Storia dell'aborto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow.pngVoce principale: Aborto.

Bassorilievo raffigurante un aborto

Nella storia[modifica | modifica sorgente]

Nelle culture matriarcali, ed in quella celtica, dove la discendenza più importante era quella materna l'aborto era a discrezione della donna. In genere non veniva praticato poiché considerato un insulto alle divinità femminile della rinascita e della fertilità. Si supponeva che rifiutare una vita donata dalla Dea portasse sfortuna al clan, era invece consentito lasciar morire i propri figli, soprattutto se menomati fisicamente.[senza fonte]

I vichinghi gettavano i bambini menomati in una fossa con belve feroci[senza fonte].

Nell'Antica Grecia e nell'Antica Roma si ha una società di tipo patriarcale; l'aborto era comunemente praticato, soprattutto per figli nati da relazioni extra coniugali[senza fonte].

Mentre la donna assira che abortiva e veniva scoperta era impalata[senza fonte].

Antica Grecia[modifica | modifica sorgente]

Il kalòs era, per i greci, l'unica forma che potesse portare l'uomo ad essere agathòs: ossia solo l'uomo buono/bello (kalokagathia) poteva realizzarsi. Questa concezione escludeva qualsiasi malattia, infatti la bellezza come la salute erano considerate proprietà innate, e che la malvagità fosse legata al brutto e alla deformità, rendendole quindi innaturali e contrarie all'ordine. A Sparta il legislatore Licurgo aveva imposto la regola che ogni neonato minorato dovesse essere lanciato dal picco del Taigeto, mentre gli altri dovevano dormire all'aperto perché potessero sopravvivere i più forti. Un corpo disabile non era visto come una possibilità, infatti si legava indissolubilmente ad un'immagine di immoralità. Chiunque ne fosse affetto andava eliminato.

Questa visione della perfezione era appoggiata anche da menti illustri, primo tra tutti Platone, che con il suo lavoro filosofico sull'eugenetica è la massima espressione di questa ricerca della perfezione esteriore dell'uomo. Platone proponeva di non nutrire i bambini deboli o i figli di genitori troppo vecchi o malsani o di scarso valore morale; credeva non si dovesse avere figli prima dei 37 anni e dopo i 55 (per gli uomini) e limitava il numero di figli per famiglia, consigliava gli aborti e l'abbandono dei bambini deboli o deformi. Aristotele si limita a proporre il matrimonio in tarda età, la sterilizzazione e l'aborto[senza fonte].

Il Giuramento di Ippocrate[modifica | modifica sorgente]

Dati gli enormi rischi per la donna gravida di una pratica così delicata[senza fonte] (tra l'altro eseguita nelle fasi tardive della gravidanza, mentre oggi l'aborto si pratica nel primo trimestre), Ippocrate vieta ai suoi seguaci di operare aborti.

« [...] Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere. Per lo stesso motivo mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la vita sia la mia arte. »
(Giuramento di Ippocrate)

Antica Roma[modifica | modifica sorgente]

Nella civiltà romana era molto sentita la patria potestas, ed un uomo poteva liberarsi di un figlio indesiderato semplicemente non riconoscendolo. La pratica era così diffusa che lo storico Dionigi sentì il dovere di tramandare una legge secondo cui un uomo romano era tenuto a riconoscere almeno la prima figlia femmina che aveva. Questo per evitare che troppe femmine venissero abbandonate sulla strada, dove restavano finché un mercante di schiavi non decideva di venderle. Era infatti proibito raccoglierle.

La sterilità era una disgrazia, tanta da renderla un motivo valido per il divorzio, ed il parto era la principale causa di morte nelle donne. Il medico Sorano consigliava di fasciare le donne impuberi alle spalle e al petto per ottenere un bacino più ampio.

È a fine repubblica che le donne romane cominciano a rifiutare la prole, tanto che Cicerone chiese la proibizione al celibato. Ed Augusto fu costretto ad incentivare i matrimoni e le nascite assicurando le donne sposate a ricevere l'eredità della famiglia d'origine alla morte del padre. L'unica condizione era l'aver portato a termine almeno tre gravidanze. In caso contrario le nubili perdono il diritto all'eredità e vanno sotto il controllo di un tutore fino alla morte.

Dopo queste tre gravidanze la matrona cercò di scongiurarne in ogni modo altre, facendo uso di pozioni contraccettive e abortive, a base di ruta, ellèboro, artemisia, tutte estremamente nocive[senza fonte].

È con le XII tavole che si ha una legislazione in materia di aborto: questo spetta al padre, e la donna che si procura l'aborto senza il suo consenso può essere ripudiata. Inoltre i medici che compiono aborti per nascondere adulterio possono essere puniti con le stesse pene inflitte agli amanti.
Un altro motivo per cui può essere punito il medico è la morte della donna a causa dell'aborto, ma non si punisce la pratica in sé.

La continenza sessuale è il metodo di contraccezione usato, soprattutto dalle matrone di famiglie agiate.[senza fonte]

Dal Medioevo in poi[modifica | modifica sorgente]

San Tommaso e Sant'Agostino sostenevano che l'embrione non avesse un'anima finché non assumeva forma umana[senza fonte]. Al di là del problema dell'animazione del feto, oggi la Chiesa cattolica esplicitamente afferma che feto ed embrione sono persone e devono essere trattate come tali.

Nel 1685 François Mauriceau, chirurgo parigino, scrive il Trattato delle Malattie delle Donne Gravide e Infantate, in cui dice:

« S’impedirà che non venghino loschi, se si darà loro una nodrice ch’abbia la vista dritta, acciò che non pigli quell'abito in caso, che ella fosse tale; [...] Se qualche membro avesse qualche cattiva figura, bisognerebbe accomodarla con fasce. [...] Quando il petto, ò la spina del dorso fosser torte, gli si faranno giupponcini d'osso di balena, di latta, ò d'altro, acciò possino pigliar la lor forma naturale. »

Negli ultimi due secoli l'aborto assume varie connotazioni, diventa delitto contro la persona, contro l'istituzione del matrimonio, contro lo Stato e la Stirpe (legge Rocco del 1930), ma non è ancora concepito come omicidio. Con la rivoluzione sessuale, gli anni settanta e le manifestazioni femministe, si assiste invece alla legalizzazione dell'aborto, nel primo trimestre di gravidanza; i movimenti antiabortisti, promossi e sostenuti dalla Chiesa, iniziano invece a paragonare esplicitamente l'aborto a un omicidio.

L'aborto nella cultura islamica[modifica | modifica sorgente]

La legislazione islamica[senza fonte] considera il nascituro fruente pienamente dei diritti dell'uomo dal momento in cui sia avvertibile il battito cardiaco. Da questo momento in poi - fissato a partire dal 120 giorno di gestazione - l'aborto non è permesso se non per motivi di accertato pericolo di vita della madre.

Fino a quando invece il battito non sia avvertito il feto non è considerato essere umano perfetto ed è quindi lecito ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Achille della Ragione - Storia dell'aborto dall'antichità ai nostri giorni - Napoli 2008

Giambattista Scirè, L'aborto in Italia. Storia di una legge, Bruno Mondadori, Milano, 2008. ISBN 9788861591479.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]