Storia della Juventus Football Club

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1leftarrow.pngVoce principale: Juventus Football Club.

(EN)
« In the history of football, Juventus is a club without compare. »
(IT)
« Nella storia del calcio, la Juventus è un club senza paragoni. »
(Fédération Internationale de Football Association, 2007[1])

La storia della Juventus Football Club, società calcistica italiana per azioni con sede a Torino, si estende per più di un secolo. Fondata da giovani studenti torinesi alla fine del XIX secolo, la sua prima sede societaria venne stabilita presso la via Montevecchio a Torino, nel 1898.[2] Il club venne affiliato alla Federazione Italiana Foot-Ball nel 1900, partecipando così nel Campionato Federale dello stesso anno. Nel 1906, poco tempo dopo la vittoria del suo primo campionato, la società bianconera soffrì uno scisma che provocò la fondazione istituzionale del Foot-Ball Club Torino, dando così origine alla più antica rivalità del calcio italiano e a una serie di problemi finanziari e, in seguito, sportivi che condussero la squadra alle soglie della retrocessione in Promozione nel 1913. Fu l'avvocato ed ex giocatore bianconero Giuseppe Hess, presidente della Juventus a partire dalla seconda metà dello stesso anno, a farla uscire dalla crisi, migliorando la situazione economica del club e riformando le sue strutture interne con una direzione manageriale.[3]

L'arrivo dell'imprenditore torinese e figlio del fondatore della FIAT Edoardo Agnelli alla presidenza della società nel 1923 diede inizio a una lunga serie di vittorie a livello nazionale e internazionale che resero la Juventus una delle più vittoriose società a livello mondiale – unica squadra di club a livello planetario ad avere vinto tutte le competizioni ufficiali a livello confederale –,[4][5][6][7] fino al punto di essere nominata dall'Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio, organizzazione riconosciuta dalla FIFA, come il miglior club italiano e il secondo a livello europeo del XX secolo.[8] Inoltre, i numerosi giocatori bianconeri convocati diedero un enorme contributo ai successi della Nazionale di calcio.[9]

Indice

Le origini[modifica | modifica sorgente]

« [...] Nel 1896 una brigata di studenti del Liceo d'Azeglio soleva avviarsi, finite le elezioni pomeridiane, verso il corso Duca di Genova e quindi, deposti i libri su d'una panca, dedicarsi al giuoco di 'barra'. Il foot-ball si insinuò più tardi: già si era visto giocarlo prima alla patinoire del Valentino e poscia in Piazza d'Armi da alcuni stranieri residenti a Torino i quali avevano fondato il F.C. Internazionale mutandosi poi in F.C. Torinese. Con tante iniziative una società ci voleva e nell'autunno del 1897 se ne decise la fondazione. Qui cominciarono le vere origini della Juventus... »
(Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, 1915.[10])
L'officina dei fratelli Eugenio ed Enrico Canfari, prima sede dello Sport-Club Juventus in corso Re Umberto 42, Torino (1897).

La Juventus nacque nell'autunno del 1897 a Torino come società civile «per gioco, per divertimento, per voglia di novità» su iniziativa di alcuni giovani studenti della terza e quarta classe del Liceo classico "Massimo d'Azeglio" che si ritrovavano nella vicina Piazza d'Armi per giocare a foot-ball.[11]

Secondo la memoria scritta che si riferisce all'origine della società torinese, è verosimile che i soci fondatori furono Eugenio Canfari, Enrico Canfari, Gioacchino Armano I, Alfredo Armano, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Carlo Vittorio Varetti, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Ferrero, Francesco Daprà, Luigi Forlano ed Enrico Piero Molinatti cui si aggiunsero successivamente Pio Crea, Carlo Favero, Gino Rocca, Guido Botto e Eugenio Secco, tutti con un'età tra quattordici e diciassette anni. Il luogo tipico di riunione di questi liceali era una panchina – non distante dalla loro scuola – di fronte alla pasticceria Platti verso il corso Duca di Genova;[12] la panchina è custodita dal 2012 nel museo del club.[13] L'argomento principale era lo sport, in particolare il calcio, che dalla Gran Bretagna stava espandendosi nel resto d'Europa. Si assume per convenzione il 1º novembre del 1897 quale data di fondazione ufficiale del club.

Inizialmente, i soci fondatori dovettero affrontare il problema della sede, risolto dai fratelli Canfari che offrirono il retrobottega della loro officina ciclistica in Corso Re Umberto 42, dove ebbe luogo la prima riunione. Dopo un'opportuna votazione, i soci, sebbene la maggioranza propendesse per i primi due nomi, scelsero invece quello meno votato, Sport-Club Juventus (che, tra l'altro, suonava come un compromesso tra un nome anglosassone e uno latineggiante) per favorire la diffusione del nuovo sport e la passione per la squadra anche fuori dell'ambito cittadino o regionale.[3] Enrico Canfari, autore tra gli altri dell'unico documento con caratteristiche di "ufficialità" attestante con sufficiente certezza la nascita e i primi anni della Juventus, racconta:

« Si venne finalmente alla seduta decisiva: battaglia grossa! Da una parte i latinofobi, dall'altra i classicheggianti, in minor numero i democratici. All'onore della votazione s’avanzarono tre nomi: 'Società Via Fort', 'Società Sportiva Massimo d’Azeglio' e 'Sport-Club Juventus'.
Per quest’ultimo pochi simpatizzavano, ragione per cui riuscì ad imporsi.

Fra gli oppositori c'ero proprio io: mi sembrava che quel 'Juventus' più non s'addicesse a soci fatti maturi. Avevo torto: nella 'Juventus' non s'invecchia, ... invecchia invece la 'Juventus'. E così la società fu battezzata 'Sport-Club Juventus'.[10] »

La sede cambiò presto ubicazione: fu scelta una scuderia di via Parini, composta da quattro camere, una tettoia e una soffitta, nonché provvista di acqua potabile; il costo dell'affitto – sei lire dall'epoca al mese – si rivelò però proibitivo e così lo S.C. Juventus venne sfrattato.[3]

Nel 1898 il club vide un incremento dei soci e dei giocatori tale da richiedere lo spostamento della sede presso un locale di via Piazzi 4. La presidenza della società passò da Eugenio Canfari al fratello Enrico. Il 15 marzo dello stesso anno fu fondata la F.I.F. (Federazione Italiana Foot-Ball, in seguito divenuta Federazione Italiana Giuoco Calcio). Per ragioni sconosciute, la Juventus non si iscrisse all'associazione e quindi non poté partecipare al primo campionato italiano di calcio che si svolse l'8 maggio di quello stesso anno a Torino tra quattro squadre: Foot-Ball Club Torinese, Genoa, Società Ginnastica e International Foot-Ball Club Torino.

Nel 1899 la società assunse il nome di Foot-Ball Club Juventus.[14] Canfari descrisse così il motivo del cambio di denominazione:

« Da quell'epoca il nostro scopo sportivo venne più nettamente a precisarsi ed il solo foot-ball occupò la nostra attività; ed al primitivo nome di Sport-Club Juventus fu sostituito l'attuale 'Foot-Ball Club Juventus' o semplicemente Juventus. Questo nome fu, come vedete ora, veramente fortunato poiché le Società Sportive nostre omonime sono moltissime, ma la vera Juventus è una sola: la nostra.[10] »
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L'esordio ufficiale

III Campionato Federale di Football

Torino, 11 marzo 1900
Campo di Piazza d'Armi
Eliminatorie – Girone piemontese
1ª giornata


600px Giallo e Nero (Strisce).png FBC Torinese – FBC Juventus 600px Rosa e Nero.png
1 – 0[15]


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Nicola B. I
Armano I
Chiapirone G.
Canfari
Rolandi
Nicola C. II
Ghibezzi
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

  • Arbitro: Jourdain
  • Marcatori: Gol Colongo

Gli incontri di quell'anno si svolsero in prevalenza in Piazza d'Armi, località Crocetta. La squadra ricevette anche i primi inviti da Alessandria, Milano e Genova, e fu la prima squadra a ospitare a Torino una squadra straniera: il Montriond di Losanna. Presto la squadra acquisì il diritto di giocare al Velodromo Umberto I, uno degli sportivi di Torino dell'epoca.

La sua prima divisa sociale, nel 1897, prevedeva una camicia bianca e pantaloni «alla zuava», sostituita due anni dopo da una camicia rosa con papillon, colletto bianco, cravattino e berretto nero.[16]

I primi vent'anni (1900-1920)[modifica | modifica sorgente]

L'ingresso nel Campionato Federale (1900-1902)[modifica | modifica sorgente]

La Juventus partecipò per la prima volta al Campionato Federale di Prima Categoria – il terzo nella storia del calcio italiano – l'11 marzo 1900, non superando comunque le eliminatorie in Piazza d'Armi, perdendo 0-1 contro il F.B.C. Torinese.

Una settimana dopo, il 18 marzo 1900, la Juventus vinse la sua prima partita ufficiale battendo per 2-0 il Ginnastica Torino.[17] La squadra viene eliminata nelle qualificazioni regionali. Nel frattempo conquistò, per la prima volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione, conquistato anche nei due anni successivi.

Nel suo secondo Campionato Federale, giocato tra cinque squadre, la Juventus vinse la prima eliminatoria contro la Società Ginnastica per 5-0 e giunse fino alle semifinali, battuta dal Milan Cricket. In quest'annata si aggiudicò il Gonfalone e la Medaglia del Municipio della Città di Torino, in un torneo tra squadre liguri e piemontesi.

Il 1902 segnò l'ingresso nella squadra juventina, composta quasi totalmente da studenti universitari, dei primi giocatori stranieri e di Carlo Favale come nuovo presidente. La Juventus disputò quella stagione il girone eliminatorio del quinto campionato di calcio e, alla fine, dovette cedere il passo all'F.C. Torinese.

Il 24 ottobre la squadra disputò la semifinale della Coppa Città di Torino contro l'Audace, superandola e raggiungendo la finale del 2 novembre successivo contro il Milan. Al 90' il punteggio era di 2-2 e nei supplementari entrambe segnarono ancora una rete, portandosi sul 3-3. A questo punto, però, l'arbitro decise di continuare ad oltranza applicando una sorta di golden gol, ma i rossoneri, in disaccordo, decisero di non proseguire l'incontro lasciando campo libero alla Juventus, che venne così proclamata vincitrice dell'edizione.

1903: l'anno della maglia bianconera[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colori e simboli della Juventus Football Club.

Nel 1903 la Juventus abbandonò la maglia rosa degli albori, adottando una nuova divisa a strisce verticali bianche e nere; la sede sociale, inoltre, venne trasferita da via Gasometro 14 a via Pastrengo.

I giocatori juventini nel campionato di calcio italiano 1903, con indosso la prima maglia bianconera della storia.

Nel campionato nazionale di quell'anno la squadra torinese arrivò, per la prima volta, alla finale, perdendo per 0-3 contro il Genoa. La Juventus vice-campione d'Italia venne invitata a Trino, presso Vercelli, a disputare un torneo triangolare. Gli incontri si giocarono nella stessa giornata, l'11 ottobre dello stesso anno. La finale del pomeriggio si giocò tra una compagine novarese]] chiamata Forza e Costanza e gli juventini che vinsero per 15-0, conquistando così il Torneo di Trino Vercellese.

I bianconeri partecipano anche alla Coppa Città di Torino – stavolta un quadrangolare con Audace, Doria e Milan Cricket – un mese dopo la vittoria a Trino. La Juventus lo fece suo per la seconda volta, dopo avere vinto per 2-0 contro l'Audace e per 1-0 contro i rossoneri del Milan Cricket in finale.

1904: la seconda finale in campionato[modifica | modifica sorgente]

Il 1904 fu l'anno in cui arrivarono alla Juventus nuovi soci e i tre fratelli Ajmone Marsan dalla Svizzera; il campo di gioco ufficiale si spostò dalla Piazza d'Armi al Velodromo Umberto I, dotato di tribune. Nel campionato italiano, dopo aver vinto le eliminatorie nazionali per la seconda volta consecutiva, arrivò nuovamente in finale contro il Genoa, perdendo nuovamente sul campo di Ponte Carrega a Genova, con il risultato di 1-0.

Al termine della stagione, al Velodromo Umberto I si giocò la Coppa Universitaria, un torneo internazionale in cui la Juventus sconfisse, in partita secca, l'Olympique Lyonnais Universitarie per 9-1.

1905: la conquista del primo titolo italiano[modifica | modifica sorgente]

Nel 1905 divenne presidente della società lo svizzero Alfred Dick, proprietario di un'industria tessile, che rinforzò la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti. In quella stagione la società spostò la sua sede a via Donati 1 e il presidente firmò un lungo contratto di affitto per l'utilizzo del Velodromo di Corso Re Umberto.

Nel Campionato Federale dello stesso anno la Juventus aveva superato il girone eliminatorio vincendo la partita per forfait 3-0 contro il F.C. Torinese, ritiratosi dalle eliminatorie regionali. Nel girone finale del campionato italiano gli juventini batterono l'U.S. Milanese per 3-0, pareggiano a Genova per 1-1 con il Genoa e batterono di nuovo la Milanese a Milano per 4-1, mentre l'ultima gara del girone si risolse in un nuovo pareggio per 1-1 contro il Genoa nella sfida decisiva del girone finale, giocata a Torino il 2 aprile dello stesso anno, gara, fra l'altro, ripetuta tre volte.[18] Fu il primo grande successo del club, il suo primo titolo di Campione d'Italia, che valse alla Juventus la cosiddetta Targa Federale,[19] chiudendo il girone finale al primo posto a 6 punti, contro i 5 dei genovesi.

La Juventus per la prima volta campione d'Italia nella Prima Categoria 1905.
Da sinistra e dall'alto: Armano I, Durante, Mazzia, Walty, Goccione, Diment, Barberis, Varetti, Forlano, Squair e Donna.

Gli undici juventini che vinsero il campionato italiano per la prima volta furono Domenico Durante, Gioacchino Armano, Oreste Mazzia, lo svizzero Paul Arnold Walty, Giovanni Goccione (capitano), lo scozzese Jack Diment, Alberto Barberis, Carlo Vittorio Varetti, Luigi Forlano, l'inglese James Squair e Domenico Donna (che fungeva da allenatore della squadra).[20]

In quell'anno la Juventus si aggiudicò anche il torneo di Seconda Categoria, a cui partecipavano sia squadre riserve sia le prime squadre di club non iscritte alla Prima Categoria. La Juventus "B" fu ammessa di diritto al girone finale, in quanto unica iscritta dell'eliminatoria piemontese, in compagnia di Genoa e Milan. I bianconeri vinsero per 1-0 contro il Milan in casa, per 2-0 a Genova, per 3-0 a Milano (con titolo matematico) e per 3-0 a tavolino con il Genoa per forfait. Gli artefici di questa vittoria furono Francesco Longo, Giuseppe Servetto, Lorenzo Barberis, Fernando Nizza, Ettore Corbelli, Alessandro Ajmone Marsan, Ugo Mario, Frédéric Dick, Heinrich Hess, Marcello Bertinetti e Riccardo Ajmone Marsan.

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I primi campioni

Prima Categoria 1905

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Durante
Armano I
Mazzia
Walty
Diment
Goccione
Squair
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

A coronamento della stagione, c'è il successo per 2-1 sui titolari nella partitella in famiglia al termine del campionato.

1906: la rinuncia alla finale del campionato e lo scisma[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1906, in campionato, i bianconeri chiusero al primo posto del girone finale, a pari merito con il Milan Foot-Ball Club, pareggiando 1-1 nella partita finale. La FIF decise di far ripetere la partita sul campo dell'U.S. Milanese il 6 maggio, ma la Signora rinunciò allo spareggio per il titolo e così il Milan fu dichiarato vincitore di quella partita per 2-0 grazie alla deliberazione dalla Federazione Italiana Foot-Ball e quindi del titolo del IX Campionato Federale. Nell'autunno la Juventus raggiunse il terzo posto del Campionato di Seconda Categoria.

Nello stesso anno, il presidente della società, Alfred Dick, insieme ad alcuni giocatori come Diment, Ballinger, Mazzia e Squair (tutti dipendenti della sua industria tessile), fondò il Foot-Ball Club Torino (oggi, Torino F.C. 1906) unendosi al Torinese che aveva già assorbito l'Internazionale Torino (un'altra squadra dall'epoca) qualche anno prima. In seguito all'abbandono del presidente svizzero, la presidenza della società fu assegnata a Carlo Vittorio Varetti.

Il triennio 1907-1909, i Campionati F.I.F. e la doppia conquista della Palla Dapples[modifica | modifica sorgente]

Nel 1907 la Juventus ritornò al campo di Piazza d'Armi, quello dei primi anni societari, e in campionato fu eliminata dal Foot-Ball Club Torino il 13 gennaio 1907 (1-2 all'andata e 1-4 al ritorno), chiudendo il campionato a gironi nel secondo posto delle eliminatorie piemontesi.

Nell'ottobre dello stesso anno, in una seduta straordinaria della Federazione Italiana Foot-Ball, fu presa la decisione di «sdoppiare» il campionato: il primo, denominato Campionato Federale, era aperto anche a squadre con giocatori stranieri e avrebbe assegnato alla squadra vincitrice la Coppa James Spensley.[21] Il secondo venne denominato «Campionato italiano» (o Coppa Romolo Buni), riservato solo a squadre composte interamente di calciatori di origine italiana.[14][21]

Originariamente, al torneo federale doveva partecipare anche il Milan, che tuttavia il 1º gennaio 1908 si ritirò per protesta, riducendo il torneo a una finale a due tra Juventus e Doria.[22] La gara di andata della finale del Campionato federale a Genova contro l'Andrea Doria fu vinta dalla Signora per 3-0.[23] Un mese dopo si rigiocò, a Torino, dove i doriani uscirono vincitori per 0-1.[24] Lo spareggio si giocò il 15 marzo, e finì 2-2; l'incontro fu successivamente annullato per un errore tecnico arbitrale.[25] Passarono due mesi e il 10 maggio si poté rigiocare lo spareggio, sempre in Corso Sebastopoli – campo juventino fino al 1922 – e la Juventus vinse per 5-1 con Ernesto Borel mattatore dell'incontro e del Campionato Federale F.I.F. 1908. Alla Juventus non fu assegnata la Coppa Spensley che le spettava di diritto in quanto Campione Federale, perché il Milan detentore in carica l'aveva riconsegnata a Spensley, rappresentante del Genoa; all'inizio della stagione successiva, fu deliberato che la Coppa venisse assegnata permanentemente al Milan, la società che l'aveva vinta per due volte di fila (1906 e 1907).[26]

La Juventus giocò, ancora prima che diventasse «campione federale d'Italia» (poiché la partita decisiva si disputò soltanto il 10 maggio), il campionato italiano, Coppa Romolo Buni, iniziato a marzo dello stesso anno, con altre tre squadre. Il 1º marzo i bianconeri pareggiarono 1-1 a Vercelli contro la Pro, poi vincitrice del torneo, nella gara d'andata delle eliminatorie regionali, e perse 2-0 la partita di ritorno (doppietta di Rampini per i vercellesi), venendo eliminata dal torneo.[27] Si ritirò poi per protesta contro il divieto di impiego di giocatori stranieri.

Nello stesso anno, la società juventina conquistò due Palle d'Argento Henry Dapples nelle finali disputate il 22 novembre e il 13 dicembre, battendo in entrambe le occasioni la Pro Vercelli.

Nel 1909 il sistema dei due campionati "federale" (aperto agli stranieri) e "italiano" (aperto solo ai calciatori italiani) venne riproposto, e la Juventus partecipò ad entrambi i campionati. Al campionato "federale", o "Coppa Zaccaria Oberti", iniziato a gennaio, fu eliminata al primo turno delle eliminatorie piemontesi dal Torino.[28] Il campionato "italiano" (o "Coppa Romolo Buni") iniziò invece a marzo e fu trionfale per la Juventus che, superate le eliminatorie piemontesi grazie ai forfait di Torino e Pro Vercelli, sconfisse dapprima la Doria nella semifinale ligure-piemontese e poi, in finale, la USM (1-1 in casa, 2-1 in trasferta), vincitore della semifinale lombardo-veneta (dove aveva sconfitto il Vicenza con un complessivo 10-1, 2-1 all'andata e 8-0 al ritorno), aggiudicandosi così la Coppa Romolo Buni e il Campionato italiano di Prima Categoria.[29]

1909-1913: dal terzo posto in campionato al ripescaggio[modifica | modifica sorgente]

Carlo Bigatto, il primo capitano bianconero.

Il tredicesimo campionato, disputatosi nella stagione 1909-1910, fu il primo nella storia del calcio italiano in cui venne introdotto il girone unico con partite di andata e di ritorno. Quell'anno la Juventus si classificò al terzo posto con 18 punti, sette in meno rispetto all'Internazionale (campione d'Italia federale e assoluto dopo un controverso spareggio con i vercellesi) e Pro Vercelli (campione italiano in quanto miglior squadra composta unicamente da calciatori italiani). Dopo questo torneo, la suddivisione tra campionato federale e italiano terminò.

Il quattordicesimo campionato nazionale fu il primo in cui furono ammesse squadre della regione nord-orientale d'Italia (Veneto e Emilia) e anche il primo dove fu introdotto il calendario dalla Federazione di calcio. La Juventus finì nona e ultima nella classifica del cosiddetto Torneo Maggiore con dieci punti.

La Juventus si presentò al torneo successivo, iniziato ad ottobre del 1911, con un organico composto da soli dieci giocatori,[30] giungendo all'ottavo posto nella classifica finale del torneo con nove punti.

Nella stagione 1912-1913 il girone unico fu abolito e il campionato nazionale venne esteso anche alla regione centro-meridionale della penisola italiana con formazioni toscane, laziali e campane in uno dei due tronconi del campionato, i cui vincitori accedevano direttamente alla finale del campionato. La società bianconera si classificò all'ultimo posto nel girone ligure-piemontese nel primo anno in cui vennero introdotte le retrocessioni in Promozione[31] come conseguenza di un periodo critico a livello economico per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori nelle ultimi tre stagioni ma, al pari di tutte le squadre classificate all'ultimo posto nei loro gironi,[32] fu ripescata in seguito all'annullamento del sistema di retrocessione e, insieme ai piemontesi del Novara, ammessa nel girone lombardo del campionato successivo. Questo in seguito alla fusione tra le neopromosse lombarde Lambro e Unitas, che portarono al ripescaggio della Racing Libertas, ultima classificata del girone lombardo-ligure, e a quello seguente di Juventus e Modena, ultime dei gironi piemontese e veneto-emiliano, rispettivamente.

La ricostruzione della società: 1914-1916[modifica | modifica sorgente]

Il primo numero della rivista Hurrà!, uscito nel 1915.

Con la presidenza dell'avvocato Giuseppe Hess, la Juventus aprì un nuovo ciclo con un tipo di mentalità manageriale diversa rispetto al periodo precedente: dopo il citato «ripescaggio», la squadra torinese disputò il campionato piazzandosi seconda dietro l'Inter nel girone lombardo e finendo quarta nella fase finale del Campionato Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale).

Nel 1914, il Campionato iniziò a ottobre, quando la prima guerra mondiale non aveva ancora coinvolto l'Italia, ma il precipitare degli eventi e la decisione (presa il 22 maggio 1915) del Governo italiano di entrare in guerra a fianco delle potenze dell'Intesa, costrinse la Federazione alla sua sospensione. Nel settembre 1919 la vittoria venne assegnata al Genoa in quanto squadra capolista a una giornata dal termine, mentre la Juventus terminò seconda nel gruppo semifinale.

Gli anni della prima grande guerra portarono lutti in casa bianconera e delle altre società sportive italiane. All'inizio di quel conflitto furono 24 gli juventini sotto le armi: 6 soldati semplici e 18 tra allievi ufficiali, sottufficiali o addetti sanitari. La presidenza della società torinese fu così assegnata, provvisoriamente in primis e poi, fino a 1918, al Comitato Presidenziale di Guerra: il triumvirato composto dal pioniere Gioacchino Armano, il dirigente Sandro Zambelli e l'ex calciatore Fernando Nizza. Nel 1916 saranno ben 170 i soci e giocatori della Juventus a prendere parte al conflitto bellico, con varie mansioni che partivano dal soldato semplice fino all'ufficiale.

Allo scopo di mantenere saldi i contatti con i propri associati e con i tifosi bianconeri lontani a causa della guerra, il 10 giugno 1915, venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà!, il primo del suo genere nel Paese.[33]

Il 26 dicembre di quell'anno, sulla neonata rivista venne pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, caduto nella terza battaglia dell'Isonzo insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus il precedente 23 ottobre 1915. Questo testo rappresenta tutt'oggi, nella storia bianconera, l'unica testimonianza scritta delle sue origini.[16]

Gli juventini parteciparono, durante la prima grande mondiale, alla Coppa Mauro ed alla Coppa Federale di calcio. In quest'ultima competizione, in particolare, dopo la vittoria nel girone eliminatorio, arrivarono fino alle finali con il Genoa, il Milan, il Casale (poi ritirata per gravissimi problemi finanziari) e il Modena e terminò al secondo posto della classifica con 10 punti, uno in meno rispetto ai rossoneri, vincitori del torneo.

Gli anni venti[modifica | modifica sorgente]

Il triennio 1919-1922 e il debutto allo Stadio di Corso Marsiglia[modifica | modifica sorgente]

Finito il primo conflitto mondiale, il calcio ripartì in Italia con la stagione 1919-1920. La Juventus, che elesse nel 1919 il presidente Corrado Corradini, disputò un campionato su base regionale, vincendo il girone piemontese e concludendo quel campionato al secondo posto nel girone finale. Tre giocatori, Giovanni Giacone, Oswaldo Novo e Antonio Bruna, furono i primi calciatori della società bianconera a giocare in Nazionale (Italia-Svizzera 0-3 del 28 marzo 1920 disputatasi a Roma).

Lo Stadio di Corso Marsiglia, campo juventino dal 1922 al 1933.

Nella stagione 1921-1922 i bianconeri si iscrissero al Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), un settore dissidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), chiudendo la stagione al quarto posto del Girone A della Lega Nord.

Il numero dei tifosi, nel frattempo, crebbe: il 19 ottobre 1922, con Gino Olivetti a capo della Juventus dall'anno precedente, venne inaugurato lo Stadio di Corso Marsiglia (situato nell'attuale Corso Tirreno a Torino), con 15.000 posti: fu il primo stadio d'Italia costruito in cemento armato e venne considerato all'epoca un «gioiello di ingegneria». Nella gara inaugurale dello stadio, la Juventus sconfisse 4-0 il Modena.

1923-1924: il sodalizio con la famiglia Agnelli e l'arrivo di Jenő Károly[modifica | modifica sorgente]

« Vi sono grato per aver accolto come un onore la mia presidenza, ma spero di non deludervi se vi confesso che non ho alcuna intenzione di considerarla soltanto onorifica [...]. Dobbiamo impegnarci a far bene, ma ricordandoci che una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio. »
(Frammenti del discorso dell'imprenditore Edoardo Agnelli al momento di essere eletto presidente del Foot-Ball Club Juventus. Torino, 24 luglio 1923.[34])
L'imprenditore Edoardo Agnelli, eletto presidente della società torinese nel 1923.

Il 24 luglio 1923, anno della riunificazione del campionato, la famiglia Agnelli entrò a far parte della società bianconera con Edoardo, figlio di Giovanni Agnelli, fondatore dell'azienda automobilistica FIAT, eletto nuovo presidente del club in sostituzione di Olivetti. Quella data rappresentò sia l'inizio del legame tra la società torinese e la famiglia industriale, il più antico del panorama sportivo nazionale e vigente tutt'oggi,[35][36] sia la nascita del cosiddetto Stile Juve: «eleganza, professionalità e mentalità vincente». In tale anno, la squadra raggiunse il quinto posto del Girone B della Lega Nord.

In questa stagione venne inoltre ridata linfa all'attività polisportiva del club (dopo la prima fugace esperienza conclusasi all'inizio del secolo). Il nuovo presidente bianconero decise infatti di estendere l'attività della società ad altre discipline portando all'apertura di nuove sezioni sportive, racchiuse sotto l'egida della nuova Juventus - Organizzazione Sportiva S.A. (in cui confluì la stessa squadra calcistica); tra le sezioni di maggior successo vi furono l'hockey su ghiaccio e il tennis. L'attività polisportiva della Juventus O.S.A. (Organizzazione Sportiva Anonima) continuò sotto vari cambi di proprietà fino al 1949.

Nella stagione 1923-1924, la prima in cui venne introdotto per la prima volta nel calcio italiano lo scudetto, come stemma onorifico assegnato alle squadre vincitrici del campionato federale, la Juventus subì una penalizzazione a causa dell'affaire Rosetta, che costò alla squadra bianconera le sconfitte a tavolino di tutte e tre le partite disputate dal suo difensore Virginio Rosetta, quelle giocate tra la ottava e la decima giornata. Come conseguenza della penalizzazione, la Juventus si classificò in quinta posizione del primo raggruppamento della Lega Nord, a pari merito con l'Alessandria, con 26 punti, sette in meno rispetto ai liguri, vincitori del gruppo e poi, del tricolore.

L'ungherese Jenő Károly (1886-1926), primo allenatore della Juventus.

Quello fu l'anno dell'arrivo a Torino del primo allenatore della storia bianconera, Jeno Karolý e la mezz'ala sinistra Férénc Hirzer, entrambi ungheresi.

1924-1925: il terzo posto e i quadri manageriali[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1924-1925 la Juventus raggiunse il terzo posto del secondo raggruppamento del campionato, con due punti in meno sul Bologna, poi vincitore del campionato. In quella stagione morì il mediano Monticone, a causa di un aneurisma.

A livello societario, la società torinese organizzò i quadri manageriali assegnando precisi compiti ai vari dirigenti.

1925-1926: la riconquista d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1925-1926 la federazione di calcio autorizzò l'apertura ai calciatori stranieri e le Zebre torinesi in campionato raggiunsero il primo posto grazie a nove vittorie consecutive e con nove partite (934 minuti) con la porta inviolata[37] (record del calcio pioneristico). Con 17 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte, si qualificò, per la prima volta in cinque anni, alla finale della Lega Nord contro il Bologna. Nella gara d'andata le due squadre pareggiarono 2-2; la gara di ritorno finì 0-0. L'allenatore juventino Jenő Károly morì di infarto il 28 luglio, appena cinque giorni prima della partita di spareggio. In questa gara, disputata il 1º agosto, la Juventus vinse 2-1 con reti di Pietro Pastore e Antonio Vojak.

La Juventus vincitrice del campionato a gironi nella stagione 1925-1926.

La Juventus, in qualità di campione del Nord, affrontò la finale contro l'Alba Roma, campione del Sud, vincendo sia all'andata per 7-1 a Torino l'8 agosto, che al ritorno per 5-0 a Roma il 22 agosto 1926. Così, con 37 punti, si aggiudicò il suo secondo titolo federale, ventuno anni dopo il primo scudetto vinto nel 1905. Indossò così sulla maglia, per la prima volta, il simbolo di campione d'Italia, lo stesso utilizzato dalla Nazionale italiana dall'incontro con l'Ungheria del 6 gennaio 1911.[38]

La carta di Viareggio del 2 agosto 1926 portò alla fusione della Lega Nord e della Lega Sud nella cosiddetta Divisione Nazionale, prima dell'inizio del ventisettesimo campionato a gironi.

1926-1927: il terzo posto in campionato e il debutto in Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

Nel campionato nazionale 1926-1927, la vecchia Signora, squadra campione in carica si classificò nel primo posto del suo girone con 27 punti, 44 reti a favore e 10 contro. Nel girone finale della Divisione Nazionale a sei squadre i bianconeri si classificarono al terzo posto con 11 punti, 24 reti a favore e 13 contro. La Juventus partecipò anche alla prima edizione della Coppa Italia e raggiunse la quarta fase eliminatoria, dopo le vittorie in trasferta contro il Cento per 15-0 il 6 gennaio – vittoria con la maggiore differenza reti della storia bianconera – e contro il Parma per 2-0 il 27 febbraio dello stesso anno. La gara del quarto turno contro il Milan non fu disputata per l'interruzione del torneo per mancanza di date disponibili tra le formazioni classificate.

Il triennio 1927-1930 e l'avvento del girone unico[modifica | modifica sorgente]

Il trio difensivo della Juventus e dell'Italia a cavallo degli anni venti e trenta, Combi-Rosetta-Caligaris (nella foto, da sinistra a destra, il terzino destro Virginio Rosetta – futuro capitano della Juventus del Quinquennio –, il portiere Gianpiero Combi e il terzino sinistro Umberto Caligaris).

Nel campionato 1927-1928 i bianconeri chiusero il campionato al secondo posto nel gruppo B della Divisione Nazionale e raggiungono in seguito il terzo posto nel gruppo finale del torneo. Fu acquistato, fra gli altri, Umberto Caligaris che, insieme a Gianpiero Combi e Virginio Rosetta, formò il trio difensivo della Juventus e della Nazionale di calcio italiana negli anni trenta del secolo scorso, una delle migliori linee difensive di tutti i tempi.[39]

Il campionato 1928-1929 fu l'ultimo con il format. La squadra torinese giunse il secondo posto del Gruppo B con 76 reti a favore e 25 contro. Al termine del torneo, la Juventus partecipò per la prima volta a una competizione internazionale per club a livello professionistico: la Coppa dell'Europa Centrale, arrivando fino ai quarti di finale del torneo.

La seconda metà dell'anno 1929 registrò l'istituzione del girone unico, ovvero la nascita della Serie A e della Serie B a 18 squadre.[40] Gli juventini, rafforzati dall'oriundo argentino Renato Cesarini, chiusero il primo campionato di Serie A al terzo posto segnando 78 reti, con 5 punti di meno rispetto all'Ambrosiana, campione d'Italia.

Gli anni trenta e quaranta[modifica | modifica sorgente]

Il Quinquennio d'oro (1931-1935)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quinquennio d'oro.
I giocatori juventini nella stagione 1934-1935, da sinistra e dall'alto: Caligaris, Ramella, Gabetto, Gazon, Cesarini, Ferrari, Valinaso, Diena, Rosetta, Varglien I, Bertolini, Borel II; Foni, Serantoni, Depetrini, Tiberti, Varglien II e Monti.

Con l'imprenditore Edoardo Agnelli ancora alla presidenza della società bianconera, si aprì un ciclo che portò la squadra a conquistare cinque titoli nazionali consecutivi – record eguagliato nel calcio italiano dal Grande Torino nel corso degli anni quaranta del ventesimo secolo – tra la stagione 1930-1931 e la stagione 1934-1935. Il club si dimostrò uno dei migliori del suo tempo anche in Europa,[41] avendo raggiunto in quattro stagioni consecutive le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale, tra la stagione 1931-1932 (seconda partecipazione dei bianconeri alla Coppa) e la stagione 1934-1935. La squadra costituì anche il nucleo della Nazionale italiana durante la prima metà degli anni trenta, periodo durante il quale la Nazionale si aggiudicò il campionato del mondo 1934 con nove calciatori del club in rosa, la cosiddetta Nazio-Juve.[42][43]

Il cosiddetto Quinquennio d'oro sarebbe divenuto importante anche per l'enorme impatto sociale che aveva generato:

« Il legame tra la famiglia Agnelli e la Juventus, suggellato dai cinque scudetti dei primi anni trenta, tuttavia ha posto le basi per quello che sarà il calcio italiano nella seconda metà del secolo passato. Che farà appunto della squadra bianconera la 'fidanzata d'Italia', la regina indiscussa del nostro football, amatissima da milioni di tifosi da nord a sud della Penisola, riferimento obbligato per qualsiasi tipo di riflessione sul nostro calcio. »
(Guido Luguori e Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, 2003.[44])
Carlo Carcano, l'unico allenatore ad aver vinto 4 scudetti consecutivi nel calcio italiano – tra il 1931 e il 1934 – durante il suo periodo con la Juve del Quinquennio.

La Juventus della prima metà degli anni trenta del ventesimo secolo utilizzava il metodo, lo stesso schema applicato dalla Nazionale italiana. Attraverso il suo innovativo modulo 2-3-2-3 o "WW", derivato invece del modulo tattico noto come "Piramide di Cambridge" (2-3-5) gli attaccanti interni della squadra, Renato Cesarini e Giovanni Ferrari, potevano dare supporto al «centromediano metodista» Luis Monti, giocatore con il compito di costruire il gioco, mentre i due mediani laterali, Mario Varglien e Luigi Bertolini, affrontavano le ali delle squadre avversarie; la linea difensiva, guidata dal trio Combi-Rosetta-Caligaris,[45] poté acquisire maggior sicurezza mentre il centrocampo riusciva a sfruttare una maggior superiorità numerica. Tale schema rese possibile costruire una serie di attacchi e contropiedi più veloci ed efficaci rispetto agli schemi tattici del decennio scorso. La linea offensiva bianconera, con calciatori come le ali Pietro Sernagiotto e Raimundo Orsi, e il centravanti Giovanni Vecchina, sostituito poi da Felice Borel – con il supporto delle mezze ali prima nominate – fu la principale artefice delle 434 reti realizzate dalla squadra in partite ufficiali durante il Quinquennio d'oro (384 in tornei nazionali e 50 nelle coppe).

Il periodo 1936-1940 e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Il 14 luglio 1935 morì in un incidente aereo, davanti al porto di Genova, il presidente bianconero Edoardo Agnelli. A seguito, inoltre, della partenza di alcuni giocatori come Cesarini e Ferrari, la squadra chiuse il campionato 1935-1936 al 5º posto, con Virginio Rosetta come giocatore-allenatore.

La Juventus viene premiata dopo la conquista della prima Coppa Italia della sua storia, vinta nella stagione 1937-1938.

Sul finire degli anni trenta, la società bianconera riuscì ad classificarsi secondi in campionato 1937-1938 a due punti dall'Ambrosiana, vincitrice del torneo e aggiungere alla propria bacheca due Coppe Italia: la prima fu ottenuta al termine della citata stagione, dopo la vittoria in finale sul Torino (3-1, reti di Bellini (2) e Defilippis, per i bianconeri all'andata il 1º maggio e 2-1 in rimonta, doppietta di Gabetto, al ritorno l'8 maggio); la seconda arrivò durante la stagione 1941-1942 quando, nella doppia finale, la Juventus sconfisse il Milan (pareggio per 1-1 a Milano, gol di Bellini, il 21 giugno e vittoria per 4-1 a Torino il 28 giugno, con tre reti della stella albanese Riza Lushta e rete su rigore di Sentimenti III).

Nell'inverno del 1942, a causa dei bombardamenti sulla città di Torino, la Juventus si trasferì ad Alba, alla Villa Sorano di proprietà della famiglia vinicola Bonardi, per sfuggire al conflitto bellico e continuare ad allenarsi fino alla primavera del 1943, durante la fase finale del 43º campionato nazionale.[46] In quella città, la società juventina prese il nome di Juventus Cisitalia, in abbinamento con la casa automobilistica, il cui titolare, Piero Dusio, era l'allora presidente bianconero.[47][48]

Dodici anni dopo la fine del Quinquennio, dopo la sospensione del campionato nel 1944 e nel 1945, anno in cui la società bianconera mutò la denominazione in Juventus Football Club, un membro della famiglia Agnelli tornò alla guida della società: nel 1947 diventò infatti presidente Gianni Agnelli (uno dei figli di Edoardo), che sostituì Dusio, e che resterà alla guida della squadra fino al 1953.

Gli anni cinquanta e sessanta[modifica | modifica sorgente]

L'Avvocato Agnelli e il ritorno ai vertici[modifica | modifica sorgente]

La Juventus Campione d'Italia nel 1949-1950. Festeggiamenti dei giocatori e tifosi per l'8º scudetto dopo la vittoria 4-0 fuori casa contro la Sampdoria, il 28 maggio 1950.

All'indomani della seconda guerra mondiale, la società trascorse diverse stagioni nelle prime posizioni della Serie A. Nel 1947, Gianni Agnelli (detto L'Avvocato) diventò presidente del club. La Signora vinse lo scudetto al termine della stagione 1949-1950, a 15 anni dall'ultimo successo, con 100 reti in campionato e 62 punti, grazie anche al supporto dal nuovo allenatore, l'inglese Jesse Carver, e di nuovi calciatori come Carlo Parola (alla Juventus dal 1939), l'ala Ermes Muccinelli, i danesi Karl Aage Præst (ala tornante) e John Hansen (centravanti autore di 189 partite e 124 gol con Madama), e Giampiero Boniperti (che smetterà di giocare alla fine della stagione 1960-1961, dopo 443 presenze in Serie A)[49] e 183 reti, di cui 178 in Serie A), che ne fanno oggi il secondo miglior cannoniere della storia della società.

Nella stagione successiva, la 1950-1951, la Juventus arrivò terza in Serie A realizzando 103 reti (record della storia societaria in campionato), di cui sette segnate a Busto Arsizio contro la Pro Patria in una gara vinta 7-0 il 10 settembre 1950, miglior vittoria esterna dei bianconeri; esordì anche il terzo danese della squadra, Karl Aage Hansen, regista e autore di 23 reti in campionato.

Nel 1951-1952, sotto la guida dell'ex giocatore ungherese György Sárosi, la squadra vinse ancora lo scudetto, grazie al trio d'attacco formato da Muccinelli, Boniperti e Hansen: le reti realizzate in campionato furono 98 (19 quelle di Boniperti, il capocannoniere della squadra) e i punti 60. Quel nono scudetto consentì ai bianconeri di raggiungere il Genoa, che aveva da sempre dominato la classifica per numero di tornei vinti, diventando così il club più vittorioso d'Italia.

Nella stagione successiva la squadra giunse seconda, dopo la vittoria per 8-0 sulla Fiorentina.

Il Dottore Agnelli e i successi del Trio Magico[modifica | modifica sorgente]

Il Trio Magico bianconero di fine anni cinquanta: Omar Sívori, John Charles e Giampiero Boniperti.

Nel 1955, per impegni di lavoro, Gianni Agnelli lasciò la presidenza che, due anni più tardi, passò a suo fratello minore, il Dottore Umberto: a 22 anni lui divenne il più giovane presidente della storia della società bianconera e aprì un nuovo ciclo di vittorie, con la società bianconera – piazzata al nono posto nei due campionati precedenti – vincitrice dello scudetto nella stagione 1957-1958 grazie anche a nuovi giocatori come il gallese John Charles, l'argentino di origini italiane Omar Sívori (primo calciatore proveniente dalla Serie A a vincere il Pallone d'oro, nel 1961), e a giocatori affermati come Boniperti. I tre saranno ricordati come il Trio Magico,[50] un attacco che garantì 235 reti nelle competizioni ufficiali (95 di Charles, 113 di Sívori e 27 di Boniperti), di cui 201 in Serie A, dalla stagione 1957-1958 alla stagione 1960-1961.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trio Magico.

Per la prima volta una società italiana di calcio conquistò la stella,[51] attribuita dalla FIGC per avere vinto dieci titoli nazionali, diventando nella circostanza il primo club al mondo a indossare sulla maglia uno stemma commemorativo di una vittoria calcistica.[52] I bianconeri furono la squadra più vittoriosa del torneo (23 successi) e il miglior attacco con 77 gol (28 del capocannoniere Charles, 22 di Sívori e 8 di Boniperti). Totalizzarono inoltre 51 punti contro i 43 della Fiorentina, eguagliando il record di squadra di distacco sulla seconda in classifica che risaliva al campionato 1932-1933.

Il presidente Umberto Agnelli e il capitano Boniperti sollevano la Coppa Italia 1959-1960.

Nella stagione 1958-1959 la Juve finì quarta in campionato (19 gol Charles, 15 Sívori), vincendo la Coppa Italia battendo in finale l'Internazionale per 4-1 il 13 settembre 1959 con gol di Charles, Cervato, Sívori, Cervato (su rigore). Fece inoltre il suo debutto nella neonata Coppa dei Campioni, il 24 settembre 1958 al Comunale contro il Wiener Sportclub, vincendo 3-1 con tripletta di Sívori; la qualificazione scappò una settimana dopo, quando gli austriaci, in ragione a un duro intervento su Charles, che costringerà il gallese al ricovero in ospedale, problemi di formazione da parte della squadra bianconera e il proprio agonismo, inflissero uno 0-7 ai bianconeri che così uscirono dalla competizione. Nel 1960 conquistò un altro scudetto (l'undicesimo), con 25 vittorie, 92 reti segnate (28 Sívori, capocannoniere, e 23 Charles) e nuovamente 8 punti di distacco (55 a 47) sulla seconda, ancora la Fiorentina, tutti record stagionali; e un'altra Coppa Italia (la quarta), il 18 settembre 1960, grazie al 3-2 di Roma ai supplementari contro i viola (doppietta di Charles e autogol di Micheli): fu il primo double della storia bianconera (un record conseguito poi dal Grande Torino, dal Napoli, dalla Lazio e dall'Inter in tutta la storia del calcio italiano) e la seconda vincita della coccarda tricolore di fila, impresa mai riuscita prima a un club italiano.

La Vecchia Signora conquistò ancora uno scudetto nel 1960-1961 (con il record di Sívori, che segnò ben 6 reti nella storica vittoria per 9-1 contro l'Inter, in cui i nerazzurri schierarono per protesta la formazione Primavera),[53] vincendo 22 partite, segnando 80 gol (25 Sívori, 15 Charles, 13 Nicolè, 12 Mora) e ricevendo per prima volta la Coppa Campioni d'Italia.

Il periodo 1962-1967[modifica | modifica sorgente]

Alla loro terza partecipazione europea, i bianconeri arrivarono ai quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962 contro il Real Madrid: vittoria madridista per 0-1 a Torino e vittoria della Juve per 1-0, con rete di Sívori, a Madrid (prima vittoria di una squadra italiana nella capitale spagnola, nonché prima sconfitta interna merengue nella competizione). Lo spareggio venne giocato a Parigi e il Real vinse per 3-1.

La Juventus scende in campo contro il Real Madrid, in occasione della sfida di andata dei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962.

Nel 1962-1963 i bianconeri vinsero la Coppa delle Alpi, loro primo successo internazionale, con quattro vittorie in altrettante partite (in finale batterono l'Atalanta per 3-2) e, nel 1964-1965, la Coppa Italia, battendo l'Internazionale il 29 agosto in finale a Roma per 1-0 con gol di Menichelli. In quella stagione la Juventus perse la Coppa delle Fiere (antenata della Coppa UEFA) contro il Ferencváros (finale unica, 0-1 a Torino).

Analoga conclusione si ebbe nella stagione 1970-1971, ultima edizione della Coppa delle Fiere, contro il Leeds United, nonostante il doppio pareggio in finale: 2-2 a Torino e 1-1 a Leeds (questa fu la prima volta che il trofeo venne assegnato sulla base dei gol segnati in trasferta). In tale torneo la Juventus rimase imbattuta, cosa che si ripeterà nelle manifestazioni in ambito continentale nella Coppa delle Coppe 1983-1984 e nell'Europa League 2010-2011.

La Juve Operaia e il tredicesimo scudetto[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1966-1967 la Juventus, trasformata quell'anno in società per azioni,[54] conquistò il suo tredicesimo scudetto all'ultima giornata e ai danni dell'Inter, battuta per 1-0 con gol di Favalli nello scontro diretto del 7 maggio 1967, squadra che precedeva la cosiddetta Juve Operaia[55] di un solo punto: i nerazzurri persero per 1-0 a Mantova (con errore del portiere Giuliano Sarti), mentre i bianconeri batterono in casa la Lazio per 2-1, con gol di Bercellino I e Zigoni. Il presidente della società era Vittore Catella e l'allenatore era Heriberto Herrera, tecnico paraguaiano precursore del movimiento (primo esempio del cosiddetto calcio totale, poi sviluppato e perfezionato negli anni settanta dalla nazionale olandese di Johan Cruijff).[56] A causa di questa concezione atletica del calcio di "HH2", nel 1965 aveva lasciato la Juventus, per andare al Napoli, Omar Sívori.

La Juve Operaia del 1966-1967, forgiata dalla rigida disciplina tattica di Heriberto Herrera, che conquistò il 13º scudetto.

Nella Coppa dei Campioni della stagione successiva la Juventus, rafforzata dall'arrivo del tedesco Helmut Haller, arrivò alle semifinali del torneo, ma perse contro il Benfica di Eusébio (0-2 a Lisbona e 0-1 a Torino). Nella stagione 1969-1970 debuttò in prima squadra il giovane Giuseppe Furino, che giocherà con i bianconeri fino al 1983-1984, vincendo otto scudetti e risultando, assieme a Giovanni Ferrari e Ciro Ferrara, il calciatore italiano che ha vinto il maggior numero di campionati di lega, l'unico ad esservi riuscito indossando sempre la stessa maglia.

Gli anni settanta e ottanta[modifica | modifica sorgente]

L'era Boniperti (1971-1990)[modifica | modifica sorgente]

Il 13 luglio 1971 Giampiero Boniperti, dopo il lungo periodo trascorso in veste di giocatore, diventò presidente del club. Con Boniperti si aprì un lungo ciclo trionfale che coincise, come negli anni trenta, con i grandi successi della Nazionale italiana, guidata in questi anni da Enzo Bearzot.[57]

Sotto la sua gestione dirigenziale, la società vinse nove scudetti in quindici anni (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 e 1985-1986), tre Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983 e 1989-1990) e un totale di sei trofei a livello internazionale, tra loro tutte le competizioni a livello di club, sia confederali che il titolo mondiale, un'impresa mai accaduta prima nella storia del calcio.[4][58]

I cicli di Vycpálek (1971-1974) e Parola (1974-1976)[modifica | modifica sorgente]

La Juventus si classificò quarta nel campionato nazionale della stagione 1970-1971. Il 26 maggio di quell'anno morì a 36 anni, per un male incurabile, Armando Picchi, allenatore dei bianconeri da appena un anno. Nella stagione successiva la Juventus, già sotto la conduzione tecnica dell'ex giocatore cecoslovacco Čestmír Vycpálek e con l'apporto di alcuni elementi come Sandro Salvadore e la valorizzazione di giovani calciatori come Franco Causio (proveniente dal Lecce), Giuseppe Furino (cresciuto nelle divisioni minori bianconere, dal Palermo), Fabio Capello (dalla Roma), del libero (poi capitano bianconero) Gaetano Scirea e di Roberto Bettega (torinese prodotto del vivaio bianconero), vinse lo scudetto della stagione 1971-1972, in cui il girone d'andata fu un continuo alternarsi di squadre nelle prime posizioni, con un punto di vantaggio sul Milan.

Festeggiamenti per il 15º scudetto allo Stadio Olimpico di Roma il 20 maggio 1973, dopo la vittoria 2-1 contro la Roma.

Al termine della stagione 1972-1973 il club torinese vinse il suo 15º scudetto, avendo la meglio su Lazio e Milan. La società lombarda si prese la rivincita in Coppa Italia battendo i bianconeri in finale ai calci di rigore. Nella stessa stagione raggiunsero per la prima volta nella loro storia la finale di Coppa dei Campioni, perdendo a Belgrado contro l'Ajax per 0-1.

Il 28 novembre di quell'anno la Juventus (che prese il posto del rinunciatario Ajax) perse a Roma anche la Coppa Intercontinentale contro l'Independiente: 0-1 contro i "diavoli rossi" di Avellaneda, con rigore fallito da Cuccureddu quando la gara era ancora sullo 0-0. Per di più, i dirigenti bianconeri avevano trovato l'accordo con gli argentini per disputare la finale in un'unica partita allo Stadio Olimpico di Roma.

Nel 1974, dopo il Mondiale in Germania, iniziò un nuovo ciclo di grandi risultati per la Nazionale del C.T. Enzo Bearzot: quattro anni dopo, al Campionato del mondo 1978 in Argentina, l'Italia arrivò quarta, avendo nelle file complessivamente nove giocatori bianconeri: Dino Zoff, Antonio Cabrini, Claudio Gentile, Gaetano Scirea, Romeo Benetti, Antonello Cuccureddu, Franco Causio, Marco Tardelli e Roberto Bettega. In seguito, al campionato mondiale in Spagna, sei giocatori bianconeri del cosiddetto Blocco-Juve.[59][60][61]

Allenata dall'ex-campione bianconero Carlo Parola, nella stagione 1973-1974 la Juve si classificò seconda in Serie A, alle spalle della Lazio, e raggiunse il Girone finale di Coppa Italia. Nella stagione successiva, il club vinse lo scudetto, al termine di un duello con il Napoli, battuto per 6-2 al San Paolo il 15 dicembre e per 2-1 al Comunale di Torino il 6 aprile; la squadra arrivò fino alle semifinali della Coppa UEFA, dalla quale uscì in seguito alla doppia sconfitta col Twente.

Nel campionato successivo, invece, non fu sufficiente un girone di andata da record (26 punti su 30 ottenuti), poiché lo scudetto fu vinto dal Torino.

Il decennio Trapattoni, la conquista dell'Europa e del mondo (1976-1986)[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Trapattoni, divenuto in bianconero l'unico allenatore capace di vincere tutte le maggiori competizioni UEFA per club.

L'anno seguente, Parola fu sostituito da Giovanni Trapattoni, all'epoca trentasettenne e con alle spalle solo un biennio di conduzione tecnica, nel Milan, club nel quale era stato anche giocatore.

Biennio 1976-1978: due scudetti e la vittoria della Coppa UEFA[modifica | modifica sorgente]
« Nella capitale della Biscaglia, la Juventus rappresentava l'Italia, anche in tribuna stampa ci siamo sentiti tutti bianconeri. »
(Elio Domeniconi, Guerin Sportivo, maggio 1977.[62])

Al primo anno di Trapattoni, la Juventus vinse lo scudetto della stagione 1976-1977, conteso ai campioni uscenti del Torino fino all'ultima giornata: la Juventus prevalse alla fine con 51 punti, frutto di 23 vittorie, 5 pareggi e 2 sconfitte (record per la Serie A a sedici squadre), contro i 50 del Torino.

Quattro giorni prima di vincere il suo 17º scudetto, la Juventus si aggiudicò anche la sua prima competizione internazionale, la Coppa UEFA, al termine di una doppia finale disputata contro gli spagnoli dell'Athletic Club Bilbao (1-0 all'andata, 1-2 al ritorno).

Roberto Bettega in elevazione contro la difesa dell'Athletic Bilbao, nel corso della finale d'andata della Coppa UEFA 1976-1977.

Con il supporto di Pietro Paolo Virdis, acquistato dal Cagliari, la Juventus conquistò il suo secondo tricolore con­secutivo con cinque punti di vantaggio sul Lanerossi Vicenza.

Nella stessa annata, i bianconeri arrivarono fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, perdendo ai supplementari con il Club Brugge.

Il triennio 1979-1981 e l'apertura delle frontiere ai calciatori stranieri[modifica | modifica sorgente]

Gli anni settanta si chiusero con un'altra Coppa Italia, la sesta, nel 1978-1979, con la vittoria in finale sul Palermo (gol di Brio e Causio) per 2-1 dopo i tempi supplementari.

Nella stagione successiva la squadra giunse fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, sconfitta nel doppio confronto dai londinesi dell'Arsenal (1-1 e 0-1); nella squadra inglese giocava l'irlandese, Liam Brady, che nel mercato estivo di quell'anno, il primo aperto dopo molti anni ai calciatori stranieri, fu acquistato proprio dal club bianconero e vinse, nel biennio successivo, due scudetti consecutivi; quello del 1980-1981, il 19º, fu vinto dopo un testa a testa con la Roma e le polemiche susseguenti un gol non convalidato al giallorosso Maurizio Turone nello scontro diretto disputatosi a Torino il 10 maggio 1981 e finito 0-0.[63]

Biennio 1981-1983: lo scudetto della seconda stella e la settima Coppa Italia[modifica | modifica sorgente]

L'anno successivo la Juventus vinse il 20º scudetto, ottenendo così la seconda stella, rimanendo l'unica squadra nel Paese ad aver raggiunto questo traguardo. In Coppa Italia e Coppa dei Campioni, tuttavia, la squadra fu eliminata dopo i primi turni.

Gaetano Scirea, capitano e colonna difensiva dell'undici juventino a metà degli anni ottanta.

In quegli anni giunsero alla società nuovi giocatori come i giovani Paolo Rossi, capocannoniere della coppa del mondo di Spagna nonché Pallone d'oro 1982. Durante il campionato del mondo in Spagna si distinsero altri due giocatori che proprio quell'estate erano arrivati alla Juventus, ovvero il polacco Zbigniew Boniek, ingaggiato dal Widzew Łódź, e il francese Michel Platini, all'epoca in scadenza di contratto presso il suo club in Francia, il Saint-Étienne, le cui Nazionali erano giunte rispettivamente al terzo e quarto posto di quel mondiale.

Nella stagione 1982-1983 la squadra vinse la Coppa Italia (per la settima volta) battendo in finale l'Hellas Verona, e il Mundialito per club. Giunse inoltre alla sua seconda finale di Coppa dei Campioni contro l'Amburgo, perdendo per 1-0.

Biennio 1983-1985: l'accoppiata scudetto-Coppa delle Coppe e il Grande Slam[modifica | modifica sorgente]

Dopo un interregno della Roma (campione d'Italia 1982-1983), la Juventus vinse il campionato 1983-1984 e colse la sua seconda affermazione internazionale ufficiale, vincendo a Basilea la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto per 2-1.

Zbigniew Boniek esulta per la sua doppietta che consegnò alla Juventus la Supercoppa UEFA 1984 ai danni del Liverpool.

La vittoria in Coppa delle Coppe diede alla Juventus il diritto di sfidare il Liverpool, vincitore della Coppa dei Campioni, nella Supercoppa UEFA, che fu disputata in gara unica a Torino nel gennaio 1985 e vinta dai bianconeri per 2-0 con doppietta di Boniek; a Bruxelles, il 29 maggio 1985, infine, la Juventus si laureò campione d’Europa, ancora di fronte al Liverpool, al termine di un incontro vinto per 1-0 (Platini su rigore), oscurato dagli eventi accaduti allo stadio Heysel mezz'ora prima dell'incontro.

Con la vittoria in Coppa dei Campioni, la Juventus divenne il primo club europeo a vincere tutte le tre maggiori manifestazioni organizzate dall'UEFA.[64]

Stagione 1985-1986: il 22º scudetto[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 1985-1986 i bianconeri conquistarono un altro scudetto, grazie a un'iniziale sequenza di 8 vittorie consecutive iniziali e 26 punti su 30 ottenuti nel girone di andata (entrambi record), e conquistarono anche la loro prima Coppa Intercontinentale, l'8 dicembre 1985 a Tōkyō (Giappone) battendo ai calci di rigore (2-2 dopo i supplementari) i campioni sudamericani dell'Argentinos Juniors,[65] divenendo così il primo e l'unico club al mondo a vincere tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale.[4][5]

Sulla fine della stagione 1985-1986 chiuse il decennio di Trapattoni: durante la sua gestione, la società vinse un totale di sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le coppe internazionali.[4] Inoltre, Antonio Cabrini, Gaetano Scirea e Marco Tardelli divennero i primi calciatori europei ad aver vinto tutte e tre le principali competizioni UEFA per club e, ulteriormente, i primi giocatori al mondo ad aver vinto sia tutte le competizioni internazionali a livello di club cui presero parte sia la Coppa FIFA e l'allenatore Trapattoni, chi nel frattempo passò ad allenare l'Internazionale, il primo e unico a livello continentale ad aver vinto tutte le competizioni a livello di club in cui ha partecipato (tutte con lo stesso club).

Le Roi Michel Platini, vincitore per tre volte consecutive del Pallone d'oro (nel triennio 1983, 1984 e 1985) durante i suoi cinque anni in bianconero.

Il 12 luglio 1988 a Ginevra (Svizzera), in occasione del sorteggio delle competizioni europee della stagione 1988-1989, l'allora presidente della confederazione calcistica europea, Jacques Georges, conferì la Targa UEFA alla Juventus, rappresentata dall'allora presidente Giampiero Boniperti, in ragione del primato conseguito in campo continentale.[66]

Il rinnovamento nel periodo 1986-1990[modifica | modifica sorgente]

Con Rino Marchesi sulla panchina, la Juventus iniziò la stagione 1986-1987 con una vittoria 2-0 a Udine contro l'Udinese. La stagione terminò con il sorpasso all'Inter, in extremis, per il secondo posto, con 39 punti, 3 in meno della capolista Napoli, vincitrice del campionato. In Coppa dei Campioni, invece, i bianconeri furono eliminati agli ottavi dal Real Madrid: persa l'andata in trasferta per 1-0, al Comunale di Torino la Juve si impose per 1-0 grazie a un gol di Cabrini. La sfida proseguì ai calci di rigore dove i bianconeri persero 3-1. Michel Platini, al termine della stagione, decise di lasciare il calcio giocato all'età di 32 anni.

L'allenatore Dino Zoff e il capitano bianconero Stefano Tacconi posano con la Coppa UEFA 1989-1990, vinta nella finale tutta italiana con la Fiorentina.

Nella stagione successiva la Juventus concluse 6ª in classifica con 31 punti, e poté accedere alla Coppa UEFA dopo lo spareggio-derby contro il Torino (0-0 dopo i tempi supplementari, 4-2 ai rigori).

Quella del 1988-1989 portò Dino Zoff come allenatore e Alessandro Altobelli come nuovo centravanti per sostituire Ian Rush, comprato l'anno precedente. Zoff diede alla squadra continuità e gioco, grazie anche ai nuovi innesti Rui Barros, Giancarlo Marocchi, Roberto Galia e Oleksandr Zavarov, pur senza lottare per lo scudetto, che venne vinto dall'Inter dei record. Alla fine la squadra giungerà 4ª dietro ai nerazzurri, al Milan e al Napoli.

L'annata 1989-1990 iniziò male: il 3 settembre 1989 perì, in un incidente stradale a Babsk, in Polonia, Gaetano Scirea (36 anni), per anni libero, capitano e simbolo della squadra, recordman di presenze in maglia bianconera fino al 2008, diventato poi osservatore per la società. La squadra bianconera, ancora sotto la guida di Zoff e con un team che aveva come prima punta Totò Schillaci, finì il campionato di quell'anno ancora al 4º posto, così come nella stagione precedente. I bianconeri conquistarono comunque l'8ª Coppa Italia battendo in finale il Milan dopo un pareggio per 0-0 a Torino e la vittoria per 1-0 a Milano (gol di Galia), e poi vinsero anche la Coppa UEFA in una doppia finale – per la prima volta nella storia delle competizioni europee, tra due club italiani[67] – contro la Fiorentina (3-1 a Torino, con gol di Galia, Casiraghi e De Agostini, e 0-0 sul campo neutro di Avellino). Questi furono i primi trofei vinti dopo tre stagioni senza titoli. La finale di UEFA fu l'ultima partita di Sergio Brio, titolare in difesa per dodici anni e capitano dopo il ritiro di Scirea del 1988.

Nel frattempo, il 5 febbraio 1990, mentre si inaugurava lo Stadio delle Alpi, costruito per ospitare il Campionato mondiale di calcio 1990, l'avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano prese il posto di Giampiero Boniperti alla presidenza della società.

Gli anni novanta[modifica | modifica sorgente]

La scommessa di Maifredi (1990-1991)[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione successiva Zoff lasciò il posto all'allenatore Gigi Maifredi, il quale, dopo l'arrivo di nuovi giocatori come Roberto Baggio, Thomas Häßler, Júlio César da Silva e Paolo Di Canio, perse subito la Supercoppa italiana contro il Napoli per 1-5, e non riuscì a portare la squadra (3ª dopo il girone d'andata) oltre il 7º posto finale in campionato, perdendo 0-2 all'ultima giornata in casa del Genoa. In Coppa delle Coppe la squadra fu eliminata in semifinale dal Barcellona, con Baggio capocannoniere della competizione. Così, dopo ventinove anni (l'ultima volta era stata nel 1961-1962), la Juventus non si qualificò per alcuna competizione internazionale.

Il secondo ciclo di Trapattoni (1991-1994)[modifica | modifica sorgente]

Roberto Baggio solleva la Coppa UEFA 1992-1993; grande protagonista dell'affermazione continentale, il capitano bianconero verrà premiato a fine anno con Pallone d'oro e FIFA World Player.

L'avventura di Maifredi sulla panchina della Juventus durò un anno, così nella stagione 1991-1992 Trapattoni venne richiamato ad allenare i bianconeri. Con lui in panchina la squadra perse la finale di Coppa Italia contro il Parma e si piazzò seconda in campionato.

Nella stagione 1992-1993, dopo aver acquistato il tedesco Andreas Möller, Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, la squadra vinse per la terza volta la Coppa UEFA battendo per 3-1 in Germania (Dino Baggio e doppietta di Roberto Baggio) e per 3-0 a Torino (due gol di Dino Baggio e Möller) il Borussia Dortmund, con un punteggio complessivo di 6-1, record della manifestazione e dei tornei gestiti dall'UEFA. In quel torneo la squadra segnò 32 reti, per un totale di 106 nell'intera stagione. In campionato, invece, la Juventus si classificò al 4º posto, vincendo in casa del Milan il 18 aprile con doppietta di Möller e segnatura di Roberto Baggio. Al termine dell'anno solare, il Divin Codino venne premiato col Pallone d'oro.

Nel 1993-1994 debuttarono con la maglia bianconera Angelo Di Livio e Alessandro Del Piero, quest'ultimo simbolo della Juventus (oltre che capitano) per quasi un ventennio. La squadra terminò il campionato al 2º posto, staccata di tre punti dal Milan.

L'era Lippi e i nuovi successi nazionali e internazionali (1994-1999)[modifica | modifica sorgente]

(EN)
« At the end of the last millennium, Juventus dominated European club football. Blending power and panache, the Bianconeri won everything. And if they didn't win it, they were usually runners-up. »
(IT)
« Alla fine dello scorso millennio, la Juventus dominava il calcio europeo per club. Combinando potenza ed eleganza, i bianconeri hanno vinto tutto. E quando non vincevano, di solito arrivavano secondi. »
(Sheridan Bird, Champions Magazine, 2008.[68])

Nel 1994 ci fu l'avvento della cosiddetta Triade, composta dal direttore generale Luciano Moggi, dall'amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente, ed ex giocatore juventino, Roberto Bettega alla guida della dirigenza sportiva ed economico-finanziaria dal 1994 fino al 2006. Come allenatore fu scelto Marcello Lippi, che sedette sulla panchina bianconera a partire dalla stagione 1994-1995.

Biennio 1994-1996: il secondo double e la vittoria della Champions League[modifica | modifica sorgente]

Alessandro Del Piero solleva la Champions 1995-1996 appena vinta ai rigori contro l'Ajax.

Nel 1994-1995 la Juventus tornò alla conquista del titolo nazionale, il 23º, con 96 reti in tutta la stagione e dieci punti di vantaggio sulla Lazio e sul Parma in campionato (record di squadra nei campionati con 3 punti a vittoria). La squadra vinse anche la sua nona Coppa Italia sul Parma, realizzando così la seconda "doppietta" della sua storia. In Coppa UEFA perse la finale a opera del Parma (0-1 al Tardini e 1-1 nel ritorno giocato a Milano). Il terzino sinistro Andrea Fortunato morì per una grave forma di leucemia il 25 aprile 1995.[69]

L'anno successivo la Juventus raggiunse il secondo posto in Serie A a otto punti di distanza dal Milan e conquistò la Supercoppa Italiana contro il Parma, per 1-0 al Delle Alpi il 17 gennaio 1996. Con questo trofeo la Juventus divenne il primo club a vincere le tre competizioni nazionali nello stesso anno.

La quadra concluse l'annata con la vittoria della Champions League (ex Coppa dei Campioni), che venne vinta il 22 maggio 1996 nella finale di Roma contro l'Ajax, battendolo 5-3 ai calci di rigore dopo che i tempi supplementari si erano conclusi sul 1-1.

Stagione 1996-1997: i trionfi del centenario[modifica | modifica sorgente]

La Juventus Football Club festeggiò nel 1997 i cento anni della sua fondazione istituzionale: allo scopo di celebrare questa ricorrenza, la società e le autorità della città di Torino organizzarono una serie di manifestazioni denominate Juvecentus (1897-1997; Cento anni di Juve). Dal 22 al 27 maggio 1997 venne presentata al Lingotto l'attività editoriale, multimediale e filatelica della società bianconera. In occasione del centenario della Juventus fu programmata la c.d. Coppa del Centenario-Trofeo Repubblica di San Marino contro gli inglesi del Newcastle (la Juventus indossò una divisa che ricordava il colore della divisa storica della società), disputata allo Stadio Comunale La Fiorita di Cesena il 3 agosto.[70] A fianco di questa iniziativa venne realizzata la Mostra del Centenario, ad illustrare l'origine e l'evoluzione del club, e creato un fanclub con più di 10.000 membri.

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Il giudizio sull'abuso di farmaci

Nell'estate del 1998, Zdeněk Zeman, all'epoca allenatore della Roma, lanciò un allarme a proposito di un supposto eccessivo ricorso ai farmaci da parte delle società di calcio. Incalzato dalla stampa, l'allenatore boemo citò ad esempio i giocatori juventini Gianluca Vialli e Alessandro Del Piero. Sulla base di queste dichiarazioni, il procuratore di Torino Raffaele Guariniello aprì un'inchiesta che portò ad un lungo procedimento processuale a carico della Juventus e che vedrà imputati Riccardo Agricola (medico sociale) e Antonio Giraudo (amministratore delegato).

Nella sentenza di primo grado del processo penale iniziato il 31 gennaio 2002 venne ravvisato il comportamento irregolare del medico Riccardo Agricola, il quale fu condannato a 1 anno e 10 mesi, sospesi condizionalmente, «per frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute» e somministrazione di eritropoietina – argomento introdotto nelle imputazioni il 28 giugno 2004 – in base ai valori sanguigni dei calciatori bianconeri, nonostante i risultati negativi riscontrati in tutti i controlli antidoping,[71] mentre non si ravvisarono reati per Antonio Giraudo, che venne pienamente assolto. Inoltre, durante il processo in primo grado non emersero prove che confermassero la responsabilità diretta della società nella vicenda.[72]

Nell'aprile 2005, la pubblica accusa ricorse contro la sentenza di primo grado, che venne ribaltata in secondo grado. La Corte d'appello di Torino confermò, il 14 dicembre del citato anno, il verdetto assolutorio per Giraudo «per non avere commesso il fatto» e annullò la sentenza di condanna per Agricola, assolvendolo dal reato di frode sportiva (somministrazione di eritropoietina) per cui fu inizialmente processato «perché il fatto non sussiste», in quanto il presunto acquisto di EPO e/o la sua somministrazione – divenuta l'accusa principale del processo penale – non era stato provato, e dalla somministrazione delle medicinali non vietate «perché il fatto non costituisce reato».[73] Su questo punto, la Corte d'appello sancì che i farmaci somministrati ai calciatori della Juventus non rappresentavano doping e che la somministrazione di sostanze lecite atta a migliorare le prestazioni sportive non poteva (in generale, e quindi a prescindere dal club e il suo medico) essere giudicata come tale in base della legislazione in vigore all'inizio dell'inchiesta della procura (L. 401/1989 sul calcio scommesse).[73]

La procura di Torino ricorse allora alla cassazione contro la sentenza di secondo grado, ritenendo «erronea» l'interpretazione e l'applicazione delle norme di diritto che motivarono la sentenza di assoluzione. Il 29 marzo 2007, infine, la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione confermò la sentenza di assoluzione con ampia formula del secondo grado di giudizio a Giraudo e l'assoluzione, per quanto riguarda la frode sportiva (somministrazione di eritropoietina) ad Agricola, concludendo che nel periodo indagato non era stato accertato alcun tipo di positività a sostanze dopanti da parte dei calciatori bianconeri, i cui valori ematologici medi erano simili alla media della popolazione nazionale, e che l'acquisto e/o somministrazione di EPO agli atleti della società non è stato ritenuto provato da nessun atto del processo.[74]

Venne dichiarata invece l'inammissibilità del ricorso del Procuratore Generale,[74] ma accolto il ricorso della procura, che annullò in parte qua[75] la sentenza di secondo grado per la somministrazione, a carico del medico sociale, di medicinali non vietate diversi dall'eritropoietina, in quanto, pur non essendo all'epoca ancora in vigore la legge sul particolare – introdotta il 14 dicembre 2000 –, fu ritenuto che la somministrazione eccessiva di farmaci (o uso in condizioni off-label) potesse costituire una violazione della L.401/1989, l'unica applicabile al periodo indagato.[76] La corte, dopo sancire che l'esito in secondo grado, pur ribaltando l'esito in primo grado, non considerò alcuni argomenti trattati in quel processo, tra le quali le dichiarazioni dei propri atleti,[77] giudicò la necessità di svolgere un nuovo processo per confermare tale ipotesi poiché nel frattempo le liste di farmaci consentiti era stata modificata,[78] il quale non ebbe luogo per la prescrizione della accusa in oggetto dal 12 febbraio 2007.[75]

Anche sul piano sportivo il procedimento disciplinare, a suo tempo instaurato dalla Procura Antidoping nei confronti di Agricola per la somministrazione di farmaci, iniziò con un'indagine della Procura della Repubblica di Torino, finalizzata nell'assoluzione emessa dall'Ufficio di Procura Antidoping del CONI il 25 luglio 2000, in quanto l'uso dei farmaci erano in regola con l'allora regolamento antidoping e non furono riscontrati indizi di un presunto « doping ematico ».[71]

Il processo sportivo è stato riaperto dopo la sentenza in primo grado del processo penale. Il 26 aprile 2005, la Camera di Arbitraggio dello Sport, su richiesta presentata dalla Commissione Scientifica Antidoping del CONI il 7 marzo dello stesso anno, sancì che «l'uso di sostanze farmacologiche che non sono espressamente proibite dalla legge sportiva, e che non possono essere considerate come sostanze simili o associate a quelle espressamente proibite non può essere sanzionato con provvedimenti disciplinari».[79][80] Su questa sentenza, il processo sportivo si concluse con l'assoluzione emessa in primo grado dalla Commissione Disciplinare l'11 novembre 2005, decisione confermata ulteriormente sia dalla Commissione di Appello Federale il 5 ottobre 2006 che dal Giudice di Ultima Istanza in materia di doping il 19 gennaio 2007.[81]

La stagione 1996-1997 fu inaugurata con una nuova vittoria, nella doppia finale di Supercoppa UEFA contro il club vincitore della Coppa delle Coppe, il Paris Saint-Germain (6-1 in trasferta all'andata e 3-1 a Palermo nel ritorno): il 9-2 complessivo è lo scarto più grande mai raggiunto nelle finali UEFA. In seguito, il 26 novembre 1996 a Tokyo, la squadra conquistò anche la seconda Coppa Intercontinentale contro i campioni sudamericani del River Plate.

Il 24º scudetto della storia bianconera venne conquistato con 65 punti, mentre in Champions League la squadra perse poi per 1-3 la finale giocata a Monaco di Baviera, il 28 maggio 1997, contro il Borussia Dortmund.

Biennio 1997-1999[modifica | modifica sorgente]

L'anno successivo la squadra vinse la Supercoppa Italiana sul Vicenza per 3-0, quindi a fine stagione arrivò il 25º scudetto con 5 punti di vantaggio sull'Inter. Nella terza finale consecutiva di Champions League, giocata ad Amsterdam il 25 maggio 1998, la Juve cedette per 0-1 al Real Madrid; Del Piero si aggiudicò il titolo di capocannoniere della manifestazione con 10 reti.

Zinedine Zidane, fantasista juventino dal 1996 al 2001, periodo nel quale vinse un Pallone d'oro (1998) e due FIFA World Player (1998 e 2000).

La stagione 1998-1999 partì con la sconfitta (1-2) della squadra nella Supercoppa Italiana contro la Lazio. In Champions League i bianconeri sfiorarono la quarta finale consecutiva perdendo in semifinale contro il Manchester United. Dopo la sconfitta per 4-2 contro il Parma a metà del girone di ritorno Lippi si dimise e fu sostituito da Carlo Ancelotti, che conduce la squadra al settimo posto qualificandosi per la Coppa Intertoto, dopo spareggio con l'Udinese.

Il ventunesimo secolo[modifica | modifica sorgente]

Il biennio di Ancelotti (1999-2001)[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 1999, sotto la guida di Ancelotti, i bianconeri vinsero la Coppa Intertoto dell'UEFA, riconvalidando così il suo record di aver vinto tutte le competizioni ufficiali in ambito internazionale,[4] che garantì il diritto alla partecipazione alla Coppa UEFA (dove la Juve non andò oltre gli ottavi, uscendo sconfitta contro il Celta de Vigo). Lo scudetto fu perso all'ultima giornata contro il Perugia, con la Lazio che si laureò campione d'Italia sorpassando gli juventini.

Nella stagione successiva (2000-2001) la Juventus concluse il campionato al secondo posto alle spalle della Roma.

Il secondo ciclo di Lippi e l'ingresso in Borsa (2001-2004)[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 2001 Ancelotti fu sostituito con Marcello Lippi, che ritornò ad allenare il club bianconero e la Juventus vinse il suo 26º scudetto all'ultima giornata, il 5 maggio 2002, ai danni dell'Inter.

Il 20 dicembre 2001 la Juventus entrò in Borsa,[82] compiendo un nuovo importante passo nell'evoluzione da società calcistica civile a entertainment and leisure group: nei primi anni del XXI secolo, con oltre duecento milioni di euro di fatturato, la Juventus era la terza società calcistica per ricavi in Europa dopo Manchester United e Real Madrid.

Nella stagione 2002-2003, dopo la vittoria per 2-1 della terza Supercoppa Italiana contro il Parma, con due giornate d'anticipo i bianconeri si aggiudicarono il 27º scudetto, il quale fu dedicato alla memoria dell'Avvocato Gianni Agnelli, scomparso a causa di un cancro alla prostata il 24 gennaio di quell'anno, e raggiunsero la settima finale di Champions League della storia juventina perdendo ai tiri di rigore per 2-3 contro il Milan, dopo che la partita si era conclusa a reti bianche.

Il 15 luglio 2003 venne siglato l'accordo con il Comune di Torino per l'acquisizione del diritto di superficie per 99 anni dello Stadio delle Alpi, in modo che la società lo potesse gestire direttamente. Il 3 agosto la squadra si recò negli Stati Uniti d'America per giocare la Supercoppa italiana (che inaugurò la stagione 2003-2004) contro il Milan, vincendo ai tiri di rigore (1-1 dopo i tempi supplementari). Durante la trasferta americana, un altro lutto colpì la società: la scomparsa del presidente Vittorio Caissotti di Chiusano; al suo posto venne nominato Franzo Grande Stevens, vicepresidente FIAT, che restò in carica per due anni.

Il fuoriclasse ceco Pavel Nedvěd (Pallone d'oro 2003), giocatore della Juventus negli anni duemila e poi dirigente del club.

In Champions League i bianconeri furono eliminati dal Deportivo La Coruña negli ottavi di finale (0-1 e 0-1), persero poi la doppia finale di Coppa Italia contro la Lazio di (0-2 a Roma e 2-2 a Torino) e finirono terzi in campionato. La vittoria per 7-0 sull'Olympiacos è la più netta della squadra nella competizione e, ex aequo, nei tornei gestiti dall'UEFA; fino alla disputa della Champions League 2007-2008 è stato il risultato più pesante della storia della competizione. Alla fine dell'annata la società fu colpita da un altro lutto: il 27 maggio 2004 morì di cancro ai polmoni Umberto Agnelli, già presidente del club juventino.

Dal biennio con Capello allo scandalo Calciopoli (2004-2006)[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 2004 la squadra venne affidata a Fabio Capello. Il 21 maggio, grazie al pareggio nell'anticipo tra Milan e Palermo, la Juventus si laureò campione d'Italia, conquistando alla fine del torneo 86 punti, sette in più del Milan. In Champions League la squadra venne eliminata nei quarti di finale a opera del Liverpool.

Nel campionato 2005-2006 batté il record storico di vittorie consecutive all'inizio del campionato, nove, che sommate alla vittoria per 4-2 contro il Cagliari nella giornata di chiusura del torneo precedente compongono la serie di trionfi in fila più lunga nel campionato a girone unico, a pari merito con quella della stagione 1931-1932. Stabilì il record di punti in totale (91) e in un solo girone (52 punti solo all'andata: 17 vittorie, un pareggio e una sconfitta). Perse una sola partita in campionato, cosa mai riuscita nei campionati a venti squadre, in casa del Milan per 3-1 il 30 ottobre; tale gara sarà l'ultima persa nei campionati a girone unico per quasi due anni, fino alla sconfitta di Mantova del 13 gennaio 2007, per un totale di 46 gare in serie positiva; la squadra si aggiudicò il 29º scudetto battendo il 14 maggio la Reggina per 2-0. Per tutta l'"era Capello", la Juventus fu sempre capolista della Serie A (76 giornate, record nazionale).[83]

Perse la Supercoppa Italiana contro l'Inter per 0-1 ai tempi supplementari, il 20 agosto. In Champions League, invece, la Juventus fu eliminata nei quarti di finale dagli inglesi dell'Arsenal.

Alla fine dello stesso anno la società rimase coinvolta in Calciopoli: la sentenza di primo grado costò la revoca dello scudetto 2004-2005, la non assegnazione dello scudetto 2005-2006 (in seguito assegnato all'Inter)[84] e la retrocessione in Serie B, con una penalizzazione finale di 9 punti.[85] Moggi presentò le sue dimissioni alla Juventus subito dopo l'ultima giornata del campionato, seguito pochi giorni dopo da Giraudo e dal presidente Grande Stevens. Quindi il consiglio d'amministrazione della società venne sciolto e ricomposto a fine giugno con nuovi elementi scelti dagli azionisti, tra cui l'ex calciatore bianconero Marco Tardelli e l'allenatore della Nazionale italiana di pallavolo Gian Paolo Montali; vennero nominati presidente Giovanni Cobolli Gigli, direttore sportivo Alessio Secco e amministratore delegato Jean-Claude Blanc.[86]

Il ritorno in Serie A e gli anni senza vittorie (2006-2011)[modifica | modifica sorgente]

La stagione in Serie B (2006-2007)[modifica | modifica sorgente]

« Dopo essere tornati dai Mondiali [io, Del Piero, Buffon, Camoranesi e Nedvěd] ci siamo incontrati, in una delle sale di Vinovo. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo subito capiti. Eravamo parte di una grandissima squadra, tutti ci sentivamo legati alla società e dovevamo riportarla subito in Serie A. Sono orgoglioso di essere rimasto e di aver contribuito a quell'impresa. »
(David Trezeguet, 2014[87])
Una fase di gioco di Rimini-Juventus del 9 settembre 2006, esordio dei bianconeri in Serie B.

Il 10 luglio arrivò sulla panchina bianconera Didier Deschamps, già centrocampista della Juve nella seconda metà degli anni novanta. Dopo 36 partite del campionato cadetto, nonostante la penalizzazione di 9 punti, la squadra si trovò in testa alla classifica di Serie B e, rimanendo sempre tra le prime posizioni della serie cadetta, il 19 maggio 2007, dopo la vittoria per 5-1 in trasferta ad Arezzo, raggiunse la matematica promozione in Serie A, con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato.

Il 26 maggio, vincendo in casa per 2-0 contro il Mantova, ottenne matematicamente il primo posto nella serie cadetta. La stessa sera Deschamps risolse consensualmente il contratto con la società e la panchina venne affidata fino al termine del campionato all'allenatore in seconda Giancarlo Corradini. Il 4 giugno venne ufficializzato il nome del nuovo allenatore, Claudio Ranieri, che iniziò la sua avventura sulla panchina bianconera il 1º luglio 2007.

Il biennio Ranieri e la gestione Ferrara-Zaccheroni (2007-2010)[modifica | modifica sorgente]

Sotto la guida tecnica di Claudio Ranieri, il ritorno della Juventus in Serie A avviene ufficialmente il 25 agosto 2007 contro il Livorno (partita terminata con risultato di 5-1 in favore dei bianconeri). A fine stagione arriva terza in campionato e si ferma ai quarti di Coppa Italia, eliminata dall'Inter.

Nel 2008-2009 la Juventus affronta nel preliminare di Champions League gli slovacchi dell'Artmedia Bratislava, ritornando a partecipare, dopo due anni di assenza, alle competizioni UEFA per club.[88] La squadra, dopo aver vinto il proprio girone, arriva fino agli ottavi di finale dove è eliminata dal Chelsea, finalista dell'edizione precedente. Nel finale di campionato Ranieri viene esonerato e sostituito da Ciro Ferrara, che conduce la squadra al secondo posto. In Coppa Italia i bianconeri vengono eliminati in semifinale dalla Lazio.

Claudio Marchisio, dal vivaio bianconero alla rinascita juventina negli anni duemiladieci, dopo l'opaco lustro post-Calciopoli.

Nel 2009-2010 la squadra bianconera viene eliminata dalla Champions League nell'ultima giornata della fase a gironi, stabilendo il record negativo di marcature subite in casa nelle coppe europee.[89] A gennaio i bianconeri sono eliminati dall'Inter (1-2) ai quarti di finale di Coppa Italia. Per la squadra è la nona sconfitta nelle ultime dodici gare, quella fatale per Ferrara, che viene esonerato; gli subentra Alberto Zaccheroni con un contratto fino a giugno. La squadra viene eliminata anche dall'Europa League agli ottavi di finale dal Fulham, chiudendo il campionato al settimo posto in campionato, 15 sconfitte – record negativo della squadra in un torneo a 20 squadre per un totale di 19 nel corso della stagione – e 56 gol subiti, che eguaglia la cifra ottenuta nel 1961-1962,[89] qualificandosi al terzo turno preliminare di Europa League.

Il nuovo decennio[modifica | modifica sorgente]

2010: l'arrivo alla presidenza di Andrea Agnelli[modifica | modifica sorgente]

Al termine della stagione, a Jean-Claude Blanc subentra alla massima carica del club Andrea Agnelli, quarto esponente della celebre famiglia torinese proprietaria della Juventus.[90]

Sotto la nuova gestione Agnelli, l'8 settembre 2011 c'è l'inaugurazione dello Juventus Stadium, il nuovo impianto casalingo del club.[91] Sorto sulle ceneri del Delle Alpi, lo stadio è costruito sul modello dei catini inglesi, col pubblico raccolto e le tribune molto vicine al campo. La struttura è, inoltre, interamente di proprietà del club bianconero: la Juventus è la prima società di Serie A a portare a termine questo tipo di operazione immobiliare. Il 16 maggio 2012 c'è poi l'apertura del J-Museum, dedicato alla storia della società torinese e al suo legame con le vicende del Paese.[92] Realizzato nell'area dello Stadium, il museo raccoglie trofei, cimeli, maglie d'epoca, immagini storiche e memorabilia varia legata alla squadra bianconera, con l'interazione di tecnologie multimediali e audiovisive.[93][94]

Antonio Conte, 5 scudetti da giocatore e 3 da allenatore con la Juventus.

Nel frattempo sul versante prettamente sportivo, oltre al cambio dall'assetto societario, vengono nominati Giuseppe Marotta come direttore generale e Luigi Delneri come allenatore, ambedue provenienti dalla Sampdoria. La stagione 2010-2011 vede la squadra eliminata nella fase a gironi di Europa League; i bianconeri sono poi estromessi dalla Coppa Italia ai quarti di finale, mentre il campionato viene concluso nuovamente al settimo posto (la formazione torinese non terminava almeno due edizioni consecutive della Serie A al di sotto di tale piazzamento dal periodo tra il 1954 e il 1957).

L'era Conte (2011-2014)[modifica | modifica sorgente]

Stagione 2011-2012: il ritorno al successo e l'imbattibilità[modifica | modifica sorgente]

La stagione 2011-2012 vede l'arrivo in panchina di Antonio Conte, che getta le basi per il ritorno ai vertici della società.

Andrea Pirlo, tra i maggiori artefici del ritorno ai vertici del 2011-2012, ottiene il titolo di migliore calciatore assoluto AIC e l'inserimento nella squadra dell'anno UEFA.

In campionato i bianconeri occupano il vertice della classifica fin dalle prime giornate, posizione che cederanno solo poche volte nel corso del torneo: dopo un lungo testa a testa col Milan, il 6 maggio 2012 la Juventus torna a laurearsi campione d'Italia – non accadeva dalla stagione 2002-2003, se si escludono i successi cancellati da Calciopoli – vincendo il suo 28º scudetto (anche se la società lo considera come il suo 30º titolo);[95] il successo, arrivato con una giornata d'anticipo, è stato ottenuto senza aver mai perso una partita, eguagliando un record conseguito nella storia del girone unico solo dal Perugia nel 1978-1979 e dal Milan nel 1991-92; i bianconeri sono però i primi a siglare questo primato in un torneo a 20 squadre, stabilendo così il record nazionale d'imbattibilità stagionale in campionato.[96] L'imbattibilità viene persa nella gara dell'epilogo stagionale, cioè la finale di Coppa Italia in cui il Napoli s'impone per 2-0; questa sconfitta mette anche fine all'imbattibilità assoluta della squadra bianconera, che tra campionato e coppa termina dopo 43 partite utili consecutive (anch'esso record nazionale).[97]

È questa l'ultima stagione in maglia bianconera di Alessandro Del Piero, che dopo diciannove anni lascia la Juventus.

Stagione 2012-2013[modifica | modifica sorgente]

Nonostante il fresco ritorno al vertice, nell'estate del 2012 c'è lo scontro coi vertici di FIGC e Lega Serie A sulla possibilità di inserire una terza stella sulle maglie bianconere: la società torinese persevera infatti nel considerare lo scudetto 2011-2012 come il 30º della sua storia, contando nel palmarès anche i due titoli cancellati dalle sentenze di Calciopoli. La diversa posizione degli organi federali porta la Juventus alla decisione di rinunciare ad esporre sulle divise anche le due precedenti stelle acquisite, inserendo invece al loro posto la scritta «30 SUL CAMPO».[98] Per lo scandalo calcioscommesse l'allenatore Antonio Conte e il suo secondo Angelo Alessio vengono invece squalificati, rispettivamente per quattro e due mesi (a seguito dei ricorsi), per un'omessa denuncia inerente al loro periodo al Siena.[99] Durante questo periodo, è Massimo Carrera – ex bianconero, e già assistente di Conte – a sostituire ad interim i due tecnici sulla panchina della Juventus. Conte ritorna a sedersi in panchina il 9 dicembre 2012.[100]

Arturo Vidal, tra i protagonisti dell'annata 2012-2013:[101] il cileno è il top scorer dei torinesi, andando a segno in tutti i tornei disputati da Madama.[102]

La squadra fa il suo esordio ufficiale l'11 agosto 2012 allo Stadio nazionale di Pechino, per la finale di Supercoppa italiana contro il Napoli, superando i partenopei per 4-2 ai supplementari e mettendo in bacheca la sua 5ª Supercoppa nazionale, successo che mancava dall'edizione del 2003. La stagione segna anche il ritorno dei bianconeri, dopo due anni d'assenza, in Champions League. In campionato, il 3 novembre la formazione bianconera è sconfitta 1-3 allo Juventus Stadium dall'Inter, mettendo fine alla sua imbattibilità assoluta e casalinga (rispettivamente dopo 49 e 25 partite, record nei tornei a 20 squadre);[103] il 25 dello stesso mese il club torinese perde anche la sua imbattibilità esterna (dopo 25 incontri, altro record), a seguito dello 0-1 subito al Meazza dal Milan.[104] A fine gennaio la squadra manca l'approdo alla seconda finale consecutiva di Coppa Italia, uscendo in semifinale per mano della Lazio. In Champions League la squadra fa invece strada fino ai quarti di finale, dov'è estromessa dal Bayern Monaco. Nonostante la battuta d'arresto in campo europeo, in campionato la Juventus prosegue con discreta tranquillità la sua marcia in vetta alla classifica, e il 5 maggio 2013 arriva il 29º titolo italiano, il secondo consecutivo, conquistato con tre turni d'anticipo.[105][101]

Stagione 2013-2014: lo scudetto dei record[modifica | modifica sorgente]

Carlos Tévez, trascinatore della Juve al 30º titolo nazionale.[106]

La nuova stagione si apre ufficialmente per la Juventus il 18 agosto 2013, con il secondo successo consecutivo in Supercoppa italiana: questa volta, a differenza di quanto accaduto dodici mesi prima, la vittoria del trofeo è nettamente più agevole per i bianconeri, che allo Stadio Olimpico di Roma superano facilmente la Lazio per 4-0; con questa vittoria, i torinesi salgono inoltre in testa alla classifica dei plurivincitori nella manifestazione (appaiando il Milan) con sei Supercoppe.[107]

Meno fortunata è l'esperienza in Champions League dove, inserita in un girone con Real Madrid, Galatasaray e Copenaghen, la Juventus non va al di là del terzo posto e viene eliminata al primo turno, scalando contestualmente in Europa League.[108] Nella seconda manifestazione continentale i piemontesi offrono un cammino migliore, fermandosi tuttavia a un passo dalla finale, battuti dai portoghesi del Benfica;[109] la società bianconera raggiunge comunque una semifinale europea che mancava da undici anni.

In Serie A si ripete invece il copione delle precedenti stagioni, stavolta con un dominio bianconero ancora più netto. Dopo aver rincorso la Roma nelle prime giornate del torneo, la Juventus prende la testa della classifica a fine novembre e la mantiene sino al termine: il 4 maggio 2014 i piemontesi vincono con due turni d'anticipo il 3º scudetto dell'era Conte, tagliando il traguardo del 30º titolo ufficiale nella loro storia (prima squadra italiana a riuscirci).[110] Dopo ottant'anni, il club bianconero torna a conquistare tre campionati consecutivi, un filotto che non si verificava dai tempi del Quinquennio d'oro; la Juventus è inoltre la prima, dall'istituzione del girone unico, a bissare un tris di scudetti.[106] L'undici di Conte è artefice in questa stagione di un cammino-record,[111] battendo i suoi precedenti primati di vittorie consecutive,[112] successi casalinghi e totali[113] e, soprattutto, punti in graduatoria: chiudendo la stagione a quota 102, stabilisce infatti il record italiano di punti[114][113] – e quarto a livello europeo[115] – nel corso di una stagione sportiva.

Note[modifica | modifica sorgente]

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  10. ^ a b c Canfari, op. cit.
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  22. ^ Chiesa, op. cit., pp. 17-20. L'autore, però, s'inganna nel sostenere che, oltre al Milan, si erano iscritte anche Torino e Genoa. Infatti La Stampa afferma esplicitamente che alla chiusura delle iscrizioni si erano iscritte al campionato federale solo Juventus, Doria e Milan.
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  26. ^ Chiesa, op. cit., pp. 20-21
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  29. ^ Il F.C. Juventus vince il Campionato Italiano. in La Stampa, 7 giugno 1909, p. 5. URL consultato il 17 aprile 2012.
  30. ^ La Juventus partecipò nei campionati 1911-1912 e 1912-1913 con soli dieci giocatori in organico, cfr. La Storia della Juventus – Stagioni. Stagione 1911-12: Una stagione buia. URL consultato il 26 settembre 2008.
  31. ^ Cfr. quanto scritto da Davide Rota e Silvio Brognara nel libro, Football dal 1902 – la storia della Biellese, Biella, edizioni del giornale Il Biellese, 1996.
  32. ^ Esiste discordanza tra le fonti riguardo al numero di squadre che dovevano retrocedere nella stagione 1912-1913. Secondo alcuni fonti, come l'Almanacco di Calcio Italiano edito da Panini, la retrocessione avrebbe dovuto colpire tutte le ultime classificate dei vari gironi; altre fonti giornalistiche, come La Gazzetta dello Sport ritengono che la retrocessione riguardasse solo i tre gironi del torneo maggiore.
  33. ^ La Storia della Juventus – Stagioni. Stagione 1914-15: Scoppia la Prima Guerra Mondiale. Nasce Hurrà Juventus. URL consultato il 26 settembre 2008.
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  39. ^ Pennacchia, op. cit., p. 56
  40. ^ Le squadre classificate dal primo al nono posto nei Gironi A e B del ventinovesimo Campionato Federale di Calcio nella stagione 1928-1929 furono ammesse al primo campionato di Serie A nella stagione 1929-1930, mentre le squadre classificate dal decimo all'ultimo posto in entrambi i gironi furono iscritte al primo campionato di Serie B.
  41. ^ (EN) Central European Cup record (1927-1945): Marathon table, International Federation of Football History & Statistics. URL consultato il 26 settembre 2008.
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  44. ^ Luguori, Smargiasse, op. cit., p. 9
  45. ^ Cascioli, op. cit., p. 324
  46. ^ Olocco, op. cit.
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  49. ^ In realtà, le gare giocate da Boniperti in Serie A vengono erroneamente conteggiate in 444: ciò è dovuto a un errore dell'inviato torinese della Gazzetta dello Sport, il quale gli assegnò una presenza il 13 maggio 1951 contro l'Udinese, quando al suo posto giocò, invece, Karl Aage Hansen.
  50. ^ (ES) Marco Ruiz, «Ví a Del Piero con 18 años y lo contraté en 24 horas» in AS, 5 novembre 2008. URL consultato il 20 febbraio 2009.
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  53. ^ La partita del 16 aprile 1961 fu sospesa al 31', sul risultato di 0-0, a causa del sovraffollamento sugli spalti, dovuto allo sfondamento dei cancelli da parte di alcuni tifosi interisti senza biglietto, che causò l'invasione della pista d'atletica di alcuni spettatori, che si sedettero sulla stessa per guardare la partita. Nonostante essi non tentassero di entrare nel terreno di gioco, la gara fu fermata e la Corte di Giustizia Federale assegnò all'Internazionale la vittoria per 2-0 a tavolino. La Juventus fece successivamente ricorso e la Corte d'Appello Federale decretò la nuova disputa della gara. I bianconeri alla fine vinsero il campionato con 49 punti, quattro sopra il Milan e cinque in più dell'Internazionale.
  54. ^ Prospetto informativo OPV, op. cit., p. 53
  55. ^ Simoni e la Juve il breve incontro in La Gazzetta dello Sport, 2 gennaio 1998. URL consultato il 26 febbraio 2009.
  56. ^ «Il "movimiento", così inviso al genio logoro e selvaggio di Omar Sívori, contemplava un'adesione globale alla manovra, assaggio del "totalitarismo" batavo. In assenza di tenori, ma quand'anche ce ne fossero stati, l'orchestra incarnava il fine ultimo, e non un dispotico vezzo. Heriberto, paraguaiano di rigida lavagna, passò per pazzo. Viceversa, era in anticipo su convinzioni e convenzioni», cfr. Roberto Beccantini, La Ternana anni 70 di Viciani, piccola Ajax de noantri in La Gazzetta dello Sport, 11 luglio 2013. URL consultato l'11 luglio 2013.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri[modifica | modifica sorgente]

Libri di rilevanza[modifica | modifica sorgente]

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  • Vladimiro Caminiti, Juventus, 90 anni di gloria, 4 voll., Milano, Forte, 1987.
  • Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, Torino, Tipografia Artale, 1915.
  • Lino Cascioli, Storia fotografica del calcio italiano: dalle origini al campionato del mondo 1982, Roma, Newton & Compton, 1982.
  • Enzo D’Orsi, Massimiliano Morelli, Valentino Russo, La Storia della Juventus, Roma, L’Airone, 2005, ISBN 88-7944-721-1.
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  • Maner Palma, Juventus. 110 anni della nostra storia, Libri di Sport, 2007, ISBN 88-87676-93-3.
  • Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-85651-7.
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  • Antonio Sarcinella, Novecento bianconero, un secolo di storia della Juventus, Fornacette, Mariposa Editrice, 2001, ISBN 88-7359-000-4.
  • Renato Tavella, Dizionario della grande Juventus. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Newton & Compton, 2001, ISBN 88-8289-639-0.
  • Renato Tavella, Franco Ossola, Il Romanzo della Grande Juventus, Roma, Newton & Compton [1997], 2003, ISBN 88-8289-900-4.

Altre letture[modifica | modifica sorgente]

  • Roberto Beccantini, Juve, ti amo lo stesso, Mondadori, 2007, ISBN 88-04-56906-9.
  • Bruno Bernardi, Massimo Novelli, Tre re per la Signora, Graphot Editrice, 2002, ISBN 88-86906-42-0.
  • Giampiero Boniperti, La mia Juventus, Giampaolo Ormezzano Editore, 1958.
  • Giampiero Boniperti, Enrica Speroni, Una vita a testa alta. Cinquant'anni sempre e solo per la Juventus, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-10685-2.
  • Marcello Lippi, Massimo Lodi, Il mio calcio, la mia Juve, ED Sterling & Kupfer, 1997, ISBN 88-200-2459-4.
  • Giampiero Mughini, Juve, il sogno che continua, Mondadori, 2008, ISBN 88-04-57594-8.
  • Corrado Olocco, [...] Quando la Juve si allenava al Coppino, Edizioni Albesi, 2010.
  • Mario Parodi, Giocavamo senza numero. La Juventus che eravamo noi (Pietro Rava: un terzino lungo in linea di un secolo), Tirrenia-Stampatori, 1999, ISBN 88-7763-449-9.
  • Mario Parodi, Andrea Parodi, In bianco e nero: una grande Juve negli anni del piombo, ED Bradipolibri, 2003, ISBN 88-88329-33-1.
  • Michel Platini, La mia vita come una partita di calcio, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990, ISBN 88-17-53620-2.

Pubblicazioni varie[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Archivio Juventus, vol. 2, Juventus Football Club S.p.A., 1998.
  • AA.VV., Juvecentus, la mostra del centenario, Edit. Paravia-Scriptorium, 1997, ISBN 88-395-8164-2.
  • AA.VV., Juventus, 110 anni a opera d’arte, Bologna, Damiani Editore, 2007, ISBN 88-6208-007-7.
  • AA.VV., La Signora del Secolo. 90 anni di storia fotografica della Juventus, Fabbri Editore – Hurrà Juventus, 1993.
  • (EN) Sheridan Bird, The Zidane deal in Champions Magazine, nº 30, Union des Associations Européennes de Football, agosto/settembre 2008.
  • Carlo F. Chiesa, La grande storia del calcio italiano, 2ª puntata: 1908-1910, in Guerin Sportivo, nº 5, maggio 2012.
  • Elio Domeniconi, ArribaGiuve!!! in Guerin Sportivo, nº 21, 25/31 maggio 1977.
  • Luciana Manzo, Fulvio Peirone (a cura di), Sport a Torino. Luoghi, eventi e vicende tra Ottocento e Novecento nei documenti dell'Archivio Storico della Città (PDF), Archivio Storico Città di Torino, 19 dicembre 2005 – 3 marzo 2006.
  • (ES) Aldo Proieto, Juventus – Argentinos: Un partido inolvidable in El Gráfico, nº 3453, 10 dicembre 1985.

Risorse informative in rete[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]