Storia dell'Alto Adige

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Con la locuzione storia dell'Alto Adige si indicano le vicende storiche inerenti il territorio della provincia di Bolzano, in Italia.

L'odierno Alto Adige, in antichità abitato da popolazioni retiche, fu conquistato dai romani nel 15 a.C., che latinizzarono la regione. Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente nel 476, la zona passò al Regno d'Italia di Odoacre, poi agli ostrogoti, ai bizantini, ai longobardi e infine ai franchi, entrando a far parte del Sacro Romano Impero. In seguito, il territorio altoatesino subì un processo di germanizzazione, soprattutto ad opera dei baiuvari. Nell'XI secolo, il suo territorio fu spartito fra i principi vescovi di Trento, Bressanone e Coira. Il loro potere fu gradualmente eroso dalla contea del Tirolo, nata sotto i conti Albertini a partire dagli inizi del XIII secolo. Dal 1363 la contea passò alla casata degli Asburgo, seguendone le sorti. Tra il 1810 e il 1814 la parte meridionale e quella orientale della provincia appartennero al Regno d'Italia napoleonico come parte del Dipartimento dell'Alto Adige e Dipartimento della Piave. Nel 1814 l'Alto Adige, in quanto parte del Tirolo, passò assieme al Trentino all'impero austriaco e nel 1867 all'Austria-Ungheria. Alla fine della prima guerra mondiale, in seguito alla sconfitta austro-ungarica, il territorio venne annesso al Regno d'Italia.

La costituzione repubblicana del 1948 riconobbe i diritti specifici di tutela della minoranza germanofona dell'Alto Adige, concedendo, allo scopo, lo status di regione autonoma al Trentino-Alto Adige (assieme ad altre quattro regioni). Nel 1972 ci fu l'ulteriore riconoscimento dello status di provincia autonoma.

Sul territorio altoatesino, segnato da una forte politica di italianizzazione durante il fascismo e da episodi di terrorismo nel secondo dopoguerra, coesistono in modo pacifico, seppur non esente da tensioni, popolazioni di lingua tedesca, italiana e ladina.

L'Alto Adige nei suoi confini odierni
Una Musikkapelle in costumi storici tirolesi

Indice

Preistoria[modifica | modifica sorgente]

I rinvenimenti archeologici dimostrano la presenza dell'uomo nelle valli dell'odierno Alto Adige dopo la fine dell'ultima glaciazione, intorno al 12 000 a.C. Reperti provenienti dall'Alpe di Siusi sono databili al paleolitico inferiore.[1] Accampamenti di cacciatori mesolitici risalenti all'VIII millennio a.C. sono stati scoperti nei fondi valle presso Bolzano, Bressanone, Valle Aurina[2] e Salorno[3]. La celebre mummia del Similaun, nota anche come Ötzi, avrebbe un'età di circa 5 300 anni. Questo la pone nell'età del rame, momento di transizione tra il neolitico e l'età del bronzo. Sepolcri in pietra del 2000 a.C. sono stati localizzati ad Appiano. Il clima era ancora più mite di oggi, come dimostrano i reperti localizzati in grotte della Val Pusteria.

Per l'età del bronzo (1800-1300 a.C.) sono attestati insediamenti sia nelle valli principali che in quelle secondarie, localizzati su terrazzi alluvionali e su siti d'altura. Intorno al 1500 a.C., l'uomo si spinse più in alto, lasciando le vallate di mezzamontagna, per estrarre il rame in Valle Aurina e d'Isarco. Durante l'età del bronzo e del ferro nella regione sono attestate culture locali autoctone che occupavano approssimativamente l'area del Tirolo storico.

Appartiene alla tarda età del bronzo e alla prima età del ferro la cultura di Luco-Meluno, che prende il nome da due importanti siti archeologici presso Bressanone.[4] Essa ebbe origine nel XIV secolo a.C. nella valle dell'Adige tra Trento e Bolzano, da dove si diffuse fino ad occupare all'incirca l'area del Trentino a nord di Rovereto, dell'Alto Adige, del Tirolo Orientale e della Bassa Engadina.[5] La cultura di Luco-Meluno è caratterizzata da un particolare stile di ceramica riccamente decorata, mentre la produzione metallurgica è influenzata dalle culture circostanti. Gli appartenenti a questa cultura cremavano i loro morti e raccoglievano i resti in urne che poi venivano sepolte in modo simile alla cultura dei campi di urne, attestatasi in questo stesso periodo nelle valli del Tirolo Settentrionale. I santuari nei quali venivano adorate le divinità si trovavano su colline sovrastanti le vallate e vicino a corsi d'acqua e laghi, spesso anche in aree remote. I ricchi corredi funebri rinvenuti dagli archeologi dimostrano che la cultura di Luco-Meluno raggiunse il suo apice tra il XIII e l'XI secolo a.C., soprattutto grazie all'estrazione del rame, materiale necessario per la produzione del bronzo.

Intorno al 500 a.C. si sviluppò la cultura di Fritzens-Sanzeno, conosciuta anche come la cultura dei Reti, che prese il posto della cultura di Luco-Meluno a sud dello spartiacque alpino e della cultura dei campi d'urne a nord dello stesso.[6] Il nome di "Reti" per queste popolazioni viene tramandato dagli scrittori romani; la sua origine è incerta (Plinio lo attribuiva a un loro antico capo, Raetus[7]), mentre sia Plinio[8] sia lo storico romano Tito Livio[9] affermano che i Reti sarebbero della stessa etnia degli Etruschi. Per altri il nome sembra connesso con la principale divinità di questi popoli, la dea Raetia.[6] Come nella precedente cultura di Luco-Meluno, è la ceramica riccamente decorata che contraddistingue Fritzens-Sanzeno, mentre la lavorazione degli oggetti di metallo è influenzata dalle civiltà degli Etruschi e dei Celti. Tipici della cultura di Fritzens-Sanzeno sono i luoghi di culto, peraltro già frequentati dalla cultura di Luco-Meluno, certi tipi di fibula, particolari armature in bronzo e un alfabeto di derivazione etrusca.

Epoca romana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conquista di Rezia ed arco alpino sotto Augusto.
Le provincie della Rezia e del Noricum
L'Italia augustea, con la Regio X "Venetia et Histria"

Nel 16 a.C. e 15 a.C., i Romani sotto Druso e Tiberio occuparono il territorio alpino, spingendosi fino alle rive del Danubio. La parte settentrionale dell'odierno Alto Adige venne divisa fra le due province Rezia (Raetia prima e Raetia secunda) e Norico (Noricum), mentre quella meridionale che includeva la Val d'Adige fino all'altezza di Merano venne inclusa nella Regio X Venetia et Histria. L'insediamento di maggiori dimensioni finora noto è Sebatum/San Lorenzo di Sebato, un importante snodo stradale.[10]

Il periodo romano si protrasse per cinque secoli e lasciò profonde tracce nella regione che fu fortemente latinizzata. Le popolazioni autoctone, quali Isarci, Breuni, Venosti, svilupparono una parlata neolatina nella quale si fuse il sostrato retico-celtico, il cosiddetto retoromanzo.[11] Fanno parte di questo gruppo linguistico le odierne varianti del ladino, oltre al romancio e al friulano.

Secondo la controversa teoria etnolinguistica della continuità, invece, le popolazioni alpine parlavano un idioma romanzo già prima della conquista romana. Secondo questa teoria, il ladino sarebbe una lingua italide modificata da influssi slavi attribuibili a cercatori di rame provenienti dall'area balcanica durante l'età del bronzo[12]. Questa teoria si scontra però col fatto che la presenza di Slavi nei Balcani è accertata solo a partire dai tempi delle invasioni di Attila, intorno al 440 d.C.[13][14]

Dopo l'anno 400 d.C., nella tarda romanità, si diffuse il cristianesimo, influenzando in misura crescente la vita pubblica e privata. La sede vescovile di Sabiona, presso l'odierna Chiusa, ebbe un ruolo importante nella cristianizzazione del territorio.[15]

Alto Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Oswald von Wolkenstein, 1377 – 1445
Il Baliato medievale dell'Ordine Teutonico

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476 d.C., la regione fu inclusa nel Regno di Odoacre e successivamente nel Regno degli Ostrogoti (493-553). Dopo la caduta del regno ostrogoto, nel 558-559 fu la volta dei Longobardi, che annessero al loro regno la regione. Bolzano e parte delle valli d'Adige e d'Isarco (da Maia-Merano a Sabiona) entrarono a far parte del ducato di Trento. I Baiuvari e i Franchi a più riprese penetrarono in Val Venosta e Val Pusteria, questi ultimi favoriti dagli alleati Longobardi, che continuarono a controllare il Ducato di Trento.

All'inizio dell'VII secolo anche la conca meranese era stata occupata dai Baiuvari e nel 679, come attesta Paolo Diacono un comes baiuvaro reggeva Bolzano.[16] Nel 774 d.C. Carlo Magno sconfisse i Longobardi a Pavia e conquistò il regno longobardo d'Italia. Pochi anni più tardi, nel 788, riuscì a sconfiggere anche i Baiuvari, capeggiati dal duca Tassilone III (il fondatore del convento di San Candido nel 769). Il territorio della provincia passò dunque sotto l'Impero Carolingio. Fu decisivo in questo contesto l'inglobamento della chiesa vescovile di Sabiona, dal 798 in poi, nella metropoli vescovile di Salisburgo, abbandonando così l'orientamento precedente verso Aquileia.[17] Ciò favorì ulteriormente la colonizzazione delle valli della Rienza, dell'Isarco e dell'Adige da parte di popolazioni nordalpine.

I principati vescovili (Trento e Bressanone)[modifica | modifica sorgente]

Il Principato Vescovile di Trento alla sua fondazione

L'imperatore del Sacro Romano Impero Corrado II, nel 1027 concesse ai vescovi di Trento e Bressanone il potere temporale sulle rispettive diocesi, secondo una consuetudine tipica dell'impero (vedi principe vescovo), che aveva lo scopo di limitare il potere delle famiglie nobiliari. Il territorio dell'odierno Alto Adige fu di conseguenza assegnato ai principi-vescovi.

Al vescovo di Trento Udalrico II l'imperatore donò il comitato di Trento, che corrispondeva all'antico ducato longobardo, il comitato di Venosta, e il comitato di Bolzano. Nei comitati di Trento e Bolzano il vescovo di Trento esercitava sia la giurisdizione ecclesiastica che quella temporale, mentre nel comitato di Venosta la giurisdizione ecclesiastica rimase al vescovo di Coira.

Anche il vescovo di Bressanone venne investito di poteri politici. A lui spettava il dominio sulla valle inferiore dell'Inn, il Wipptal e la valle dell'Isarco, inclusa la val di Fassa e Livinallongo. Nel 1091 l'imperatore Enrico IV aggiunse al dominio di Bressanone il comitato di Pusteria.[18] Queste donazioni si pongono all'interno di un progetto di egemonia sulla chiesa perseguito dalla dinastia degli Ottoni. I vescovi venivano scelti nell'ambito delle famiglie fedeli all'imperatore, e garantivano all'imperatore sostegno morale e politico, senza che ami potessero sorgere problemi dinastici. Le chiese vescovili così divennero uno strumento efficace per contrastare l'ascesa delle grandi casate dei duchi di Baviera, Svevia e Lorena, e per mantenere il controllo sulle importanti vie di comunicazione verso sud che passavano per la rotta del Brennero.[19]

Circa 80 furono le spedizioni in Italia compiute dai re germanici tra il X e il XIII secolo che per attraversare i valici alpini fecero concessioni e donazioni ai vescovi di Trento e Sabiona. Antica documentazione è l'Immunitas al vescovo di Sabiona Lanfrido (845-848) da parte dell'imperatore Ludovico il Germanico.[20] La consacrazione dell'imperatore del Sacro romano impero di nazionalità tedesca prevedeva infatti un viaggio a Roma per l'incoronazione da parte del papa, in seguito all'elezione da parte dei principi elettori. L'ultimo imperatore incoronato a Roma dal papa fu Federico III d'Asburgo (1452). I principi-vescovi mantennero il potere, via via più formale che effettivo, fino alla secolarizzazione napoleonica del 1803.

Dal XIII secolo fino alla secolarizzazione il territorio dell'Alto Adige fece anche parte del baliato all'Adige e nei Monti, una ripartizione dell'Ordine Teutonico, con sede principale a Bolzano.

Germanizzazione[modifica | modifica sorgente]

Mappa delle Province Imperiali all'inizio del XVI secolo La Provincia Austriaca con le zone tirolesi e trentine è in arancio
Il Romancio durante l'alto Medioevo:

██ area persa a favore di tedesco e italiano, 700–1100


██ area a parlata romancia, c. 1100

Nell'alto Medioevo cominciò il processo di germanizzazione dei territori alpini centrali, non densamente popolati, a spese dell'originaria popolazione retoromanza da parte di Longobardi, Franchi e soprattutto Baiuvari.[21] Il territorio dell'odierno Alto Adige alla caduta dell'Impero romano d'Occidente era infatti incluso nella regione di parlata retoromanza, che si estendeva dagli attuali Grigioni al Friuli.[22] Nei secoli seguenti le popolazioni alpine, frammentate e prive di strutture politiche e sociali comuni, rimasero soggette a forti pressioni demografiche, culturali e linguistiche da parte delle popolazioni circumalpine.[23]

Sin dal VII secolo le lingue germaniche penetrarono nella regione, a partire dalla val Pusteria e dalla zona a nord di Merano verso le altre vallate. Nei secoli XII-XIII la penetrazione divenne generale, come testimoniano i documenti storici[24] e la microtoponomastica ad oggi esistente.[25] Strati neoromanzi erano presenti in val Venosta ancora nel XVI secolo, e lo sono tutt'oggi nelle valli ladine (Val Gardena, Marebbe e Val Badia).[26]

La germanizzazione dell'attuale Alto Adige, come di tutta la regione storica del Tirolo, fu dunque un processo lento, continuo e intenso[27] e vide sia il progressivo arretramento delle popolazioni di cultura retoromanza (gli antenati degli attuali ladini) sia la conquista di nuovi spazi in precedenza disabitati come le valli laterali. Anche le epidemie cicliche, come la peste trecentesca e seicentesca, portarono a ingenti sostituzioni di popolazioni.[28] La nobiltà e il clero d'Oltralpe furono i principali attori della germanizzazione capillare, possedendo ingenti latifondi nelle zone di Bolzano e Merano (a produzione prevalentemente vinicola).[29] Tra i maggiori proprietari terrieri figuravano i vescovi di Augusta e Frisinga, i conventi di Schäftlarn, Herrenchiemsee e Weingarten nonché le casate degli Ariboni e degli Andechs.[30] L'immigrazione germanica seguì due direttrici: i contadini germanici si stabilirono nelle vallate più settentrionali e remote, portando la lingua tedesca negli ambienti rurali delle valli; i commercianti tedeschi dalle zone austriache e della Germania meridionale, soprattutto della Baviera e della Svevia, si stabilirono invece nei centri urbani come Bolzano, Merano, Vipiteno e Brunico.[31]

Lo sviluppo della lingua tedesca non escluse continui contatti e presenze di persone e gruppi di lingue italiche. Commercianti italiani provenienti dal Principato Vescovile di Trento e dalla Repubblica di Venezia nonché banchieri esuli da Firenze, tra cui i Botsch, si trasferirono a Bolzano e generalmente si germanizzarono nel corso di una sola generazione.[32][33] Contatti commerciali mantennero sempre vivi i rapporti con Venezia, verso la quale furono esportati pregiati legni utilizzati per la fabbricazione navale.[34][35], come con le due metropoli commerciali della Germania meridionale, Norimberga e Augusta.[36]

A Merano nacque Arbeo di Frisinga, autore di un vocabolario tedesco latino, che è la più antica testimonianza scritta in lingua tedesca. È solo un'ipotesi, viceversa, che il poeta Walther von der Vogelweide (1170 circa – 1230 circa) sia nato in Alto Adige, mentre appare probabile che Oswald von Wolkenstein (1377-1445) sia nato in Val Pusteria. Entrambi questi poeti sono considerati tra i padri del tedesco letterario.

La perdita di potere dei principi vescovi e la nascita della Contea del Tirolo[modifica | modifica sorgente]

Mappa del Tirolo storico

Nel corso del XII secolo iniziò l'ascesa delle casate nobiliari, a scapito del potere dei due principi vescovi, attraverso l'istituzione della advocatia. Con questo termine viene descritta una protezione concessa dai conti alle chiese, che con il passare del tempo divenne dominio effettivo sul territorio. Fu grazie a questo processo che iniziò l'ascesa dei conti di Tirolo, una casata che prese il nome dall'omonimo castello presso Merano. I Tirolo sono noti circa dal 1140 come advocati dei vescovi di Trento, Bressanone e Coira. Grazie anche all'estinzione o eliminazione di casati avversari come i conti di Appiano, i conti di Morit-Greifenstein, i conti di Andechs e i signori di Vanga essi diventano la più potente autorità dell'alta val d'Adige. Il conte Alberto III nella prima metà del XIII secolo controllava un territorio che spaziava dalla valle dell'Engadina fino a Bolzano, ed includeva la val d'Isarco nei pressi di Bressanone e la valle dell'Inn. Si venne così a creare un dominio che univa territori a nord ed a sud dello spartiacque alpino.[37]

La figlia di Alberto, Adelaide, sposò il conte Mainardo I di Gorizia (1194-1258), che con la morte di Alberto III ereditò la contea del Tirolo. Dopo la morte di Mainardo I le due contee furono di nuovo divise fra i figli. A Mainardo II (1238-1295) spettò la contea di Tirolo e il titolo di conte di Tirolo-Gorizia, ad Alberto andò la contea di Gorizia con il titolo di Conte di Gorizia-Tirolo.

Espansione della Contea del Tirolo[modifica | modifica sorgente]

Fu Mainardo II a dare alla regione del Tirolo i confini che poi, con minimi ampliamenti, restarono immutati dal tempo dell'imperatore Massimiliano I fino al 1918.[38] Mainardo II continuò gli sforzi dei suoi predecessori, limitando i diritti e i poteri dei vescovi, e per far ciò non rinunciò all'azioni di forza. Nel 1276 conquistò Bolzano, distruggendone castello e palazzo vescovile, e ordinò l'abbattimento delle mura, con i cui resti venne colmato il fossato che circondava la città. Questi sviluppi trovano paralleli nelle regioni vicine: anche i vescovi di Verona, Vicenza, Feltre e Padova dovettero cedere diritti e poteri ai comuni ed ai nuovi signori. Forse furono anche questi esempi ad ispirare la radicale politica di Mainardo contro il potere temporale dei vescovi. Ma le sue azioni contro i vescovi di Trento e Bressanone non furono l'unico motivo per il suo successo. I suoi sforzi nell'amministrazione e nell'economia contribuirono in modo fondamentale al consolidamento interno ed esterno della contea. Mainardo ampliò le miniere di sale presso Hall, nell'odierno Tirolo austriaco, e la zecca di Merano, assicurandosi lauti guadagni. Vennero stipulati contratti con Verona e Venezia sulla scorta di commercianti che attraversavano il Tirolo, incoraggiando il commercio e il traffico, ed aumentando di molto la rendita dei dazi imposti sulle strade del Tirolo. Il riconoscimento da parte dell'impero di questo dominio territoriale fu raggiunto nella prima metà del XIV secolo.[39]

Alla morte dell'ultimo discendente maschio dei Tirolo, il potere passò nel 1335 alla nipote del conte Mainardo II, Margherita di Tirolo-Gorizia, nota come Margherita Boccalarga o Boccagrande (Maultasch).[40]

Nel 1342 fu concesso uno statuto che prevedeva forme di partecipazione rappresentativa al potere, ampliava le libertà individuali, riconosceva il diritto di proprietà, anche ai contadini, e creava un'amministrazione autonoma di tipo pubblico.

Il primo periodo asburgico (1363-1805)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1363 Margherita fu costretta in seguito a pressioni politiche a cedere la contea del Tirolo al duca d'Austria Rodolfo IV d'Asburgo: Merano rimase formalmente capitale tirolese fino al 1848, ma di fatto sin dal 1420 il duca Federico IV "dalle tasche vuote", trasferì la propria corte a Innsbruck.

Il Tirolo rimase poi possedimento degli Asburgo quasi ininterrottamente fino al 1918. Intorno al 1500 vennero annessi al Tirolo i tribunali di Rattenberg, di Kitzbühel e di Kufstein, la Val Pusteria, la conca di Lienz, Ampezzo, Primiero. Nel 1665 il Tirolo (e quindi anche il territorio dell'attuale Alto Adige, che ne era la sua parte centrale), fino ad allora ampiamente autonomo, passò sotto l'amministrazione diretta di Vienna.

La Riforma protestante e le rivolte contadine sconvolsero il Tirolo. Michael Gaismair (1490-1532) propose nei suoi "articoli meranesi" la costituzione di una repubblica contadina. Il progetto ebbe un esito fallimentare, vi furono violente sommosse e la popolazione insorse contro i nobili ed il clero, incendiando chiese e castelli, subendo poi la repressione del governo asburgico.[41]

Il XVIII secolo fu segnato da numerosi conflitti: nella guerra di successione spagnola del 1703 gli Schützen si opposero vittoriosamente all'esercito bavarese. La regione fu anche teatro di scontri nel corso della prima guerra di coalizione contro la Francia (1792-1797).

Epoca napoleonica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Andreas Hofer, Dipartimento dell'Alto Adige e Regno d'Italia (1805-1814).
L'Italia durante l'egemonia napoleonica. Nella carta compare la denominazione Haut-Adige

Nel 1805, dopo la disfatta dell'Austria per opera di Napoleone, il Trattato di Presburgo assegnò la Contea del Tirolo alla Baviera, alleata della Francia. La secolarizzazione napoleonica pose anche fine ai Principati vescovili di Trento e Bressanone.

Il locandiere eroe tirolese, Andreas Hofer

In seguito alla dichiarazione di guerra dell'Austria alla Francia, i tirolesi (ivi inclusi i trentini di lingua italiana) si sollevarono contro il dominio dei bavaresi, alleati dei francesi. Andreas Hofer, un locandiere di San Leonardo in Passiria, organizzò assieme a Peter Mayr e al bellicoso padre Joachim Haspinger un'azione di opposizione popolare che sfociò in una rivolta concretizzatasi nelle quattro battaglie del Monte Isel. Nonostante alcuni successi militari ed una strenua resistenza, la sollevazione, anche per il mancato appoggio dell'Austria, non ebbe esito positivo, concludendosi con la battaglia a difesa di Innsbruck, in cui i tirolesi difesero da soverchianti forze francesi la città sino allo stremo nella convinzione di un soccorso delle truppe autriache che mai arrivò. Il capo della resistenza tirolese fu ivi catturato e poi processato e fucilato a Mantova dai francesi. La figura di Hofer fu successivamente mitizzata, assurgendo al ruole di eroe nazionale tirolese; fra le altre cose, l'inno del Tirolo (Das Andreas-Hofer-Lied) ricorda le sue vicende.

Nel 1809 i confini cambiarono nuovamente. Con la pace di Schönbrunn del 14 ottobre 1809 il Tirolo venne assegnato alla Baviera. Tuttavia, già con il Trattato di Parigi del 28 febbraio 1810, avvenne la sua tripartizione[42]: alla Baviera toccò il Tirolo settentrionale fino a Merano e quello centrale fino a Chiusa; la Val Pusteria, da San Candido alle Province Illiriche, passò all'Austria; la città di Bolzano, l'Oltradige-Bassa Atesina, una parte rilevante del Salto-Sciliar e una piccola parte del Burgraviato (in particolare l'Alta Val di Non tedesca)[43][44] furono incorporati nel Regno d'Italia di Napoleone: il termine "Alto Adige" (Haut-Adige) nasce in questo periodo, per designare il nuovo dipartimento italiano che comprendeva la parte meridionale dell'odierna provincia di Bolzano e gran parte di quella di Trento.[45] Ettore Tolomei lo avrebbe ripreso per creare il toponimo italiano della provincia di Bolzano, spostandone così il significato geopolitico verso il settentrione. Le valli dolomitiche intorno a Dobbiaco divennero anch'esse parte del Regno d'Italia e furono riunite nel Dipartimento della Piave.[46]

Nei mesi di settembre e ottobre 1813 le truppe del neo-proclamato Impero Austriaco, presero infine possesso di tutto il Tirolo cisalpino[47] e successivamente con il Trattato di Parigi del 3 giugno 1814[48] la regione passò formalmente alla monarchia asburgica.

Età dei nazionalismi (1815-1918)[modifica | modifica sorgente]

Cartina geografica del 1874, con la dizione South Tirol che corrisponde grossomodo all'Alto Adige e all'Osttirol odierni
Suddivisione amministrativa del Tirolo meridionale in epoca asburgica (dal 1861). In verde chiaro il Mitteltirol, in verde scuro i Welsche Bezirke (distretti italiani)

Dopo l'epoca napoleonica il nuovo concetto di nazione si impose come ragione fondante degli stati, che precedentemente (nell'ancien régime) erano esclusivamente espressione delle monarchie al potere. Il nazionalismo si impose di conseguenza come l'ideologia dominante in Europa. Numerose regioni mistilingue furono di conseguenza sottoposte a processi di assimilazione forzata, sia linguistica che culturale. La presenza di minoranze etniche, che si distinguevano principalmente per la loro lingua, era infatti vista come una minaccia all'integrità territoriale dei singoli stati. Questo accadde anche nel Tirolo, storicamente abitato da popolazioni di lingua germanica e romanza (italiane e ladine). Le autorità asburgiche si trovarono a dover affrontare la nascita e la crescita dei sentimenti nazionali, nelle multiformi regioni del suo vasto territorio. Gli Asburgo reagirono da un lato con una politica di concessioni verso specifiche nazionalità, in particolare ungheresi e slave, dall'altro varando politiche di repressione e assimilazione forzata. Ne fecero le spese le popolazioni latine del Tirolo cisalpino, che furono in diversa misura colpite da politiche di germanizzazione.

Nel mentre anche in Italia si diffondeva l'ideale di indipendenza e di unità nazionale (vedi Risorgimento), ma l'Impero Austriaco, che era la potenza egemone in Italia, fu un potente avversario dell'unificazione. L'Impero represse vigorosamente i sentimenti patriottici italiani, specie durante i moti del 1848 e negli anni successivi, attentando direttamente all’identità nazionale italiana e proponendosi obiettivi di snazionalizzazione e di vera e propria sostituzione etnica[49]. L'impero asburgico, nonostante gli sforzi profusi, non riuscì a impedire la nascita del Regno d'Italia, che fu proclamato nel 1861.

Nel neonato stato italiano il processo di unificazione non fu considerato completo, poiché molti territori abitati da comunità italiane restavano sotto controllo austriaco. Nacque di conseguenza l'irredentismo, che fu un movimento d'opinione molto importante nella vita politica italiana dell'epoca. Gran parte della pubblica opinione italiana rimase perplessa, quando, nel 1882 il Regno d'Italia stipulò un'alleanza difensiva con l'Austria Ungheria e la Germania (vedi triplice alleanza).

Le politiche di germanizzazione forzata (1861-1918)[modifica | modifica sorgente]

In seguito alla sconfitta austriaca nella seconda e nella terza guerra di indipendenza e alla conseguente perdita del Regno Lombardo-Veneto, l'imperatore Francesco Giuseppe rafforzò la sua politica anti-italiana, ordinando al consiglio dei ministri austriaco del 12 novembre 1866 di "opporsi in modo risolutivo all'influsso dell'elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione - a seconda delle circostanze - delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati, politici ed insegnanti, nonché attraverso l'influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale Adriatico".[50]

Tale politica si concretizzò nel Tirolo Cisalpino (e in Venezia Giulia), in misure ed iniziative che colpirono principalmente la scuola: furono favoriti gli istituti in lingua tedesca/slava e non furono più aperte, oppure furono chiuse, le scuole in lingua italiana[51].

Il forte sentimento pangermanista presente in Tirolo, trovò espressione nel Volksbund, organizzazione fondata nel 1905 che contava tra i suoi esponenti anche il borgomastro di Bolzano, Julius Perathoner, e l'estremista Wilhelm Rohmeder. Quest'ultimo sostenne che i trentini non erano di "razza" italiana, bensì tedesca, e ne propose la germanizzazione, estesa a personaggi storici, come Dante tradotto in Durant Aliger.[52]

La statua del poeta Walther von der Vogelweide, nell'omonima piazza, fa parte dei monumenti voluti dal borgomastro di Bolzano Julius Perathoner, per esaltare il carattere tedesco della città

Perathoner volle anche esaltare il carattere tedesco della città mediante la costruzione di monumenti celebrativi, quale la statua dedicata a Walther von der Vogelweide (che, solo ipoteticamente, è nato nelle vicinanze di Bolzano), la fontana di Re Laurino e il monumento in onore dei Kaiserjäger.

Esemplificativo del clima dell'epoca fu il pogrom antiitaliano scatenato a Innsbruck da studenti pangermanisti del 1904, per protesta contro l'apertura di una facoltà in lingua italiana presso la locale università, che fu distrutta e successivamente chiusa[53], che vide coinvolti gli allora studenti Cesare Battisti e Alcide De Gasperi[54].

La germanizzazione dei ladini[modifica | modifica sorgente]

La cosiddetta Fontana di Re Laurino (1907). La statua raffigura il re ostrogoto Teodorico (Dietrich von Bern) mentre soggioga re Laurino. Fin dalla sua inaugurazione, nella statua fu visto un intento celebrativo dell'inizio della Germanizzazione dell'Alto Adige e della sottomissione delle popolazioni ladine, con polemiche che sono perdurate fino al giorno d'oggi[55]

Anche i ladini, che dall'Austria furono sempre considerati di etnia italiana,[56] furono colpiti dalle politiche di germanizzazione forzata, che talvolta furono anche brutali.[57][58]

Nel loro caso le politiche di assimilazione erano cominciate fin del Settecento (fatto minimizzato, se non taciuto dalla storiografia tirolese di lingua tedesca[59]). Come risultato di questa politica l'alta Val Venosta, un tempo di lingua ladina, è oggi una terra di lingua tedesca, mentre oltre il confine svizzero (in val Monastero) la popolazione ancora parla dialetti retoromanzi. Anche a Stelvio all'inizio del XIX secolo si parlava ancora ladino, mentre a Tubre si assistette alla sua scomparsa già nel 1750. La lingua ladina era stata proibita, il personale di lingua ladina allontanato dagli uffici pubblici, vennero vietati pure i matrimoni misti. Il promotore principale della politica contro la popolazione ladina ("selvaggio romancio") fu un abate tirolese di lingua tedesca, Mathias Lang. Già ai tempi dell'imperatrice Maria Teresa molti cognomi ladini erano stati germanizzati sistematicamente.

Nel XIX secolo fu la volta della Val Badia e della Val Gardena, dove vi furono massicci tentativi di germanizzare i ladini, che non furono però coronati da successo.

Un sostenitore della germanizzazione dei ladini fu il borgomastro di Bolzano Julius Perathoner, che propose di scorporare la Val di Fassa, Livinallongo e l'Ampezzano dai distretti italiani, unendoli a quelli germanofoni, come già avvenuto per la Val Gardena e la Val Badia, già in avanzata fase di germanizzazione. Tuttavia questa idea non ebbe seguito.

La "scoperta" del ladino
Mappa delle lingue e dei dialetti d'Italia.

Alla del XIX secolo, grazie agli studi del linguista italiano Graziadio Ascoli, i diversi dialetti ladini furono identificati come un gruppo linguistico a sé stante, distinto (da un punto di vista filogenetico) sia dai dialetti italiani, che da quelli gallo-italici, e facente parte della famiglia retoromanza.

Di conseguenza vi furono anche i primi tentativi a sostegno dell'esistenza di un'etnia ladina[60]. Non vi furono tuttavia tentativi di creare una lingua ladina standardizzata, che è tuttora distinta nei suoi diversi dialetti. Già nel 1833 il badioto Micurà de Rü (anche noto come Nikolaus Bacher), iniziò un tentativo di scrittura della grammatica ladina, seguito dal lavoro del curato di Ortisei Ujep Antone Vian nel 1864 che stampò un libro sulla grammatica gardenese. Di la in poi si ebbero anche i libretti ad uso liturgico, giornali e calendari.[61]

Le peculiarità sintattiche del ladino rispetto alla lingua italiana (peraltro niente affatto insolite, nell'ambito dei dialetti italiani) furono anni dopo utilizzate a supporto dell'esistenza di un'etnia ladina, fatto che nel secondo dopoguerra ebbe importanti risvolti politici, in quanto l'apertura della Südtiroler Volkspartei nei confronti dei ladini andò a diminuire la consistenza numerica degli italiani.[62]

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi interventismo.
La caserma dei Landesschützen a Bolzano, appartenente al corpo delle truppe di montagna

Nel 1914, all'inizio della guerra mondiale, l'Austria-Ungheria e l'Italia aderivano entrambe alla Triplice alleanza, che era di natura difensiva e non contemplava l'intervento italiano al fianco degli austro-tedeschi (che erano le potenze aggredenti). Inoltre il governo di Vienna aveva omesso di consultatore quello di Roma in vista dell'aggressione alla Serbia. L'Italia pertanto, mantenne la sua neutralità, anche considerando la propria scarsa preparazione militare[senza fonte] e presumendo che gli austrotedeschi, in caso di vittoria, non avrebbero offerto importanti contropartite territoriali (previste dall'alleanza in caso di espansione austriaca nei Balcani). Difatti, alla vigilia dell'entrata in guerra, l'Austria formalizzò un'offerta che riguardava solo una parte del Trentino e del Friuli, con l'esclusione di Gorizia e Trieste). In Italia erano inoltre forti i sentimenti irredentisti nei confronti dei territori irredenti in Trentino, Venezia Giulia e Dalmazia. Si sviluppò un forte movimento d'opinione volto a far entrare l'Italia in guerra, a fianco dell'intesa A questo si aggiungevano diffusi sentimenti di simpatia per la Triplice intesa ed un patto segreto con la Francia, che di fatto invalidava gli accordi con gli Imperi centrali.

In base ai termini del trattato segreto di Londra, stipulato nell'aprile 1915, l'Italia accettò di dichiarare guerra agli Imperi Centrali, in cambio (tra altre cose) di concessioni nei territori allora austro-ungarici del Tirolo (dal Trentino fino al Brennero), della Venezia Giulia, di alcune isole del Quarnaro e della parte nord della Dalmazia, ove vivevano consistenti popolazioni e comunità italiane. A nord il futuro confine fu segnato sullo spartiacque alpino, permettendo all'Italia di ottenere la sua frontiera naturale, ma oltrepassando i confini etnici.[63]

Entrata in guerra dell'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra Bianca.
Le truppe austro-ungariche sul fronte alpino
Alpini presso il passo dello Stelvio

La guerra contro l'Impero austro-ungarico fu dichiarata il 23 maggio 1915. Malgrado la vicinanza al fronte, l'odierno Alto Adige fu solo sfiorato dagli eventi bellici (nella zona dello Stelvio e di Lavaredo), che coinvolsero appieno il vicino Trentino.

Nell'ottobre 1917, con l'aiuto tedesco, gli austro-ungarici sconfissero l'esercito italiano nella battaglia di Caporetto. La vittoria si tramutò in una rotta per gli italiani che, caoticamente, si ritirarono fino al Piave, dove posero una nuova linea di difesa che riuscì a fermare l'avanzata.

Nell'aprile del 1918 la Volksbund riunitasi a Vipiteno, rivendicò nei confronti dell'Italia dei "confini naturali" che comprendevano "antichi territori tedeschi come i Tredici comuni (Feltre), i Sette Comuni (Asiago), Bladen (Sappada), Zahre (Sauris), Schönfeld (Tolmezzo), Tischelwang (Timau). Inoltre una rettifica dei confini con cessione all'Austria della valle superiore dell'Adda e dell'Oglio, fino alla sponda meridionale del lago di Garda e al margine meridionale delle Alpi Veneto-friulane", oltre a rivendicare "unità e indivisibilità del Tirolo da Kufstein fino alla Chiusa di Verona, decisissimo rifiuto di ogni autonomia della parte meridionale del territorio, cioè al cosiddetto 'Tirolo Italiano'". Inoltre imponeva "l'insediamento d'un vescovo tedesco e preparazione dei futuri sacerdoti trentini in modo che siano buoni tirolesi amici dei tedeschi"[64]. Un punto della mozione della "Dieta Popolare tedesca" conteneva il nuovo programma educativo: "Completa trasformazione del sistema scolastico nel Tirolo italiano con l'introduzione dell'insegnamento obbligatorio della lingua tedesca ed educazione a sentimenti patriottici tirolesi e filo-tedeschi fra la gioventù e fra i docenti"[65]. Quest'assemblea rispecchiava l'euforia della momentanea vittoria tedesca di Caporetto[64].

Nel giugno 1918, grazie alle risorse liberate dalla resa dei russi, gli austroungarici sferrarono una grande offensiva contro la linea del Piave, contando di sfondare e concludere la guerra. La pronta reazione italiana, tuttavia, tramutò l'attacco in una disfatta, che esaurì le potenzialità militari dell'impero, rendendo inevitabile la sua sconfitta.

Il 24 ottobre 1918, l'Italia, dopo molte esitazioni, lanciò un'offensiva contro l'esercito austro-ungarico, che di conseguenza crollò (vedi battaglia di Vittorio Veneto). L'Impero austro-ungarico, ormai allo sfascio, chiese l'armistizio, che fu stipulato il 3 novembre e divenne operativo alle 15.00 del 4 novembre. Nei giorni successivi l'esercito italiano completò l'occupazione di tutto il Tirolo, inclusa Innsbruck, secondo i termini dell'armistizio.

Nell'occasione le valli dell'Adige e dell'Isarco furono attraversate dalle truppe imperiali in fuga che, ormai allo sbando, si abbandonarono a saccheggi e violenze.

Annessione all'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conferenza di pace di Parigi (1919).
Territori germanofoni della Cisleitania, rivendicati dalla Repubblica dell'Austria tedesca, confrontati con il confine effettivamente ottenuto (N.B.:l'Alto Adige è il solo in cui, a tutt'oggi, sopravviva una minoranza tedesca)

Al termine della guerra, l'autoproclamata Repubblica dell'Austria tedesca, sorta delle ceneri del dissolto Impero austro-ungarico, tentò invano di reclamare la sovranità su svariati territori tedescofoni (Alto Adige incluso), ma da paese sconfitto non poté far valere le proprie pretese.

Alla conferenza di pace di Parigi, l'Italia sedeva fra le potenze vincitrici e chiese l'applicazione del Patto di Londra. Com'è noto, l'Italia non ebbe piena soddisfazione alle sue richieste, in quanto le venne negata la Dalmazia (vedi Vittoria mutilata). Le richiesta di una frontiera naturale posta sullo spartiacque alpino venne invece accolta, sia nella Venezia Tridentina[66], che nella Venezia Giulia.

Le decisioni prese alla conferenza furono fatte ratificare alla neo-costituita repubblica austriaca col trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye, firmato il 10 settembre 1919. Il trattato non prevedeva plebiscito in nessuno dei territori già rivendicati dagli austrotedeschi (alla pari dei trattati ratificati con Germania, Ungheria e Turchia), con l'eccezione della Carinzia.

L'annessione fu formalizzata il 10 ottobre del 1920. Il confine dell'Italia veniva pertanto portato sullo spartiacque delle Alpi (superandolo nella conca di San Candido e a Tarvisio), ed includendo consistenti minoranze germanofone[67] e slavofone. Con essa si realizzava uno dei principali obiettivi di guerra italiani, apertamente dichiarato da Vittorio Emanuele III il 24 maggio 1915.[68]

Perché fu annesso l'Alto Adige[modifica | modifica sorgente]

Mappa delle "lingue d'uso" dell'Austria-Ungheria, basata sul censimento del 1910 (N.B.: le valli oggi considerate ladine, sono incluse nelle zone a parlata italiana); tutte le popolazioni tedesche, al di fuori dell'Austria e dell'Alto Adige, sono oggi scomparse

Le ragioni dell'annessione dell'Alto Adige nascono in uno specifico contesto storico, in cui le rivendicazioni territoriali degli stati non avvenivano su base puramente etnica. Il conflitto era scoppiato come conseguenza della cultura imperialistica di stampo ottocentesco, che non teneva nel dovuto conto le aspirazioni nazionali dei singoli popoli (e da questo punto di vista, l'esempio eclatante era proprio l'Austria), ed era basata prevalentemente sui rapporti di forza fra gli stati.

Per questo gli Stati Uniti avevano cercato di far imporre un criterio etnico per ridisegnare la mappa d'Europa, mediante i famosi "Quattordici Punti"[69][70], nella velleitaria speranza di evitare futuri conflitti. Tuttavia, in sede di pace, tali punti furono ampiamente disattesi a sfavore delle nazioni sconfitte. Furono di conseguenza milioni le persone di lingua/etnia tedesca, ungherese, turca e slava, che si trovarono incluse in uno Stato che non era quello della propria nazione, creando le premesse per la successiva distruzione di gran parte di esse. In questo contesto l'annessione del germanofono Alto Adige fu tutt'altro che un caso eccezionale, soprattutto se comparato alla sorte delle ben più numerose minoranze tedesche dei Sudeti o dell'Alsazia-Lorena (per non parlare delle minoranze ungheresi o turche).

Resta un fatto che, in base al censimento austriaco del 1910, effettuato "secondo la lingua d'uso", il 90% della popolazione dell'Alto Adige risultasse germanofono, a fronte di un 7% circa di parlata italiana (in quest'ultimo gruppo, peraltro, poco più della metà era in effetti di parlata ladina). Non pochi d'altronde avevano subito nel corso dell'Ottocento un processo di assimilazione, come dimostra tuttora la presenza di molte famiglie germanofone con cognomi marcatamente italiani (e ladini).

Prima dell'entrata in guerra dell'Italia e anche durante la stessa, alcuni esponenti politici italiani - fra di essi Antonio Stefenelli, Leonida Bissolati, Filippo Turati, Gaetano Salvemini ed Ernesta Battisti - si erano espressi a favore del confine in prossimità della chiusa di Salorno, che all'epoca rappresentava il confine linguistico con l'area linguistica germanica, e perciò vennero definiti "salornisti". Le perplessità vertevano anche sulle condizioni della regione, fortemente cattolica, arretrata socialmente ed economicamente, e con un'economia esclusivamente agricola, che veniva vista pertanto come una sorta di Vandea[71]. Anche il politico ed irredentista trentino Cesare Battisti aveva nutrito "talune perplessità" sullo spostamento del confine al Brennero in ragione del principio di nazionalità, ma lo considerava militarmente "formidabile".[72] Le posizioni dei "salornisti" rimasero comunque sia minoritarie.

Tutto ciò premesso, l'annessione fu fatta in base al principio, in auge all'epoca, della "frontiera naturale", in base al quale i confini etnici dovevano essere "rettificati" per farli coincidere con ben identificabili frontiere geografiche. Nel caso dell'Italia questo principio era sostenuto da evidenti ragioni militari: la frontiera sullo spartiacque alpino (Brennero) era infatti facilmente difendibile. Dalla caduta dell'Impero romano, continue erano state infatti le ingerenze e le invasioni dall'area tedesca verso l'Italia. L'Austria, in particolare, era stata la potenza egemone in Italia, e ne aveva duramente combattuto l'indipendenza e l'unificazione, tanto che gli austriaci erano diventati il "nemico" per eccellenza. Non sorprende quindi il desiderio italiano di avere frontiere sicure a protezione di ulteriori possibili invasioni. Un ipotetico Alto Adige austriaco, profondamente incuneato in territorio italiano, avrebbe continuato a costituire una spina nel fianco alla sicurezza del Regno, riproponendo difficoltà simili a quelle incontrate nella Grande Guerra.[73] Lo stesso presidente U.S.A.Woodrow Wilson, appoggiò questa richiesta.[74] Di quest'ultimo vengono usualmente citato solo i quattordici punti, laddove avrebbero supportato le rivendicazioni austriache (punto 9: La rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità.)

Le istanze locali[modifica | modifica sorgente]

La storiografia tirolese cita spesso due tentativi effettuati per difendere l'unità tirolese. A maggio del 1919, la dieta tirolese (senza i rappresentanti trentini) si riunì ad Innsbruck, proponendo[A chi?] la creazione di uno stato indipendente da Kufstein a Salorno.[senza fonte] Come ulteriore tentativo, a metà del 1919, alcune personalità rappresentative di tutti i principali partiti della dieta di Innsbruck, offrirono l'intero Tirolo al re d'Italia, pur di non smembrare la regione, richiedendo in cambio la stessa autonomia garantita dall'Austria, ma l'offerta venne declinata[75].

Vi furono, anche da parte di alcune associazioni ladine, talune manifestazioni di fedeltà all'Austria.[senza fonte][76]

Tale episodi furono in ogni caso insignificanti nel contesto delle trattative di pace. È infatti noto che le condizioni di pace furono stabilite in proprio dalle potenze vincitrici e che le potenze sconfitte dovettero limitarsi a prenderne atto.

Primo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Bronzetto in memoria di Julius Perathoner all'ingresso del municipio di Bolzano – Emil Gurschner (1886-1938)

Dopo l'occupazione militare, l'Alto Adige fu incluso nel commissariato generale civile della Venezia Tridentina, in attesa che il trattato di pace ne sancisse l'annessione.

Il re Vittorio Emanuele III, nel discorso alla corona del 1º dicembre 1919, dichiarò l'intento di voler rispettare in pieno le autonomie e le tradizioni locali, con il supporto delle istituzioni politiche e militari. Le scuole, le istituzioni e le associazioni tedesche furono mantenute e furono inoltre avviate trattative per creare strutture amministrative autonome, in grado di garantire un'integrazione efficace delle istituzioni locali nel nuovo sistema statale. In un primo momento i governi liberali perseguirono dunque una politica abbastanza tollerante verso le minoranze tedesche, sostituendo al governatore militare Guglielmo Pecori Giraldi il Commissario Generale Civile per la Venezia Tridentina Luigi Credaro,[77] il quale preservò l'ordinamento amministrativo decentrato della regione.

Il biennio rosso e l'avvento del fascismo[modifica | modifica sorgente]

Targa apposta nel Municipio dalla Giunta comunale di Bolzano nel 2012, a ricordo dell'assalto fascista del 1922

Nell'immediato dopoguerra e negli anni successivi, in svariati territori europei soggetti ad opposte rivendicazioni scoppiarono violenze, rivolte e conflitti a carattere nazionalista ed interetnico. Ci furono guerre per definire il possesso di singoli territori. In territori con popolazione multietnica scoppiarono conflitti o furono varate politiche di assimilazione.

A queste violenze si sommarono rivolte di carattere sociale ispirate dalla Rivoluzione Russa. L'Italia non fece eccezione (vedi Biennio Rosso): ad una serie di rivolte sociali ed operaie si contrappose la violenza del nascente fascismo.

Anche l'Alto Adige fu pertanto investito da violenze disordini con connotazione politica e nazionalistica, perpetrati dagli squadristi fascisti, che miravano a ribadirne il possesso italiano e a reprimerne le istanze autonomiste.

La ex Kaiserin Elisabeth Schule, oggi scuola elementare "Dante Alighieri". Il rifiuto del sindaco Julius Perathoner di concedere l'edificio per consentire l'apertura di una scuola elementare italiana, costituì il pretesto per la Marcia su Bolzano.

Alle elezioni parlamentari del 1921 votarono per la prima volta gli elettori dei "territori redenti": in Alto Adige (compreso nella Venezia Tridentina) i germanofoni presentarono la Tiroler Volkspartei ("Partito popolare tirolese"), la Deutschfreiheitliche Partei ("Partito libertario tedesco") e la Sozialdemokratische Partei ("Partito socialdemocratico"). I primi due partiti si presentarono uniti sotto il nome di Deutscher Verband ("Alleanza tedesca"), ottenendo circa il 90% dei voti e conquistando quattro seggi alla Camera dei deputati (Eduard Reut-Nicolussi, Karl Tinzl, Friedrich von Toggenburg e Wilhelm von Walther). I socialdemocratici ebbero il restante 10% dei consensi e non riuscirono a inviare alcun deputato a Roma. I quattro rappresentanti continuarono le trattative sull'autonomia in parlamento, che terminarono dopo la presa di potere del fascismo (28 ottobre 1922).

Il 24 aprile 1921, i fascisti avevano avuto notizia che, nel corso della Fiera di Bolzano, si sarebbe tenuta una manifestazione pangermanista.[78] Achille Starace (divenuto poi celebre come segretario del P.N.F.), leader del fascismo locale, organizzò un'azione squadrista posta ai suoi diretti ordini. Negli scontri che seguirono fu assalito con armi da fuoco e bombe a mano un corteo folcloristico.[79] Quarantacinque persone furono ferite, in parte gravemente. Franz Innerhofer, un maestro di Marlengo, rimase ucciso da colpi di pistola mentre tentava di ripararsi sotto un portone assieme ad uno scolaro. Quel giorno venne ricordato come la "Domenica di sangue" (Blutsonntag).

Il 4 ottobre 1922 Starace organizzò la cosiddetta marcia su Bolzano, tre settimane prima della marcia su Roma, utilizzando a pretesto la mancata concessione di un edificio per la scuola elementare italiana. Fu quindi occupato il Municipio e vennero chieste le dimissioni del sindaco (nazionalista) Julius Perathoner e del consiglio comunale. Anche il Commissario Generale Civile della Venezia Tridentina Luigi Credaro subì l'assalto di una squadra fascista (il 5 ottobre), a seguito del quale si dimise. Credaro era "reo" di una politica particolarmente conciliante verso la minoranza tedesca e rispettosa dell'ordinamento amministrativo decentrato della regione.

Il governo non intervenne e, cedendo alla richieste, nominò al governo della città il (peraltro moderato) commissario straordinario Augusto Guerriero. Il governo italiano mostrò ancora una volta la propria debolezza di fronte alla ormai dilagante violenza fascista: nemmeno un mese dopo con la marcia su Roma, Mussolini prendeva il potere.

Gli anni del regime e la politica di italianizzazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Italianizzazione (fascismo), Italianizzazione dell'Alto Adige e Programma di Tolomei.
Parata delle Camicie Nere in Corso Libertà a Bolzano

Con l'avvento del governo fascista fu varata in tutta Italia una politica nazionalista di compressione delle minoranze dialettali e linguistiche, che comportò l'italianizzazione di nomi e toponimi e la chiusura di tutte la scuole non italiane. I fascisti fecero proprie le teorie del nazionalista trentino Ettore Tolomei, che sosteneva che l'Alto Adige fosse un territorio forzatamente germanizzato da riportare alla sua condizione "originaria".

Anche l'Alto Adige pertanto, fu sottoposto a una politica di graduale e progressiva italianizzazione. Il primo passo fu la riforma Gentile del 24 ottobre 1923, che prevedeva la graduale soppressione delle scuole in lingua non italiana nei nuovi territori occupati. Fu quindi chiusa gran parte della stampa germanofona. Toponimi e insegne furono italianizzati. Mediante un decreto del 1923, fu imposto l'uso dei soli toponimi, sulla base del Prontuario dei nomi locali dell'Alto Adige di Ettore Tolomei. Fu vietato l'uso delle parole Tirol o Südtirol. Vennero chiuse le sezioni del Deutscher und Österreichischer Alpenverein (Club Alpino austro-tedesco) e circa 20 rifugi montani furono espropriati senza risarcimento.[80]

Il 21 gennaio 1923 il commissariato della Venezia Tridentina, pur mantenendo il controllo militare e di polizia, passò il controllo amministrativo alla neocostituita provincia di Trento,[81] con capoluogo a Trento, che all'epoca incorporava anche l'Alto Adige. Sempre nel 1923, nell'ambito di una generale riorganizzazione amministrativa che investì tutta Italia, i comuni ladinofoni di Livinallongo, Colle e Cortina passarono alla provincia di Belluno. A tale distacco, di carattere prettamente pratico, i movimenti pantirolesi tentarono di dare un significato politico, in quanto avrebbe spezzato il territorio della cosiddetta Ladinia fra tre provincie (Trento, Bolzano e Belluno). In realtà, sin dalla riforma dei distretti giudiziari operata nel 1868 in seno all'Impero austro-ungarico, l'unità ladina era stata divisa, rendendo il tedesco la lingua ufficiale della Val Gardena e della Val Badia e l'italiano la lingua ufficiale di Livinallongo, Ampezzo e Fassa.[82]


Con le "leggi fascistissime" del 1925 il regine impose il controllo su tutto: la stampa fu messa sotto censura, così come i partiti ed i sindacati. In ALto Adige furono banditi i quotidiani di lingua tedesca, nonostante il regime promosse il quotidiano in lingua tedesca Alpenzeitung, ovvero la trduzione in tedesco del quotidiano in lingua italiana "La Provincia di Bolzano" ("l'Italia vigila con l'arma al piede", intitolarono i giornali).[83]

Nel 1926 un regio decreto impose il ritorno alla forma italiana dei "cognomi d'origine italiana o latina" che fossero stati "tradotti o trasformati con grafia straniera". Ettore Tolomia voleva invece che tale legge venisse ampliata a tutti i cognomi.[84]

Nel 1927 venne istituita la nuova provincia di Bolzano, ottenuta dallo scorporo degli ex circondari di Bolzano, di Bressanone e di Merano della provincia di Trento[85].

Nel 1934 fallì il tentativo del colpo di stato nazista culminato con l'assassinio del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. In tale occasione Mussolini decise di porsi come protettore della piccola repubblica minacciata dal Reich e schierò quattro divisioni alla frontiera austriaca.[86] Per meglio proteggere il nuovo confine italiano, negli anni trenta furono erette in Alto Adige le fortificazioni del Vallo Alpino Littorio, che doveva estendersi da Ventimiglia a Fiume, coprendo tutto l'arco alpino.

La popolazione tedescofona reagì istituendo le clandestine Katakombenschulen (scuole delle catacombe), fondate dal prelato Michael Gamper. La casa editrice Tyrolia da lui diretta dovette cambiare nome: si scelse il troppo tedescofono nome Verlagsanstalt Vogelweider, sostituito dopo pochi mesi col nome Athesia (il nome latino della valle dell'Adige), che conserva tuttora. Inoltre, nell'autunno del 1928 furono create scuole parrocchiali tedesche ove s'insegnava la religione nella madrelingua (su disposizione di papa Pio XI, contattato da Gamper).[80] Grazie ai privilegi garantiti dal concordato, fu inoltre possibile stampare dei periodici ecclesiastici in lingua tedesca.

In un primo tempo l'Alto Adige rimase dunque incluso nella provincia di Trento al fine di diluire l'influenza dell'elemento etnico tedesco. Tale esigenza venne tuttavia meno quando il regime fascista abolì la democrazia locale e al contrario emerse la necessità di un controllo più particolareggiato del territorio: fu così che il 16 dicembre 1926 Umberto Ricci entrò in carica come primo Prefetto di Bolzano, mentre la Provincia di Bolzano fu istituita con Regio decreto 2 gennaio 1927, n° 1, sul territorio degli ex circondari di Bolzano, di Bressanone e di Merano.[87] La provincia della Venezia Tridentina venne quindi divisa nelle due province di Trento e Bolzano.[88] Il confine della provincia di Bolzano fu tracciato nei pressi di Laives, località appena a sud di Bolzano, e non più presso la chiusa di Salorno, che rappresentava il vecchio confine fra Trento e Bolzano. Questo allo scopo di favorire l'italianizzazione dei territori mistilingui (in cui cioè la presenza di popolazione italofona era già considerevole prima dell'annessione).[89]

Le assimilazioni ed espulsioni forzate delle minoranze nel periodo interbellico[modifica | modifica sorgente]

La politica italiana in Alto Adige durante il fascismo, non fu un unicum. Anche verso le minoranze slavofone (slovene e croate) della Venezia Giulia vennero adottate politiche simili. Verso le altre minoranze etnico-linguistiche, già facenti parte del Regno, vennero confermate le usuali politiche di non riconoscimento delle peculiarità linguistiche. Inoltre, in tutto il paese, furono numerosi i toponimi e i nomi che vennero italianizzati (in Sardegna, Piemonte, Valle d'Aosta, Sicilia, ecc,).

In tutta Europa (e non solo), nel periodo interbellico, furono molte le minoranze etnico/linguistiche che si vennero a trovare all'interno di stati nazionali aventi un retroterra linguistico-culturale differente dal loro. Questo non era dovuto solo all'incompleta applicazione delle filosofie wilsoniane, ma al semplice fatto che i confini fra le diverse etnie e lingue non erano netti. Era vero semmai il contrario: regioni in cui diverse lingue ed etnie si mescolavano e convivevano erano frequentissime, soprattutto nell'Europa dell'est. Il definitivo trionfo degli stati nazionali, scaturito dalla conferenza di Parigi, sortì l'effetto contrario a quello desiderato da Wilson: le politiche di assimilazione forzata delle minoranze presero impulso e vigore. I casi più noti ed eclatanti furono le persecuzioni degli armeni e degli assiri, perpetrate dagli Ottomani, così come il gigantesco scambio di popolazioni fra Grecia e Turchia. Analogamente, si assistette all'assimilazione delle minoranze tedesche ed ungheresi operate dal Regno di Jugoslavia, e quelle delle minoranze ucraine operate dai polacchi. La stessa Austria, madrepatria degli altoatesini tedescofoni, non riconobbe i diritti degli sloveni della Carinzia.

Oltre 200.000 tedeschi furono espulsi dall'Alsazia-Lorena in seguito alla riannessione alla Francia, anche se la metà di essi poté tornare.[90]

I monumenti, i grandi lavori, l'immigrazione[modifica | modifica sorgente]

L'Alto Adige non sfuggì ai grandi lavori tipici del ventennio, che qui assunsero, com'è comprensibile, anche una valenza italianizzatrice. Già nel 1923, le attuali provincie di Bolzano e Trento, vennero unite in un'unica "grande provincia" di Trento e solamente nel 1926 fu istituita quella di Bolzano con lo scopo di accelerare l'italianizzazione come di fatto avvenne ad esempio con il progetto della grande zona industriale di Bolzano che partì nel 1934; grandi gruppi industriali accettarono di aprire a Bolzano un loro stabilimento: acciaierie Falck, Lancia, Magnesio, Feltrinelli, Iveco, ...).[91] L'opera di maggior impatto fu probabilmente la costruzione della zona industriale di Bolzano, che comportò l'immigrazione (specie dal nord Italia) di decine migliaia di lavoratori, rendendola in pochi anni una città a maggioranza italiana.

A Bolzano fu di conseguenza messo in atto un grande programma urbanistico, per la costruzione di nuovi quartieri residenziali, che aveva anche lo scopo di trasformare «da nordico in mediterraneo» (Galeazzo Ciano, novembre 1938) l'aspetto estetico e urbanistico della città.[92] L'immigrazione venne indirizzata anche verso gli altri centri maggiori di fondovalle, come Merano o Bressanone, risparmiando per contro i centri montani minori, che ancor oggi mantengono un'impronta decisamente tedesca.

Vennero rimossi e/o sostituiti monumenti celebrativi della "germanicità" dell'"era Perathoner", quali per esempio la statua di Walther von der Vogelweide a Bolzano (nel 1935), o il controverso monumento a Teodorico che soggioga Re Laurino. Furono per contro eretti monumenti celebrativi del regime fascista e della vittoria italiana, come ad esempio il Monumento alla Vittoria, costruito sui ruderi dell'incompiuto monumento ai Kaiserjäger. Tale monumento fu oggetto di furibonde polemiche (tuttora in corso) a partire dal secondo dopoguerra. Altro esempio controverso è la ex Casa del Fascio di Bolzano, sul cui facciata si può tuttora vedere il bassorilievo di Mussolini a cavallo. Altre edificazioni del periodo furono il tribunale, la Casa del Fascio, la Casa della Gioventù Italiana del Littorio femminile.[91]

Nel corso degli anni trenta diversi sacrari militari per soldati italiani (ed austroungarici) furono costruiti nelle provincie che erano state coinvolte dalla guerra, tre dei quali in Alto Adige (a San Candido, Colle Isarco e al Passo Resia). Anche questi furono e sono oggetto di polemiche (e di attentati), alla pari del Monumento all'Alpino di Brunico, ecc. ecc.

Le opzioni di cittadinanza[modifica | modifica sorgente]

Optanten in arrivo alla stazione di Innsbruck (1940)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opzioni in Alto Adige.
« È mia incrollabile volontà ed è anche mio testamento politico al Popolo tedesco, ch’esso consideri intangibili per sempre la frontiera delle Alpi, eretta fra noi dalla natura. »
(Adolf Hitler, 19 marzo 1938)

Nel 1938 si verifica l'avvicinamento fra Hitler e Mussolini, che ebbe fra le sue conseguenze l'annessione dell'Austria al Terzo Reich. Tale annessione rinforzò le già spiccate simpatie dagli altoatesini di lingua tedesca verso il nazismo, accendendo in loro la speranza che presto avrebbero seguito il destino austriaco. Tuttavia il 23 giugno 1939 un accordo fra il governo tedesco e quello italiano (per il quale era presente a Berlino il Prefetto di Bolzano Giuseppe Mastromattei), interessati per motivi diversi ad allontanare il maggior numero possibile di tedescofoni dalla zona, portò alle cosiddette Opzioni (l'accordo venne formalizzato il 21 ottobre 1939). Gli abitanti germanofoni furono considerati Volksdeutschen ("di etnia tedesca")[93], e fu quindi a loro concessa la possibilità di optare per la cittadinanza germanica e di trasferirsi nel Reich. Chi rimaneva accettava di conseguenza l'italianizzazione, non essendo previsto nell'accordo alcuna forma di tutela linguistica. Gli accordi prevedevano il rimpatrio immediato di circa 10.000 cittadini tedeschi (Reichsdeutsche) residenti in Alto Adige. Per il trasferimento degli optanti fu concesso un certo lasso di tempo. La possibilità di optare venne quindi estesa anche agli abitanti delle isole tedesche del Trentino, del Veneto e del Friuli[93]. In un secondo momento, sempre nel 1939, la possibilità di optare fu estesa anche alle popolazioni di parlata ladina già comprese nell'ex contea del Tirolo[94], con esclusione dalla val di Fassa.

La società altoatesina ne uscì fu lacerata, da una lato c'erano gli Optanten e dall'altro i Dableiber ("coloro che restano", coloro che decisero di non "tradire" la loro terra, rimanendo), additati come traditori, discriminati e più tardi perseguitati (al tempo dell'invasione tedesca).

In Alto Adige, la stragrande maggioranza dei germanofoni (166.488 pari all'85-90 % della popolazione) optò per il Terzo Reich. Questo fu dovuto anche alle incertezze del governo italiano, che da un lato desiderava un trionfo dei Dableiber (che a loro parere avrebbe dimostrato il successo dell'italianizzazione) e dall'altro all'allontanamento in massa dei germanofoni, che avrebbe consentito una colonizzazione italiana più rapida anche nelle valli. A ciò si aggiunge la martellante propaganda del filonazista Völkischer Kampfring Südtirols (Circolo combattente popolare del Tirolo meridionale), che ricorse anche alla violenza e alla persecuzione e che fece circolare la voce che coloro che non avessero optato per la Germania sarebbero stati trasferiti in Sicilia (la ben nota "leggenda siciliana").[93]

Per quanto riguarda i ladini, le opzioni ebbero una significativa incidenza in val Gardena, ma non nelle altre valli ladine.[95]

De facto gli emigranti furono 75.000, soprattutto semplici lavoratori e contadini, che vendettero le loro case all'Ente per le tre Venezie o ai Dableiber, fino a che nel 1943 l'Alto Adige non venne occupato dalle truppe germaniche. Circa un terzo degli emigrati (25.000 persone) ritornò in Italia dopo la guerra.[96] Alcuni di loro, che spesso in Germania avevano abbracciato l'ideologia nazista ed avevano prestato servizio nella Wehrmacht, confluiranno poi nei gruppi terroristici indipendentisti e nella SVP.

L'armistizio e l'occupazione tedesca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Armistizio di Cassibile e Operazione Alarico.
Il Gauleiter Franz Hofer
Truppe germaniche accolte dai sudtirolesi a Bolzano (9 settembre 1943)

Dopo la destituzione e l'arresto di Mussolini a seguito degli eventi del 25 luglio 1943, Hitler ordinò l'inizio delle operazioni militari volte ad occupare i passi alpini e liberare il duce. I piani di azione erano già stati elaborati dal comando tedesco nel maggio ed erano pronti a scattare con la parola d'ordine: Alarich und Konstantin (operazione Alarico).

Il 27 luglio iniziò la discesa dal Brennero delle truppe tedesche, comandate dal generale Valentin Feuerstein, acquartierato a Innsbruck, utilizzando venti autobus postali dati in dotazione da Franz Hofer, Gauleiter del Tirolo e Vorarlberg; altri soldati erano pronti a dar loro manforte. L'arrivo contemporaneo in Alto Adige di truppe alpine italiane incrementò la tensione tra i comandi militari italiani e quelli tedeschi e Franz Hofer dal canto suo chiese ufficialmente la riunificazione del Tirolo.[97]

Il 30 luglio alle 20.10 la 26ª divisione corazzata tedesca attraversò il confine e in pochi giorni, senza che le fosse opposta una grande resistenza.

Dopo l'8 settembre 1943 l'esercito italiano, lasciato senza ordini, si sfasciò. L'Alto Adige fu occupato dal Terzo Reich nell'ambito dell'operazione Alarico. Parte della popolazione accolse le truppe tedesche come forze di liberazione.[98] Altre però temevano la vendetta dei nazisti dato che si erano dichiarati Dableiber.[99]

Uno dei primi obiettivi degli invasori fu l'occupazione delle caserme in località Terme di Brennero (Brennerbad) per poter disarmare le truppe italiane.[100] Alle 22 i tedeschi scendendo lungo l'Alta Valle d'Isarco iniziarono ad attaccare Colle Isarco. Alle 23.30 le truppe italiane di Vipiteno e Colle Isarco abbandonarono le armi; in seguito vennero occupate le cittadine di Bressanone e Chiusa, ponti, ferrovie e centrali elettriche furono presidiate dalle truppe tedesche fronteggianti quelle italiane. Stessa sorte subirono la Val Pusteria e la Val Venosta. Alle 2 del mattino del 9 settembre le truppe arrivano a Bolzano ed iniziò l'occupazione della città. Il generale di divisione Fantoni, informato dal giornalista Vischi che i tedeschi erano alle porte, decise di aspettare i tedeschi all'alba; l'aeroporto di Bolzano, dotato di 24 aerei, chiese il supporto di un reparto di alpini per aiutare gli avieri armati di due sole mitragliatrici, ma nessun aiuto arrivò. Con un unico tentativo di penetrare nel palazzo del corpo d'armata, i tedeschi riuscirono a guadagnare l'ingresso nonostante una reazione da parte dei carabinieri. Sei carri armati arrivarono alla caserma Mignone: in tale occasione un ufficiale e un artigliere italiani morirono. Le truppe si posizionare ben presto attorno a diversi punti sensibili come il comando del Corpo d'Armata e alle antenne dell'EIAR presso Monticolo.[101] Alle 3 del mattino i tedeschi sparano con artiglieria e tre carri, ma il comando resiste: restano sul campo 4 tedeschi e 3 carabinieri. Nel frattempo diversi sudtirolesi si ritrovano presso l'hotel Grifone dove vennero loro distribuite delle armi assieme a dei bracciali con la scritta SOD, Suedtiroler Ordnung-Dienst. L'avanzata tedesca nella città continua; carri armati giungono anche alla caserma Cadorna, dove vi fu qualche morto e numerosi feriti. Altri tentarono la fuga risalendo le pendici del Guncina, ma vennero fatti ritornare indietro da sassi fatti rotolare appositamente dai contadini.Il generale Gloria, che attendeva ordini da Roma, decise assieme ai suoi ufficiali di esporre bandiera bianca e di abbandonare le armi anche perché verso le 3 un panzer Tiger sparò un colpo alla facciata del comando generale. Pochi furono i combattimenti in città; qualche breve resistenza vi fu solamente presso i campo d'aviazione, ma ben presto tutte le truppe italiane furono radunate presso il greto del Talvera e dopo alcuni giorni vennero spostate in altri luoghi.[102] Bolzano, senza alcun mezzo corazzato, fu ben presto sottomessa: il 9 settembre morirono 26 militari italianie 9 tedeschi; se si calcolano i deceduti anche dei giorni seguenti in seguito alle ferite riportate le cifre sono aggiornate a 35 italiani e 12 tedeschi.[101]

L'Operationszone Alpenvorland[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Zona d'operazioni delle Prealpi.
(EN)
« Nazi authorities [...] made a systematic effort to de-Italianize the inhabitants and to suppress every vestige of Italian culture.[103] »
(IT)
« La autorità naziste operarono uno sforzo sistematico per de-italianizzare gli abitanti e sopprimere ogni segno della cultura italiana »
L'Alpenvorland e la Adriatisches Küstenland, facevano nominalmente parte della R.S.I., ma erano sotto amministrazione tedesca, in vista della successiva annessione al Grossdeutsches Reich
Targa a ricordo dei deportati ebrei di Merano (15 settembre 1943), presso l'ex sede dell'Opera Nazionale Balilla, arrestati con l'aiuto dei collaborazionisti della Südtirol Ordnungsdienst (S.O.D.). La S.O.D. giunse a contare 17.000 effettivi.

Con l'occupazione tedesca, la provincia di Bolzano, insieme a quelle di Trento e Belluno, fu incorporata nella Zona d'Operazione delle Prealpi, nominalmente parte della Repubblica Sociale Italiana, ma de facto amministrata dal Terzo Reich, e posta sotto il comando del Gauleiter del Tirolo Franz Hofer. Durante i "600 giorni", il gruppo linguistico italiano subì gravi contraccolpi: gran parte delle autorità amministrative italiane, sinora fedeli al regime, furono sostituite da elementi tedeschi, fedeli al Reich; il giornale fascista La Provincia di Bolzano venne soppresso e sostituito con quello nazista Bozner Tagblatt; l'unica emittente radiofonica italiana venne sostituita con un'emittente tedesca. Alla provincia di Bolzano furono riaggregati i comuni della Bassa Atesina e quelli ladini di Cortina d'Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia. A capo dell'amministrazione locale vennero collocati soprattutto elementi dell'associazione altoatesina per le Opzioni in Alto Adige (Arbeitsgemeinschaft der Optanten für Deutschland) e fu nominato prefetto Peter Hofer.[104]

I militari di lingua tedesca confluirono nella Wehrmacht, nelle SS e nella Gestapo. Nel 1943, dopo il reclutamento di circa 2000 soldati per i quali il servizio militare era d'obbligo (classi 1900-1912), in maggioranza optanti, la Wehrmacht ebbe difficoltà nel 1944 a trovare volontari per costituire il reggimento e dovette procedere all'arruolamento prevalentemente di Dableiber. Le alte qualifiche furono ricoperte esclusivamente da persone del Reich tedesco.

Il collaborazionismo con le autorità naziste

Il SS Polizei-Regiment "Bozen" collaborò alle persecuzioni contro gli ebrei (fu decimata la comunità di Merano) e alla caccia ai soldati italiani sbandati dopo l'8 settembre. I militari tedeschi vittime dell'Attentato di via Rasella a Roma, che scatenò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, appartenevano all'11ª compagnia del 3º battaglione del reggimento SS-Polizeiregiment Bozen. Il medesimo reggimento Bozen, formato quasi esclusivamente da altoatesini di lingua tedesca, si macchiò di gravi crimini contro la popolazione civile italiana, tra cui la strage della Valle del Biois, in cui vennero massacrate circa 44 persone[105]. Numerose furono le persecuzioni contro i Dableiber, tacciati di tradimento: molti di loro (soprattutto gli esponenti) furono picchiati, arrestati e deportati. Le violenze si protrassero anche oltre la fine della guerra: l'11 novembre 1946 veniva assassinato a randellate l'ex sindaco di Caldaro, Attilio Petri, secondo alcuni poiché avrebbe esposto il tricolore italiano il giorno del 4 novembre, anniversario della vittoria italiana nella prima guerra mondiale.

A Bolzano sorse un campo "di transito" (Polizeiliches Durchgangslager) attraverso il quale passarono migliaia di vittime destinate ai campi di sterminio Oltrebrennero. Anche 23 italiani furono catturati e internati nel campo di Bolzano, per poi essere trucidati nell'eccidio della caserma Mignone il 12 settembre 1944. Altri 9 italiani vennero massacrati nella strage di Lasa.

In base al "programma di eutanasia - T4", voluto da Hitler, molti infermi psichici e disabili vennero deportati presso la clinica psichiatrica di Innsbruck e di qui a Hall e al Castello di Hartheim a Linz. Dei 569 malati che furono deportati, 239 morirono di fame e privazioni o furono eliminati.[106]

Resistenza

Non mancarono tuttavia casi positivi: come ricordato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, durante la sua detenzione al carcere di Regina Coeli a Roma nel corso dell'occupazione tedesca della capitale, le guardie di origine altoatesina si distinsero per una maggiore indulgenza verso i detenuti ed ebbero un ruolo molto importante nel facilitare l'evasione di Pertini stesso e di alcuni suoi compagni dalla prigione il 25 gennaio 1944[107].

La resistenza contro i tedeschi era rappresentata dalla sezione provinciale del CNL (guidato fino alla sua esecuzione mediante strangolamento da Manlio Longon).[108] Anche i Dableiber, perseguitati come traditori dai nazisti, si organizzarono nella Andreas-Hofer-Bund. Si ricordano i nomi di Hans Egarter, Franz Thaler e Friedl Volgger, quest'ultimi internati nel campo di concentramento di Dachau. Volgger riuscì a sopravvivere e nel dopoguerra divenne senatore della Südtiroler Volkspartei. Josef Mayr-Nusser, capo della gioventù cattolica diocesana, non volle prestare giuramento alle SS per incompatibilità con la propria fede religiosa: morì durante il viaggio verso il Campo di concentramento di Dachau. Anche Erich Ammon, esponente di spicco dei Dableiber e poi tra i fondatori della Südtiroler Volkspartei (SVP), fece parte della resistenza.[109]

Il primo bombardamento alleato della città di Bolzano avvenne il 2 settembre 1943 (contemporaneamente a Trento, duramente colpita dalle bombe alleate che provocarono la strage della Portela, con poco meno di 200 vittime).[101]

Il 25 aprile del 1945 l'Alto Adige venne liberato dagli Alleati. La seconda guerra mondiale finiva con 8.000 altoatesini dispersi o morti in guerra.

Secondo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

« Si deve riconoscere che oggidì non vi è in Europa una minoranza di lingua tedesca che abbia una posizione così favorevole come l'hanno gli altoatesini. »
(Karl Gruber, Ministro degli Esteri austriaco[110])

Nell'immediato dopoguerra (1945-1946) la ricostituita Austria sperò di poter ottenere il territorio dell'Alto Adige, atteggiandosi a "prima vittima del nazismo". Tuttavia l'Austria era un paese sconfitto e sotto occupazione alleata. Non solo aveva dato i natali ad Adolf Hitler, ma aveva più tardi supportato il nazismo e partecipato allo sterminio degli ebrei. Un buon numero di altoatesini di lingua tedesca aveva a sua volta simpatizzato per il nazismo. Il tutto rendeva la richiesta di annessione intempestiva e difficile da sostenere. L'Italia, oltretutto, aveva già subito forti amputazioni territoriali in Venezia Giulia, che avevano provocato l'esodo di centinaia di migliaia di persone.

Infine, l'Unione Sovietica si oppose fermamente all'accorpamento dei territori tedescofoni, temendo possibili rigurgiti pangermanisti. Alla Conferenza di Potsdam pertanto, fu confermata la sovranità italiana su tutto l'Alto Adige anche in previsione della futura Guerra Fredda.[111] La raccolta di 155.000 firme, su iniziativa della neonata Südtiroler Volkspartei, non influì su tale decisione.

Area storica di diffusione della lingua tedesca (1910) Area storica di diffusione della lingua tedesca (1910)
Area storica di diffusione della lingua tedesca (1910)
Area di diffusione della lingua tedesca nel 1950: le espulsioni di massa del dopoguerra risparmiarono l'Alto Adige

Conseguenza della politica dell'URSS fu l'espulsione verso la Germania di circa 15 milioni di germanofoni, avvenuto con modalità tragiche e nella quale trovarono la morte tre milioni di civili. Situato fuori dalla zona di occupazione sovietica, l'Alto Adige fu preservato da questo destino, che comportò, fra le altre cose, l'eradicazione di tutte le minoranze tedesche ex-asburgiche rimaste fuori dall'Austria, e di tutte quelle propriamente tedesche. Fra le poche minoranze tedesche superstiti, gli altoatesini furono gli unici a non subire alcun processo di degermanizzazione (l'Alsazia-Lorena, per contro, fu però sottoposta ad un'intensa francesizzazione), vedendo, al contrario, riconosciuti il loro status.

Il riconoscimento della minoranza tedesca e la nascita della regione autonoma[modifica | modifica sorgente]

« La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche »
(Costituzione della Repubblica Italiana, art. 7)

A compensazione della mancata riannessione dell'Alto Adige, l'Austria ottenne infatti che lo status della sua minoranza fosse regolato mediante un trattato bilaterale.

Il primo ministro italiano Alcide De Gasperi e Karl Gruber, ministro degli esteri austriaco, raggiunsero un accordo, ratificato il 5 settembre 1946, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 24 dicembre del 1947. Tra le varie cose, fu prevista la possibilità del rientro degli optanti.

Funes nel dopoguerra, un tipico esempio di comune rurale prima della modernizzazione dagli anni settanta in poi

L'Accordo De Gasperi-Gruber riconosceva i diritti degli abitanti di lingua tedesca delle province di Trento e di Bolzano (l'art. 1 recitava: "Gli abitanti di lingua tedesca della Provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni bilingui della provincia di Trento godranno di completa eguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca"). Oltre a questo vi fu la concessione, unica in Europa verso una popolazione collaborazionista (si pensi solo alla sorte dei Sudeti), di riacquistare la cittadinanza italiana senza subire alcuna ritorsione (i cosiddetti "rioptanti"). Da parte sua l'Austria e rinunciava formalmente e in modo definitivo a qualsiasi rivendicazione sull'Alto Adige.

Il primo gennaio del 1948, entrò in vigore la nuova costituzione italiana, che, al suo art. 6, prevedeva la tutela delle minoranze e, all'art. 116, lo statuto speciale per la regione Trentino-Alto Adige.

Venne dunque creata la regione autonoma del Trentino-Alto Adige, dove però gli italofoni erano comunque in maggioranza. In questo veniva anche data soddisfazione alle istanze autonomiste trentine, supportate in prima persona da trentino De Gasperi. Il primo statuto speciale del 1948 concedeva ampi poteri legislativi, amministrativi e finanziari all'intera Regione Trentino-Alto Adige/Tiroler Etschland, sanciva il bilinguismo italiano/tedesco, istituiva scuole in lingua tedesca e reintroduceva la toponomastica bilingue.

Nel 1948 furono annessi alla provincia di Bolzano i comuni a maggioranza o forte presenza tedesca, a suo tempo accorpati alla provincia di Trento: Anterivo, Bronzolo, Cortaccia, Egna, Lauregno, Magrè (dal quale fu successivamente scorporato il comune di Cortina sulla strada del vino), Montagna, Ora, Proves, Salorno, Senale-San Felice, Trodena. In questo modo si raggruppavano i comuni "tedeschi" nella provincia di Bolzano[112]. Rimasero escluse solo alcune isole linguistiche sul territorio trentino, troppo isolate dall'Alto Adige.

Questa serie di provvedimenti, anche se ispirata dalle grandi potenze, poté realizzarsi grazie alla notevole disponibilità da parte del governo italiano, specie se si considera il fatto che in Alto Adige le simpatie verso il nazismo nell'immediato dopoguerra non erano affatto scomparse.[113][114]

Dal 1946 al 1967 l'Ufficio per le Zone di Confine istituito presso la Presidenza del Consiglio si occupò di tutti gli affari relativi alle complesse questioni delle aree di confine, come anche della questione altoatesina, adoperandosi anche economicamente per il "sostegno all'italianità".[115] L'edilizia popolare fu uno dei campi in cui vi furono maggiori tensioni in Alto Adige.[116]

La ratline altoatesina[modifica | modifica sorgente]

Le vie di fuga (in inglese ratline) seguite nel 1946 da centinaia di criminali di guerra nazisti, fra cui Adolf Eichmann, Josef Mengele, Erich Priebke, passavano per il Brennero e portavano in Italia, e da qui, spesso passando per il porto di Genova, in Argentina.

L'Alto Adige nei primi anni del dopoguerra de facto "terra di nessuno". La cittadinanza degli altoatesini era incerta, e l'80% della popolazione che a suo tempo aveva optato per la Germania veniva considerata tedesca senza cittadinanza.[e con questo?]

Nel dicembre 1945, gli alleati si ritirarono dall'Italia settentrionale, facendo dell'Alto Adige l'unico territorio di lingua tedesca non occupato militarmente, e rendendolo una tappa obbligata sulla via di fuga di molti nazisti. In Alto Adige essi ricevettero aiuto e rifugio soprattutto da ecclesiastici di vario grado e livello. Fu spesso grazie all'aiuto delle gerarchie vaticane che essi poi poterono continuare il loro viaggio verso i porti italiani da dove si imbarcarono verso lidi sicuri. Le amministrazioni comunali contribuirono a ciò rilasciando documenti falsi ai suddetti fuggiaschi[117].

Gli storici concordano nell'affermare che in Alto Adige non vi fu nel dopoguerra, concause il risistemarsi dei grandi blocchi nella Guerra fredda e gli atteggiamenti riluttanti sia delle élite locali, in parte compromesse coi regimi totalitari, sia del Governo italiano, il quale non voleva mettere in luce la collaborazione fra fascisti e nazisti, né una sostanziale defascistizzazione né una profonda denazificazione.[118]

Anni cinquanta e sessanta: le rivendicazioni autonomiste e il terrorismo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gruppo Stieler e Befreiungsausschuss Südtirol.
Uno dei 37 tralicci che furono fatti saltare nel giugno 1961

Nel rispetto dell'accordo De Gasperi-Gruber lo statuto del Trentino-Alto Adige aveva ripristinato l'insegnamento del tedesco e ristabilito la toponomastica bilingue. Fino alla metà degli anni cinquanta la Democrazia Cristiana e la Südtiroler Volkspartei (SVP), il partito di riferimento della popolazione di lingua tedesca, guidato originariamente dai Dableiber oppositori del nazismo, collaborarono dunque nella gestione dell'ente regionale, che poté svilupparsi anche economicamente. Nel 1952 il reddito per abitante della provincia di Bolzano era di 211.012 lire, ossia il 130,4% della media nazionale.[119]

La convivenza pacifica venne tuttavia messa a prova dal ritorno massiccio di optanti, caldeggiato dall'Austria e avallato dai vincitori della guerra.[120] Anche il clero locale contribuì a rinfocolare le questioni etniche: il prete Michael Gamper in un articolo pubblicato sul quotidiano Dolomiten accusò le autorità italiane di oppressione nei confronti della popolazione sudtirolese, paragonando la loro condizione a una Todesmarsch (le marce della morte).[121] I politici di lingua tedesca accusarono il governo nazionale italiano di proseguire nell'intento di creare una maggioranza italiana in Alto Adige (tramite la cosiddetta "politica del 51%"),[122][123][124] attirando manodopera dal resto d'Italia per le grandi industrie altoatesine. Alle cifre allarmanti di Gamper che indicavano "50 mila immigrati italiani negli ultimi sette anni" replicò uno studio del Commissariato del Governo e dell'Istituto Centrale di Statistica che quantificò l'aumento della popolazione italiana tra il 1947 e il 1953 nella cifra di poco più di 8 mila unità, legato alla riattivazione postbellica degli uffici statali e militari e alla risistemazione delle opere pubbliche.[125]

La situazione peggiorò ulteriormente a partire dal 1955, anno di ricostituzione della Repubblica Austriaca, che fino a quel momento era uno Stato sotto occupazione e privo di sovranità. Liberatasi del controllo alleato in seguito al trattato di stato, l'Austria decise di mettere in dubbio la sovranità italiana sull'Alto Adige e di farsi portavoce delle istanze rivendicazioniste sudtirolesi ingerendosi direttamente nelle vicende della provincia con la creazione di un apposito "sottosegretariato agli Esteri per gli affari sudtirolesi" (tuttora esistente). Questo venne affidato a Franz Gschnitzer, membro della Lega del Monte Isel (Bergisel-Bund), un'associazione di irredentisti austriaci.

Una cupola difensiva del Caposaldo Col dei Bovi

Durante gli anni della guerra fredda la linea fortificata del Vallo Alpino in Alto Adige, dopo essere stata temporaneamente abbandonata, riprese il suo livello strategico, dovendosi questa volta l'Italia difendere da possibili minacce dall'est, soprattutto dall'URSS. Le varie opere furono quindi riprese in mano ed aggiornate per poter resistere a questa nuova minaccia.[126]

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) avviò un grande cambiamento anche nelle forme di intervento politiche e sociali. Proprio nel 1964 vennero ridefiniti i confini tra l'arcidiocesi di Trento e la diocesi di Bolzano-Bressanone, in modo tale che i confini corrispondessero a quelli provinciali. Artefice di questo passaggio fu l'allora vescovo di Bressanone Joseph Gargitter, precedentemente amministratore apostolico di Trento.[127]

L'affermarsi dell'estremismo etnico[modifica | modifica sorgente]

« Un legame troppo stretto con gli italiani ha effetti mortali per il nostro popolo »
(Silvius Magnago, SVP[128])

Anche grazie agli appoggi stranieri, all'interno della SVP iniziò la scalata al vertice di elementi radicali,[129] per lo più Optanten rinaturalizzati italiani, con trascorsi nazisti,[130] che si spesero per una politica intransigente nei confronti della popolazione e delle istituzioni italiane in provincia di Bolzano. In tutti i comuni aventi consiglio comunale a maggioranza SVP (tutto l'Alto Adige tranne allora Bolzano, Bronzolo, Egna, Fortezza, Merano, Laives, Salorno e Vadena) venne sospeso il rilascio di nuove residenze per italiani, fu fatta propaganda contro i matrimoni misti, venne attuata la separazione etnica nelle scuole e negli edifici tra le persone dei gruppi linguistici italiano e tedesco, fu ostacolata la costruzione di alloggi popolari, poiché ciò avrebbe favorito l'immigrazione italiana e venne chiesto addirittura lo smantellamento della zona industriale di Bolzano.[131] A ciò si univa il rifiuto categorico della presenza maggioritaria di italiani nelle pubbliche amministrazioni della provincia e del centralismo regionale, che culminò nello scontro istituzionale con il presidente della giunta regionale, Tullio Odorizzi. Quest'ultimo si pose a difesa del primo statuto di autonomia deliberato dall'assemblea costituente repubblicana e la Corte Costituzionale confermò i suoi rilievi, bocciando i tentativi della SVP di depotenziare le istituzioni regionali.

L'operato della giunta Odorizzi e della classe dirigente regionale di allora venne tuttavia messo in discussione nel marzo 1957 anche dal questore di Bolzano, Renato Mazzoni, che in una lettera al ministro dell'interno Fernando Tambroni criticò apertamente le politiche fino ad allora tenute dalle istituzioni italiane verso la minoranza germanofona, accusandole di miopia e furberia, e chiese maggior comprensione verso le istanze sudtirolesi.[132] Non fu però ascoltato bensì allontanato dal suo incarico già nel dicembre del 1957. La posizione ufficiale del governo italiano, espressa dal ministro Tambroni un anno prima, era "che non esiste né un problema né tanto meno una questione del Sudtirolo".[133]

Il Los von Trient[modifica | modifica sorgente]

Ne scaturì la lotta contro l'autonomia regionale, dove trentini e altoatesini di lingua italiana erano in maggioranza rispetto alla popolazione di lingua tedesca, a favore di un'autonomia provinciale, dove gli abitanti di lingua tedesca avrebbero potuto contare su una propria maggioranza, ancor più a scapito della minoranza italiana.

Nel frattempo, a capo della SVP si era imposto Silvius Magnago, già optante per la Germania, presidente del consiglio proviniciale, eletto Obmann del partito nella primavera del 1957. Magnago organizzò una grande protesta contro lo stanziamento di due miliardi e mezzo di lire[134] per la costruzione di nuovi alloggi popolari, annunciato dal ministro dei lavori pubblici Giuseppe Togni (il cosiddetto "telegramma Togni"), protesta contro l'immigrazione italiana nella provincia.[135] La manifestazione era prevista per il 17 novembre in piazza Walther a Bolzano, ma il commissario del governo Sandrelli la proibì giustificando che essa poteva portare ad un turbamento dell'ordine pubblico. Magnago propose allora Castel Firmiano, dove già il 5 maggio 1946 20.000 persone avevano protestato per l'autodeterminazione dell'Alto Adige.[136] Sandrelli avrebbe voluto vietare anche quella manifestazione, ma si fece convincere da Magnago, che gli promise: "da tedesco le do la mia parola che non c'è nulla da temere".[137]

La mattina domenicale del 17 novembre una folla di 35.000 persone di tutti i ceti sociali si radunò dunque a Castel Firmiano. La dimostrazione venne organizzata all'insegna del motto Los von Trient ("via da Trento"), che sostituiva il precedente Los von Rom ("via da Roma"), e il Los von Innsbruck del secolo prima formulato dai trentini: ciò suggellava la rinuncia di una parte dei popolari altoatesini alla secessione dall'Italia a favore di una maggiore autonomia. Magnago si appellò anche al governo austriaco, chiedendone un impegno maggiore.

Durante l'adunata furono distribuiti volantini incendiari: "Vogliamo restare tedeschi, non schiavi di un popolo, che col tradimento e con l'imbroglio ha occupato la nostra terra e vi attua da quarant'anni un lavoro sistematico di depredamento e di colonizzazione peggiore dei metodi coloniali usati nell'Africa centrale."[138]

La stagione degli attentati[modifica | modifica sorgente]

Gli sviluppi di questa politica contro il governo italiano non furono solo pacifici. I primi attentati esplosivi si verificarono nel 1956 e 1957 ad opera del gruppo Stieler, dal nome del capobanda, tipografo presso il quotidiano Dolomiten. Dal settembre 1956 si susseguirono attentati contro tralicci elettrici e ferroviari, cantieri edili e monumenti. Tutto ciò rendeva difficile i negoziati italo-austriaci. L'escalation del disordine fece risuonare a livello internazionale tale da renderla eguale a quella dell'Algeria e di Cipro negli stessi anni.[139]

Contemporaneamente vennero celebrati anche i processi contro i cosiddetti ragazzi di Fundres (Pfunderer Burschen), accusati di aver ucciso un membro della Guardia di Finanza, condannati a diversi anni di carcere.[140]

Il fatto di maggior rilevanza negli anni cinquanta fu la nascita di un movimento terrorista clandestino, mirante alla riunificazione del Tirolo sotto la giurisdizione dell'Austria, il Befreiungsausschuss Südtirol - BAS (letteralmente Comitato per la liberazione del Sudtirolo). Negli anni sessanta si verificarono numerosi attentati dinamitardi, inizialmente contro cose (tralicci, caserme, ma anche luoghi di ritrovo come bar e oratori); ma i terroristi non esitarono a usare la violenza contro le forze dell'ordine, ricorrendo addirittura a mine antiuomo e causando diverse vittime. L'azione più nota fu quella della "Notte dei fuochi" organizzata dal BAS il 12 giugno 1961, quando in occasione della festa del Sacro Cuore vennero accesi dei fuochi sulle montagne e furono collocate cariche esplosive presso una sessantina di tralicci sull'intero territorio della provincia; solo una quarantina esplosero, ma bastarono comunque a gettare il panico tra la popolazione italiana e a uccidere Giovanni Postal, dilaniato da una bomba che stava cercando di rimuovere.[141] L'azione più cruenta del BAS fu la strage di Cima Vallona, il 25 giugno del 1967: a seguito dell'esplosione di un traliccio a Cima Vallona (nel Bellunese), fu dilaniato da una mina uno degli alpini che sorvegliavano l'area. A bonificare la zone e ad indagare sull'attentato fu inviata dall'aeroporto di Bolzano la Compagnia Speciale Antiterrorismo. Una seconda mina dilaniò la pattuglia arrivata in loco, causando la morte di altri tre militari.

Le forze di polizia ed in particolare i Carabinieri risposero duramente. Ci furono denunce secondo le quali due persone sarebbero morte in seguito a torture subite in carcere. La Corte d'Assise di Milano a proposito delle presunte sevizie rilevò che "dalle perizie necroscopiche eseguite da collegi di periti fosse risultato che entrambi i detenuti erano morti per cause naturali".[142] I membri del BAS che parteciparono alla "notte" furono processati nel 1964, il che contribuì a diffondere la questione sudtirolese nell'opinione pubblica nazionale.[143]

Ipotesi secondo cui i servizi segreti dei paesi interessati avrebbero manovrato gli attentati in Alto Adige per alzare il livello di tensione non furono confermate in sede giudiziaria, ma furono accolte in una relazione di maggioranza della Commissione Stragi del Parlamento della Repubblica Italiana nel 1992.[144] Le azioni dei terroristi altoatesini provocarono anche la reazione dei movimenti di estrema destra italiani. Una bomba collocata ad Ebensee, in Alta Austria, provocò la morte di un gendarme austriaco.[145]

Nel contempo si cercava una soluzione politica: il trattato del 1946 fu la base della risoluzione 1497 delle Nazioni Unite del 1960, sollecitata dal cancelliere austriaco Bruno Kreisky, che invitava "urgentemente" i due paesi a riprendere "i negoziati con l'obiettivo di trovare una soluzione di tutte le controversie concernenti l'attuazione dell'accordo di Parigi del 5 settembre 1946".

Dalla nascita della provincia autonoma (1972) ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pacchetto per l'Alto Adige.
Esempio di insegne stradali bi- e trilingui

Dopo dodici anni di discussione nei consessi nazionali e internazionali, nel 1972 l'Alto Adige ottenne dallo Stato italiano un'ampia autonomia separata dal Trentino. Con l'entrata in vigore del secondo statuto speciale del Trentino-Alto Adige (in tedesco Trentino-Südtirol) le maggiori competenze e risorse sono state infatti trasferite alle Province autonome di Trento e di Bolzano.

Ciononostante, gli attentati terroristici ripresero con forza nella seconda metà degli anni settanta, per finire solamente alla fine degli anni anni ottanta. Accanto a gruppi estremistici di lingua tedesca, in particolare Ein Tirol, ancora favorevoli al distacco dall'Italia, comparvero anche organizzazioni italiane, come l'Associazione Protezione Italiani e il Movimento Italiano Alto Adige, contrarie ai provvedimenti contenuti nel secondo statuto di autonomia. Pur senza provocare vittime umane, la nuova ondata di attentati fu legata ad un nuovo peggioramento dei rapporti etnici. Il sindaco di Bolzano, Giancarlo Bolognini, descrisse il fenomeno così: Non mi sento di dare risposte, l'uso della violenza è ormai un fatto così diffuso che non è semplice attribuire paternità. Un fatto appare comunque certo: il riapparire del terrorismo è riconducibile alle tensioni esistenti tra i due gruppi di lingua tedesca e italiana.[146]

Bilancio complessivo del terrorismo in Alto Adige: trentadue anni di guerriglia, dal 20 settembre del 1956 al 30 ottobre del 1988. 361 attentati con esplosivi, raffiche di mitra, mine. 21 morti, di cui 15 membri delle forze dell'ordine, due cittadini comuni e quattro terroristi, dilaniati dagli ordigni che stavano predisponendo. 57 feriti: 24 fra le forze dell'ordine, 33 privati cittadini.

Nel 1976 fu emanata la norma sulla ripartizione proporzionale degli impieghi pubblici in base alla consistenza numerica dei gruppi linguistici tedeschi, italiani e ladini. Tali dati vengono decennalmente aggiornati dal 1981 grazie alla dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico (dal 2011 la dichiarazione, inizialmente nominativa, è divenuta anonima). Questo sistema cosiddetto "proporzionale" incarna un principio "statico" e etnocentrico dell'autonomia, in contrasto con il requisito di bi- o trilinguismo obbligatorio dal 1976 per l'accesso al pubblico impiego.[147]

La distensione del periodo degli attentati cominciò solo sul finire degli anni ottanta. Nel 1992, approvate le norme di attuazione dello statuto del Trentino-Alto Adige, confluite nel cosiddetto Pacchetto per l'Alto Adige (l'insieme delle misure a favore della popolazione di lingua tedesca), l'Austria rilasciò all'Italia la c.d. "quietanza liberatoria" (Streitbeilegungserklärung) che chiudeva il contenzioso tra i due stati pendente innanzi l'ONU.[148] In cambio l'Italia ritirò il proprio veto contro l'entrata dell'Austria nell'Unione Europea, avvenuta tre anni dopo.

L'Alto Adige è oggi un esempio di pacifica convivenza fra gruppi etnici, tanto da essere talora additato a modello per la soluzione di conflitti etnici, così nel caso del Tibet[149] o della minoranza serba in Kosovo[150]. Il governo kosovaro ha però escluso l'applicazione del modello altoatesino in quanto porterebbe alla creazione di una specie di repubblica serbo-bosniaca all'interno di uno Stato a maggioranza albanese, con conseguente rischio di fomentare le rivalità etniche.[151]

Tuttavia anche in Alto Adige le tensioni non sono state definitivamente sopite e si sono di nuovo accentuate negli ultimi anni, creando una situazione di disagio in particolare per la popolazione italofona.

Sviluppo economico[modifica | modifica sorgente]

Rispetto alla media delle province italiane, l'Alto Adige eccelleva economicamente anche prima del 1972. Nel 1958 il reddito medio della provincia di Bolzano ammontava a 305.065 lire (del 24,8% superiore a quello medio nazionale, facendo dell'Alto Adige la dodicesima provincia più ricca d'Italia), mentre l'indice della disoccupazione era dell'1,25%.[152] La realtà economica era fortemente settorializzata per etnie: il gruppo linguistico italiano controllava l'industria e il pubblico impiego, l'agricoltura, l'artigianato e il turismo erano nelle mani del gruppo linguistico tedesco.[153][154]

Le cose cambiarono con l'introduzione del Pacchetto per l'Alto Adige, che di fatto riservò il pubblico impiego ai germanofoni, con l'arrivo del turismo di massa dalla Germania, ancora a favore dei germanofoni, e con la crisi dell'industria pesante, con una notevole perdita di potere degli italofoni anche nel settore economico. Le imprese altoatesine furono fortemente rinnovate, puntano sulla Green economy e fanno da cerniera con il mondo germanico ed europeo.[155]

Nel 2010 l'Alto Adige si è attestato al secondo posto nella classifica delle province italiane, con un PIL pro capite di 35.249,88 euro (superato dalla sola provincia di Milano[156]). Anche la condizione occupazionale in provincia fino alla crisi dell'Eurozona era eccellente e con un tasso di disoccupazione che si attesta al 2,7% si poteva parlare tecnicamente di piena occupazione.[157] Nel frattempo la disoccupazione è salita al 4,1%.[158] Il notevole benessere è anche riconducibile alla oculata gestione delle risorse da parte dell'amministrazione provinciale: nel maggio del 2006 il Presidente Luis Durnwalder ha ricevuto lo "European Taxpayers' Award" per l'efficienza dell'amministrazione pubblica in Alto Adige.[159]

L'intervento pubblico nell'economia[modifica | modifica sorgente]

L'Alto Adige dispone del 90% delle imposte pagate in provincia, corrispondenti a 9.000 euro di risorse all'anno per ognuno dei suoi oltre 500.000 abitanti (contro i 2.000 della Lombardia, superati però dai 12.000 della Valle d'Aosta). Complessivamente il bilancio dell'Alto Adige si aggira sui 5 miliardi di euro all'anno. L'economia dell'Alto Adige[160] si contraddistingue dunque per l'elevato ruolo giocato dalla provincia e dai relativi incentivi erogati.

Il ruolo svolto dal pubblico impiego è rilevante e spesso gli impiegati, a parità di ruolo e funzioni, godono di benefici economici superiori a quelli del resto d'Italia. L'industria è tuttora basata sulle imprese piccole, fortemente condizionate dai contributi pubblici. Lo sviluppo della grande industria (in mano italiana) viene tuttora ostacolato, memori anche del fatto che, nel ventennio fascista, fu la testa d'ariete che permise l'italianizzazione della provincia.

Si riscontra inoltre che le ingenti risorse finanziarie vengano erogate secondo criteri etnici. Il settore agricolo[161], quasi integralmente in mano tedesca, beneficia del 47,4% degli interi aiuti pubblici altoatesini: considerando gli altri comparti gestiti dalla comunità tedesca (commercio e turismo su tutti), si ha che oltre l'80% delle risorse pubbliche vadano al gruppo tedesco, che rappresenta attualmente il 68% della popolazione.[162]

La politica di separazione etnica[modifica | modifica sorgente]

Bolzano 1988: "Marcia della fratellanza degli italiani", in segno di protesta contro la discriminazione etnica

Lo statuto di autonomia sancisce la parità delle due lingue italiano e tedesco, l'obbligo del bilinguismo per tutti i dipendenti pubblici e la cosiddetta proporzionale etnica: le assunzioni pubbliche sono distribuite in proporzione alla consistenza dei tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino, rilevata in occasione del censimento nazionale. La normativa deroga all'articolo 3 della Costituzione italiana, che proclama l'uguaglianza "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua", giustificandosi in base all'art. 6: "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche" nonché in base alle varie leggi costituzionali promulgate in materia. A parte rare eccezioni (Libera Università di Bolzano, la scuola ladina e alcune scuole private) tutte le scuole sono separate per gruppi linguistici, anche se con la provincializzazione del sistema scolastico la compenetrazione dei diversi comparti, per esempio tramite scambi interscolastici e la creazione di testi unici in entrambe le lingue, tende ad aumentare. Anche altri aspetti della vita sociale sono regolati dal principio della separazione: accanto al Club Alpino Italiano esiste l'Alpenverein Südtirol e anche la Caritas intrattiene sezioni separate per gruppo etnico. In questo contesto c'è chi parla esplicitamente di apartheid (termine afrikaans che significa letteralmente separazione).[163][164]

La proporzionale etnica
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Proporzionale etnica.

A partire dal censimento del 1981 è stato introdotto l'obbligo di dichiarare l'appartenenza ad uno dei tre gruppi etnici riconosciuti. Tale obbligo non tiene conto di quei cittadini, ad esempio figli di coppie miste, che non sentono di appartenere in esclusiva all'uno o all'altro gruppo. Né tiene conto di alcuna altra eccezione (come immigrati naturalizzati).

Tale sistema fu aspramente combattuto dal politico tedescofono Alexander Langer, che invitò all'"obiezione etnica". L'eventuale mancata dichiarazione preclude l'accesso ad importanti diritti, come l'accesso ai concorsi pubblici e l'elettorato passivo (come accadde a Langer).[165]

Una particolarità di questo sistema è anche il cosiddetto patentino di bilinguismo rilasciato a chi ne fa richiesta solamente dopo aver superato un esame che attesti la capacità di leggere, scrivere e conversare in entrabe le lingue. Tale documento ufficiale risulta fondamentale per poter accedere ai concorsi pubblici.[166]

Il declino del gruppo etnico italiano[modifica | modifica sorgente]

Dall'entrata in vigore del Pacchetto per l'Alto Adige si osserva un declino del gruppo linguistico italiano (che è risultato sempre meno consistente nel corso dei censimenti generali del 1981, 1991, 2001 e 2011), i cui esponenti restano spesso lontani dalle posizioni di maggior rilievo politico, sociale ed economico.[167] Ciò si deve anche al fatto che il potere politico è saldamente nelle mani della Südtiroler Volkspartei (SVP), che si considera partito rappresentante gli interessi dei cittadini tedeschi e ladini (questi ultimi con la sezione denominata SVP Ladina), ma non degli italiani, ai quali è preclusa la possibilità di iscrivervisi.[168] Rilevanti sono anche le difficoltà di comunicazione: mentre gli italofoni apprendono e adoperano il tedesco standard, la popolazione germanofona si esprime di regola in dialetto sudtirolese, idioma molto diverso rispetto al tedesco standard (Hochdeutsch, che viene poco usato in quanto percepito come "lingua colta" e distante dalla cultura endemica e della vita di tutti i giorni) e in larga misura sconosciuto ai non appartenenti al gruppo tedesco. L'immigrazione in provincia di cittadini italiani di altre regioni viene ostacolata da una normativa rigida, che consente di votare per le elezioni provinciali e di godere dei sussidi pubblici, indispensabili in un territorio dove il costo della vita è ben al di sopra della media nazionale, soltanto dopo 4 anni di residenza. Ma anche fra gli italofoni già residenti è forte il disagio, legato alla percezione di maggiori privilegi e di un trattamento di favore riservato alla comunità tedescofona.[169][170] Si assiste dunque al fenomeno per cui, in occasione del censimento o di simili rilevazioni demografiche, molti italiani, se coniugati o conviventi con un/a cittadino/a di madrelingua tedesca, trovano più vantaggioso dichiarare i propri figli come di etnia tedesca, in quanto ciò dovrebbe consentire loro di aver maggiori possibilità occupazionali.

L'ingresso dell'Austria nell'Unione europea e la sua adesione al trattato di Schengen hanno permesso la riunificazione di fatto delle popolazioni tirolesi (c'è ormai la stessa moneta, si passa liberamente il confine senza più controlli né barriera doganale, si stanno creando attività comuni di sviluppo). In seguito all'apertura delle frontiere si è anche verificato il trasferimento di un consistente numero di militari dell'esercito e della Guardia di Finanza (che avevano la residenza in Alto Adige) dal confine altoatesino verso altre regioni d'Italia. Il gruppo linguistico italiano si ritrova così ad essere minoranza in Alto Adige. Attualmente l'etnia italiana prevale solamente nei comuni di Bolzano (73%), Laives (71%), Bronzolo (62%), Salorno (62%) e Vadena (61%). Una consistente minoranza italiana si registra nei comuni di Merano (49%), Fortezza (38%), Egna (37%), Cortina sulla strada del vino (31%), Ora (30%). Di fatto negli ultimi trent'anni la consistenza del gruppo linguistico italiano è calata da 137.759 a 118.120 residenti, mentre il gruppo tedescofono è aumentato di 50.000 unità. Il timore di una Todesmarsch o Marcia della morte - intesa negli anni cinquanta come scomparsa progressiva del gruppo linguistico tedesco - è stato ripreso dal sociologo Sabino Acquaviva a proposito dell'etnia italiana[171] e fatto proprio in particolare dalla destra italiana, specificatamente Alleanza nazionale.[172]

Per quanto riguarda la rappresentanza politica, i voti italiani si dividono fra innumerevoli partiti. A causa della dispersione del voto, alle ultime elezioni comunali il gruppo italiano è riuscito a far eleggere appena 162 consiglieri su 2.030, ovvero meno dell'8%, nonostante sia oltre il 25% della popolazione[173].

Il disagio della minoranza italiana[modifica | modifica sorgente]

A partire dagli anni settanta del XX secolo, la situazione dell'Alto Adige è stata affrontata sociologicamente, economicamente, giornalisticamente e storicamente a partire da una diversa angolazione: nel 1978 la sociologa Flavia Pristinger - che già aveva analizzato nove anni prima nella sua tesi di laurea la particolare forma di dominio politico esercitato dalla SVP[174] - pubblicò "La minoranza dominante"[175], che individuò all'interno del dualismo italiani/tedeschi nell'Alto Adige una particolare forma di discriminazione sociale ed economica da parte dei secondi nei confronti dei primi. Due anni dopo, il sociologo italiano Sabino Acquaviva e il tedesco Gottfried Eisermann, pubblicarono il saggio Alto Adige. Spartizione subito?[176], che arrivò a teorizzare una suddivisione del territorio fra Austria e Italia pur di porre fine ad una situazione di apartheid a danno degli italiani, sostanzialmente asserviti alla maggioranza tedesca. Sulla stessa falsariga fu anche il testo di taglio giornalistico di Sebastiano Vassalli "Sangue e suolo"[177], che diede voce ancora una volta al diffuso sentimento di perenne minorità della componente italiana dell'Alto Adige. Tre anni prima era apparso il primo testo in lingua tedesca sul tema: "Apartheid in Mitteleuropa? Sprache und Sprachpolitik in Südtirol"[178], opera di Peter Bettelheim e Rudi Benedikter[179], che fin dal titolo pose la questione dei rapporti delle componenti etniche altoatesine in termini dialoganti con i precedenti studi di lingua italiana. Alla fine degli anni novanta un libro-intervista del politico locale Romano Viola (PDS)[180] cercò di modificare l'angolo di visuale, esortando gli italiani a superare il perenne sentimento di frustrazione e di minorità. L'inchiesta giornalistica di Lucio Giudiceandrea "Spaesati. Italiani in Südtirol"[181] a sette anni di distanza rilevò peraltro ancora la stessa problematica interna al gruppo minoritario provinciale italiano: a questo testo Giudiceandrea fece seguire (in collaborazione con Aldo Mazza) "Stare insieme è un'arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol"[182], che cercò di mettere in luce più le luci che le ombre del processo di convivenza delle etnie in provincia di Bolzano. Le osservazioni rispetto al "laboratorio sudtirolese" nella pubblicistica restano peraltro diversificate, giungendo anche a conclusioni del tutto opposte, purtuttavia campeggia sempre il tema del "disagio degli italiani" (declinato anche in tedesco: "Das Unbehagen der Italienerinnen"), oggetto financo di un numero monografico della rivista locale di politica e sociologia "Politika"[183], all'interno del quale si può leggere che "Il primo statuto d'autonomia (1948), nella sostanza, era stato elaborato in maniera autonoma dallo Stato escludendo i cittadini di lingua tedesca dell'Alto Adige. Questo comportò il disagio di coloro che erano stati esclusi. Il secondo statuto d'autonomia (1972) è stato sostanzialmente elaborato ed approvato da parte dei cittadini di lingua tedesca dell'Alto Adige escludendo gli italiani dell'Alto Adige. Questo ha avuto come conseguenza il disagio degli esclusi"[184].

La controversia toponomastica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Toponomastica dell'Alto Adige.
La stazione ferroviaria di Marlengo prima e dopo la ristrutturazione: a seguito dei lavori è stato asportato il cartello bilingue e ripristinato l'originale cartello monolingue, lo stesso è accaduto in varie stazioni della Ferrovia della Val Venosta - la motivazione è stata quella di riportare l'edificio il più possibile vicino alle "condizioni originarie dell'anno di costruzione" (1908)

Fin dagli anni novanta si assiste, a vari livelli, al tentativo di eliminare la toponomastica italiana dal territorio dell'Alto Adige, in palese violazione a quanto stabilito dallo Statuto di autonomia.[185]

Molto nota è la questione della cartellonistica di montagna, costantemente all'attenzione della stampa, sia locale che nazionale. Diverse sezioni dell'Alpenverein Südtirol, l'associazione alpinistica di lingua tedesca, hanno infatti sostituito i cartelli bilingui, eliminando la traduzione in italiano e lasciando le indicazioni nella sola lingua tedesca; spesso neanche i nomi generici di "malga", "cima", "rifugio" sono tradotti.[186][187] In piena contraddizione alla pretesa volontà di voler ripristinare i "toponimi originari", l'epurazione dell'AVS ha coinvolto anche la toponomastica ladina[188][189].

A giustificazione viene osservato che nelle vallate ladine, specialmente in Val Badia, anche il CAI, ha a sua volta installato cartelli che recano i soli nomi italiani, omettendo sia i nomi ladini che quelli tedeschi,[190] ma il problema della segnaletica monolingue italiana è più limitato, avendo l'AVS assai più soci del CAI e potendo dunque installare proporzionalmente molti più cartelli.[191] La Provincia di Bolzano ha sempre evitato di prendere posizione, talvolta (per bocca di alcuni suoi esponenti) si è apertamente rifiutata di porvi rimedio.

Financo l'uso del toponimo "Alto Adige" (denominazione ufficiale in italiano) è stato bandito dall'amministrazione di alcuni comuni a maggioranza tedescofona.[192][193]

Nel campo dell'odonomastica, le strade e le piazze hanno più volte cambiato nome. In particolare, nel secondo dopoguerra sono state rimosse quasi tutte le denominazioni reputate inneggianti all'italianizzazione, riproponendo i nomi più antichi o creandone di nuovi, tutti rigorosamente in tedesco. In base all'obbligo di bilinguismo, sono state nominate commissioni (spesso composte da cittadini di lingua esclusivamente tedesca) per tradurre tali nomi in italiano. Tale incarico è stato espletato sovente in maniera grossolana, con risultati finanche grotteschi: "Dolomitenstrasse" tradotta in "via Dolomiten" anziché in "via Dolomiti", "Kreuzweg" tradotto in "via Kreuzweg" che starebbe a significare letteralmente "via via del Crocifisso" anziché la sola dizione "via del Crocifisso", oppure "Messnerweg" (via del sagrestano) resa in "via Messner", anche quando non si tratta di un nome proprio.[194]

Già nel 1998 il commissario del governo Carla Scoz richiamava l'attenzione sulla "tedeschizzazione" di toponomastica e odonomastica,[194] mentre riguardo alla cartellonistica di montagna il procuratore della Repubblica di Bolzano Guido Rispoli ha ravvisato "una sorta di pulizia etnica della micro toponomastica italiana".[195]

A seguito di un accordo dell'agosto 2013, ratificato dal Ministro per gli Affari Regionali e delle Autonomie Graziano Delrio e dal governatore Durnwalder, 135 toponimi italiani saranno eliminati dalla cartellonistica di montagna[196].

Il passato fascista e nazista[modifica | modifica sorgente]

La questione dei monumenti eretti durante il Ventennio, presentate da parte delle classe politica tedesca come "simbolo dell'oppressione fascista", non manca di causare polemiche.

Sopra ogni altra, quella che riguarda il Monumento alla Vittoria di Bolzano, che è da tempo sotto tiro da parte di alcuni politici germanofoni.

Dopo che la piazza dove si erge il monumento era stata ribattezzata dalla Giunta comunale di Bolzano di centrosinistra in "Piazza della Pace", i partiti di centrodestra italiani promossero un referendum, svoltosi il 6 ottobre 2002, in cui prevalse nettamente (62% contro 38%) la decisione di ripristinare il nome "Piazza della Vittoria". La comunità italiana ha così reagito a quello che era apparso come un tentativo di annacquare l'identità italiana della città, venendo accusata di nostalgie fasciste.[197] Dopo anni di abbandono a causa delle difficoltà politiche nel mettere mano al monumento, con interventi parziali disposti dal Ministero dei Beni Culturali nel 1990 e nel 2009, nel gennaio 2012 venne approvata la creazione di un Museo del Monumento alla Vittoria che metta in luce l'epoca delle dittature fascista e nazista.[198]

Si riscontrano, da parte di alcuni ambienti germanofoni, prese di posizione su tematiche, peraltro di importanza marginale, che risultano offensive, se non prevaricatorie, nei confronti della comunità italofona, se non addirittura verso lo Stato italiano. Ne sono esempio il mancato rispetto della toponomastica italiana, o l'esaltazione del terrorismo degli anni settanta.

Pure nella comunità di lingua tedesca vi è la tendenza a nascondere[199] o a minimizzare le evidenti simpatie naziste di molti altoatesini germanofoni negli anni trenta e quaranta (come già accennato, molti criminali di guerra nazisti riuscirono a fuggire dall'Europa grazie a documenti falsi rilasciati dai comuni altoatesini), ma anche al giorno d'oggi, come hanno dimostrato le indagini della magistratura.[200]

L'esaltazione del terrorismo[modifica | modifica sorgente]

La titolazione di una via di Appiano sulla Strada del Vino al terrorista Sepp Kerschbaumer. Si noti inoltre l'assenza del nome "via" in italiano.

Per quanto riguarda poi la valutazione dei trascorsi terroristici, la popolazione di lingua tedesca non nasconde la propria approvazione per quelli che vengono comunemente definiti "combattenti per la libertà" (Freiheitskämpfer).

In questo senso gli Schützen hanno lanciato nel 2004 una campagna di affissioni per "ringraziare" i terroristi, che a loro dire sono i veri fautori dei benefici dell'autonomia provinciale. Il manifesto utilizzato mostra sullo sfondo un traliccio divelto dalla dinamite, un ritratto del terrorista Sepp Kerschbaumer, cofondatore del BAS, e in sovrimpressione le parole: Südtirol sagt Danke für deutsche Schule, starke Wirtschaft, Wohlstand und vieles mehr! ("Il Sudtirolo ringrazia per la scuola tedesca, la forte economia, il benessere e molto altro!")[201] Ad Appiano sulla Strada del Vino una via è stata dedicata a Kerschbaumer. La sede RAI di Bolzano ha prodotto un documentario intitolato "Die Frauen der Helden" ("Le donne degli eroi", riferito ai terroristi degli anni sessanta).[202]

L'indipendentismo altoatesino[modifica | modifica sorgente]

La frontiera italo-austriaca del Brennero, segnalata dal cippo di confine e da un cartello, posto ai limiti del territorio austriaco, recante la scritta Süd-Tirol ist nicht Italien, ovvero: "Il "Sud-Tirolo" non è Italia"

Il partito "Süd-Tiroler Freiheit" (guidato da Eva Klotz, figlia del terrorista Georg Klotz) ha fatto della secessione dall'Italia e della "libertà del Sud-Tirolo" la sua linea politica preponderante, lanciando una campagna politica per rimarcare che "il Sud-Tirolo non è Italia". In tal senso, il partito ha attuato massicce campagne di affissione di volantini e manifesti inneggianti all'indipendenza e organizzato vari raduni per lo stesso motivo.

Altri partiti apertamente favorevoli alla celebrazione di un referendum per l'autodeterminazione per il ricongiungimento con l'Austria o la creazione di uno "Stato Libero del Sudtirolo" sono la Bürger Union für Südtirol e il partito dei Die Freiheitlichen (questi ultimi su posizioni meno radicali). Tali partiti hanno raccolto insieme oltre il 27% dei voti alle elezioni provinciali del 2013, con un aumento di 6 punti percentuali rispetto al 2008.

Anche l'ex presidente della Provincia autonoma, Luis Durnwalder, si è detto convinto che se oggi gli altoatesini fossero chiamati al referendum, si pronuncerebbero in maggioranza per il ritorno all'Austria.[203] Nello statuto SVP si può leggere tuttora che "come conseguenza della prima guerra mondiale l'Alto Adige, per secoli parte dell'Austria, fu separato dalle madrepatria e tale ingiustizia storica viene tuttora sentita come tale dalla popolazione".[204]

I rapporti con l'Austria[modifica | modifica sorgente]

L'attuazione del Pacchetto per l'Alto Adige permise all'Italia ed all'Austria di accordarsi sul rilascio da parte di quest'ultima di una "quietanza liberatoria" che riconosceva l'adempimento da parte dello Stato italiano degli obblighi di tutela delle comunità tirolese e ladina. Ciò avrebbe dovuto risolvere definitivamente la vertenza altoatesina, ma il testo della "quietanza liberatoria", sottoscritta dai ministri degli Esteri Gianni De Michelis ed Alois Mock, non è chiaro in proposito. Da parte italiana si ritiene che il documento De Michelis-Mock abbia chiuso la lunga querelle diplomatica intercorsa fra i due paesi sull'Alto Adige, con la rinuncia austriaca a eventuali rivendicazioni. L'Austria non ha invero mai desistito a svolgere una funzione di controllo sulle modalità con cui si esercita la sovranità italiana nella provincia di Bolzano.

Sul piano internazionale la questione altoatesina è tornata così sotto i riflettori nel gennaio 2006, quando il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi cancellò la visita ufficiale a Vienna a seguito di iniziative volte a inserire in una prospettata riforma della Costituzione austriaca, norme che dichiarassero esplicitamente "la funzione di tutela dell'Alto Adige da parte dello Stato austriaco e il diritto all'autodeterminazione". Tali modifiche infatti, comportavano un'ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

In questa occasione 113 sindaci altoatesini su 116 firmarono una petizione in favore delle proposte di modifica della costituzione austriaca[205]. L'azione dei sindaci fu molto criticata sia dall'allora Governo Berlusconi[206], sia dall'Unione di centrosinistra[senza fonte]. Dall'altro lato il parlamento austriaco ha nel settembre 2006 votato un ordine del giorno per inserire definitivamente nella nuova Costituzione la funzione di tutela della popolazione altoatesina di lingua tedesca.

I festeggiamenti per il 150º dell'unità italiana[modifica | modifica sorgente]

In occasione delle celebrazioni per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia si verificarono tensioni tra la Provincia e il Governo italiano, a causa delle dichiarazioni del governatore dell'Alto Adige, Luis Durnwalder. Come in altre occasioni, il Durnwalder ha utilizzato modi e frasi[207] per nulla diplomatici: il 7 febbraio 2011, in particolare, ha dichiarato l'intenzione della provincia di non partecipare a nessun festeggiamento per l'anniversario ritenendo che l'unione della regione all'Italia sia avvenuta nel 1919 contro la volontà della popolazione locale e lasciando liberi gli assessori provinciali di lingua italiana di festeggiare la ricorrenza, ma non in rappresentanza della provincia autonoma. Da queste dichiarazioni è scaturita una dura polemica con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.[208]

Le tensioni sono rientrate in occasione dei festeggiamenti per il 40º anniversario del secondo Statuto d'autonomia, nel settembre 2012 a Merano, ove sia il presidente italiano, Giorgio Napolitano, sia quello austriaco, Heinz Fischer, vennero insigniti del Grand'Ordine di merito della Provincia autonoma di Bolzano, dichiarando entrambi la congiunta volontà di voler pienamente rispettare le prerogative autonomistiche dell'Alto Adige.[209][210]

Sviluppi recenti[modifica | modifica sorgente]

Gli attacchi contro l'autonomia speciale dell'Alto Adige da parte di autorevoli ministri del governo Berlusconi[211] hanno contribuito a deteriorare i rapporti fra la Provincia e lo Stato centrale. Peraltro le autorità italiane si sono impegnate a smorzare le polemiche sollevate dalla stampa nazionale nei confronti di Gerhard Plankensteiner, slittinista vincitore della medaglia di bronzo per l'Italia ai XX Giochi olimpici invernali di Torino: alla domanda del perché non avesse cantato l'inno di Mameli, l'atleta di madrelingua tedesca aveva risposto: "Non conosco questa canzone"[212]. Plankensteiner aveva poi chiarito la natura della gaffe (il titolo Inno di Mameli gli era sconosciuto, ma non l'inno in sé) e venne insignito del titolo di Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Reimo Lunz, Steinzeit-Funde von der Seiser Alm (Archäologisch-historische Forschungen in Tirol, 3), Calliano, Manfrini, 1982.
  2. ^ Markus Mahlknecht, Mesolithische Funde aus dem Ursprungtal (Rein), in «Der Schlern», 81 (2007), pp. 17-19.
  3. ^ Marta Bazzanella, Ursula Wierer, Die mesolithische Fundstelle am Galgenbühel in Salurn, Südtirol: eine Sauveterrienstation im Etschtal, in «Der Schlern», 75 (2001), pp. 116-128.
  4. ^ Cfr. a proposito Walter Leitner, Eppan - St. Pauls, eine Siedlung der späten Bronzezeit: ein Beitrag zur inneralpinen Laugen/Melaun-Kultur, 2 voll., Innsbruck, Università di Innsbruck, 1987.
  5. ^ Gleirscher 1992.
  6. ^ a b Gleirscher 1991.
  7. ^ Nat. Hist. III.133: Raetos Tuscorum prolem arbitrantur a Gallis pulsos duce Raeto ("Si ritiene che i Reti siano una stirpe etrusca scacciata dai Galli [e postasi] sotto il comando di Reto").
  8. ^ Gaio Plinio Secondo,Naturalis Historia, III, 133
  9. ^ Tito Livio,Storie, V, 33, 11
  10. ^ Museo Mansio Sebatum
  11. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Schmitt (a cura di), Lexikon der Romanistischen Linguistik, vol. III: Die einzelnen romanischen Sprachen und Sprachgebiete von der Renaissance bis zur Gegenwart. Rumänisch, Dalmatisch / Istroromanisch, Friaulisch, Ladinisch, Bündnerromanisch, Niemeyer, Tübingen, 1989.
  12. ^ Alinei 2000, p. 747-750
  13. ^ W.B. Lockwood, A Panorama of Indo-European Languages, p. 56.
  14. ^ Walter Pohl, Conceptions of Ethnicity in Early Medieval Studies, in Debating the Middle Ages: Issues and Readings, a cura di Lester K. Little e Barbara H. Rosenwein, London, Blackwell, 1998, pp. 13-24.
  15. ^ Josef Riedmann, Das Bistum Säben. Von Aquileia nach Salzburg, in Brüche und Brücken. Kulturtransfer im Alpenraum von der Steinzeit bis zur Gegenwart, a cura di Johann Holzner et. al., Vienna-Bolzano, Folio, 2005, pp. 223-235.
  16. ^ Historia Langobardorum V, 36: "comes Baiuvariorum, quem illi gravionem dicunt, qui regebat Bauzanum et reliqua castella".
  17. ^ Josef Riedmann, Säben-Brixen als bairisches Bistum, in «Jahresberichte der Stiftung Aventinum», 5, 1990, pp. 5ss.
  18. ^ Bellabarba 1994, p. 21.
  19. ^ Bellabarba 1994, pp. 24-25.
  20. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 18
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  22. ^ Belardi 2003, pp. 9-10.
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  26. ^ Riedmann 1990, pp. 250ss.
  27. ^ A proposito Riedmann 1990, pp. 250ss.
  28. ^ Cfr. la sintesi offerta da Michaela Fahlenbock, Der Schwarze Tod in Tirol: Seuchenzüge - Krankheitsbilder - Auswirkungen, Innsbruck-Vienna-Bolzano, Studienverlag, 2009. ISBN 978-3-7065-4535-8
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  37. ^ Riedmann 1994, p. 53.
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  39. ^ Riedmann 1994, pp. 54-55.
  40. ^ Cfr. al riguardo Julia Hörmann-Thurn und Taxis (a cura di), Margarete „Maultasch“ − zur Lebenswelt einer Landesfürstin und anderer Tiroler Frauen des Mittelalters, Wagner, Innsbruck, 2007. ISBN 978-3-7030-0438-4
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  45. ^ Bice Rizzi, l'ispettorato alla stampa e libreria del Dipartimento dell'Alto Adige, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi.
  46. ^ Consiglio della Provincia autonoma di Trento: Cartina del Trentino-Alto Adige in epoca napoleonica.
  47. ^ ...im Spätsommer 1813 wurde der Süden Tirols während eines kurzen Feldzuges im September und Oktober von österreichischen Truppen und Schützeneinheiten befreit (tradotto: nella tarda estate del 1813 il Tirolo meridionale fu liberato dalle truppe austriache e da unità di "Schützen" durante una breve spedizione in settembre ed ottobre.) dal libro Bayern, Tirol: Die Geschichte einer freud-leidvollen Nachbarschaft di Michael Forcher, pag. 173, ISBN 3-210-24643-2
  48. ^ trattato di Parigi 3 giugno 1814, pag. XXXV
  49. ^ Nuovo Monitore Napoletano, L'agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe
  50. ^ L. Monzali, Italiani di Dalmazia (...), cit. p. 69
  51. ^ L'agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe
  52. ^ Federico Scarano, Tra Mussolini e Hitler. Le opzioni dei sudtirolesi nella politica estera fascista, Franco Angeli editore, ISBN 978-88-204-0918-0, pag. 28 s.
  53. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 57
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  55. ^ Mozione al Presidente del Consiglio della Provincia di Bolzano: La fontana di Re Laurino costituisce l’unico Monumento al sopruso e alla prevaricazione etnica. Perché il potere provinciale la ha voluta davanti al suo Palazzo?
  56. ^ Nelle valli ladine la lingua ufficiale - nell'amministrazione, nell'istruzione e nella toponomastica - era quella italiana
  57. ^ Hans Karl Peterlini, Capire l'altro. Piccoli racconti per fare memoria sociale, pag. 149
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  60. ^ Mateo Taibon, Associazione per i popoli minacciati, Ladinia Informazioni sulla realtà ladina
  61. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 58
  62. ^ Dal punto di vista politico sono chiari i termini del contendere: considerare i ladini come un gruppo differenziato di origine reto-romana equivaleva a diminuire la consistenza numerica della minoranza italiana nel Tirolo e nel Friuli orientale; considerarli assimilabili tout court agli Italiani per origine e parlata equivaleva ad aumentare l'incidenza quantitativa della minoranza italiana. Nei censimenti austriaci essi venivano registrati sotto la voce ‘italiani e ladini' senza ulteriori distinzioni.; U. Corsini, Gli italiani nella monarchia asburgica dal 1848 al 1918, in Problemi di un territorio di confine, p. 19; C. Battisti, Premesse storiche e geografiche, in C. Battisti, Vacante, Cajoli, Alto Adige. Realtà e problemi (con numerose cartine e tabelle), Bologna, Cappelli 1961. Ma su questa minoranza si v. anche R. Cajoli, Origini storiche del problema altoatesino, in L'AA in un quadro europeo. Atti del convegno di studio. Sondrio 9-10 ottobre 1965, Sondrio, Evoluzione europea 1966, pp. 25-39.
  63. ^ Hans Karl Peterlini, 100 Jahre Südtxirol. Geschichte eines jungen Landes, Haymon, Innsbruck, 2012, pp. 15ss. ISBN 978-3-7099-7031-7
  64. ^ a b Claus Gatterer, Italiani maledetti, maledetti austriaci, Bolzano, Praxis3, 2009.
  65. ^ Il testo completo della mozione - votata l'11 maggio 1918 all'unanimità e pubblicata il giorno successivo sul Bozner Nachtrichten - è in Mario Toscano, Storia diplomatica della questione dell'Alto Adige, Laterza, Bari 1968, pp. 17-18.
  66. ^ Cfr. il testo del Trattato di pace con l'Austria, Saint-Germain, 10 settembre 1919: "... le Trentin, le Tyrol cisalpin avec sa frontière géographique et naturelle (la frontière du Brenner) ..." (Trattati e Convenzioni, v. XXIII, p. 285)
  67. ^ Michael Gehler, Tirol im 20. Jahrhundert. Vom Ende der Monarchie bis zur Europaregion, Innsbruck, Tyrolia, 2008, pp. 24ss. ISBN 978-3-7022-2881-1
  68. ^ "A voi la gloria di piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra.". Dal proclama del Re, in occasione della dichiarazione di guerra.
  69. ^ Sterling J. Kernek, Woodrow Wilson and National Self-Determination along Italy's Frontier: A Study of the Manipulation of Principles in the Pursuit of Political Interests, in "Proceedings of the American Philosophical Society", vol. 126, Nr. 4 (Aug. 1982), pp. 243-300.
  70. ^ Rolf Steininger, Südtirol. Vom Ersten Weltkrieg bis zur Gegenwart. StudienVerlag, Innsbruck – Vienna – Bolzano 2003, ISBN 3-7065-1348-X, pp. 9–11.
    "A readjustment of the frontiers of Italy should be effected along clearly recognizable lines of nationality."
  71. ^ "Filippo Turati: “Ricordiamoci che l'Alto Adige più ancora del Trentino, è paese clericale, una specie di Vandea austro-germanica”, Filippo Turati, 1921"
  72. ^ Antonio Scottà, La Conferenza di pace di Parigi fra ieri e domani (1919-1920), visto su Google libri il 25 gennaio 2011
  73. ^ Si ripete che questo criterio non fu affatto un unicum nel primo dopoguerra. Il territorio dei Sudeti, a massiccia maggioranza tedesca (comprendente circa quattro milioni di germanofoni), fu ad esempio dato alla neonata Cecoslovacchia. Fra le motivazioni dell'annessione c'era la necessità di garantire frontiere facilmente difendibili al nuovo stato, in funzione antitedesca.
  74. ^ "…le pretese italiane in Trentino dovrebbero essere soddisfatte, ma la parte settentrionale della regione, abitata dai tedeschi, dovrebbe essere completamente autonoma" (Papers Relating to the Foreign Relations of the United State, 1918: "Supplements I", Documents State Department, Washington 1933, vol. 1, pag. 410).
  75. ^ Mario Toscano, op. cit., pp. 41-49.
  76. ^ Vejin.com - La storia dei ladini I ladini chiedono unitamente di rimanere con l'Austria e siamo un popolo proprio e libero, il più antico dei popoli del Tirolo
  77. ^ Regio Decreto 24 luglio 1919, n°1251. Disposizioni preliminari tramite decreto legislativo 4 luglio 1919, n°1081.
  78. ^ Roberto Festorazzi Starace, il mastino della rivoluzione fascista, Milano, Mursia, 2002, p. 35, (Dovendosi tenere a Innsbruck un referendum per l'unione con la Baviera - N.d.R.), "I fascisti appresero che i cittadini di lingua tedesca volevano approfittare della "Bozner Messe" per tenere in segreto un'analoga consultazione sulla scelta di staccarsi dall'Italia.
  79. ^ Stefan Lechner, Die Eroberung der Fremdstämmigen: Provinzfaschismus in Südtirol 1921-1926, Bolzano, Athesia, 2003, pp. 67ss.
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  81. ^ Regio decreto-legge 21 gennaio 1923, n. 93
  82. ^ Eduard Widmoser, Südtirol A-Z: Kr-N, Südtirol-Verlag, 1988 pag. 74: 1868 wurden in der österreichisch-ungarischen Monarchie neue Gerichtsbezirke geschaffen. ... Die Amtssprache war also in Gröden und im Gadertal deutsch, in Buchenstein, Ampezzo und Fassa italienisch. = Nel 1868 nella monarchia austro-ungarica vennero creati nuovi distretti giudiziari. ... La lingua ufficiale in Val Gardena e Val Badia divenne allora il tedesco, a Livinallongo, Ampezzo e Fassa l'italiano.
  83. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 85
  84. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 83
  85. ^ Regio Decreto Legge 2 gennaio 1927, n. 1, art. 1
  86. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 90
  87. ^ Regio Decreto Legge 2 gennaio 1927, n. 1
  88. ^ regio decreto-legge 2 gennaio 1927, n. 1, Art. 1
  89. ^ Bonoldi-Obermair 2006, pp. 37ss.
  90. ^ Federico Scarano, Tra Mussolini e Hitler. Le opzioni dei sudtirolesi nella politica estera fascista, Franco Angeli editore, ISBN 978-88-204-0918-0, pag. 34
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  100. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 92
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  123. ^ Sudtirolo, prima vittima della guerra fredda, L'Adige, 5 settembre 2006, Intervista con Rolf Steininger.
  124. ^ Rolf Steininger, Südtirol - Vom Ersten Weltkrieg bis zur Gegenwart, Innsbruck, StudienVerlag, 2003, p. 76. ISBN 3-7065-1348-X: "Um so mehr wurde die Wohnbaupolitik der italienischen Regierung kritisiert. Genauso [...] wollte Italien durch den massiven Bau von Volkswohnungen und die anhaltende Zuwanderung die Entnationalisierungspolitik des Faschismus fortsetzen." Traduzione: Tanto più veniva criticata la politica edificatoria del governo italiano. Proprio così [...] l'Italia voleva proseguire la politica della snazionalizzazione del fascismo tramite la massiccia costruzione di case popolari e l'immigrazione persistente.
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  127. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 109
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  129. ^ ... vittoria della corrente degli estremisti nell'ambito del congresso. [...] Karl Tinzl, ex-prefetto di Bolzano nel periodo dell'occupazione nazista, e tre giovani esponenti dell'ala più avanzata del partito: il dott. Benedikter, già condannato per diserzione dall'esercito italiano, il dott. Volgger, recentemente scarcerato per mancanza di indizi sufficienti dopo un periodo di detenzione sotto l'accusa di essere stato l'ispiratore degli attentati dinamitardi compiuti in Alto Adige, e il dott. Hans Dietl. I tre giovani esponenti saliti agli onori della vice-presidenza hanno sostituito nell'incarico due moderati, l'ex-consigliere regionale Erich Amonn, che fu il primo presidente del partito, e il presidente onorario dell'Unione contadini sudtirolesi, Innerhofer-Tanner. Praticamente la corrente degli oltranzisti ha ora assunto il completo controllo del partito: La Stampa, 28.05.1957, numero 126, pag. 8: Elette le nuove cariche della Südtiroler Volkspartei
  130. ^ Alois Pupp, già iscritto al NSDAP, presidente della provincia di Bolzano; Josef v. Aufschnaiter, già membro delle SS, consigliere comunale a Bolzano dal 1961; Norbert Mumelter, Bolzano, del Völkischer Kampfring Südtirol: cfr. Anton Holzer, Die Südtiroler Volkspartei. Kulturverlag, Thaur/Tirol 1991, ISBN 3-85395-157-0
  131. ^ Gianni Bianco, La guerra dei tralicci, Manfrini, Rovereto 1963, p. 42-43
  132. ^ Sito dello storico Carlo Romeo: "La lettera del questore Mazzoni del 1957" Sito visitato il 6 gennaio 2013
  133. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 121
  134. ^ Los von Trient, per non dimenticare
  135. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 113
  136. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 116
  137. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 116
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  139. ^ Tirolo Alto Adige Trentino, op. cit., pag. 106
  140. ^ L'otto settembre dell'anno 1943, op. cit., pag. 113
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  142. ^ Sentenza della Corte d'Assise di Milano n. 64 del 16 luglio 1964, pag. 96.
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  146. ^ Nuova improvvisa ondata di attentati in Alto Adige Bolzano: l'80 non porterà la pace tra i gruppi etnici Aumenta la tensione tra le comunità italiana e tedesca, La Stampa, domenica 30 dicembre 1979, pag. 6
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  148. ^ Siglinde Clementi; Jens Woelk (a cura di), 1992: Ende eines Streits. Zehn Jahre Streitbeilegung im Südtirolkonflikt zwischen Italien und Österreich, Nomos, 2003. ISBN 978-3-8329-0071-7
  149. ^ [4] "Abbiamo molto in comune: viviamo tra le montagne, la nostra economia si basa sulle piccole imprese, abbiamo una forte tradizione", [5] "Dalai Lama ha ringraziato Dellai e Durnwalder: speriamo nell'autonomia" e [6] "Durni appoggia il Dalai Lama: «Siamo un modello di autonomia»"
  150. ^ [7] "Il presidente Durnwalder in Kosovo spiega il modello autonomistico"
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  157. ^ Astat: occupati e disoccupati - 2006-2010
  158. ^ Il Gazzettino, Martedì 29 ottobre 2013: Trentino Alto Adige e Veneto hanno il più basso numero di disoccupati
  159. ^ dal sito della Provincia, in tedesco
  160. ^ Il presente paragrafo, nella sua versione originale, è basato su: Gian Antonio Stella, "Schèi - Viaggio nel Nord - Est dei miracoli", 1996, Ed. Baldini e Castoldi, pag. 156
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  162. ^ Mauro Minnti, Golpe (bianco) in Alto Adige
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  173. ^ Editoriale: sorpresa nel Proporzistan Di Norbert Dall’O – direttore del settimanale in lingua tedesca FF (20 maggio 2010)
  174. ^ Flavia Pristinger, Cambiamento sociale e partito dominante: il caso della Südtiroler Volkspartei, Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Padova, 1969
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  178. ^ J & W, Wien 1982
  179. ^ Figlio di uno dei maggiori politici della storia della SVP: quell'Alfons Benedikter che negli ultimi lustri della sua vita virò via via verso posizioni più oltranziste, abbandonando polemicamente il partito dopo averlo accusato di acquiescenza verso il governo italiano.
  180. ^ Hartmann Gallmetzer, Il disagio di un autonomista. Intervista a Romano Viola, Athesia, Bolzano: Athesia 1999
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  184. ^ Ivi, prefazione di Günther Pallaver - Presidente della Società di Scienza Politica dell'Alto Adige.
  185. ^ Il DPR 31.08.1972, n. 670 al Capo III - Funzioni delle Province - art. 8 punto 2) recita testualmente: „toponomastica, fermo restando l'obbligo della bilinguità nel territorio della Provincia di Bolzano“. L'accordo Degasperi - Gruber al punto 1 prevede che "in conformità dei provvedimenti legislativi già emanati o emanandi, ai cittadini di lingua tedesca sarà specialmente concesso... b) l'uso, su una base di parità, della lingua tedesca e della lingua italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti ufficiali, come pure nella nomenclatura topografica bilingue".
  186. ^ Toponomastica bilingue, illegali tre cartelli su quattro, Alto Adige, 18 gennaio 2010
  187. ^ Articolo su Libero.it
  188. ^ AVS: la strada sbagliata. La questione della toponomastica va risolta con l'apporto di tutti e tre i gruppi etnici e non con l'egemonia di un gruppo sull'altro, 27.8.2009
  189. ^ Alpenverein, un progetto di germanizzazione di Mateo Taibon, Alto Adige, 30 agosto 2009
  190. ^ "L CAI ne la tol nia avisa" dal sito ladino Noeles.info, dove si fa notare che il CAI in Val Badia ha installato 1300 cartelli omettendo quasi dappertutto i nomi ladini e indicando solo quelli italiani
  191. ^ Numero soci AVS nel 2009: 54.429 sito ufficiale AVS e CAI nel 2010: 6.459 sito ufficiale CAI
  192. ^ Bolzano, riparte la campagna anti-italiani Corriere della Sera, 7 maggio 2009: "E an­che nelle valli, in paesi come Montagna e Termeno, i voti del Südtiroler Volkspartei, il parti­to di maggioranza, vengono usati per cancellare la denominazione Alto Adige da docu­menti, timbri e cartelli comuna­­li, accontentando la Klotz e le al­tre formazioni di estrema de­stra."
  193. ^ Anche Termeno mette al bando l'Alto Adige, Video Bolzano 33, 5 maggio 2009
  194. ^ a b Quando la traduzione non si fa, oppure è lacunosa, Alto Adige, 26 agosto 2009
  195. ^ Cartelli solo in tedesco Chiesta l'archiviazione, Rispoli: c'è stata una sorta di “pulizia etnica” della micro toponomastica italiana Ma la Procura non può provare l'abuso d'ufficio degli otto funzionari indagati, Alto Adige, 28 luglio 2012
  196. ^ La montagna parlerà tedesco di Pierluigi Depentori, La Repubblica, 26 agosto 2013
  197. ^ Italiani fascisti, lo stereotipo, Alto Adige, 19 settembre 2010
  198. ^ Intesa Stato, Provincia, Comune per il museo destinato a documentare storia del Monumento e vicende cittadine dal 1918 al 1945
  199. ^ Steurer: sul nazismo c'è l'oblio, Alto Adige, 12 dicembre 2010
  200. ^ «L'Italia ci occupa, la nostra guida è Hitler», Corriere della Sera, 28 dicembre 2005
  201. ^ Südtirol sagt Danke
  202. ^ Die Frauen der Helden, Rai, 45 min, Kamera Günther Neumair (2001)
  203. ^ Citazione da STOL - Südtirol Online
  204. ^ Programma della SVP in tedesco
  205. ^ Articolo dal Corriere della Sera
  206. ^ I sindaci dell' Alto Adige: l' Austria ci tuteli
  207. ^ "Il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare. Nel 1919 non ci è stato chiesto se volevamo fare parte dello Stato italiano e per questo non parteciperò ai festeggiamenti."I sudtirolesi hanno sofferto molto tra gli anni venti e gli anni cinquanta, non vedo veramente giustificazioni per festeggiare questa ricorrenza. Nel 1861 l'Alto Adige non faceva parte dell'Italia e nel 1919 non è stato chiesto alla popolazione se voleva passare dall'Austria all'Italia», ecc.
  208. ^ Unità d'Italia, scontro aperto tra Napolitano e Durnwalder Il presidente: devi partecipare alle celebrazioni, tu rappresenti tutti. La replica: nulla da festeggiare, Corriere della Sera, 11 febbraio 2011
  209. ^ (DE) I festeggiamenti di Merano e la consegna del Verdienstorden
  210. ^ "L'autonomia non sarà svuotata"
  211. ^ Brunetta: «Il federalismo? C'è già. Ma è bastardo, sprecone, piagnone», Corriere della Sera, 15 marzo 2009
  212. ^ Solo per citarne alcuni, si veda ad esempio: "«Inno di Mameli? Non lo conosco». Gaffe dopo il bronzo", Corriere della Sera 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., "BRONZO STONATO Slittino, il doppio azzurro va sul podio «L' inno? Non conosco quella canzone»", Corriere della Sera 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., "Non so la canzone di Mameli l'equivoco di Plankensteiner", La Repubblica 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., «Non conosco l'Inno ma il bronzo è per l'Italia», Il Giornale 16-2-2006, p. 39. URL consultato il 21 febbraio 2010. "Curve di bronzo Plankensteiner-Haselrieder grande seconda manche L'Inno di Mameli «Non conosco le parole» Una frase fraintesa fa scoppiare un caso", La Stampa 16-2-2006, p. 22. URL consultato il 21 febbraio 2010. "IL CASO GERHARD E MAMELI Ora l'inno è un caso politico", La Stampa 17-2-2006, p. 25. URL consultato il 21 febbraio 2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Storia antica:

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