Storia della Repubblica Romana

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Voce principale: Prima guerra di indipendenza.

  Bandiera della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)
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Bandiera della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano[1]
(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)
  Bandiera di Stato di pace della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)
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Bandiera di Stato di pace della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano[2]
(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)
  Bandiera di guerra della Repubblica Romana, il Tricolore reca al centro lo l'acronimo RR che sta per Repubblica Romana(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)
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Bandiera di guerra della Repubblica Romana, il Tricolore reca al centro lo l'acronimo RR che sta per Repubblica Romana
(12 febbraio 1849 - 15 luglio 1849)

La storia della Repubblica Romana comprende i complessi avvenimenti che coinvolsero gli Stati della Chiesa sotto il pontificato di Pio IX, a partire dalle cinque giornate di Milano, attraverso la rilevante partecipazione alla Prima guerra di indipendenza, la proclamazione della Repubblica, la fuga di Pio IX, l'invasione austriaca e francese e l'assedio di Roma.

Indice

[modifica] Antefatti

Le cinque giornate di Milano
Le cinque giornate di Milano

[modifica] Moti rivoluzionari e costituzioni

Le vicende che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana ebbero inizio nel gennaio 1848, quando giunse notizia della insurrezione di Palermo contro i Borboni di Napoli, scoppiata il 12. Seguì una rivoluzione a Napoli, il 27, che costrinse, due giorni dopo, Ferdinando II a promettere la Costituzione, promulgata l'11 febbraio. Lo stesso 11 febbraio Leopoldo II di Toscana, cugino primo dell’imperatore in carica Ferdinando I d'Austria, concesse la Costituzione, nella generale approvazione dei suoi sudditi.

Dopodiché gli eventi si susseguirono incalzanti: il 22-24 febbraio rivoluzione a Parigi ed instaurazione della Seconda Repubblica, il 4 marzo Carlo Alberto concesse agli Stati Sardi lo Statuto Albertino, il 14 marzo Pio IX concesse lo statuto, 13 marzo insurrezione a Vienna e caduta del Metternich, 17 marzo grande manifestazione popolare a Venezia che impose al governatore la liberazione dei detenuti politici, fra cui Manin, 18 marzo inizio delle cinque giornate di Milano.

[modifica] Le fasi iniziali della prima guerra di indipendenza

La notizia delle cinque giornate di Milano causò un vero e proprio sconvolgimento politico nell'intera penisola: il 21 marzo Leopoldo II di Toscana, dichiarò guerra all’Austria ed inviò l’esercito al comando del generale De Laugier verso il Quadrilatero, il 23 marzo Carlo Alberto passò il Ticino e si mise in lenta marcia verso Verona, il 24 marzo Pio IX permise la partenza, da Roma per Ferrara, di un corpo di spedizione al comando del generale Durando. Si trattava di un ben completo corpo di spedizione, in assetto da campagna, per un totaledi 7'500 uomini, seguiti, due giorni dopo, da un corpo di volontari, la Legione dei Volontari Pontifici formata da uomini provenienti dal centro Italia, affidato al Ferrari. Un forza tutt’altro che trascurabile, se si considera che l’esercito di Carlo Alberto ne contava circa 30'000. Ed ad essi andava aggiunti anche i 7'000 Toscani e, quando fossero giunti, 16'000 Napoletani.

[modifica] Pio IX cambia fronte

Nel frattempo, Pio IX aveva cominciato a sconfessare gli entusiasmi patriottici dei mesi precedenti. Con l'Allocuzione al concistoro del 29 aprile 1848 condannò la guerra all'Austria: "ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l'integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto, alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d' Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci .. ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli". Addirittura concludeva invitando gli italiani "di restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro". Egli si trovava, infatti, nell’insostenibie imbarazzo di combattere una grande potenza cattolica: "abbiamo saputo altresì che alcuni nemici della religione cattolica hanno colto da ciò occasione per infiammare gli animi dei tedeschi alla vendetta e staccarli dalla Santa Sede … I popoli tedeschi pertanto non dovrebbero nutrire sdegno verso di Noi se non ci fu possibile frenare l'ardore di quei nostri sudditi che applaudirono agli avvenimenti antiaustriaci dell'Italia settentrionale … altri sovrani europei, che dispongono di eserciti più potenti del nostro non hanno potuto di recente frenare l'agitazione dei loro popoli". Ciò rese evidenti a tutti le contraddizioni e le incompatibilità della posizione del Papa come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno stato italiano, cioè tra il potere spirituale e quello temporale.

[modifica] La guerra dell’esercito romano in Veneto

[modifica] Entrata in combattimento dell’esercito romano

Pio IX benedice i combattenti per l'indipendenza italiana
Pio IX benedice i combattenti per l'indipendenza italiana

Nel frattempo, le truppe del Durando erano entrate nel Veneto austriaco, a Padova e Vicenza, evacuate dal d’Aspre sin dallo scoppio delle cinque giornate, per portarsi, con giusto intuito della situazione, a Verona, vera chiave dei possessi austriaci in Italia, ove si era ricongiunto con il Radetzky, reduce della umiliante sconfitta subita a Milano. Informate della allocuzione del 29 aprile, dell’esercito romano decise di non ubbidire al Papa e rimasero a svolgere l’incarico affidato loro: coprire le città libere del Veneto, appoggiandosi alla solida roccaforte di Venezia, governata dal Manin. Egli, tuttavia, non venne mai raggiunto dai notevoli rinforzi (circa 16'000 uomini) inviati da Napoli e giunti al Po ed in procinto di entrare in Veneto. Proprio al passaggio del fiume, infatti, quel corpo di spedizione venne raggiunto dall’ordine di Ferdinando II di Borbone di rientrare a Napoli: rifiutarono l’ordine solo il generale Pepe, un vecchio patriota, insieme all’artiglieria ed al genio (le ‘armi dotte’) con le quali raggiunse Venezia ove gli venne affidato il comando supremo delle truppe ed avrebbe offerto un meraviglioso contributo lungo l’intero corso dell’assedio della città. Ma non poté, in alcun modo, sostenere il Durando.

Ritratto di Giovanni Durando
Ritratto di Giovanni Durando

[modifica] Le due battaglie di Vicenza

Per approfondire, vedi la voce Operazioni militari in Veneto (1848).

Lasciato solo con circa 10'000 romani, oltre ai volontari veneti Durando non riuscì ad impedire il ricongiungimento del corpo d’armata del Nugent, che marciava dall’Isonzo verso Verona, con il Radetzky. Ma respinse bravamente l’assalto a Vicenza di ritorno di 20'000 Austriaci, conclusosi il 24 maggio.

Grandi furono gli elogi, in quei giorni, per i romani del Durando, che avevano dimostrato un genuino spirito nazionale, battendosi con valore a difesa di una città veneta, guidando i volontari veneti.

Ma nulla poterono quando Radetzky, respinto ad occidente dall’esercito di Carlo Alberto a Goito, rovesciò il fronte e portò l’intero esercito (circa 40'000 uomini) direttamente su Vicenza. Durando venne investito il 10 giugno: ancora una volta i suoi accettarono battaglia e si portarono assai bene ma dovettero, infine, capitolare. Secondo i patti, l’esercito del Durando consegnò Vicenza e Treviso e promise di non combattere gli Austriaci per tre mesi. In cambio, venne loro permesso di evacuare oltre il Po.

[modifica] Prima invasione austriaca delle Legazioni

Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Romagna (1848).

Poi venne la serie di scontri passati alla storia come la battaglia di Custoza, il 23-25 luglio. Di lì Carlo Alberto cominciò una veloce, ma ordinata, ritirata verso l’Adda e Milano. Giunto Carlo Alberto in Milano, lì si svolse, il 4 agosto la battaglia di Milano, al termine della quale il sovrano si risolse a chiedere l’armistizio di Salasco. I preliminari vennero sottoscritte il 5, il definitivo il 9, a Vigevano. Gli Austriaci non avevano, tuttavia, atteso tanto per aggredire lo Stato della Chiesa: dopo una prima incursione, probabilmente con fini di saccheggio, respinta dagli abitanti di Sermide, non appena Carlo Alberto si mise in marcia per Milano, Radetzky inviò il generale Welden passò il Po verso Ferrara a partire dal 28 luglio (mentre il Liechtenstein marciava su Modena e Parma, per reinstaurare i deposti duchi). Dopo una avanzata che si segnalò per saccheggi e riscatti Welden occupò Ferrara e si presentò davanti a Bologna. Qui, il podestà Bianchetti cercò un accomodamento, ma avvenne un incidente e Welden ne profittò per ordinare l’ingresso in città. Al che la popolazione insorse e, il 9 agosto, Welden ripiegò verso il Po.

[modifica] Dura reazione di Pio IX

In effetti Welden agiva senz’alcuna autorizzazione da parte del governo papale e, anzi, Pio IX aveva protestato energicamente: scriveva di "invasione austriaca" e smentiva "altamente ... le parole del signor maresciallo Welden … dichiarando che la condotta del signor Welden stesso è tenuta da Sua Santità come ostile alla Santa Sede ed a Nostro Signore". Tutto ciò considerato, quindi, i Bolognesi si comportarono da fedeli sudditi di Pio IX e, infatti, ricevettero il plauso del ministro degli interni del governo papale, conte Fabbri in un proclama ai Romani, parlò di "tracotanza dell'insolente straniero", "eroica difesa", "attentato allo Stato della Chiesa".

[modifica] Crisi politica a Roma e fuga di Pio IX

Ritratto di Marco Minghetti
Ritratto di Marco Minghetti

[modifica] Ricadute sul governo papale

Nel frattempo, a Roma e in tutto lo Stato della Chiesa, Pio IX aveva cominciato a risentire di una crescente opposizione politica, dovuto alla inopinata allocuzione del 29 aprile ed alle sue conseguenze. Giacché a segnare il tragico distacco del Papato dalla causa nazionale non poteva certo bastare il generico richiamo alla “desiderata pace e concordia".
Già nei giorni successivi, a Roma la Guardia Civica aveva occupato Castel Sant'Angelo e le porte della città. Mentre giungevano al capo di governo, cardinale Antonelli, le rimostranze dei governi sardo, toscano, dei rappresentanti di Sicilia, Lombardia e Venezia.
Seguivano le dimissioni di ben sette ministri (fra cui il Minghetti) ed un malposto proclama papale del 1° maggio, in cui, richiamate le passate "dimostrazioni d'affetto" e le riforme, ribadiva che "Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma nel tempo stesso Ci protestiamo incapaci di frenare l'ardore di quella parte di sudditi che sono animati dallo stesso spirito di nazionalità degli altri Italiani" ed invitava i sudditi ad essere "obbedienti a chi li governa". Il corpo di spedizione veniva descritto come "figli e sudditi che già si trovano senza nostro volere esposti alle vicende della guerra".
Dopodiché, il 3 maggio Pio IX compiva un estremo tentativo di raddrizzare la situazione: affidando l’incarico per un nuovo governo al conte Mamiani e scrivendo una lettera privata a Ferdinando I, che invitava a rinunciare al Lombardo-Veneto. Ciò che dimostrò, una volta per tutte e se ancora ve ne fosse bisogno, la grande inesperienza politica del Pontefice.

[modifica] I governi Mamiani e Farini

Ferdinando I, infatti, nemmeno rispose e Mamiani (dopo aver inagurato il parlamento romano il 5 giugno, il 12 luglio diede a sua volta le dimissioni, per dissenso rispetto alla linea strettamente neutralista del Pontefice. Esattamente come il precedessore Minghetti. Il 2 agosto Mamiani venne sostituito dal Fabbri. Il nuovo governo inviò nelle Legazioni il Farini, giunto il 2 settembre, a ripristinare l’ordine pubblico, gravemente turbato dai postumi della fallita invasione del Welden. Ciò che, tuttavia, costrinse il ministero alle dimissioni, il 16 settembre.

[modifica] Il governo di Pellegrino Rossi

Pio IX tentò, allora, l’ultima carta, e sostituì Fabbri con il conte Pellegrino Rossi, già ambasciatore di Luigi Filippo, rimasto a Roma dopo la rivoluzione del febbraio 1848. Rossi si mostrò attento alle istanze patriottiche, decretando sussidi e pensioni ai feriti e alle vedove di guerra e chiamò a dirigere il dicastero della Guerra il generale Zucchi, già generale di Eugenio di Beauharnais e patriota risorgimentale.

[modifica] Cause della debolezza del governo Rossi

La questione che dominava la poltica italiana, tuttavia, era direttamente legate alla prossima ripresa delle ostilità fra il Regno di Sardegna e l’Impero Austriaco. Vigeva, infatti, armistizio di Salasco), che entrambe i contendenti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano temporaneo. Il governo sardo e i patrioti democratici, cercavano, quindi, di profittare della tregua per allineare quante più forze possibili. Persa ogni illusione rispetto a Ferdinando II delle Due Sicilie, la questione fondamentale riguardava l’atteggiamento di Firenze e Roma. Nel Granducato le cose si erano ormai chiarite a favore della causa nazionale quando Leopoldo II, dopo aver licenziato il governo moderato Ridolfi, il 17 agosto, e Capponi, il 9 ottobre, aveva, il 27 ottobre, conferito l’incarico al democratico Montanelli. Egli prese il Guerrazzi come ministro degli interni ed inaugurò una politica ultra democratica, ovvero, nella terminologia politica dell'epoca, volta alla unione con gli altri stati italiani ed alla ripresa congiunta della guerra all'Austria.
Restava aperta la questione romana, ove regnava ancora Pio IX e Pellegrino Rossi era sostanzialmente ostile. Egli non negava l’esigenza della rigenerazione nazionale, ma riprendeva, in pratica, il programma moderato, spazzato via all’improvviso dalle cinque giornate di Milano. Nei termini del dibattito dell’epoca, Rossi si diceva sostenitore di una lega di principi, mentre i piemontesi Rosmini e Gioberti miravano ad una confederazione. Ciò voleva dire affermare la piena autonomia dello Stato della Chiesa. e negare ogni sostegno a Sardi e Toscani, nel caso di una eventuale ripresa della guerra all'esercito del Radetzky.

[modifica] Assassinio di Pellegrino Rossi e conseguente crisi politica del Papato

Il 15 novembre riaprì il Parlamento e il nuovo ministro dell’interno venne accoltellato da un gruppo di cui faceva parte un figlio del capopopolo democratico Ciceruacchio. In serata lo stesso Ciceruacchio, insieme a Carlo Luciano Buonaparte, inscenò sotto il Quirinale, una tumultuosa manifestazione, per chiedere "un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all'Austria". La folla portò anche un cannone, che puntò contro il palazzo: si venne allo scontro a fuoco con gli Svizzeri e restò ucciso un monsignore. Pio IX convocò il corpo diplomatico e dichiarò che cedeva alla violenza e che considerava nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto. Dopodiché assecondò le pressioni popolari, incaricando il democratico Galletti di formare un nuovo ministero. La scena si ripeté due giorni più tardi, la sera del 17, quando la stessa folla armata si ripresentò davanti al Quirinale, chiedendo l’allontanamento degli Svizzeri. Ancora una volta Pio IX preavvisò il corpo diplomatico e cedette.

[modifica] Fuga di Pio IX a Gaeta

La sera del 24 novembre il Papa fuggì da Roma, vestito da prete ‘semplice’, in carrozza chiusa ed accompagnato da un suo collaboratore segreto. Raggiunse il conte Spaur, ambasciatore di Baviera e, la sera del 25, era già al sicuro nella fortezza napoletana di Gaeta.

[modifica] Roma senza il Papa

Proclamazione della Repubblica Romana
Proclamazione della Repubblica Romana

Avuta la notizia, il 3 dicembre il ministero Galletti si dimise ma la Camera dei Deputati confermò i poteri del governo ed inviò una deputazione a Gaeta che, partita il 6 dicembre, fu respinta ai confini napoletani. L'8 dicembre il governo protestò vivacemente e, il 12 dicembre, la Camera decretava la costituzione di una “provvisoria e suprema Giunta di Stato” composta anche dal Galletti. Lo stesso giorno entrava in Roma Garibaldi, con una legione di volontari. Il 17 dicembre il Papa protestò vivacemente, lamentando la “usurpazione dei Sovrani poteri”. Il 20 dicembre la giunta emise un proclama in cui prometteva la convocazione di una Costituente romana. Il 23 si dimise, fra gli altri, il Mamiani e venne formato un nuovo governo. Il 26 la giunta sciolse il parlamento e convocò le elezioni per il 21 gennaio-22 gennaio 1849. Il 1° gennaio il Papa minacciò scomunica a tutti coloro che avessero partecipato alle elezioni. Esse si svolsero comunque e decretarono la vittoria dei democratici (legittimisti e moderati si erano astenuti). Vennero eletti, fra gli altri, Garibaldi, Mazzini, Cernuschi.

[modifica] Proclamazione della Repubblica

L’assemblea venne inaugurata il 5 febbraio e votò la proclamazione della repubblica (contrario il Mamiani). Il "decreto fondamentale" del 9 febbraio, stabiliva:

« Decreto fondamentale della Repubblica Romana
  • Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.
  • Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale.
  • Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
  • Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d'Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. »
(Assemblea Costituente Romana. Roma, 9 febbraio 1849. Un'ora del mattino. Il Presidente G. Galletti)

[modifica] La repressione della rivoluzione siciliana

Per approfondire, vedi la voce Storia del Regno delle Due Sicilie nel 1848.

La medesima crisi politica si produsse anche nel Regno delle Due Sicilie. Il 15 giugno, ad un mese di distanza dalla controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando II di Borbone celebrò nuove elezioni generali. Ma ottenne solo la rielezione di quasi tutti i deputati del disciolto parlamento. La questione poltica era chiaramente posta: il sovrano desiderava unicamente reprimere la insurrezione siciliana, il Parlamento rispondeva che: "la nostra politica di rigenerazione non può essere perfetta senza l'indipendenza e la ricostituzione dell'intera nazionalità italiana”. Cosicché accedde che, già il 5 settembre, il sovrano prorogò la riapertura delle camere al 30 novembre ed inviò il Filangieri, con 24'000 uomini, numerose artiglierie e la flotta su Messina, che venne duramente bombardata, presa e saccheggiata il 6-7 settembre (ciò che guadagnò a Ferdinando II l’intramontato soprannome di "re bomba"). A quel punto Ferdinando aveva ripreso saldamente in mano la situazione: prorogò ulteriormente la riapertura delle camere al 30 novembre, subì un nuovo voto patriottico ed, infine, le sciolse per sempre, il 12 marzo 1849. Si erano poste, così, in pratica tutte le condizioni che avrebbero prodotto, 11-12 anni più tardi, al collasso del Regno sotto l’urto di Garibaldi e della sua spedizione dei mille. Ma, per il momento, Ferdinando era l’unico sovrano ben saldo al potere in Italia centro-meridionale, ed il migliore alleato della restaurazione austriaca.

[modifica] Conseguenze della proclamazione della Repubblica Romana

[modifica] Le conseguenze nel Granducato di Toscana

Ritratto di Giuseppe Montanelli
Ritratto di Giuseppe Montanelli
Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Toscana (1849).

Giunta a Firenze notizia della Costituente romana, il primo ministro toscano Montanelli richiese al granduca l'elezione di trentasette deputati toscani da mandarsi alla Costituente romana. Fece approvare la proposta dal parlamento, ma la necessaria controfirma del Granduca non giunse mai in quanto, il 30 gennaio, questi abbandonò Firenze per Siena, da dove, il 21, salpava per Gaeta, ove si mise sotto la protezione di Ferdinando II. A Firenze il 15 venne proclamata la repubblica e, il 27 marzo, Guerrazzi dittatore.

[modifica] La richiesta di intervento delle potenze reazionarie

Giunto a Gaeta, Leopoldo II richiese (o, piuttosto, accettò) la offerta di protezione che gli veniva da suo cugino, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Era stato di poco preceduto dal Segretario di Stato di Pio IX, cardinale Antonelli, il quale, il 18 febbraio, inviò ad Austria, Francia, Regno delle Due Sicilie e Spagna una nota diplomatica: “avendo il Santo Padre esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, spinto dal dovere che ha al cospetto di tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa, così indispensabile a mantenere, come Capo Supremo della Chiesa stessa … si rivolge di nuovo a quelle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche … nella certezza che vorranno con ogni sollecitudine concorrere … rendendosi così benemerite dell'ordine pubblico e della Religione".

[modifica] L'uscita di scena del Regno di Sardegna

La rotta sarda a Novara
La rotta sarda a Novara

Lo stesso giorno, Radetzky fece partire da Verona un piccolo corpo di spedizione di 6’000 uomini, che invasero lo Stato Pontificio. Ma si limitarono ad occupare Ferrara, in attesa degli eventi. La repressione della Repubblica Romana e della Repubblica Toscana, infatti, richiedeva una ingente spedizione militare che, pendente il provvisiorio armistizio di Salasco, né AustriaRegno di Sardegna potevano permettersi di impiegare. Mentre il Regno delle Due Sicilie era impegnato nella repressione della insurrezione siciliana (Messina venne investita il 6 settembre e saccheggiata il 7) e del Parlamento napoletano.
Occorreva, quindi, che una guerra decidesse, definitivamente, della supremazia in Lombardia. Il momento venne il 12 marzo, quando l’inviato di Carlo Alberto comunicò al Radetzky la denuncia dell'Armistizio di Salasco. La guerra si concluse rapidamente, il 22-23 marzo con la sconfitta di Novara e l'armistizio del 24.
A quel punto il nuovo sovrano sardo, Vittorio Emanuele II, dovette concentrarsi sulla caotica situazione politica interna (30 marzo scioglimento delle camere e nuove elezioni, governo d’Azeglio 1-5 aprile repressione di Genova, arresisi il 10, 18 giugno sgombero austriaco da Alessandria, 6 agosto Pace di Milano). La maggiore conseguenza della sconfitta fu la rinuncia del Regno sardo ad ogni influenza in Italia. Almeno finché l’ordine non fosse ristabilito. E sarebbero occorsi alcuni anni.

[modifica] Radetzky ha mano libera

Ritratto del generale Gorzkowski
Ritratto del generale Gorzkowski

Nelle giornate successive a Novara, Radetzky chiuse anche la partita con i patrioti lombardi, soffocanco sul nascere alcuni tentativi di ribellione (Como) e soffocandone nel sangue altri (Brescia). Mentre continuava unicamente l’assedio di Venezia.

[modifica] L’invasione della Toscana

Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Toscana (1849).

A regolare la pratica il feldmaresciallo inviò il suo uomo migliore: il luogotenente-feldmaresciallo Costantino d'Aspre (reduce dalle brillanti vittorie di Volta Mantovana, Mortara e Novara), che, all’inizio di aprile, procedette alla rioccupazione di Parma, col titolo di "Governatore supremo degli Stati di Parma". Dopodiché il d’Aspre si presentò sotto l’Appennino con 18’000 uomini, cento cannoni, genio ed un po’ tutto il necessario ad una vera e propria campagna militare. Il 5 maggio occupava Lucca, il 6 Pisa. Livorno chiuse le porte e venne bombardata il 10 maggio, assalita, presa e saccheggiata l’11 (fonti contemporanee parlano di 317 fucilazioni ed 800 morti).

I confini degli stati italiani nel 1848
I confini degli stati italiani nel 1848

Qui la Repubblica del Guerrazzi era stata rovesciata già il 12 aprile dai moderati del municipio di Firenze, i quali aveva subito richiamato il Granduca e trasferito i propri poteri ad un suo plenipotenziario, Serristori, tornato a Firenze il 4 maggio. Ciò nonostante, il 25 maggio d’Aspre entrò in Firenze, pose la città come in stato d'assedio e sottopose alla giurisdizione dei tribunali militari austriaci anche il giudizio dei reati comuni. Leopoldo II rientrò a Firenze solo il 28, e sancì la occupazione militare austriaca con apposita convenzione militare, firmata nel 1850.

[modifica] La seconda invasione delle Legazioni

L’occupazione della Toscana era necessario agli Austriaci, non solo per ragioni dinastiche, ma pure per ribadire la propria influenza sulla Italia centrale, in vista del prossimo sbarco di un corpo di spedizione francese, inviato da Napoleone III, non ancora Imperatore a reprimere la Repubblica Romana guidata dal Mazzini.
Parallelamente alla azione del d'Aspre, infatti, il generale Wimpffen si presentò dinnanzi a Bologna. Questi aveva due vantaggi preziosi rispetto al Welden: (i) agivano non più come invasori, ma “in nome del Papa Re” (ii) il corpo di spedizione era formato da ben 16'000 uomini, dal momento che Radetzky non aveva più necessità di tenere guarnito il confine del Ticino. L’assalto contro la città , difesa da meno di 4'000 volontari, cominciò l’8 maggio. Wimpffen venne rinforzato dal Gorzkowski, giunto il 14 maggio da Mantova con truppa e cannoni d'assedio. Il 15 la città venne bombardata e si arrese, il 16 maggio. Wimpffen proseguì allora per la munita piazzaforte di Ancona, raggiunta il 25 maggio. La città era una piazzaforte ben munita, guidata dal bravo Zambeccari, ma difesa da appena quattromila soldati. L'attacco da terra e da mare cominciò il 27. Il 6 giugno Wimpffen ricevette il parco d'assedio del Gorzkowski cinquemila Toscani inviati da Leopoldo II e condotti dal Liechtenstein. Dopo due settimane di bombardamenti, il 17 giugno Zambeccari accettò la proposta di resa avanzata dal Wimpffen, firmata il 19 e, il 21 consegnò la cittadella ed i forti.

[modifica] La parallela invasione francese

Nel frattempo, anche a Roma, alla notizia della disfatta di Novara venne nominato un triumvirato plenipotenziario, composto da Saffi, deputato di Forlì, Armellini, deputato di Roma, e da Giuseppe Mazzini, deputato eletto nei collegi di Ferrara e Roma: era evidente lo sforzo di tenere unite le due principali province dello Stato della Chiesa.

[modifica] Lo sbarco a Civitavecchia

Ritratto di Luigi Buonaparte nel 1848
Ritratto di Luigi Buonaparte nel 1848

Nel frattempo, il 24 aprile, il corpo di spedizione francese, guidato dal generale Oudinot, duca di Reggio, e salpato da Tolone il 22 aprile, era sbarcato a Civitavecchia con 7'000 uomini.
Per ottenere il consenso allo sbarco, i francesi proclamarono che: "Il governo della Repubblica Francese … dichiara di rispettare il voto delle popolazioni romane … è deciso altresì di non imporre a queste popolazioni alcuna forma di governo che non sia da loro accettato". Nei giorni successivi le rassicurazioni vennero ripetute direttamente all'Assemblea Costituente a Roma.
Esse, tuttavia, dovettero scontrarsi soprattutto con la sorpresa dei romani di fronte alla inattesa comparsa delle truppe francesi. Essa non era stata, infatti, preceduta da alcuna dichiarazione né ultimatum. Si accompagnava, inoltre, alla esplicita richiesta di permettere l’occupazione del Lazio.
La disonorevole pretesa era accompagnata, infine, da una spiegazione ancor più umiliante: i messi dell’Oudinot dichiaravano che l’occupazione serviva a "mantenere la sua (della Francia) legittima influenza". In termini più espliciti a "impedire l'intervento dell'Austria, della Spagna e di Napoli". Si trattava di una affermazione figlia della più dura realpolitik, la quale sottintendeva la considerazione che ai sudditi di Pio IX, non restasse che l’alternativa fra Vienna e Parigi. Il che, nelle condizioni date, era probabilmente esatto. Ma aveva il grave difetto di non tenere in alcun conto il nuovo sentimento patriottico italiano, così forte in quel 1848-49 e già gravemente ferito dalla sconfitte di Custoza e Novara. Un sentimento assai popolare anche a Roma e la cui forza era ben chiara ai democratici dell'Assemblea Costituente e del triumvirato. Molti di essi, infine, sapevano di dover temere, in caso di insuccesso, la vendetta del partito di Pio IX.
In definitiva, le avare profferte dell’Oudinot erano inaccettabili e come tali vennero respinte.
Chiaramente, la spedizione francese soffriva di una pessima comprensione della situazione politica italiana. Ciò fu confermato dalla avventata decisione dell’Oudinot di marciare, il 28 aprile, con circa 6'000 uomini e senza cannoni su Roma. Egli ebbe l’avventatezza di proclamarlo ai propri soldati: "non troveremo nemici … ci considereranno come liberatori". In effetti un simile doppio gioco sarebbe risultato inaspettato. Anche l'art. V del Preambolo della Costituzione repubblicana francese del 4 novembre 1848 allora in vigore, recitava: "... Essa (la Repubblica Francese) rispetta le nazionalità estere, come intende far rispettare la propria; non imprende alcuna guerra a fini di conquista, e non adopera mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo". Un intervento militare francese per riportare sul trono di Roma il papa contro la volontà dei suoi cittadini e degli altri Italiani era pertanto del tutto illegale, come riconoscevano già allora anche alcuni parlamentari francesi non compromessi con gli interessi del futuro Imperatore francese.

[modifica] Lo sbarco a Porto d'Anzio dei Bersaglieri lombardi

Il 27 aprile giunsero in porto a Civitavecchia due battelli, il "Colombo" ed il "Giulio II", salpati da Chiavari. Essi trasportavano 600 bersaglieri della disciolta 'Divisione Lombarda' dell'esercito sardo: tale divisione era stata costituita nel corso della campagna del 1848, con reclute e volontari provenienti dalle province liberate del Lombardo-Veneto. Rimasta inquadrata nell'armata di Carlo Alberto dopo l'Armistizio di Salasco, la divisione non partecipò alla battaglia di Novara a causa di una errata decisione del suo comandante, il generale Ramorino; dopodiché venne assegnata al Fanti e trasferita in Liguria, ove diede ad intendere di voler supportare i rivoltosi nel corso della repressione di Genova. Le conseguenze furono pari alle attese: Ramorino venne fucilato, Fanti allontanato dall'esercito (ingiustamente e per alcuni anni), la divisione sciolta. Questo rese liberi quelli che volevano combattere (peraltro impossibilitati a rientrare nel Lombardo-Veneto) di andare ove ancora ci si batteva.
I 600 bersaglieri rappresentavano una forza significativa, in quanto la loro composizione sostanzialmente rispecchiava quelle già sperimentata nella 'Divisione Lombarda', probabilmente grazie alla particolare personalità del loro comandante comandate, Luciano Manara.
Giunti a Civitavecchia, essi furono sorpresi dalla presenza delle truppe francesi dell'Oudinot, che cercò di impedirne lo sbarco. Dopodiché, insicuro della città appena occupata e certo di chiudere la partita entro pochi giorni, preferì temporeggiare, permettendo di farli proseguire per Porto d'Anzio, dove sbarcarono il 27 aprile, in cambio dell'impegno del Manara a non combattere prima della metà di maggio.
Giunsero, così, a Roma, il 28, con marcia forzata, ove avrebbero offerto un contributo assai significativo alla difesa della Repubblica.

[modifica] Il fallito assalto francese a Roma del 30 aprile

Vittorioso assalto di Garibaldi fuori Porta San Pancrazio
Vittorioso assalto di Garibaldi fuori Porta San Pancrazio

Giunse il 30 aprile e il corpo di spedizione francese si presentò con 5'000 soldati di fronte a Porta Cavalleggeri e Porta Angelica. Venne preso a cannonate ed a fucilate dai circa 10'000 soldati della Repubblica presenti in città (dei 20'000 che componevano l’esercito). Nei combattimenti, durati sino a sera, si distinse Garibaldi, il quale, uscito da Porta San Pancrazio (poco sotto Castel Sant'Angelo) con il battaglione universitario e con la sua Legione Italiana, con un attacco alla baionetta sorprese alle spalle gli assedianti a Villa Doria-Pamphili, provocandone la rotta. In serata Oudinot ordinò la ritirata su Civitavecchia, lasciando dietro di sé oltre 500 morti e 365 prigionieri.

[modifica] Il significato della giornata del 30 aprile

Al termine della giornata, la Repubblica aveva ottenuto un trionfo: oltre ad aver mostrato l’attaccamento della popolazione e dell’esercito, era stata dimostrata, di fronte al mondo, la pretestuosità degli argomenti di coloro che giustificavano la repressione dell’Italia come una operazione di polizia contro le ‘tirrannidi giacobine’. E ciò oltre un mese dopo Novara, la battaglia dove la causa italiana aveva perso ogni speranza di successo. In tal senso, la giornata del 28 aprile fu davvero molto importante e può essere considerata come una delle date fondamentali della storia d’Italia. In secondo luogo, l’intervento francese si configurava ormai unicamente per quello che era, ossia una non provocata invasione volta al restauro del governo assolutistico del regime papale. Ciò che non mancò di provocare feroci reazioni nella politica parigina.

[modifica] Mancato sfruttamento

Tali risultati erano talmente importanti da spingere il Mazzini ad impedire a Garibaldi di inseguire i fuggitivi, compiendone la possibile strage, e a indurlo, inoltre, a liberare i numerosi prigionieri e a non comandare un assalto, pure possibile, a Civitavecchia. Tali scelte furono, in seguito, molto criticate, alla luce del successivo indurirsi della posizione francese. E certamente pesò un generale pregiudizio favorevole alla patria di Napoleone I e della grande rivoluzione. Tuttavia esso contribuì fortemente ad abbellire la immagine nobile della Repubblica e della causa italiana in Europa, inoltre occorre sottolineare che il massacro dei fuggitivi dell’Oudinot avrebbe avuto l’unico risultato di provocare una durissima reazione francese e di invogliare Radetzky ad accelerare l’invasione dello Stato della Chiesa, che già attentamente pianificava, offrendogli l’occasione di espellere i francesi dalla penisola per molti anni (gli eventi del 1859 avrebbero dimostrato l’esattezza di tale calcolo).

[modifica] Tregua di fatto con la Francia

Verificate le intenzioni del Mazzini, Oudinot contraccambiò, mandando libero un battaglione di bersaglieri che aveva catturato a Civitavecchia e il padre Ugo Bassi, mentre impartiva l’estrema unzione ad un ferito francese.
Informato degli avvenimenti, Luigi Napoleone, presidente della Repubblica francese, non mostrò alcuna esitazione: già il 7 maggio accolse per iscritto tutte le richieste di rinforzo avanzate dall'Oudinot, e il 9, a Tolone, si imbarcava in tutta fretta, un nuovo ambasciatore plenipotenziario, il barone di Lesseps, con l’incarico di pattuire una tregua d’armi. Si tratta di due reazioni a prese rapidissimamente, se si considerano i tempi necessari per le comunicazioni da Roma a Parigi. Tanta fretta era giustificata dall’approssimarsi delle elezioni legislative francesi, fissate per il 13 maggio: la restaurazione del Papa Re costituiva uno dei principali temi del dibattito e la maggioranza del corpo votante era senz’altro a favore della integrale restaurazione del potere di Pio IX. Né v’era in Italia alcuna potenza capace di opporvisi. Mentre la protestante Inghilterra giocava, come di consueto nell’ottocento italiano (nonostante quanto da molti sostenuto) un ruolo assai più defilato: la questione italiana non rappresentava certo una priorità per Londra.
Se v’era ancora qualche dubbio, esso fu spazzato via dall’esito delle elezioni, che diedero ai candidati monarchici e moderati una maggioranza di 450 seggi su 750, relegando i democratici (come il Ledru-Rollin) ad un ruolo di puri spettatori.

[modifica] L’invasione napoletana

[modifica] Luigi Napoleone rischia una ultima umiliazione

Oltre che dalle necessità elettorali, Luigi Napoleone (ed il presidente del consiglio Barrot) era spinto alla massima celerità anche dalla concorrenza delle altre potenze desiderose di esercitare la loro influenza sulla penisola italiana (e nel cuore del Pontefice): in particolare, come abbiamo visto, il Wimpffen aveva assedato Bologna fra l’8 ed il 16 maggio. E si accingeva a marciare su Ancona. Già nel 1831, a seguito dell’intervento austriaco nelle Romagne la Francia della Monarchia di Luglio aveva inviato un corpo di spedizione ad occupare Ancona, al fine di riaffermare il droit de regarde di Parigi sugli affari italiani. E il nipote di Napoleone il Grande non poteva certamente essere da meno del re borghese Luigi Filippo.

[modifica] La parallela invasione napoletana e spagnola

Luciano Manara nella divisa dei bersaglieri lombardi
Luciano Manara nella divisa dei bersaglieri lombardi

Esisteva, inoltre, un secondo concorrente: Ferdinando II, re delle Due Sicilie. Nei mesi precedenti egli era stato alle prese con l'insurrezione siciliana (che proprio in quei giorni andava spegnendosi, con l’avanzata del generale Filangieri sino a Bagheria, il 5 maggio, e la capitolazione di Palermo, il 14 maggio) e con la repressione delle libertà costituzionali a Napoli (le camere vennero sciolte una prima volta il 14 giugno 1848 e poi ancora il 12 marzo 1849, dopodiché venne restaurato il potere assoluto del sovrano). La repressione delle due opposizioni stava, tuttavia, perfezionandosi e il re di Napoli poteva contare sull’indubbio prestigio che gli derivava dall’ospitare (sin dal 25 novembre 1848) Pio IX nella munitissima fortezza di Gaeta. Ferdinando, decise di tentare l’avventura ed inviò ad invadere la Repubblica Romana il generale Winspeare, alla testa di un corpo di spedizione forte di 8’500 uomini, con cinquantadue cannoni e cavalleria.

[modifica] La battaglia di Palestrina

Si fece loro incontro Garibaldi, con 2’300 uomini ben motivati, che condusse il 9 maggio fuori Palestrina. Qui venne assalito dal generale Ferdinando Lanza che cercò di prendere la cittadina. Garibaldi ed il suo capo di Stato Maggiore, Luciano Manara, con i loro bersaglieri lombardi, contrattaccarono e costrinsero Lanza alla fuga.

[modifica] La battaglia di Terracina

Alcuni giorni più tardi, il 16 maggio, il nuovo comandante dell’esercito romano, il generale Pietro Roselli (che era affiancato dal Pisacane, quale suo capo di Stato Maggiore) mosse i suoi 10’000 uomini verso i quartieri del Lanza su Velletri ed Albano. Qui il Lanza era stato nel frattempo raggiunto da Ferdinando II in persona e, messo di fronte ad una nuova battaglia, preferì ordinare ai suoi 16’000 soldati di ripiegare verso Terracina. Garibaldi pens