lo Stadio Arturo Collana del Vomero divenne la nuova "casa" dei partenopei.

A causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi degli eventi bellici la società fu costretta a cessare le attività nel 1943. L'anno successivo allo scioglimento, nel 1944, nacquero due distinte società: la Società Sportiva Napoli, promossa dal giornalista Arturo Collana, e la Società Polisportiva Napoli, fondata dal dott. Gigino Scuotto, dalla cui fusione nel gennaio 1945 si costituì l'Associazione Polisportiva Napoli, con presidente Pasquale Russo. La società riprese finalmente la denominazione di A.C. Napoli nel 1947.

Tra promozioni e retrocessioni[modifica | modifica sorgente]

Nel 1945, a seguito delle notevoli difficoltà logistiche conseguenti la guerra appena terminata, il campionato di massima serie venne suddiviso in due gironi: al primo parteciparono le squadre di Serie A del Nord e nel secondo le squadre di Serie A e B del Centro-Sud. Il Napoli, nonostante fosse una squadra di Serie B, riuscì a vincere il proprio girone a pari merito col Bari, qualificandosi per il girone finale a otto squadre. Nel Girone Nazionale arrivò quinto alle spalle di Torino, Juventus, Milan e Inter.[25]

In quel Napoli militava l'attaccante albanese Riza Lushta, che ebbe un periodo di appannamento durante il quale si diffuse in città il detto: "Quanno segna Lushta se ne care 'o stadio" (Quando segnerà Lushta cadrà lo stadio). Si narra che quando Lushta interruppe il suo digiuno una parte di tribuna ebbe un cedimento, per fortuna senza gravi conseguenze.[25]

Nella stagione successiva il campionato di Serie A tornò al girone unico e il Napoli venne ammesso insieme al Bari in serie A in quanto le due formazioni, nonostante fossero squadre di Serie B, erano riuscite a qualificarsi al girone finale. Vennero acquistati Dante Di Benedetti, ex giocatore della Roma che, poi in seguito a un infortunio occorsogli in vista della convocazione in nazionale venne trasferito al Bari, e vari giocatori di secondo piano come Jone Spartano, Nespolo e Ferruccio Santamaria. Il Napoli ottenne un buon ottavo posto.

Nella stagione successiva, nonostante gli acquisti di Naim Krieziu, ala albanese campione d'Italia con la Roma nel 1942 e pagato ben 16 milioni, e Roberto La Paz, il primo giocatore nero a giocare in Serie A, la squadra disputò un campionato disastroso, concluso al quartultimo posto e con la retrocessione in B. Ad aggravare ulteriormente la situazione fu la scoperta da parte della federazione di un tentativo di combine nella partita vinta contro il Bologna, che costò al Napoli il declassamento all'ultimo posto in classifica del campionato 1947/48 e la conferma della retrocessione (già raggiunta sul campo) in Serie B.[26]

Ci vollero due anni per riconquistare la categoria: dopo un nono posto nel 1948-1949, agli azzurri vinsero il torneo 1949-1950 con Eraldo Monzeglio in panchina, tornando così in massima serie.

Anni cinquanta[modifica | modifica sorgente]

"O banco e Napule"[modifica | modifica sorgente]

Tornato in serie A, in vista della stagione 1950-1951 il Napoli si rinforzò prelevando dalla Roma Amedeo Amadei, che militò in maglia azzurra per sei stagioni, segnando in totale quarantasette reti. Nelle due successive stagioni il Napoli arrivò consecutivamente sesto in classifica. Il presidente Lauro, per la stagione 1952-1953, acquistò dall'Atalanta il centroavanti svedese Hasse Jeppson.[27]

Jeppson si era messo in mostra ai mondiali del 1950, svolti in Brasile.[27] Sembrava dovesse andare all'Inter, ma per l'allora stratosferica cifra di centocinque milioni di lire fu ingaggiato dal Napoli, nel quale disputò quattro campionati.[27] L'enorme cifra pagata per il suo acquisto portò i tifosi partenopei a coniare per lui il soprannome di "'o Banco 'e Napule".[27][28]

La squadra venne ulteriormente rinforzata con gli acquisti di Giancarlo Vitali dalla Fiorentina e del "petisso" Bruno Pesaola dal Novara.[29] L'inizio non fu tuttavia dei migliori e dopo le tre sconfitte contro Lazio, Inter e Fiorentina, Lauro cercò di addossare tutte le responsabilità sull'allenatore Monzeglio, accusandolo di aver voluto lui acquistare Jeppson; Monzeglio, furioso, rassegnò le dimissioni, costringendo Lauro a rifiutarle e a chiedergli scusa pubblicamente; la squadra si riprese e, trascinata dalle 14 reti di Jeppson, conquistò un buon quarto posto (1952-1953), dietro Inter, Juventus e Milan.[29] Nella stagione successiva Jeppson migliorò ancora il suo record di reti segnate in una stagione, raggiungendo quota 20, ma nonostante ciò la squadra si classificò soltanto quinta (1953-1954), mentre nella stagione successiva si piazzò sesta (1954-1955). A questo punto l'Inter tornò alla carica tentando di convincere Lauro a cederle Jeppson e, di fronte alla volontà del giocatori di trasferirsi alla società neroazzurra, Lauro gli diede prima via libera al trasferimento, ma poiché era un bomber al quale non poteva rinunciare, inviò il suo autista all'aeroporto a fermare la partenza dell'asso e lo fece ritornare alla flotta, dove lo convinse a restare al Napoli, "punendolo" però per aver avuto l'idea di lasciare la squadra riducendogli l'ingaggio.[30] Jeppson restò per altre due stagioni al Napoli, segnando in totale 52 reti in 112 partite disputate in azzurro.[30]

'O Lione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1955 arrivò dal Brasile, via Lazio, Luís Vinício (subito ribattezzato dai tifosi 'o Lione per la grinta che lo caratterizzava) che in coppia con Jeppson diede vita alla coppia "H-V" che fu schierata per la prima volta in campo nella partita contro la Pro Patria (quinta giornata), vinta per 8-1 dagli azzurri con tripletta di Vinício e doppietta di Jeppson.[31] I due, nonostante la fama, non diedero al Napoli i frutti sperati, anche perché poche furono le occasioni nelle quali vennero schierati insieme in formazione.[31] Dopo una serie di risultati negativi, tra cui una sconfitta contro l'Inter, Monzeglio venne esonerato e sostituito da Amedeo Amadei, che schierò poche volte i due insieme in formazione, e solo nelle ultime giornate.[31] Il Napoli in quella stagione deluse arrivando solo quattordicesimo in classifica, nonostante i sedici gol di Vinicio e le 8 reti di Jeppson.

"'o Lione" Luís Vinício

La stagione 1956-1957 vide la fine definitiva del tandem Jeppson-Vinício, con la cessione del primo al Torino. In campionato i miglioramenti rispetto alla stagione precedente fruttarono solo un undicesimo posto. Tra le poche "imprese" del Napoli di quegli anni ci furono le due vittorie contro la Juventus nella stagione 1957-1958: all'andata a Torino finì 3-1 per il Napoli grazie alle parate fenomenali di Bugatti, sceso in campo con trentotto gradi di febbre.[32] Charles dopo la partita disse "Ci fosse stato un altro portiere al posto di Bugatti, fra i pali della porta del Napoli, avremmo vinto 7-3".[32] Al ritorno, il Napoli realizzò un'altra impresa vincendo 4-3.[32] In quella stagione gli azzurri arrivarono quarti in campionato dietro a Juventus, Fiorentina e Padova.

L'inaugurazione del San Paolo[modifica | modifica sorgente]

Per la stagione 1958-1959 fu ingaggiato per far coppia con Vinício il brasiliano Emanuele Del Vecchio.[33] Neanche questa coppia, come quella Jeppson-Vinício, funzionò. Del Vecchio marcò tredici gol, Vinício sette: il Napoli arrivò al nono posto.

Nella stagione successiva il Napoli lasciò l'ormai angusto stadio del Vomero e il 6 dicembre 1959 inaugurò il nuovo stadio San Paolo di Fuorigrotta nella partita che oppose gli azzurri alla Juventus, terminata con la vittoria del Napoli per 2-1.[34]

Questo fu però l’unico avvenimento di notevole importanza in quell’anno, poiché il resto della stagione della compagine partenopea fu poco più che anonimo e il risultato finale fu solo un quattordicesimo posto. A giugno lasciarono la squadra Vinício e Pesaola.

Anni sessanta[modifica | modifica sorgente]

Una nuova retrocessione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Associazione Calcio Napoli 1960-1961.

Nel 1960 quando Vinício sembrava a fine carriera ed ormai in decadenza, il Napoli cedette il brasiliano al Bologna;[35] a smentire quella "decadenza" ci pensò Vinício stesso, vincendo la classifica dei marcatori, ben 6 anni dopo, con la maglia del Vicenza. Nella stagione 1960-1961 dopo un buon avvio - (8 punti in 5 partite)[35] - il Napoli crollò e retrocedette nuovamente in serie B, concludendo il campionato al penultimo posto. Furono inutili i tentativi di Lauro di risollevare la squadra ingaggiando addirittura uno psicanalista o esonerando l'allenatore Amadei e il direttore tecnico Cesarini dopo una clamorosa sconfitta per 4-0 contro la Juventus; nemmeno l'ingaggio come allenatore del direttore dello Stadio San Paolo ed ex campione del Napoli Attila Sallustro bastò per risollevare una situazione ormai compromessa ed evitare la retrocessione.[35]

1962: la prima Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

Il Napoli del 1961-1962, in Serie B ma vincitore della Coppa Italia.

Per ritornare in A, Lauro pretese di costruire una formazione in grado di competere con le migliori: "un grande Napoli per una grande Napoli" fu il suo slogan, ma il campo gli diede inizialmente torto; la squadra non sembrava essere in grado di raggiungere la meta della promozione, e alla fine del girone di andata annaspava negli ultimi posti, rischiando la C.[36] Il 29 gennaio Lauro, per risollevare la squadra, provò allora a cambiare allenatore e scelse come nuovo coach Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie; quest'ultimo era già stato un calciatore del Napoli ai tempi di Jeppson e Vinicio e da "Mister" rimase famoso anche per il suo immancabile cappotto di cammello e per la sagacia tattica.[36] Con lui in panchina il Napoli risalì la china fino a raggiungere la promozione.[36]

La stagione si chiuse trionfalmente con la conquista della Coppa Italia, ottenuta battendo in finale la SPAL. Il Napoli passò subito in vantaggio con Gianni Corelli al 12º; la SPAL pareggiò al 15º con Micheli ma Pierluigi Ronzon al 79º siglò il definitivo vantaggio partenopeo, regalando così agli azzurri il primo trofeo della loro storia. Il Napoli resta tuttora l’unica squadra nella storia del calcio italiano ad aver vinto la Coppa Italia militando in serie B.[37]

Canè e l'altalena tra A e B[modifica | modifica sorgente]

Nel 1962-1963 il Napoli della Coppa Italia venne confermato quasi in blocco, con il solo innesto di Faustino Jarbas Canè, prelevato dall'Olaria di Rio de Janeiro, e di Humberto Rosa dalla Juventus (in prestito annuale); dalle giovanili vennero inoltre integrati in prima squadra i giovani Antonio Juliano, Vincenzo Montefusco e Pomarici.[38] In campionato la squadra non ingranò ma in Coppa delle Coppe eliminò sia i gallesi del Bangor City che l'Újpesti TE (Ungheria) qualificandosi così ai quarti di finale.[38] Intanto, dopo la gara di San Siro contro il Milan, ben quattro azzurri (Walter Pontel, Giovanni Molino, Rosario Rivellino e Ugo Tomeazzi) furono squalificati per un mese causa doping.[38][39] In Coppa alla bella contro l'OFK Belgrado debuttò Antonio Juliano, giovanissimo centrocampista che per i successivi diciotto anni fu l’indiscussa bandiera del Napoli, ma nulla evitò il 3-1 e l'eliminazione.[38] In campionato le cose non andarono meglio: al termine della partita persa 0-2 in casa contro il Modena il Napoli venne di nuovo retrocesso.[40]

Nella stagione successiva il Napoli, sotto la guida di Roberto Lerici, non ottenne grandi successi. A nulla servì la sostituzione del tecnico con il suo secondo Molino: alla fine fu solo ottavo posto.[41] Il 25 giugno 1964 il club Associazione Calcio Napoli, oberato dai debiti, venne rilevato e sostituito dalla Società Sportiva Calcio Napoli con Roberto Fiore presidente effettivo e Achille Lauro presidente onorario con il 40% delle azioni. Il processo di trasformazione societaria si tradusse di fatto in una sorta di mutamento di nominazione.[42][43]

Per il campionato 1964-1965 tornò in panchina Pesaola, il tecnico della Coppa Italia. La stagione fu quantomeno strana: in casa il Napoli non rendeva, mentre in trasferta dilagava, Canè si trasformò in goleador e gli azzurri tornarono in A.[43]

Gli oriundi: Altafini e Sívori[modifica | modifica sorgente]

Per lo spregiudicato armatore Achille Lauro il Napoli era un fiore all’occhiello da mostrare con orgoglio, specie in periodo elettorale; per costruire una buona squadra in vista del campionato di A 1965-1966 prelevò Omar Sívori della Juventus (90 milioni) e José Altafini dal Milan (280 milioni);[44][45] al loro fianco cominciò a mettersi in evidenza Juliano, che aveva debuttato quando la squadra era ancora in Serie B.[45]

I risultati furono lusinghieri: in campionato il Napoli arrivò terzo a soli cinque punti dall'Inter campione (50 punti contro i 45 degli azzurri), con Altafini capocannoniere della squadra con quattordici gol, mentre in estate la squadra si aggiudicò la Coppa delle Alpi.[46] Nel 1966-1967 il Napoli ripeté gli ottimi risultati dell'anno passato, conquistando 44 punti e arrivando quarto con Altafini di nuovo mattatore, questa volta con sedici reti.[46] Nello stesso anno la squadra partenopea partecipò alla sua prima Coppa delle Fiere: venne eliminato agli ottavi di finale dal Burnley FC.

Alla vigilia del campionato 1967-1968 arrivò dal Mantova il portiere Dino Zoff, subito soprannominato l'angelo azzurro. Nonostante la società attraversasse un periodo di crisi economica[47], in campionato i partenopei arrivarono vicini allo scudetto, piazzandosi al secondo posto con nove punti di distacco dal Milan campione.[47][48]

Il giocattolo tuttavia si ruppe nella stagione successiva: Pesaola lasciò la squadra per la Fiorentina e venne sostituito come allenatore da Beppe Chiappella; a peggiorare la situazione accadde anche una rissa durante Napoli-Juventus 2-1 del 1 dicembre 1969, in seguito alla quale Sívori, per aver insultato l'allenatore bianconero Heriberto Herrera, fu squalificato per sei giornate; in seguito alla squalifica, Sívori prese la decisione di ritirarsi dal calcio giocato.[48] La squadra si piazzò a metà classifica, mentre a metà stagione Corrado Ferlaino riuscì a comprare la società beffando Lauro.[48]

La presidenza Ferlaino[modifica | modifica sorgente]

Il periodo di potere della famiglia Lauro era ormai al termine: nel 1969, con grande abilità e poca spesa Corrado Ferlaino assunse la presidenza della società ridotta però sull’orlo del dissesto finanziario.[49] Nei suoi primi anni di dirigenza, pur dimostrando carattere e testardaggine fuori dal comune, Ferlaino non poté garantire al Napoli la possibilità di lottare per grandi traguardi badando nei primi anni di presidenza in fase di calciomercato alla cessione di pezzi pregiati come Zoff, Altafini e Claudio Sala (ceduto senza aver potuto dimostrare pienamente il proprio valore, ad appena un anno dal suo acquisto), e all'acquisto di giocatori di prima scelta ma sul viale del tramonto come Nielsen, Hamrin, Sormani e Clerici.

Il pubblico comunque ripagava la società garantendole grandi incassi e questo fattore fu determinante per invertire la rotta.

Anni settanta[modifica | modifica sorgente]

Nel 1970-1971 arrivò a Napoli il brasiliano Angelo Benedicto Sormani soprannominato il Pelé bianco. Sulla panchina della compagine partenopea rimase Beppe Chiappella, arrivato due anni prima.[50] Sormani formò con Altafini un attacco solidissimo ed il Napoli giunse a giocarsi lo scudetto con Inter e Milan, ma a fine campionato il bottino fu solo un terzo posto.[51] Decisivo fu lo scontro diretto a San Siro contro l'Inter alla fine Campione a poche giornate dal termine: il Napoli chiuse il primo tempo in vantaggio per 1-0, scavalcando virtualmente in classifica proprio i neroazzurri, ma nell'intervallo i giocatori dell'Inter si recarono dall'arbitro minacciandolo di picchiarlo se avessero perso; memore delle minacce, nel secondo tempo l'arbitro concesse un rigore inesistente (come rivelò poi la moviola) all'Inter, consentendole di pareggiare, e fischiò poi una serie di punizioni a senso unico che permisero ai neroazzurri di ribaltare il punteggio imponendosi per 2-1.

La stagione successiva vide una piccola crisi del Napoli, dovuta ad alcuni problemi societari. La compagine partenopea arrivò soltanto all'ottavo posto. Ferlaino decise quindi di svecchiare la squadra (pensando comunque anche al bilancio), con la cessione di giocatori del calibro di Dino Zoff ed José Altafini alla Juventus.[51]

L'acquisto che rivoluzionò positivamente l'ambiente azzurro, fu però legato al leone Luís Vinício, che ritornò a Napoli in veste di allenatore.

Vinício e il calcio totale[modifica | modifica sorgente]

All'arrivo del nuovo tecnico la società cominciò ad investire acquistando, fra gli altri, gli attaccanti Sergio Clerici e Giorgio Braglia), mantenendo giocatori come Juliano e valorizzando poi alcuni giovani talenti (Giuseppe Bruscolotti, Giovanni Vavassori, Antonio La Palma, Salvatore Esposito ed altri). Vinício, primo in Italia, volle sperimentare una squadra in grado di giocare il cosiddetto calcio totale proposto dagli olandesi ai Mondiali del 1974.[52] La squadra fu rivoluzionata ed i risultati non si fecero attendere: la stagione si chiuse al terzo posto alle spalle della Lazio di Chinaglia e della Juventus, anche se la lentezza del libero Zurlini non consentì a Vinicio di applicare la cosiddetta "difesa a zona".[52][53]

Il Napoli della stagione 1974-1975

Nel 1974-1975 il Napoli, sempre guidato da Vinício, arrivò ad un passo dallo scudetto.[52] L'acquisto di Tarcisio Burgnich dall'Inter, schierato da Vinicio come libero, permise all'allenatore brasiliano di applicare finalmente la sua prediletta difesa a zona, e i risultati non si fecero attendere: nelle prime dieci giornate la squadra era ancora imbattuta e in corsa per lo scudetto.[52] Eliminata dalla Coppa UEFA dal Banik Ostrava a pochi giorni dallo scontro diretto al San Paolo contro la Juventus, la squadra, ancora stanca dalla trasferta in Cecoslovacchia, venne incredibilmente travolta dai bianconeri che espugnarono il San Paolo per 6-2.[54] In seguito alla clamorosa debacle, Vinicio decise di schierare il Napoli con un atteggiamento più prudente, grazie al quale la squadra partenopea poté ritornare in corsa per lo scudetto.[54] Alla 25ª giornata, giorno della partita di ritorno a Torino, solo due punti separavano i bianconeri dagli azzurri: la Juventus si portò in vantaggio con Causio, Juliano pareggiò e poi si fece parare il possibile gol del vantaggio da Zoff; quando la partita sembrava essere destinata a finire in parità, a due minuti dal termine l'ex Josè Altafini, da allora soprannominato dai napoletani Core ‘ngrato, portò in vantaggio la sua Juventus, condannando il Napoli alla sconfitta e permettendo alla Juventus di portarsi a +4 dai partenopei a cinque giornate dal termine.[54][55] Alla fine del campionato appena due punti separarono gli azzurri dalla Juventus, arrivata prima.[54] Decisive furono le due sconfitte negli scontri diretti e l'incapacità di vincere in trasferta (fuori dal San Paolo solo una vittoria conquistata all'ultima giornata).

Con "Mister due miliardi" è di nuovo Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

Il colpo di mercato che ingigantì le speranze di gloria dei tifosi azzurri arrivò nell'estate del 1975 quando per l’allora stratosferica cifra di due miliardi di lire fu ingaggiato dal Bologna il centravanti Beppe Savoldi detto BeppeGoal o anche mister due miliardi.[56]

La squadra, reduce dall'amaro secondo posto, non fece meglio nella stagione successiva, arrivando solo al quinto posto. Però riuscì a conquistare la sua seconda Coppa Italia battendo in finale per 4 a 0 l’Hellas Verona all'Olimpico di Roma; poi, battendo il Southampton, il Napoli si aggiudicò anche la Coppa di Lega Italo-Inglese.

Nella stagione successiva l'obiettivo del raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe (allenatore Pesaola) fallì dopo una sconfitta per 2-0 nella semifinale di ritorno contro l'Anderlecht, con la direzione di gara dell'arbitro Matthewson pesantemente contestata dagli azzurri.[57][58] La gara d’andata era finita 1-0 per il Napoli grazie a una rete di Bruscolotti.[58] In campionato gli azzurri raggiunsero un modesto settimo posto e subirono anche la penalizzazione di un punto in classifica per cumulo di squalifiche del campo.[59]

Dopo un doppio sesto posto nelle stagioni 1977-1978 e 1978-79, Savoldi lasciò il Napoli che precipitò all'undicesimo posto nel 1979-1980; la sostituzione del ritrovato Vinício con Sormani non riuscì a fermare la crisi.

Anni ottanta[modifica | modifica sorgente]

L’inizio degli anni ottanta fu segnato dalla riapertura delle frontiere ai giocatori stranieri. Il Napoli, tradizionalmente, aveva avuto nelle sue file ottimi giocatori non italiani (Sallustro, Jeppson, Sívori, Altafini, Hamrin, Cané, Clerici); per mantenere viva la tradizione fu ingaggiato dal Vancouver il libero Ruud Krol, già campione d’Europa con l’Ajax e pilastro difensivo della grande Olanda dei primi anni settanta.[60]

Nella stagione 1980-1981, in un'annata resa drammatica dal sisma che il 23 novembre 1980 scosse la città,[60] la squadra, guidata da Rino Marchesi, sfiorò il titolo conquistando il terzo posto finale.[61] Dopo un inizio poco promettente, a causa anche del rendimento pessimo della difesa che incassò nelle prime giornate parecchi gol, l'allenatore Marchesi prese le contromisure adeguate, spostando Luciano Marangon in mediana e aggiungendo in difesa Raimondo Marino, permettendo così a Krol di esprimere tutta la sua classe.[62] Il punto di svolta della stagione fu la partita contro la Roma al San Paolo il 19 ottobre che il Napoli vinse addirittura 4-0.[62] Imbattuto dalla 11ª alla 25ª giornata, dopo la vittoria sul Torino al Comunale, a cinque giornate dal termine, il Napoli si portò in testa alla classifica insieme alla Juventus e con la prospettiva di usufruire di un calendario favorevole.[63] Inaspettatamente, però, nel turno successivo il Perugia - ultimo in classifica - passò al San Paolo per 1-0 con autogol di Ferrario nei primi minuti.[61] Per tutto il resto della gara gli azzurri si gettarono generosamente all'attacco, ma pali, traverse e la notevole prestazione del portiere umbro Malizia sbarrarono al Napoli ogni possibilità di giungere quantomeno al pareggio. Nonostante tutto, la squadra affrontò l'incontro decisivo con la Juventus con due punti di svantaggio e con la teorica possibilità di sfruttare il turno casalingo per riagguantare la vetta a una giornata dal termine. Ancora una volta un'autorete (Guidetti) condannò gli azzurri alla sconfitta e al definitivo addio alle velleità tricolori.

Nella stagione successiva il tentativo di puntare allo scudetto rinforzando ulteriormente la squadra fu compromesso dai contrasti tra Ferlaino e il direttore generale ed ex calciatore Juliano: l'acquisto da parte di Ferlaino del 76% delle azioni della società suscitò, infatti, il risentimento di Juliano, che tergiversò dapprima sul rinnovo dei contratti di Marchesi e Corso e poi, di fronte alla reazione del Presidente, presentò le dimissioni, che vennero accettate da Ferlaino.[63] Le lotte in seno alla società compromisero dunque il campionato del Napoli, insieme al potenziamento non adeguato della squadra (i nuovi arrivati, come Palanca e Criscimanni, non si dimostrarono all'altezza), al rendimento non sempre esaltante di Krol, e ai pettegolezzi che circolavano sulla squadra,[63][64] ma, nonostante tutto, il Napoli concluse il campionato al quarto posto.[64] Lo Scudetto restò lontano da Napoli nonostante Krol e Claudio Pellegrini, capocannoniere del Napoli in entrambe le stagioni con il medesimo numero di gol (11).

Nonostante l’arrivo di altri stranieri di valore quali Ramón Díaz prima e José Dirceu poi, nei due campionati successivi la retrocessione in serie B fu evitata in extremis.[61][64]

Nella stagione successiva arrivò dalla Fiorentina Daniel Bertoni, argentino e campione del mondo che prese uno dei due posti riservati agli stranieri e lasciati liberi da Krol e Dirceu, ceduti rispettivamente a Cannes ed Ascoli.

Il presidente Ferlaino, deciso a portare la società verso grandi traguardi, il 30 giugno 1984 definì l'acquisto del campione argentino Diego Armando Maradona dal Barcellona per la cifra record di 15 miliardi di lire.[65] Il fuoriclasse di Lanús, tuttora considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, venne presentato il 5 luglio successivo in uno stadio San Paolo gremito in ogni ordine di posti. La prima stagione del Napoli di Maradona, dopo un girone di andata mediocre, fu conclusa con una posizione di centro classifica solo nelle ultime giornate di campionato.

La squadra venne gradualmente ricostruita: furono ingaggiati Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Claudio Garella e Alessandro Renica.[66] In panchina Rino Marchesi lasciò il testimone ad Ottavio Bianchi, che da giocatore militò per cinque stagioni in maglia azzurra.[67] I cambiamenti coinvolsero anche la dirigenza, con l'addio di Antonio Juliano e l'ingresso in società di Italo Allodi, già dirigente di Inter, Juventus e Fiorentina.[68] Dal vivaio emergevano giovani talenti, uno su tutti Ciro Ferrara, che debuttò in prima squadra proprio nel 1985-1986.[66] La stagione finì col Napoli al terzo posto, alle spalle di Juventus e Roma.

1986-1987: il primo scudetto e la terza Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

La stagione del primo scudetto fu quella del 1986-1987. Vennero ingaggiati il terzino Giuseppe Volpecina, il regista Francesco Romano e l'attaccante Andrea Carnevale, mentre Maradona era appena tornato dal trionfale mondiale messicano. Così come aveva fatto per l'Argentina, Maradona condusse il Napoli alla vittoria del campionato.[69]

Il Napoli del 1986-1987, campione d'Italia e vincitore della Coppa Italia.

Il campionato prese il via il 14 settembre, con il Napoli che si impose a Brescia (0-1) con rete di Maradona. Inizialmente i partenopei si limitarono ad inseguire la Juventus, che tentò la fuga. Il 9 novembre, nello scontro diretto giocato a Torino con le due squadre appaiate in testa, gli azzurri s'imposero per 3-1 con reti di Ferrario, Giordano e Volpecina.[70] Il Napoli balzò così in testa alla classifica e mantenne il primo posto fino alla fine del girone d'andata, resistendo anche al blitz dell'Inter, che agganciò i partenopei alla quattordicesima (con il Napoli che subì la prima sconfitta stagionale per mano della Fiorentina), per poi sciupare tutto perdendo a Verona l'11 gennaio.

Il Napoli iniziò con passo spedito il girone di ritorno, vincendo quattro gare di fila e staccando il folto gruppo delle inseguitrici, che comprendeva ora anche Roma e Milan. All'inizio di aprile i partenopei ebbero un leggero calo - pareggio ad Empoli e sconfitta a Verona - che permise all'Inter di avvicinarsi: i punti di distanza tra napoletani e milanesi rimasero due fino alle ultime giornate. Il 3 maggio, alla terzultima di campionato, i nerazzurri meneghini caddero ad Ascoli mentre gli azzurri impattavano 1-1 a Como. A questo punto era sufficiente un pareggio per conquistare lo scudetto: il 10 maggio 1987, alla penultima giornata, il Napoli conquistò matematicamente il suo primo titolo nazionale grazie all'1-1 al San Paolo contro la Fiorentina (reti di Carnevale e Roberto Baggio),[71] che permise agli azzurri di mantenere il vantaggio di quattro punti su Inter e Juventus a una giornata dal termine, un distacco che non poteva più essere colmato. I tifosi festeggiarono lo storico trionfo riversandosi nelle strade della città.[71] Uno striscione esposto in Curva B recitava: La storia ha voluto una data, 10 maggio 1987.[72]

Il San Paolo in festa il 10 maggio 1987, per la conquista del primo storico scudetto partenopeo.

La squadra vinse anche la sua terza Coppa Italia 1986-1987, conquistata vincendo tutte le gare, comprese le due finali disputate contro l'Atalanta. L'accoppiata scudetto/coppa era un'impresa che fino a quel momento era riuscita solo al Grande Torino ed alla Juventus.[73]

La rosa campione d’Italia comprendeva: Claudio Garella, Giuseppe Bruscolotti, Ciro Ferrara, Salvatore Bagni, Moreno Ferrario, Alessandro Renica, Andrea Carnevale, Fernando De Napoli, Bruno Giordano, Diego Armando Maradona, Francesco Romano; Giuseppe Volpecina, Luigi Caffarelli, Ciro Muro, Luciano Sola, Tebaldo Bigliardi, Raimondo Marino, Raffaele Di Fusco, Pietro Puzone, Massimo Filardi, Costanzo Celestini, Antonio Carannante, Davide Lampugnani; Allenatore: Ottavio Bianchi.

1987-1988: il trio Ma.Gi.Ca.[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'esordio in Coppa dei Campioni con l'eliminazione al primo turno contro il Real Madrid, 2-0 per le merengues in Spagna e 1-1 nel ritorno al San Paolo, il campionato 1987-1988, anche grazie all'innesto del centravanti brasiliano Careca acquistato dal San Paolo, iniziò con cinque vittorie nelle prime cinque gare. Al termine del girone d'andata i partenopei erano primi in classifica con uno score di undici vittorie, tre pareggi e una sconfitta; il Napoli ottenne in seguito altre sette vittorie consecutive. Poi, nelle ultime cinque giornate, il Napoli conquistò un solo punto, perdendo quattro gare di fila, tra le quali lo scontro diretto con il Milan (2-3 al San Paolo) che segnò il sorpasso rossonero sugli azzurri e la conquista da parte del Diavolo del primo scudetto dell'era-Berlusconi.[74]

Il finale di campionato degli azzurri provocò roventi polemiche all'interno della società[75] , con lo spogliatoio del Napoli che si spaccò[76] e si passò così dalle critiche alle "epurazioni":[75][77] Claudio Garella, ceduto all'Udinese, Moreno Ferrario, ceduto alla Roma, Salvatore Bagni, ceduto all'Avellino, e Bruno Giordano, ceduto all'Ascoli, vennero messi alla porta; restarono gli unici a pagare per lo scudetto perso a vantaggio dei rossoneri di Arrigo Sacchi[78].

La "Ma.Gi.Ca.", ovvero gli attaccanti Giordano, Careca e Maradona.

La "Ma.Gi.Ca." era il tridente d'attacco del Napoli alla fine della stagione 1987-1988, composto da Diego Armando Maradona, Antonio Careca, e Bruno Giordano. Tale soprannome nacque grazie al giornalista Francesco Rasulo dopo la partita Ascoli-Napoli del 31 gennaio 1988, finita 3-1 per i partenopei; in quella gara andarono a segno, nell'ordine, Maradona (su rigore), Giordano e Careca.[79] In quella stagione, il tridente collezionò complessivamente 97 presenze (Maradona 37, Careca 33, Giordano 27) e segnò 47 reti (Maradona 21, Careca 18, Giordano 8).

1988-1989: la Coppa UEFA[modifica | modifica sorgente]

Finita in modo burrascoso la stagione 1987-1988, per quella successiva la squadra cambiò radicalmente: per sostituire i giocatori allontanati, il Napoli ricorse a diversi acquisti, tra cui quello di Giuliano Giuliani, di Luca Fusi e del forte centrocampista brasiliano Alemão dell'Atletico Madrid, già compagno di Careca nella Seleção. Entrarono a far parte della dirigenza azzurra Luciano Moggi e Giorgio Perinetti.

Il campionato 1988-1989 regalò belle soddisfazioni al Napoli, come il 5-3 esterno alla Juventus (che rimase l'ultima vittoria azzurra in casa juventina fino al 31 ottobre 2009[80]), il 4-1 al Milan ed il clamoroso 8-2 al Pescara. Lo scudetto di quell'anno, tuttavia, andò all'Inter "dei record" di Giovanni Trapattoni, una delle migliori formazioni della storia neroazzurra.[81] Fin dalle prime giornate, il campionato fu monopolizzato dai nerazzurri e le altre squadre di vertice sembrarono puntare più decisamente alle competizioni europee.

Maradona e Ferlaino con la Coppa UEFA 1988-1989

In Coppa UEFA, gli azzurri partirono subito col piede giusto, eliminando i greci del Paok Salonicco (1-0 ed 1-1), i tedeschi orientali del Lokomotive Lipsia (2-0 ed 1-1) ed i francesi del Bordeaux (0-0 e 0-1). Le sfide più interessanti cominciarono però dai quarti di finale, con il Napoli che si trovò di fronte alla Juventus: dopo lo 0-2 subito nella gara d'andata a Torino, un secco 3-0 al ritorno ribaltò il risultato a favore del Napoli, che passò grazie ad un gol segnato da Renica allo scadere dei tempi supplementari. La semifinale oppose al Napoli i tedeschi del Bayern Monaco. Al San Paolo, che fece registrare il tutto esaurito, il Napoli vinse per 2-0, con gol di Careca e Carnevale ed ipotecò la finale. Al ritorno, una doppietta di Careca (2-2 il finale) spianò la strada per la finalissima contro un'altra tedesca, lo Stoccarda di Jürgen Klinsmann.

« Stoccarda, 17 maggio 1989, secondo anniversario dello scudetto, mercoledì. La città della Mercedes e della Porsche è invasa da ogni tipo di carretta targata Napoli. Treni, aerei, auto, pullman riversano in quell'oasi di opulenza industriale e di emigrazione italiana, il più fantastico ma più diseredato popolo del mondo del calcio. In 30.000 al Neckerstadion nella magica notte della Coppa UEFA »
(Salvatore Biazzo, La magia di Stoccarda, Ed. RAI 1996)
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Coppa UEFA 1988-1989

Napoli, 3 maggio 1989, stadio San Paolo
Finale – Andata


600px Azzurro con N cerchiata.png Napoli – Stoccarda 600px Bianco Con Striscia Rossa e scudo giallo.png
2 – 1



  • Stoccarda: Immel; Allgower, N.Schmaler, Hartmann; Schafer, Katanec, Sigurvinnson, Schroder; Walter (Zietsch 70'), Klinsmann, Gaudino.
  • Allenatore: Haan.

  • Arbitro: Germanakos (Grecia)
  • Marcatori: Gol 17’ Gaudino (S), Gol 68’ (rig.) Maradona (N), Gol 87’ Careca (N)


Stoccarda, 17 maggio 1989, Neckarstadion
Finale – Ritorno


600px Bianco Con Striscia Rossa e scudo giallo.png Stoccarda – Napoli 600px Azzurro con N cerchiata.png
3 – 3


  • Stoccarda: Immel; Allgower, N.Schmaler, Hartmann; Schafer, Katanec, Sigurvinnson, Schroder; Walter (O. Schmaler 77), Klinsmann, Gaudino.
  • Allenatore: Haan.


  • Arbitro: Sanchez Arminio (Spagna)
  • Marcatori: Gol 18’ Alemao (N), Gol 27’ Klinsmann (S), Gol 39’ Ferrara (N), Gol 62’ Careca (N), Gol 70’ (aut.) De Napoli (S), Gol 89’ O. Schmaler (S)

Nella gara d'andata, i tedeschi gelarono il San Paolo con la rete di Maurizio Gaudino (per ironia della sorte, figlio di napoletani emigrati in Germania), ma le reti di Maradona prima e di Careca (allo scadere) poi, fissarono il punteggio sul 2-1. Il ritorno a Stoccarda, con oltre 30.000 tifosi azzurri al seguito, fu un trionfo: segnò Alemão, pareggiò Klinsmann, poi Ciro Ferrara e Careca chiusero la partita. Ininfluenti i due gol tedeschi che fissarono il risultato finale sul 3-3, con il Napoli che vinse così la Coppa UEFA 1989, suo primo trofeo internazionale.[82][83]

1989-1990: il secondo scudetto[modifica | modifica sorgente]

La stagione 1989-1990 si aprì subito con una notizia clamorosa: Ottavio Bianchi lasciò la panchina azzurra, sostituito da Albertino Bigon.[84] Maradona prolungò la sua permanenza in Argentina e non rientrò in tempo utile per giocare le prime partite di campionato, a causa di problemi con la società cui si diceva avesse chiesto la cessione: voci subito smentite ma mai in modo del tutto convincente;[85][86] l'argentino tornò in campo solo il 17 settembre 1989, alla quinta di campionato contro la Fiorentina al San Paolo.[87] La squadra intanto acquistava nuovi giocatori, come il centrocampista Massimo Mauro e il giovane fantasista Gianfranco Zola.

In campionato i partenopei partirono subito col piede giusto: sedici risultati utili consecutivi nelle prime sedici gare, tuttora miglior serie positiva nella storia del club. La prima sconfitta arrivò solo all'ultima d'andata, un pesante 0-3 in casa della Lazio, che tuttavia non destò preoccupazioni. Un piccolo calo di rendimento avvicinò l'Inter e il Milan, ma la squadra riuscì a gestire il vantaggio di due punti fino allo scontro diretto: a San Siro i rossoneri vinsero però 3-0 e appaiarono il Napoli in testa alla classifica;[88] due settimane dopo, gli azzurri persero di nuovo a Milano, stavolta contro l'Inter (3-1), e si ritrovarono staccati di due punti dalla vetta.

Albertino Bigon, allenatore del secondo scudetto.

Molti cominciarono a temere il ritorno degli "spettri" del 1988, ma il Napoli non demorse. Dapprima recuperò un punto (Milan sconfitto a Torino dalla Juventus, e azzurri che pareggiarono a Lecce), mentre la battuta d'arresto con la Sampdoria (2-1 dei liguri allo scadere) fu mitigata dalla caduta dei rossoneri nel derby contro i cugini nerazzurri. A poche giornate dal termine, quando i giochi sembravano ormai fatti, avvenne il celebre "caso della monetina" di Bergamo: sul punteggio di 0-0 tra Atalanta e Napoli, una moneta lanciata dai tifosi nerazzurri colpì alla testa il centrocampista partenopeo Alemão, costringendolo ad abbandonare il campo; il giudice sportivo assegnò il 2-0 a tavolino al Napoli mentre il Milan, bloccato sullo 0-0 dal Bologna, venne così raggiunto dagli azzurri a tre turni dalla fine. Alla penultima giornata, il definitivo sorpasso: rossoneri sconfitti a Verona per 2-1 e Napoli vittorioso 4-2 sul campo di Bologna. Nell'ultima giornata, al San Paolo contro la Lazio, bastava un pareggio per laurearsi campioni: un gol di Marco Baroni dopo appena sette minuti chiuse in fretta la partita e regalò al Napoli il secondo scudetto.

Anni novanta[modifica | modifica sorgente]

1990-1991: la Supercoppa italiana e l'addio di Maradona[modifica | modifica sorgente]

La stagione 1990-1991 cominciò con la vittoria nella Supercoppa italiana, ottenuta battendo la Juventus di Maifredi per 5-1.[88] Il campionato, invece, cominciò male con un solo punto ottenuto nelle prime tre partite.[88] L'inizio in Coppa dei Campioni sembrò favorevole al Napoli, che ottenne una convincente doppia vittoria sugli ungheresi dello Újpesti Dózsa[88], squadra che aveva già incontrato nella Coppa delle Coppe del 1963, quando si chiamava Újpesti TE. Al secondo turno però gli azzurri vennero eliminati dallo Spartak Mosca ai rigori, dopo un doppio 0-0.[89] La crisi continuò per tutto l'anno, e il Napoli chiuse la stagione con un modesto settimo posto.

Si chiuse così il primo importante ciclo del Napoli, in coincidenza con il declino di Maradona a seguito delle vicende personali che lo costrinsero a lasciare Napoli e l'Italia in modo amaro.[90] Dal 1991, dopo che il fuoriclasse argentino lasciò Napoli, la squadra si avviò verso un lento ma costante declino.

L'inizio della crisi[modifica | modifica sorgente]

Inizialmente, con il nuovo tecnico Claudio Ranieri e grazie all'apporto di giocatori del calibro di Zola, Ferrara, Careca e il nuovo arrivato Laurent Blanc, ottenne un discreto quarto posto nella stagione 1991-1992.[91]

Ranieri venne confermato. La campagna acquisti portò in azzurro giocatori come Daniel Fonseca e Roberto Policano. In Coppa UEFA il Napoli superò il primo turno, con un 5-1 esterno contro il Valencia con Fonseca autore di tutti e cinque gol dei partenopei.[91] Il Paris Saint Germain eliminò però gli azzurri nel turno successivo, grazie ad una doppietta di George Weah nell'andata a Fuorigrotta.[91] In campionato la squadra andò in crisi e dopo un 1-5 contro il Milan Ranieri venne esonerato.[91] Al suo posto ritornò Ottavio Bianchi, che non poté far altro che condurre la squadra ad una tranquilla salvezza.[91]

Nel giugno del 1993 Ferlaino, coinvolto in vicende giudiziarie, lasciò la presidenza del club ad Ellenio Gallo, pur conservando il pacchetto di maggioranza della società.[92]

Ferlaino lasciò la squadra a Gallo con diverse inadenpienze finanziarie, che sancirono l'inizio di una crisi lenta ed inesorabile. La squadra venne quindi svecchiata[93] e subì molti cambiamenti: Bianchi diventò General Manager e scelse come tecnico Marcello Lippi. Pilastri della squadra come Careca e Gianfranco Zola lasciarono la squadra mentre molti giovani promettenti, come Fabio Cannavaro e Fabio Pecchia, divennero protagonisti.[93] Dopo un primo periodo di crisi, Lippi decide di puntare tutto sulle forze fresche e la stagione 1993-1994 finì con un buon sesto posto e la soddisfazione di aver sconfitto il Milan, prossimo a laurearsi campione d'Italia e d'Europa, grazie ad una rete di Paolo Di Canio che realizzò anche il gol all'ultima giornata che valse la qualificazione alla Coppa UEFA.

Lippi a fine stagione lasciò il Napoli con destinazione Juventus, e con lui anche Ciro Ferrara, bandiera e capitano del Napoli, a causa delle sempre più incessanti voci di dissesto finanziario.[94] Al posto dell'allenatore viareggino arriva Vincenzo Guerini e il Napoli in campo si affidò ad André Cruz, Alain Boghossian e all'ex numero dieci del Torino Benny Carbone, arrivato via Roma con Grossi e ben 18 miliardi, nell'affare che portò in terra capitolina Daniel Fonseca. Ma la stagione cominciò male: Guerini venne licenziato dopo un 5-1 subito contro la Lazio ed al suo posto arrivò Vujadin Boškov.[94] L'eccentrico allenatore slavo portò i partenopei al settimo posto, sfiorando la qualificazione alla Coppa UEFA con André Cruz e Alain Boghossian tra le sorprese del campionato.[95]

Nel frattempo il presidente Gallo cercò di coinvolgere altri imprenditori per garantire la sopravvivenza del club, tra cui Mario Moxedano e l'imprenditore veneto Ettore Setten. Moxedano si sfilò, temendo il ritorno di Ferlaino, e nel 1994 il CdA del club deliberò l'assegnazione di due quote azionarie paritarie, ciascuna del 46,5%, a Ellenio Gallo (insieme al figlio Luis) e a Setten, mentre il restante 7% fu assegnato a soci di minoranza, tra cui Ferlaino.[96] Un'ordinanza del tribunale civile annullò la delibera del CdA e nel 1995 Ferlaino acquisì nuovamente il controllo del club.[96]

Il declino[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 1995, per sanare i debiti del club, furono ceduti giocatori come Benito Carbone (all'Inter) e Fabio Cannavaro (al Parma), ed iniziò il declino.[95] La retrocessione venne sfiorata e il Napoli si salvò solo alla terz'ultima giornata, vincendo contro la Sampdoria 1-0, grazie ad un rigore nei minuti finali di Arturo Di Napoli.[95] Boškov lascia la squadra a fine anno per i deludenti risultati avuti.[95]

Nella stagione 1996-1997, la formazione azzurra allenata da Gigi Simoni fu la rivelazione della prima parte del campionato: alla sosta natalizia era al secondo posto a pari merito con il Vicenza e dietro alla Juventus;[97] nel girone di ritorno, tuttavia, la squadra crollò (3 vittorie in 17 gare) e, dopo l'esonero di Simoni sostituito da Vincenzo Montefusco, allenatore della Primavera, arrivò solo dodicesima.[97] Notevole fu il cammino in Coppa Italia.
Eliminati il Monza, il Pescara (entrambe per 0-1), la Lazio (1-0 ed 1-1) nei quarti e l'Inter (doppio 1-1 e vittoria ai rigori) in semifinale, il Napoli arrivò in finale contro il Vicenza. Nell'andata al San Paolo gli azzurri si imposero per 1-0 con rete di Fabio Pecchia, ma la gara di ritorno al Romeo Menti di Vicenza terminò 1-0 per i veneti dopo i 90 minuti regolamentari e, nei tempi supplementari, complice l'espulsione di Nicola Caccia, i biancorossi realizzarono altri due gol negli ultimi tre minuti che gli valsero il trofeo e l'accesso alla Coppa delle Coppe 1997-1998.[97]

In Serie B dopo 33 anni[modifica | modifica sorgente]

Ceduta anche l'ultima bandiera del Napoli, Fabio Pecchia, e nonostante l'acquisto di giocatori come Claudio Bellucci e Igor Protti (capocannoniere della Serie A 1995-1996), nella stagione 1997-1998 la crisi degli anni precedenti arrivò al culmine. Durante l'anno si succedettero sulla panchina del Napoli ben quattro allenatori (nell'ordine: Mutti, Mazzone, Galeone, Montefusco) e tre direttori tecnici (nell'ordine: Ottavio Bianchi, Salvatore Bagni e Antonio Juliano), e in campo ben quaranta calciatori (fra cui l'ormai anziano Giuseppe Giannini, Reynald Pedros, Aljoša Asanović, William Prunier, José Luis Calderón, Massimiliano Allegri), ma nessuno di loro riuscì a evitare la débâcle azzurra: con un bottino di soli quattordici punti - peggior prestazione di sempre in Serie A della squadra - il Napoli retrocedette in Serie B dopo 33 anni consecutivi di permanenza nella massima serie.[98]

Il primo anno in cadetteria fu mediocre; la squadra allenata da Renzo Ulivieri annoverava nell'organico giocatori "blasonati" ma sul viale del tramonto come Igor Shalimov e Roberto Murgita e non riuscì mai ad inserirsi nella lotta per la promozione. A gennaio arrivò l'attaccante Stefan Schwoch, ma la stagione era ormai compromessa e il Napoli chiuse il torneo a metà classifica.

Il ritorno in A avvenne solo l'anno dopo, stagione 1999-2000, grazie all'oculata gestione del nuovo allenatore Novellino e alle ottime prestazioni di Stefan Schwoch, che con 22 reti realizzate eguagliò il record di gol messi a segno in una singola stagione con la maglia azzurra, detenuto fino a quel momento da Antonio Vojak.[99] Quell'anno il Napoli aveva nel proprio organico elementi di sicuro avvenire, come Massimo Oddo, Matuzalem, Roberto Stellone e Luciano Galletti. Il 7 luglio 2000 entrò in società l'imprenditore romagnolo Giorgio Corbelli, che affiancò Ferlaino alla guida del club ricoprendo la carica di presidente.[100]

Anni duemila[modifica | modifica sorgente]

L'ultima retrocessione[modifica | modifica sorgente]

Nonostante i meriti e l'affetto dei tifosi, i due protagonisti del ritorno in A (Novellino e Schwoch) non ottennero la riconferma: il tecnico passò al Piacenza, mentre l'attaccante venne ceduto al Torino per pagare gli ormai noti ed opprimenti debiti. Il Napoli si affidò al tecnico boemo Zdeněk Zeman,[101] esonerato dopo sei partite e sostituito con Emiliano Mondonico. Nonostante alcune prestigiose vittorie (6-2 alla Reggina, 2-1 in casa dei campioni d'Italia in carica della Lazio e l'1-0 all'Inter) e la presenza in squadra di calciatori come Edmundo, Amauri (arrivati entrambi nel mercato di gennaio), Matuzalem, Marek Jankulovski, Nicola Amoruso e Claudio Bellucci, il Napoli non riuscì ad evitare l'immediato ritorno in serie cadetta.[102]

Nel campionato successivo di serie B arrivò come allenatore Luigi De Canio. La squadra era competitiva e fra le favorite per la promozione: lottò fino all'ultima giornata per ritornare in Serie A, riuscendo a risalire dai bassifondi della classifica fino ai primi posti, inanellando una serie lunghissima di risultati utili consecutivi; ma nella partita decisiva, in casa contro la Reggina, ottenne solo un pareggio (1-1): la stagione finì col Napoli quinto, con la massima serie soltanto sfiorata.

Il 22 giugno 2002 Giorgio Corbelli, per evitare una ormai più che probabile bancarotta, cedette le sue quote societarie all'industriale alberghiero Salvatore Naldi,[103] che affidò la squadra all'allenatore Franco Colomba. Il mediocre rendimento della squadra, che si ritrovò anche al penultimo posto in classifica, portò all'esonero del tecnico e all'ingaggio di Franco Scoglio, che lasciò l'incarico di CT della Libia. La squadra risalì timidamente la classifica, ma poi andò di nuovo in crisi ed in panchina venne richiamato Colomba, che riuscì nell'intento di salvare la squadra da una clamorosa retrocessione in C1 solo all'ultima giornata con un pareggio a Messina.
Nella stagione 2003-2004 le difficoltà finanziarie impedirono l'adeguato potenziamento della squadra: l'allenatore Andrea Agostinelli venne esonerato in corso d'opera per far posto al rientrante Luigi Simoni, ma il risultato fu un mediocre quattordicesimo posto.

Il fallimento e la rinascita[modifica | modifica sorgente]

Alla crisi di risultati si aggiunse l'ormai compromessa situazione finanziaria, che portò nell'estate del 2004 al fallimento del club ed alla conseguente perdita del titolo sportivo.[104]. Dopo gli ultimi mesi di vita passati tra amministrazioni controllate e ricapitalizzazioni, molti sono gli imprenditori che, senza successo, provano a riportare il calcio a Napoli. nel mese di agosto è però l'imprenditore cinematografico Aurelio De Laurentiis a rilevare il titolo sportivo dalla curatela fallimentare del tribunale di Napoli e iscrivere la squadra, con la denominazione Napoli Soccer, al campionato di Serie C1.[105][106] Nel ruolo di Direttore Generale della neonata società venne scelto Pierpaolo Marino, già dirigente azzurro nella seconda metà degli anni ottanta.[107]

La società prese parte alla Serie C1 2004-2005. In quella stagione la squadra - costretta anche ad una campagna acquisti effettuata in tempi ristretti - terminò il girone di andata a due punti dalla zona play-off. Con gli acquisti di calciatori di buon livello come Emanuele Calaiò, Piá e Marco Capparella ed in seguito all'esonero del tecnico Giampiero Ventura (cui subentra Edoardo Reja), il Napoli arrivò terzo alla fine del campionato, ma perse la finale play-off contro l'Avellino, pareggiando 0-0 in casa e perdendo 2-1 ad Avellino. L'intera estate venne vissuta con la speranza, rivelatasi poi vana, di un ripescaggio in cadetteria.

Nella stagione 2005-2006 il Napoli ebbe un notevole avvio sia in campionato che in Coppa Italia, competizione nella quale venne eliminato solo agli ottavi di finale dalla Roma (prima aveva eliminato Pescara, Reggina e Piacenza). Gli azzurri vennero promossi nella serie cadetta con quattro giornate d'anticipo sulla fine della stagione regolare, con Emanuele Calaiò che si mise in evidenza segnando diciotto reti.[108]

Al termine della stagione, il 23 maggio 2006, il presidente De Laurentiis, mantenendo la promessa fatta all'atto della sua acquisizione del titolo sportivo dalle mani del tribunale, restituì al club la denominazione originaria di Società Sportiva Calcio Napoli, volutamente non utilizzata nei due campionati di terza serie.[109]

L'ultimo atto della stagione fu la finale di Supercoppa di Serie C1 persa contro lo Spezia: nella doppia finale prevalse la squadra ligure grazie allo 0-0 interno nella gara d'andata e all'1-1 al "San Paolo".

Per il campionato 2006-2007 la squadra acquistò Paolo Cannavaro, Samuele Dalla Bona, Maurizio Domizzi, Christian Bucchi (capocannoniere della Serie B 2005-2006), il giovane difensore austriaco György Garics e il trequartista Roberto De Zerbi. In campionato la squadra si mantenne costantemente nelle prime tre posizioni; infine, registrata la promozione della Juventus, il Napoli giunse al confronto diretto dell'ultima giornata, in casa del Genoa, secondo in classifica e con un punto di vantaggio proprio sui liguri. Il pareggio a reti bianche di Marassi e il concomitante pareggio del Piacenza (unica squadra che era ancora in gioco per eventuali play-off), fu sufficiente a garantire sia al Napoli che al Genoa la promozione diretta, festeggiata insieme dalle due tifoserie (gemellate dal 1982) da troppo tempo lontane dal massimo palcoscenico calcistico nazionale.[110]

Il ritorno in Serie A[modifica | modifica sorgente]

Per il ritorno in Serie A, il Napoli modificò leggermente la propria politica gestionale, puntando ancor di più, rispetto al passato, su giovani talenti che consentissero con basse spese di avere buoni rendimenti immediati e futuri - in primis l'attaccante argentino Ezequiel Lavezzi, il centrocampista slovacco Marek Hamšík e il mediano uruguaiano Walter Gargano - affiancandoli a giocatori di esperienza come Manuele Blasi, Marcelo Zalayeta e Matteo Contini; in panchina venne confermato Reja, che divenne uno dei tecnici più longevi della storia del club. Nel mercato di gennaio, poi, vennero acquistati Daniele Mannini e Fabiano Santacroce dal Brescia, Michele Pazienza dalla Fiorentina e Nicolas Navarro dall'Argentinos Juniors. In campionato, il Napoli superò squadre importanti come Inter, Milan e Juventus e chiuse all'ottavo posto con 50 punti, centrando la qualificazione per l'Intertoto dopo quasi 14 anni dall'ultima partecipazione in una competizione europea.[111] In Coppa Italia gli azzurri vennero eliminati dalla Lazio agli ottavi di finale (3-2 in totale: 2-1 a Roma e 1-1 a Napoli). Il capocannoniere azzurro in campionato fu il ventenne centrocampista Marek Hamšík con 9 reti.

Di nuovo in Europa: dall'Intertoto all'Europa League[modifica | modifica sorgente]

In vista della stagione successiva, Pierpaolo Marino mise a segno cinque acquisti: Leandro Rinaudo dal Palermo, Christian Maggio dalla Sampdoria, Germán Denis dall'Independiente, Salvatore Aronica dalla Reggina, Andrea Russotto arrivato con la formula del prestito con diritto di riscatto dal Bellinzona e confermò per il quarto anno di fila Reja come allenatore. Nel mercato di gennaio venne invece messo a segno l'acquisto di Jesús Dátolo dal Boca Juniors, mentre dalla lista degli svincolati viene ingaggiato il portiere Luca Bucci.

Superati i greci del Panionios in Intertoto (arrivata alla sua ultima edizione) e gli albanesi del Vllaznia nei preliminari di UEFA, il Napoli si qualificò per il tabellone principale, dove venne eliminato dal Benfica al primo turno. In Coppa Italia la squadra uscì ai calci di rigore contro la Juventus nei quarti di finale. In campionato gli azzurri partirono con notevole slancio (20 punti nelle prime 9 giornate) e chiusero il girone di andata al quinto posto, ma un clamoroso tracollo portò la squadra a tre mesi e mezzo senza vittorie; ne fece le spese il tecnico Reja, esonerato dopo più di 4 anni di militanza sulla panchina azzurra e sostituito dall'ex CT della Nazionale Roberto Donadoni.[112] Il Napoli raccolse appena 13 punti nel girone di ritorno, chiudendo il campionato al 12º posto con 46 punti. Marek Hamšík si confermò capocannoniere dei partenopei con 9 reti.

La società partenopea decise di voltare pagina e intervenne con decisione sul mercato: arrivarono Fabio Quagliarella, Luca Cigarini, Hugo Campagnaro, Juan Camilo Zúñiga, Morgan De Sanctis e l'attaccante austriaco Erwin Hoffer. Sul fronte partenze, le cessioni più rilevanti furono quelle di Daniele Mannini (passato in comproprietà alla Sampdoria nell'ambito dell'operazione Campagnaro), Manuele Blasi e Marcelo Zalayeta, ceduti in prestito rispettivamente a Palermo e Bologna.

L'inizio di campionato sembrò però ricalcare il rendimento mediocre della stagione precedente, e così venne rivoluzionata la struttura societaria: il 28 settembre 2009 si interruppe consensualmente, dopo 5 anni, con il DG Pierpaolo Marino, colui che aveva affiancato De Laurentiis fin dai primissimi -difficili- giorni di vita della nuova società, nonostante il contratto rinnovato solo pochi mesi prima.[113] Stessa sorte toccò a Roberto Donadoni, sollevato dall'incarico il 6 ottobre 2009 dopo aver raccolto 7 punti in 7 partite e sostituito con Walter Mazzarri.[114] Contemporaneamente, dalla Reggina arrivò il Direttore Sportivo Riccardo Bigon, figlio di Alberto, allenatore del secondo scudetto azzurro.[115] Sotto la guida del tecnico toscano il Napoli inanellò una serie di 15 risultati utili consecutivi, tra cui le vittorie in casa di Fiorentina e Juventus, che permisero ai partenopei di chiudere il girone d'andata al terzo posto, eventualità che non si verificava dalla stagione 1991-1992.[116][117] Nonostante una leggera flessione nel girone di ritorno, il Napoli chiuse il torneo al 6º posto con 59 punti, miglior risultato dalla stagione 1993-1994 e record di punti in massima serie con i 3 punti per vittoria, garantendosi così l'accesso diretto all'Europa League.[118] Per il terzo campionato consecutivo, Marek Hamšík fu il capocannoniere della squadra (12 gol).

Anni duemiladieci[modifica | modifica sorgente]

Il ritorno in Champions e la quarta Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione seguente, confermato Mazzarri alla guida tecnica, il Napoli puntò sulla conferma dell'ossatura della squadra cui venne aggiunto l'attaccante uruguaiano Edinson Cavani, proveniente dal Palermo, con la conseguente cessione di Fabio Quagliarella alla Juve, con conseguenti polemiche dei tifosi sia verso la società che verso il giocatore, reo di aver accettato la corte di uno storico nemico[119]. Cavani però si rese protagonista di una stagione dal notevole rendimento, caratterizzata da 26 gol in campionato (battuto il precedente record di Antonio Vojak)[120] e 33 complessivi in stagione, che contribuirono a mantenere la squadra azzurra costantemente ai vertici della classifica; il Napoli è comunemente designato come principale avversario del Milan nella lotta-scudetto[121], e l'inseguimento dura fino al finale di campionato, che la squadra conclude al terzo posto (70 punti, nuovo record con i 3 punti per vittoria)[122] e alla conseguente partecipazione diretta in UEFA Champions League, competizione dalla quale i partenopei mancavano da 21 anni.[123].

Nella stagione 2011-2012 - in vista della quale gli azzurri acquistano, tra gli altri, il centrocampista svizzero Gökhan Inler, proveniente dall'Udinese - il Napoli chiude il campionato al quinto posto, mancando la qualificazione in Champions League a causa di una sconfitta contro il Bologna alla penultima giornata. Notevole il rendimento offerto nelle coppe, con gli azzurri che accedono agli ottavi di Champions League dopo aver eliminato il Manchester City nella fase a gironi, cedendo solo di fronte ai futuri campioni del Chelsea; la stagione è caratterizzata soprattutto dalla vittoria della Coppa Italia, la quarta della storia del Napoli, a 22 anni dall'ultimo trofeo e primo alloro della presidenza De Laurentiis e in assoluto del dopo-Maradona: il club partenopeo se l'aggiudica superando per 2 a 0 l'ancora imbattuta Juventus campione d'Italia nella finale unica giocata il 20 maggio 2012 allo Stadio Olimpico di Roma.[124]

Nel campionato successivo, i partenopei lottano a lungo per lo scudetto contro la Juventus e conquistano il secondo posto finale con 78 punti, qualificandosi in Champions League dopo un anno di assenza; gli azzurri, inoltre, chiudono il torneo col miglior attacco (73 reti realizzate), mentre Edinson Cavani è capocannoniere con 29 gol. In Coppa Italia, nonostante sia il detentore, il Napoli viene eliminato negli ottavi perdendo per 2-1 in casa contro il Bologna. In UEFA Europa League, infine, i partenopei vengono eliminati a sorpresa nei sedicesimi di finale per mano dei cechi del Viktoria Plzeň.

La quinta Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

Al termine del torneo si interrompe dopo quattro stagioni il rapporto con l'allenatore Walter Mazzarri,[125] che va a scadenza di contratto e si accasa all'Inter; il club azzurro lo rimpiazza con lo spagnolo Rafael Benítez, già tecnico di Liverpool, Inter e Chelsea.[126] Il Napoli cede Cavani al Paris Saint Germain e acquista tre giocatori provenienti dal Real Madrid: gli attaccanti Gonzalo Higuaín e José María Callejón e il difensore Raúl Albiol. Il portiere Morgan De Sanctis lasciò il Napoli per la Roma e il suo posto venne preso da José Manuel Reina e da Rafael Cabral Barbosa. Acquisto degno di nota è anche quello del belga Dries Mertens, che risulterà determinante nel proseguo della sua prima annata con i partenopei.

In Champions League il Napoli viene eliminato nella prima fase a gironi, nonostante il bottino di 12 punti, piazzandosi alle spalle degli inglesi dell'Arsenal e dei tedeschi dell Borussia Dortmund; accede quindi alla fase a eliminazione diretta di Europa League, superando ai sedicesimi i gallesi dello Swansea City ma uscendo agli ottavi contro i portoghesi del Porto. In campionato, pur a fronte del buon cammino iniziale della squadra, qualche passo falso di troppo fa scivolare gli azzurri in terza posizione, alle spalle di Roma e Juventus. A fine stagione la squadra riesce tuttavia a portare a casa la quinta Coppa Italia della sua storia, vincendo la finale del 3 maggio all'Olimpico di Roma per 3-1 contro la Fiorentina.[127]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ CULTURA POPOLARE A NAPOLI E IN CAMPANIA NEL NOVECENTO - 2. I primi campi ad Agnano (pag. 135) a cura di Amalia Signorelli. EDIZIONI DEL MILLENNIO. Distribuzione librerie Guida.
  2. ^ Il calcio ginnastico (di Sergio Giuntini), genoasamp.com. URL consultato il 10 aprile 2013.
  3. ^ a b Un romanzo lungo cent'anni (di Romolo Acampora), riccardocassero.it. URL consultato il 2 giugno 2013.
  4. ^ a b Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 6
  5. ^ Scheda di Gianni Infusino, Il Pallone d'oro, Edizioni Perna
  6. ^ - Dal Naples Football Club all'Internaples
  7. ^ a b Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 7
  8. ^ a b Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 8
  9. ^ Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 11
  10. ^ a b c d e Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 14
  11. ^ Nel 1928 anche l'Internazionale di Milano (comunemente chiamata Inter) fu costretta a cambiare nome in "Ambrosiana", tramite la fusione con la Milanese, per gli stessi motivi.
  12. ^ A cavallo degli anni venti e trenta diverse squadre con nome anglofono furono costrette a cambiare denominazione: il Genoa e il Milan divennero rispettivamente "Genova" e "Milano", mentre la Juve mantenne il suo nome latineggiante ma perdette il suffisso anglofono di Football Club divenendo semplicemente "Juventus".
  13. ^ a b Carratelli, op. cit., p.34
  14. ^ a b Gargano e Pacileo, p. 22
  15. ^ a b c d Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 15
  16. ^ Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 16
  17. ^ Pacileo e Gargano, p. 18
  18. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 26
  19. ^ a b Pacileo e Gargano, 80 anni di passione, p. 21
  20. ^ a b Caremani, p. 9.
  21. ^ Secondo Pacileo e Gargano, p. 25, il Napoli non sarebbe riuscito a qualificarsi alla Coppa Europa per un peggior quoziente reti rispetto ai felsinei. Tale asserzione è però sicuramente errata perché, a parte il fatto che il quoziente reti non era ancora stato introdotto e fu introdotto solo a partire dalla stagione 1938-39, nella stagione 1932-33 solo le prime due in classifica si qualificavano in Coppa Europa, quindi nemmeno il Bologna vi partecipò. Solo a partire dalla stagione 1933-34 la qualificazione alla Coppa Europa fu allargata anche alle terze e alle quarte classificate.
  22. ^ Pacileo e Gargano, p. 25
  23. ^ a b c d Caremani, p. 10.
  24. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 29
  25. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 32
  26. ^ Pacileo e Gargano, p. 35
  27. ^ a b c d Caremani, p. 15.
  28. ^ Pacileo e Gargano, p. 50.
  29. ^ a b Caremani, p. 16.
  30. ^ a b Caremani, p. 17.
  31. ^ a b c Francesco Caremani, Napoli 2000, p. 19
  32. ^ a b c Francesco Caremani, Napoli 2000, p. 22
  33. ^ Francesco Caremani, Napoli 2000, pag. 21
  34. ^ Pacileo e Gargano, p. 64
  35. ^ a b c Francesco Caremani, Napoli 2000, p. 24
  36. ^ a b c Caremani, p. 26.
  37. ^ Amarcord in Coppa Italia, quanti ricordi per Juventus-Napoli, ilmattino.it, 12-01-2010. URL consultato il 30-01-2010.
  38. ^ a b c d Caremani, p. 27.
  39. ^ Pacileo e Gargno, p. 70
  40. ^ Pacileo e Gargano, p. 73
  41. ^ Pacileo e Gargano, p. 74
  42. ^ Pacileo e Gargano, p. 75
  43. ^ a b Caremani, p. 28.
  44. ^ Pacileo e Gargano, p. 76
  45. ^ a b Caremani, p. 29.
  46. ^ a b Caremani, p. 31.
  47. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 81
  48. ^ a b c Caremani, p. 32.
  49. ^ Pacileo e Gargano, p. 84
  50. ^ Pacileo e Gargano, p. 85
  51. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 89
  52. ^ a b c d Caremani, p. 36.
  53. ^ Pacileo e Gargano, p. 92
  54. ^ a b c d Caremani, p. 37.
  55. ^ Pacileo e Gargano, p. 93
  56. ^ Pacileo e Gargano, p. 94
  57. ^ Pacileo e Gargano, p. 96
  58. ^ a b Caremani, p. 41.
  59. ^ Pacileo e Gargano, p. 99
  60. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 102
  61. ^ a b c Pacileo e Gargano, p. 103
  62. ^ a b Caremani, p. 45.
  63. ^ a b c Caremani, p. 46.
  64. ^ a b c Caremani, p. 47.
  65. ^ Ferlaino: "15 miliardi spesi bene", repubblica.it, 03-07-1984. URL consultato il 03-02-2010.
  66. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 113
  67. ^ Marchesi dà l'addio al Napoli, repubblica.it, 18-05-1985. URL consultato il 06-02-2010.
  68. ^ Juliano addio al Napoli, arriva Allodi, repubblica.it, 17-05-1985. URL consultato il 06-02-2010.
  69. ^ Pacileo e Gargano, p. 114
  70. ^ E ora occhio a Inter e Roma, repubblica.it, 11-11-1986. URL consultato il 06-02-2010.
  71. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 117
  72. ^ Napoli ha vinto, e scusate il ritardo, repubblica.it, 12-05-1987. URL consultato il 03-02-2010.
  73. ^ Pacileo e Gargano, p. 118
  74. ^ Pacileo e Gargano, p. 120
  75. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 123
  76. ^ E il Napoli si spacca davanti a Ferlaino
  77. ^ Qui Napoli, un amore è finito
  78. ^ 48 ore di tregua, poi l'addio
  79. ^ Solo Napoli, repubblica.it, 02-02-1988. URL consultato il 06-02-2010.
  80. ^ Juventus-Napoli, le 72 trasferte, sscnapoli.it. URL consultato il 03-02-2010.
  81. ^ Battere se stessi sarà più bello, bellissima Inter, repubblica.it, 13-06-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  82. ^ Pacileo e Gargano, p. 124
  83. ^ Bianchi, fuga con lacrime, repubblica.it, 18-05-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  84. ^ Sarà Bigon l'allenatore del Napoli, repubblica.it, 20-06-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  85. ^ L'affaire Maradona, repubblica.it, 04-06-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  86. ^ Tutti contro Maradona, repubblica.it, 22-08-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  87. ^ Ecco Maradona, vuole fare pace?, repubblica.it, 05-09-1989. URL consultato il 03-02-2010.
  88. ^ a b c d Pacileo e Gargano, p. 126
  89. ^ Pacileo e Gargano, p. 127
  90. ^ Pacileo e Gargano, p. 129
  91. ^ a b c d e Pacileo e Gargano, p. 131
  92. ^ Ferlaino non è più presidente ma resta padrone del Napoli, Corriere della Sera, 16 giugno 1993. URL consultato il 16 gennaio 2014.
  93. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 132
  94. ^ a b Pacileo e Gargano, p. 133
  95. ^ a b c d Pacileo e Gargano, p. 134
  96. ^ a b La storia dal 1993 al 2004, sscnapoli.it. URL consultato il 16 febbraio 2014.
  97. ^ a b c Pacileo e Gargano, p. 135
  98. ^ Arriverci Napoli, restano solo i ricordi, repubblica.it, 12-04-1998. URL consultato il 05-02-2010.
  99. ^ La città è impazzita come per lo scudetto, repubblica.it, 05-06-2000. URL consultato il 05-02-2010.
  100. ^ Napoli, Corbelli presidente, repubblica.it, 07-07-2000. URL consultato il 05-02-2010.
  101. ^ Zeman al Napoli: 'Ti farò grande', repubblica.it, 17-06-2000. URL consultato il 05-02-2010.
  102. ^ Napoli, rabbia e serie B, repubblica.it, 18-06-2001. URL consultato il 05-02-2010.
  103. ^ Naldi, presidente tifoso 'Farò un grande Napoli', repubblica.it, 22-06-2002. URL consultato il 05-02-2010.
  104. ^ Una città tra dolore e speranze "In qualche modo ripartiremo", repubblica.it, 03-08-2004. URL consultato il 03-02-2010.
  105. ^ Il Napoli è di De Laurentiis "E ora una grande squadra", repubblica.it, 05-09-2004. URL consultato il 03-02-2010.
  106. ^ Ore 19: vince De Laurentiis, nasce il nuovo Napoli Soccer, repubblica.it, 07-09-2004. URL consultato il 03-02-2010.
  107. ^ "Il Napoli, finalmente", repubblica.it, 11-09-2004. URL consultato il 03-02-2010.
  108. ^ Reja: 'Se non avessi vinto stavolta avrei dato il mio addio al calcio', repubblica.it, 18-04-2006. URL consultato il 03-02-2010.
  109. ^ De Laurentiis: 'Pronto a entrare in Lega', repubblica.it, 24-05-2006. URL consultato il 03-02-2010.
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  111. ^ L'Intertoto è la nona competizione europea, sscnapoli.it. URL consultato il 05-02-2010.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Giuseppe Pacileo e Pietro Gargano, 80 anni di passione - La storia del Napoli dal 1926 al 2006, Il Mattino, 2006
  • Mimmo Carratelli, La grande storia del Napoli, Gianni Marchesini Editore, 2007
  • Giuliano Pavone e Giuseppe Caporaso, Na sera 'e Maggio, edizioni Graf, 2007

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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