Storia dell'Alto Adige
La storia dell'Alto Adige si riferisce alle vicende del territorio corrispondente alla provincia italiana di Bolzano.
L'odierno Alto Adige, in antichità già retico fu latinizzato dai Romani (dal 15 a.C. in poi) sotto la cui dominazione rimase fino al crollo dell'Impero romano d'Occidente nel 476. Successivamente fu colonizzato da popoli germanici, in particolare dai Baiuvari (dal VI secolo in poi). Dopo essersi costituito in contea del Tirolo sotto i conti Albertini a partire dagli inizi del XIII secolo, fu a lungo un possesso della casata degli Asburgo (dal 1363 in poi), come parte della contea del Tirolo: con essa appartenne al Sacro Romano Impero Germanico, al Regno d'Italia (dal 1810), all'Impero Austriaco (dal 1814), all'Impero Austro-Ungarico (dal 1867) ed infine, nel 1919, venne annesso al Regno d'Italia con il nome Alto Adige, già in uso all'epoca di Napoleone per la zona trentina e bolzanina (Dipartimento dell'Alto Adige).
Dal 1946 l'Alto Adige è parte della Regione Trentino-Alto Adige, una delle cinque regioni autonome italiane, di cui costituisce una provincia autonoma. È inoltre al centro dell'Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino.
Sul suo territorio, segnato da una forte politica di italianizzazione durante il fascismo e dal terrorismo fino agli anni ottanta, coesistono oggi in modo pacifico, seppur non esente da tensioni, popolazioni di lingua tedesca, italiana e ladina.
[modifica] Preistoria
I rinvenimenti archeologici dimostrano la presenza dell'uomo nelle valli dell'odierno Alto Adige dopo la fine dell'ultima glaciazione, intorno al 12 000 a.C. Reperti provenienti dall'Alpe di Siusi sono databili al paleolitico inferiore. Accampamenti di cacciatori mesolitici risalenti all'VIII millennio a.C. sono stati scoperti nei fondi valle presso Bolzano, Bressanone e Salorno. Accampamenti analoghi furono rinvenuti nel vicino Trentino, a Passo Rolle, nel 1971. La celebre mummia del Similaun, nota anche come Ötzi, avrebbe un'età di circa 5 300 anni. Questo la pone nell'età del rame, momento di transizione tra il neolitico e l'età del bronzo. Sepolcri in pietra del 2000 a.C. sono stati localizzati ad Appiano. Il clima era ancora più mite di oggi, come dimostrano i reperti localizzati in grotte della Val Pusteria.
Per l'età del bronzo (1800 - 1300 a.C.) sono attestati insediamenti sia nelle valli principali che in quelle secondarie, localizzati su terrazzi alluvionali e su siti d'altura. Intorno al 1500 a.C., l'uomo si spinse più in alto, lasciando le vallate di mezzamontagna, per estrarre il rame in Valle Aurina e d'Isarco. Durante l'età del bronzo e del ferro nella regione sono attestate culture locali autoctone che occupavano approssimativamente l'area del Tirolo storico.
Appartiene alla tarda età del bronzo e alla prima età del ferro la cultura di Luco-Meluno, che prende il nome da due importanti siti archeologici presso Bressanone. Essa ebbe origine nel XIV secolo a.C. nella valle dell'Adige tra Trento e Bolzano, da dove si diffuse fino ad occupare all'incirca l'area del Trentino a nord di Rovereto, dell'Alto Adige, del Tirolo Orientale e della Bassa Engadina.[1] La cultura di Luco-Meluno è caratterizzata dal un particolare stile di ceramica riccamente decorata, mentre la produzione metallurgica è influenzata dalle culture circostanti. Gli appartenenti a questa cultura cremavano i loro morti e raccoglievano i resti in urne che poi venivano sepolte in modo simile alla cultura dei campi di urne, attestatasi in questo stesso periodo nelle valli del Tirolo Settentrionale. I santuari nei quali venivano adorate le divinità si trovavano su colline sovrastanti le vallate e vicino a corsi d'acqua e laghi, spesso anche in aree remote. I ricchi corredi funebri rinvenuti dagli archeologi dimostrano che la cultura di Luco-Meluno raggiunse il suo apice tra il XIII e l'XI secolo a.C., soprattutto grazie all'estrazione del rame, materiale necessario per la produzione del bronzo.
Intorno al 500 a.C. si sviluppò la cultura di Fritzens-Sanzeno, conosciuta anche come la cultura dei Reti, che prese il posto della cultura di Luco-Meluno a sud dello spartiacque alpino e della cultura dei campi d'urne a nord dello stesso.[2] Il nome di "Reti" per queste popolazioni viene tramandato dagli scrittori romani; la sua origine è incerta (Plinio lo attribuiva a un loro antico capo, Raetus[3]) e sembra connesso con la principale divinità di questi popoli, la dea Raetia.[2] Come nella precedente cultura di Luco-Meluno, è la ceramica riccamente decorata che contraddistingue Fritzens-Sanzeno, mentre la lavorazione degli oggetti di metallo è influenzata dalle civiltà degli Etruschi e dei Celti. Tipici della cultura di Fritzens-Sanzeno sono i luoghi di culto, peraltro già frequentati dalla cultura di Luco-Meluno, certi tipi di fibula, particolari armature in bronzo e un alfabeto di derivazione etrusca.
[modifica] Epoca romana
Nel 16 a.C. e 15 a.C., i Romani sotto Druso e Tiberio occuparono il territorio alpino, spingendosi fino alle rive del Danubio. La parte settentrionale dell'odierno Alto Adige venne divisa fra le due province Rezia (Raetia prima e Raetia secunda) e Norico (Noricum), mentre quella meridionale che includeva la Val d'Adige fino all'altezza di Merano venne inclusa nella Regio X Venetia et Histria. L'insediamento di maggiori dimensioni finora noto è Sebatum/San Lorenzo di Sebato, un importante snodo stradale.[4]
Il periodo romano si protrasse per cinque secoli e lasciò profonde tracce nella regione che fu fortemente latinizzata. Le popolazioni autoctone, quali Isarci, Breuni, Venosti, svilupparono una parlata neolatina, nella quale prevaleva il sostrato retico, il cosiddetto retoromanzo. Fanno parte di questo gruppo linguistico le odierne varianti del ladino, oltre al romancio e al friulano.
Secondo la controversa teoria etnolinguistica della continuità, invece, le popolazioni alpine parlavano un idioma romanzo già prima della conquista romana. Secondo questa teoria, il ladino sarebbe una lingua italide modificata da influssi slavi attribuibili a cercatori di rame provenienti dall'area balcanica durante l'età del bronzo[5]. Questa teoria si scontra però col fatto che la presenza di Slavi nei Balcani è accertata solo a partire dai tempi delle invasioni di Attila, intorno al 440 d.C.[6][7]
Dopo l'anno 400 d.C., nella tarda romanità, si diffuse il cristianesimo, influenzando in misura crescente la vita pubblica e privata. La sede vescovile di Sabiona, presso l'odierna Chiusa, ebbe un ruolo importante nella cristianizzazione del territorio.
[modifica] Medioevo
Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 476 d.C., la regione fu inclusa nel Regno di Odoacre e successivamente nel Regno degli Ostrogoti (493-553). Dopo la caduta del regno ostrogoto, nel 558-559 fu la volta dei Longobardi, che annessero al loro regno la regione. Bolzano e parte delle valli d'Adige e d'Isarco (da Maia-Merano a Sabiona) entrarono a far parte del ducato di Trento. I Baiuvari e i Franchi a più riprese penetrarono in Val Venosta e Val Pusteria, questi ultimi favoriti dagli alleati Longobardi, che continuarono a controllare il ducato di Trento.
All'inizio dell'VII secolo anche la conca meranese era stata occupata dai Baiuvari e nel 679, come attesta Paolo Diacono un comes baiuvaro reggeva Bolzano. Nel 774 d.C. Carlo Magno sconfisse i Longobardi a Pavia e conquistò il regno longobardo d'Italia. Pochi anni più tardi, nel 788, ebbe ragione anche dei Baiuvari. Il territorio passò dunque sotto l'Impero Carolingio. Fu decisivo in questo contesto l'inglobamento della chiesa vescovile di Sabiona, dal 798 in poi, nella metropoli vescovile di Salisburgo, abbandonando così l'orientamento precedente verso Aquileia.[8]
L'imperatore Corrado II (1024-1033) nel 1027 concesse ai vescovi di Trento e Bressanone poteri di sovranità territoriale su ampie zone dell'Alto Adige. Al vescovo di Trento Udalrico II l'imperatore donò il comitato di Trento, che corrispondeva all'antico ducato longobardo, il comitato di Venosta, e il comitato di Bolzano. Nei comitati di Trento e Bolzano il vescovo di Trento esercitava sia la giurisdizione ecclesiastica che quella temporale, mentre nel comitato di Venosta la giurisdizione ecclesiastica rimase al vescovo di Coira. Anche il vescovo di Bressanone venne investito di poteri politici. A lui spettava il dominio sulla valle inferiore dell'Inn, il Wipptal e la valle dell'Isarco, inclusa la val di Fassa e Livinallongo. Nel 1091 l'imperatore Enrico IV aggiunse al dominio di Bressanone il comitato di Pusteria.[9] Queste donazioni si pongono all'interno di un progetto di egemonia sulla chiesa perseguito dalla dinastia degli Ottoni. I vescovi venivano scelti nell'ambito delle famiglie fedeli all'imperatore, e garantivano all'imperatore sostegno morale e politico. Le chiese vescovili così divennero uno strumento efficace per contrastare l'ascesa delle grandi casate dei duchi di Baviera, Svevia e Lorena, e per mantenere il controllo sulle importanti vie di comunicazione verso Sud che passavano per la rotta del Brennero.[10] I principi-vescovi mantennero il potere, almeno formalmente, fino alla secolarizzazione napoleonica del 1803.
Nell'odierna provincia ebbero i natali il più antico scrittore in lingua tedesca, il meranese Arbeo di Frisinga, e i poeti Walther von der Vogelweide e Oswald von Wolkenstein, considerati i padri del tedesco letterario (ma l'origine di von der Vogelweide non è stata accertata).
[modifica] Germanizzazione
Nell'alto medioevo comincia il processo di germanizzazione dei territori alpini centrali, non densamente popolati, a spese dell'originaria popolazione retoromanza soprattutto da parte dei Longobardi, Franchi e Baiuvari.[11] Il territorio dell'odierno Alto Adige alla caduta dell'Impero Romano era infatti incluso nella regione di parlata retoromanza, che si estendeva dagli attuali Grigioni al Friuli.[12] Nei secoli seguenti le popolazioni alpine, frammentate e prive di strutture politiche e sociali comuni, rimasero soggette a forti pressioni demografiche, culturali e linguistiche da parte delle popolazioni circumalpine.[13]
Sin dal VII secolo le lingue germaniche penetrarono nella regione, a partire dalla val Pusteria e dalla zona a nord di Merano verso le altre vallate. Nei secoli XII-XIII la penetrazione divenne generale, come testimoniano i documenti storici[14] e la microtoponomastica ad oggi esistente.[15] Strati neoromanzi erano presenti in val Venosta ancora nel XVI secolo, e lo sono tutt'oggi nelle valli ladine (Val Gardena, Marebbe e Val Badia).[16]
La germanizzazione dell'attuale Alto Adige, come di tutta la regione storica del Tirolo, fu dunque un processo lento, continuo e intenso[17] e vide sia il progressivo arretramento delle popolazioni di cultura retoromanza (gli antenati degli attuali ladini) sia la conquista di nuovi spazi in precedenza disabitati come le valli laterali. Anche le epidemie cicliche, come la peste trecentesca e seicentesca, portarono a ingenti sostituzioni di popolazioni.[18] La nobiltà e il clero d'Oltralpe furono i principali attori della germanizzazione capillare, possedendo ingenti latifondi nelle zone di Bolzano e Merano (a produzione prevalentemente vinicola).[19] Tra i maggiori proprietari terrieri figuravano i vescovi di Augusta e Frisinga, i conventi di Schäftlarn, Herrenchiemsee e Weingarten nonché le casate degli Ariboni e degli Andechs.[20] L'immigrazione germanica seguì due direttrici: i contadini germanici si stabilirono nelle vallate più settentrionali e remote, portando la lingua tedesca negli ambienti rurali delle valli; i commercianti tedeschi dalle zone austriache e della Germania meridionale, soprattutto della Baviera e della Svevia, si stabilirono invece nei centri urbani come Bolzano, Merano, Vipiteno e Brunico.[21]
Lo sviluppo della lingua tedesca non escluse continui contatti e presenze di persone e gruppi di lingue italiche. Commercianti italiani provenienti dal Principato Vescovile di Trento e dalla Repubblica di Venezia nonché banchieri esuli da Firenze, tra cui i Botsch, si trasferirono a Bolzano e generalmente si tedeschizzarono nel corso di una sola generazione.[22][23] Contatti commerciali mantennero sempre vivi i rapporti con Venezia, verso la quale furono esportati pregiati legni utilizzati per la fabbricazione navale.[24][25], come con le due metropoli commerciali della Germania meridionale, Norimberga e Augusta.[26]
[modifica] Contea del Tirolo
Nel corso del XII secolo iniziò l'ascesa delle casate nobiliari a scapito del potere dei principi vescovi attraverso l'istituzione della advocatia. Con questo termine viene descritta una protezione concessa dai conti alle chiese, che con il passare del tempo divenne dominio effettivo sul territorio. Fu grazie a questo processo che iniziò l'ascesa dei conti di Tirolo, una casata che prese il nome dall'omonimo castello presso Merano. I Tirolo sono noti circa dal 1140 come advocati dei vescovi di Trento, Bressanone e Coira. Grazie anche all'estinzione o eliminazione di casati avversari come i conti di Appiano, i conti di Morit-Greifenstein, i conti di Andechs e i signori di Vanga essi diventano la più potente autorità dell'alta val d'Adige. Il conte Alberto III nella prima metà del XIII secolo controllava un territorio che spaziava dalla valle dell'Engadina fino a Bolzano, ed includeva la val d'Isarco nei pressi di Bressanone e la valle dell'Inn. Si venne così a creare un dominio che univa territori a nord ed a sud dello spartiacque alpino.[27]
La figlia di Alberto, Adelaide, sposò il conte Mainardo I di Gorizia (1194-1258), che con la morte di Alberto III ereditò la contea del Tirolo. Dopo la morte di Mainardo I le due contee furono di nuovo divise fra i figli. A Mainardo II (1238-1295) spettò la contea di Tirolo e il titolo di conte di Tirolo-Gorizia, ad Alberto andò la contea di Gorizia con il titolo di Conte di Gorizia-Tirolo.
Fu Mainardo II a creare la regione del Tirolo sulle orme di suo nonno Alberto III creando i confini che poi, con minimi ampliamenti, restarono immutati dal tempo di Massimiliano I fino al 1918.[28] Mainardo II continuò gli sforzi dei suoi predecessori per sottrarre diritti e poteri ai vescovi ed usando astuzia, violenza e denaro (per esempio, nel 1276 conquistò Bolzano, distruggendone castello e palazzo vescovile e ordinando anche l'abbattimento delle mura, con i cui resti venne colmato il fossato che circondava la città). Questi sviluppi trovano paralleli nelle regioni vicine: anche i vescovi di Verona, Vicenza, Feltre e Padova dovettero cedere diritti e poteri ai comuni ed ai nuovi signori. Forse furono anche questi esempi ad ispirare la radicale politica di Mainardo contro il potere temporale dei vescovi. Ma le sue azioni contro i vescovi di Trento e Bressanone non furono l'unico motivo per il suo successo. I suoi sforzi nell'amministrazione e nell'economia contribuirono in modo fondamentale al consolidamento interno ed esterno della contea. Mainardo ampliò le miniere di sale presso Hall e la zecca di Merano, assicurandosi lauti guadagni. Vennero stipulati contratti con Verona e Venezia sulla scorta di commercianti che attraversavano il Tirolo, incoraggiando il commercio e il traffico, ed aumentando di molto la rendita dei dazi imposti sulle strade del Tirolo. Il riconoscimento da parte dell'impero di questo dominio territoriale fu raggiunto nella prima metà del XIV secolo.[29]
Alla morte dell'ultimo discendente maschio dei Tirolo, il potere passò nel 1335 alla nipote del conte Mainardo II, Margherita di Tirolo-Gorizia, nota come Margherita Maultasch.[30]
Nel 1342 fu concesso uno statuto che prevedeva forme di partecipazione rappresentativa al potere, ampliava le libertà individuali, riconosceva il diritto di proprietà, anche ai contadini, e creava un'amministrazione autonoma di tipo pubblico.
Nel 1363 Margarethe Maultasch fu costretta in seguito a pressioni politiche a cedere la contea del Tirolo al duca d'Austria Rodolfo IV d'Asburgo: Merano rimase formalmente capitale tirolese fino al 1848, ma di fatto sin dal 1420 il duca Federico IV "dalle tasche vuote", trasferì la propria corte a Innsbruck.
Il Tirolo rimase poi possedimento degli Asburgo quasi ininterrottamente fino al 1918. Intorno al 1500 vennero annessi al Tirolo i tribunali di Rattenberg, di Kitzbühel e di Kufstein, la Val Pusteria, la conca di Lienz, Ampezzo, Primiero. Nel 1665 il Tirolo (e quindi il territorio dell'attuale Alto Adige), fino ad allora ampiamente autonomo, passò sotto l'amministrazione diretta di Vienna.
La Riforma protestante e le rivolte contadine sconvolsero il Tirolo. Michael Gaismair (1490-1532) propose nei suoi famosi "articoli meranesi" la costituzione di una repubblica contadina. Il progetto ebbe un esito fallimentare, vi furono violente sommosse e la popolazione insorse contro i nobili ed il clero, incendiando chiese e castelli.[31]
Il XVIII secolo fu segnato da numerosi conflitti: nella guerra di successione spagnola del 1703 gli Schützen si opposero vittoriosamente all'esercito bavarese. La regione fu anche teatro di scontri nel corso della prima guerra di coalizione contro la Francia (1792-1797).
[modifica] Epoca napoleonica
| Per approfondire, vedi le voci Dipartimento dell'Alto Adige e Regno d'Italia (1805-1814). |
Nel 1805, dopo la disfatta dell'Austria per opera di Napoleone, il Trattato di Presburgo assegnò la Contea del Tirolo alla Baviera, alleata della Francia. La secolarizzazione napoleonica pose anche fine ai Principati vescovili di Trento e Bressanone.
In seguito alla dichiarazione di guerra dell'Austria alla Francia, i tirolesi (ivi inclusi i trentini di lingua italiana) si sollevarono contro il dominio dei bavaresi, alleati dei francesi. Andreas Hofer, un locandiere di San Leonardo in Passiria, organizzò assieme a Peter Mayr e al bellicoso padre Joachim Haspinger un'azione di opposizione popolare che sfociò in una rivolta concretizzatasi nelle quattro battaglie del Monte Isel. Nonostante alcuni successi militari ed una strenua resistenza, la sollevazione, anche per il mancato appoggio dell'Austria, non ebbe esito positivo. Il capo della resistenza tirolese fu catturato e fucilato a Mantova dai francesi: l'inno del Tirolo (Das Andreas-Hofer-Lied) ricorda le vicende di Hofer martire a Mantova.
Nel 1809 i confini cambiarono nuovamente. Con la pace di Schönbrunn del 14 ottobre 1809 il Tirolo venne assegnato alla Baviera. Ma non durò a lungo, che già con il Trattato di Parigi del 28 febbraio 1810 avvenne la tripartizione[32]: alla Baviera toccò il Tirolo settentrionale fino a Merano e quello centrale fino a Chiusa; la Val Pusteria, da San Candido alle Province Illiriche, passò all'Austria; la Bassa Atesina con Bolzano e la maggior parte del territorio dolomitico furono incorporate nel Regno d'Italia di Napoleone: il termine "Alto Adige" (Haut-Adige) fu coniato in questo periodo, per designare il nuovo dipartimento che comprendeva però, oltre a Bolzano, soprattutto il Trentino.[33] Ettore Tolomei lo avrebbe ripreso per creare il toponimo italiano della provincia di Bolzano, spostandone così il significato geopolitico verso il settentrione.
Nei mesi di settembre e ottobre 1813 l'attuale Alto Adige venne liberato dalle truppe austriache[34] ed successivamente con il Trattato di Parigi del 3 giugno 1814[35] la regione passò formalmente alla monarchia asburgica, entrando a far parte del neo proclamato Impero Austriaco.
[modifica] Età dei nazionalismi
Dopo l'epoca napoleonica, il nazionalismo si impose come l'ideologia dominante in Europa.
In Italia molti intellettuali ed associazioni cominciarono a coltivare l'idea dell'indipendenza e dell'unità nazionale (vedi Risorgimento). L'Impero austriaco, che era la potenza egemone in Italia, fu il più potente avversario dell'unificazione. L'Impero represse vigorosamente i sentimenti patriottici che crescevano fra le élite italiane, specie durante i moti del 1848 e negli anni successivi. Il Regno d'Italia fu infine proclamato nel 1861; il Veneto fu annesso nel 1866; il Lazio, con Roma, nel 1870.
L'Impero asburgico si trovò a dover affrontare la crescita dei sentimenti nazionali in grande parte del suo composito territorio. Reagì da un lato con una politica di concessioni verso specifiche minoranze, alla ricerca di un precario equilibrio fra le diverse etnie, dall'altro, varò politiche di germanizzazione in taluni territori.
In seguito alla sconfitta austriaca nella terza guerra di indipendenza e alla conseguente perdita del Veneto, l'imperatore Francesco Giuseppe enuncia chiaramente la sua politica anti-italiana al Consiglio dei ministri austriaco il 12 novembre 1866, ordinando di "opporsi in modo risolutivo all'influsso dell'elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione - a seconda delle circostanze - delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati, politici ed insegnanti, nonché attraverso l'influenza della stampa in Tirolo meridionale (con ciò allora si intendeva il Trentino[36]), Dalmazia e Litorale Adriatico"[37]. All'epoca i ladini erano considerati italiani.
In Italia, furono in molti a pensare che il processo di unificazione non fosse completo, poiché molti territori abitati da comunità italiane restavano sotto controllo straniero, ancora "irredenti". L'irredentismo fu all'epoca un movimento d'opinione molto importante nella vita politica italiana. Gran parte della pubblica opinione rimase perplessa, quando, nel 1882 il Regno d'Italia stipulò un'alleanza difensiva con l'Austria Ungheria e la Germania (vedi triplice alleanza).
[modifica] Prima guerra mondiale
| « Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporà tenace resistenza; ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarla. Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri. » |
|
|
(Proclama del Re Vittorio Emanuele in occasione della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria-Ungheria, 24 maggio 1915)
|
Nel 1914, all'inizio della guerra mondiale, l'Italia era legata alle potenze della Triplice alleanza, ma il patto di natura difensiva non prevedeva la necessità di un intervento al fianco dei due alleati. Del resto, il governo di Vienna aveva omesso di consultatare quello di Roma in vista dell'ultimatum alla Serbia. L'Italia, in una prima fase, optò dunque per la neutralità, anche considerando la propria scarsa preparazione militare e presumendo che gli alleati austrotedeschi, in caso di vittoria, non avrebbero offerto importanti contropartite per l'intervento di uno stato di minore importanza militare e politica nella Triplice (infatti, alla vigilia dell'entrata in guerra l'Austria formalizzò un'offerta che riguardava una parte del Trentino e del Friuli, con l'esclusione di Gorizia e Trieste). In Italia erano inoltre forti i sentimenti irredentisti nei confronti dei territori del Trentino, di Trieste con l'Istria e di Zara con la Dalmazia, ancora sotto il controllo asburgico. A questi si aggiungevano diffusi sentimenti di simpatia per la Triplice intesa ed un patto segreto con la Francia, che di fatto invalidava gli accordi con gli Imperi centrali
In base ai termini del patto di Londra, stipulato nell'aprile 1915, l'Italia accettò di dichiarare guerra contro gli Imperi Centrali, in cambio (tra altre cose) di concessioni nei territori allora austro-ungarici del Tirolo (dal Trentino fino al Brennero), della Venezia Giulia, dell'Istria, di alcune isole del Quarnaro e della parte nord della Dalmazia, ove vivevano consistenti popolazioni e comunità italiane. A nord il confine futuro fu segnato sullo spartiacque alpino, permettendo all'Italia di ottenere i suoi confini geografici.
La guerra contro l'impero austro-ungarico fu dichiarata il 24 maggio 1915. Malgrado la vicinanza al fronte, l'Alto Adige fu solo sfiorato dagli eventi bellici (nella zona dello Stelvio e di Lavaredo), che coinvolsero appieno il vicino Trentino.
Nell'ottobre 1917, l'esercito italiano fu sconfitto nella battaglia di Caporetto e si ritirò fino al Piave, dove pose una nuova linea di difesa. Nel giugno 1918, un'offensiva austro-ungarica contro la linea del Piave fu respinta (vedi offensiva del Piave): un mese prima, la "Dieta Popolare Tedesca" riunitasi a Vipiteno aveva rivendicato nei confronti dell'Italia dei "confini naturali" che comprendevano "antichi territori tedeschi come i Tredici comuni, i Sette Comuni, Bladen, Zahre, Schönfeld, Tischlewang. Inoltre una rettifica dei confini con cessione all'Austria della valle superiore dell'Adda e dell'Oglio, fino alla sponda meridionale del Lago di Garda e al margine meridionale delle Alpi Veneto-friulane", oltre a rivendicare "unità e indivisibilità del Tirolo da Kufstein fino alla Chiusa di Verona, decisissimo rifiuto di ogni autonomia della parte meridionale del territorio, cioè al cosiddetto 'Tirolo Italiano'". Un punto della mozione della "Dieta Popolare tedesca" conteneva il nuovo programma educativo: "Completa trasformazione del sistema scolastico nel Tirolo italiano con l'introduzione dell'insegnamento obbligatorio della lingua tedesca ed educazione a sentimenti patriottici tirolesi e filotedeschi fra la giovantù e fra i docenti"[38]. Il 24 ottobre 1918, l'Italia lanciò l'offensiva finale contro l'esercito austro-ungarico, che di conseguenza crollò (vedi battaglia di Vittorio Veneto). Il successivo armistizio di Villa Giusti fu stipulato il 3 novembre e divenne operativo alle 15.00 del 4 novembre. Nei giorni successivi l'esercito italiano completò l'occupazione di tutto il Tirolo, inclusa Innsbruck, secondo i termini dell'armistizio.
[modifica] Annessione all'Italia
Al termine della prima guerra mondiale, da cui l'Italia uscì vincitrice, il Tirolo cisalpino, comprendente le circoscrizioni di Trento e Bolzano, fu annesso al Regno d'Italia. Il confine d'Italia veniva quindi a coincidere con lo spartiacque delle Alpi (superandolo nella conca di San Candido), così come previsto dall'Accordo di Londra, suggellato dal Trattato di Saint-Germain, estendendosi però oltre l'area linguistico-culturale italiana.
La neonata Repubblica dell'Austria tedesca, creata delle ceneri del dissolto Impero austro-ungarico, tentò di reclamare la sovranità sull'Alto Adige in quanto prevalentemente tedescofono, ma non riuscì a far valere le sue pretese in quanto Paese sconfitto.[39] Prima dell'entrata in guerra dell'Italia e anche durante la stessa, alcuni esponenti politici si erano espressi a favore del confine di stato in prossimità della chiusa di Salorno, che all'epoca rappresentava il confine linguistico con l'area linguistica germanica, e perciò vennero definiti "salornisti"[40]. L'irredentista trentino Cesare Battisti aveva nutrito "talune perplessità" sullo spostamento del confine al Brennero in ragione del principio di nazionalità, ma lo considerava militarmente "formidabile".[41] A maggio del 1919, l'assemblea regionale tirolese (senza i rappresentanti trentini) si riunì ad Innsbruck, proponendo la creazione di uno stato indipendente da Kufstein a Salorno. Come estremo tentativo locale, a metà del 1919 alcune personalità rappresentative di tutti i principali partiti della Dieta di Innsbruck offrirono l'intero Tirolo al re d'Italia pur di non smembrare la regione, richiedendo in cambio la stessa autonomia garantita dall'Austria, ma l'offerta venne declinata[42]. Alla fine al tavolo della pace prevalsero le posizioni italiane, determinate a ottenere il confine in concomitanza dei limiti naturali della Regione geografica italiana.
L'annessione fu formalizzata il 10 ottobre del 1920. L'Alto Adige fu incluso nel commissariato generale civile della Venezia Tridentina e nel 1926 diviso nelle due province di Trento e Bolzano. Il confine della provincia di Bolzano venne tracciato nei pressi di Laives, località appena a sud di Bolzano, e non più presso Salorno, in corrispondenza di quello linguistico, favorendo in questo modo l'italianizzazione dei cosiddetti territori "mistilingue".[43] I comuni ladini di Livinallongo del Col di Lana, Colle Santa Lucia e Cortina d'Ampezzo furono separati dalla Venezia Tridentina e accorpati alla provincia di Belluno.
In base al censimento austriaco del 1910, solo il 3% della popolazione dell'Alto Adige risultava di madrelingua italiana. Non pochi d'altronde avevano subito nel corso dell'Ottocento un forte processo di assimilazione, come dimostrano i molti cognomi italiani di famiglie germanofone. Da ricordare che i censimenti austriaci conteggiavano i ladini come italiani (fu il linguista Graziadio Ascoli a classificare il ladino come una lingua a sé stante). Pur non avendo una propria identità nazionale, i ladini erano comunque di usi e costumi tirolesi e unitamente si opposero all'annessione.[44]
Re Vittorio Emanuele III, nel discorso alla corona del 1º dicembre 1919, dichiarò il pieno rispetto delle autonomie e delle tradizioni locali, con il supporto delle istituzioni politiche e militari. Le scuole tedesche, le istituzioni e le associazioni furono mantenute e furono inoltre avviate trattative per creare strutture amministrative autonome, in grado di garantire l'integrazione delle istituzioni locali nel nuovo sistema statale.
Alle prime elezioni parlamentari a cui parteciparono anche gli abitanti dell'Alto Adige (15 maggio 1921), si presentarono la Tiroler Volkspartei, la Deutschfreiheitliche Partei e la Sozialdemokratische Partei. I primi due partiti si presentarono assieme come Deutscher Verband ottenendo circa il 90% dei voti e conquistando quattro seggi (Eduard Reut-Nicolussi, Karl Tinzl, Friedrich Graf Toggenburg e Wilhelm von Walther). I socialdemocratici ebbero il restante 10% dei consensi e non riuscirono a inviare alcun deputato a Roma. I quattro rappresentanti continuarono le trattative sull'autonomia in parlamento, che terminarono con la presa di potere del fascismo (28 ottobre 1922).
[modifica] Fascismo
| Per approfondire, vedi la voce Italianizzazione (fascismo) . |
Le trattative per un'ampia autonomia furono immediatamente contrastate da gruppi nazionalistici, a capo dei quali si pose Ettore Tolomei. Gruppi nazionalisti si batterono per la cancellazione della cultura tirolese dai nuovi territori, anche con la violenza. Il primo episodio violento si verificò il 24 aprile 1921, quando uno squadrone fascista agli ordini di Achille Starace assaltò con armi da fuoco e bombe a mano un corteo di cittadini di lingua tedesca, che sfilava nel corso di una manifestazione folcloristica nel contesto della Fiera di Bolzano.[45] Quarantacinque persone furono ferite, in parte gravemente. Franz Innerhofer, un maestro di Marlengo, rimase ucciso da colpi di pistola, mentre tentava ripararsi sotto un portone con uno scolaro. Quel giorno viene ricordato come la "Domenica di sangue". Il 4 ottobre 1922 squadristi fascisti, ancor prima della Marcia su Roma, occuparono il Municipio di Bolzano, costringendo alle dimissioni il sindaco Julius Perathoner e il consiglio liberamente eletti.
[modifica] Politica di italianizzazione
Durante il periodo fascista, l'Alto Adige fu sottoposto a una politica di progressiva italianizzazione. Fu vietato l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole (riforma Gentile del 24 ottobre 1923), fu censurata tutta la stampa germanofona, tutti i nomi delle località e delle strade e i nomi e cognomi (a volte anche sulle tombe) furono italianizzati e sostituite le insegne pubbliche. Fu vietato l'uso delle parole Tirol o Südtirol. Venne sciolto il Deutscher und Österreichischer Alpenverein (club alpino austro-tedesco) e circa 20 rifugi montani furono espropriati senza alcun risarcimento.[46] Fu incentivata l'immigrazione dalle regioni più povere d'Italia promuovendo l'industrializzazione e cercando così di aumentare la consistenza dell'etnia italofona. Tutto ciò suscitò reazioni fra la popolazione di lingua tedesca, che si oppose ai tentativi di assimilazione continuando l'insegnamento del tedesco nelle clandestine Katakombenschule fondate da Michael Gamper. Gamper fu dichiarato "persona non grata" e la casa editrice "Tyrolia" dovette cambiare nome: prima si scelse il nome "Vogelweider-Verlagsanstalt", ma anche questo dovette essere sostituito pochi mesi dopo, siccome troppo tedescofono, e fu scelto il nome Athesia (il nome latino della valle dell'Adige). Nell'autunno del 1928 furono create scuole parrocchiali tedesche ove s'insegnava la religione nella madrelingua (su disposizione di papa Pio XI, contattatato da Gamper)[46].
| Per approfondire, vedi la voce Programma di Tolomei. |
L'uso dei soli toponimi italiani fu imposto con regio decreto nel 1923, sulla base del Prontuario dei nomi locali dell'Alto Adige di Ettore Tolomei.
Per proteggere il nuovo confine italiano, negli anni trenta furono erette in Alto Adige le fortificazioni del Vallo Alpino Littorio, che doveva estendersi da Ventimiglia a Fiume, insomma su tutto l'arco alpino.
[modifica] Le opzioni
| Per approfondire, vedi la voce Opzioni in Alto Adige. |
L'avvicinamento fra Hitler e Mussolini e l'annessione dell'Austria al Terzo Reich facevano sperare agli altoatesini di lingua tedesca che presto avrebbero seguito il destino austriaco. Speranze presto deluse: il 23 giugno 1939 un accordo fra il regime nazista e quello fascista (per il quale era presente a Berlino il Prefetto di Bolzano Giuseppe Mastromattei), interessati per motivi diversi ad allontanare il maggior numero possibile di tedescofoni dalla zona, portò alle cosiddette "Opzioni" (l'accordo venne formalizzato il 21 ottobre 1939), in cui ai sudtirolesi veniva imposto di scegliere se rimanere entro i confini italiani accettando l'italianizzazione, o trasferirsi in lontani territori del Reich mantenendo però la propria lingua e cultura. La stragrande maggioranza (per l'esattezza 166.488 ovvero l'85 - 90 % della popolazione di lingua tedesca) optò per il Terzo Reich, a fronte sia delle incertezze fasciste (le autorità italiane si dibattevano fra il desiderio di un trionfo dei Dableiber, che a loro parere avrebbe dimostrato il successo dell'italianizzazione, e quello di un allontanamento in massa dei germanofoni, che avrebbe consentito una colonizzazione italiana anche nelle valli) sia della propaganda del Völkischer Kampfring Südtirols (VKS): intere famiglie furono lacerate fra Dableiber (coloro che decisero di non "tradire" la loro terra, rimanendo) e Optanten (che decisero di non tradire la loro identità culturale tedesca emigrando nei territori del Reich). Effettivamente emigrarono in 75.000, soprattutto semplici lavoratori e contadini, che vendettero le loro case all'Ente per le tre Venezie o ai Dableiber, fino a che nel 1943 l'Alto Adige non venne occupato dalle truppe germaniche. Solo un terzo degli emigrati ritornò in Italia dopo la guerra.[47]
[modifica] La seconda guerra mondiale
Dopo la destituzione e l'arresto di Mussolini a seguito degli eventi del 25 luglio 1943, Hitler ordinò l'inizio delle operazioni militari volte ad occupare i passi alpini e liberare il duce. I piani di azione erano già stati elaborati dal comando tedesco nel maggio ed erano pronti a scattare con la parola d'ordine: Alarich und Konstantin (operazione Alarico). Il 27 luglio iniziò la discesa dal Brennero delle truppe tedesche, comandate dal generale Valentin Feuerstein, acquartierato a Innsbruck, utilizzando venti autobus postali avuti da Franz Hofer, Gauleiter del Tirolo e Vorarlberg. L'arrivo contemporaneo in Alto Adige di truppe alpine italiane incrementò la tensione tra i comandi militari italiani e quelli tedeschi e Franz Hofer dal canto suo chiese ufficialmente la riunificazione del Tirolo.[48]. Il 30 luglio la 26ª divisione corazzata tedesca attraversò il confine e in pochi giorni, senza che le fosse opposta resistenza, vennero occupate le cittadine di Bressanone e Chiusa, ponti, ferrovie e centrali elettriche furono presidiate dalle truppe tedesche fronteggianti quelle italiane.[48].
Dopo l'8 settembre 1943, il veloce disarmo e la cattura delle truppe italiane, l'Alto Adige fu definitivamente e completamente occupato dal Terzo Reich nell'ambito dell'operazione Alarico (nel giro di due soli giorni, il 9 e il 10 settembre). La popolazione di lingua tedesca dell'Alto Adige accolse le truppe naziste come forze di liberazione.[49] La provincia di Bolzano, insieme a quelle di Trento e Belluno, fu incorporata nella Zona d'Operazione delle Prealpi, parte della Repubblica Sociale Italiana, ma de facto controllata militarmente dal Terzo Reich, e posta sotto il comando del Gauleiter Franz Hofer. Durante il periodo dei "600 giorni", il gruppo linguistico italiano subì gravi contraccolpi: gran parte delle autorità amministrative italiane furono sostituite da elementi tedeschi fedeli al Reich; il giornale italiano "La Provincia di Bolzano" venne soppresso e sostituito con il Bozner Tagblatt; l'unica emittente italiana venne sostituita con un'emittente tedesca.
I militari di lingua tedesca confluirono nella Wehrmacht, nelle SS e nella Gestapo. Nel 1943, dopo il reclutamento di circa 2000 soldati per i quali il servizio militare era d'obbligo (annate 1900-1912), tra cui la maggioranza optanti, la "Wehrmacht" ebbe difficoltà nel 1944 a trovare volontari per costituire il reggimento e dovette procedere all'arruolamento prevalentemente di "Dableiber". Le qualifiche alte invece furono ricoperte esclusivamente da persone del Reich tedesco. Il reggimento "Bozen" collaborò alle persecuzioni contro gli ebrei (fu decimata la comunità di Merano) e alla caccia ai soldati italiani sbandati dopo l'8 settembre. I militari tedeschi vittime dell'attacco di via Rasella a Roma, che scatenò la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, appartenevano in realtà all'11ª compagnia del 3º battaglione del reggimento SS Polizeiregiment Bozen, reclutato nella Provincia di Bolzano. Il medesimo reggimento "Bozen", formato quasi esclusivamente da altoatesini di lingua tedesca, si macchiò di gravi crimini contro la popolazione civile italiana, tra cui la strage della Valle del Biois, in cui vennero massacrate circa 44 persone.[50]
A Bolzano sorse un campo "di transito" ("Polizeiliches Durchgangslager") attraverso il quale passarono migliaia di vittime destinate ai campi di sterminio Oltrebrennero. Anche 23 italiani furono catturati e internati nel campo di Bolzano, per poi essere trucidati nell'eccidio della caserma Mignone il 12 settembre 1944. Altri 9 italiani vennero massacrati nella strage di Lasa.
In base al "programma di eutanasia - T4", voluto da Hitler, molti infermi psichici e disabili vennero deportati presso la clinica psichiatrica di Innsbruck e di qui a Hall e al Castello di Hartheim a Linz. Dei 569 malati che furono deportati, 239 morirono di fame e privazioni o furono eliminati.
La resistenza contro i nazisti era rappresentata dal CNL (guidato fino alla sua esecuzione da Manlio Longon) e dall'Andreas-Hofer-Bund, formato da Dableiber che le truppe naziste perseguitarono come traditori. Si ricordano i nomi di Hans Egarter, Franz Thaler e Friedl Volgger, quest'ultimi internati nel campo di concentramento di Dachau. Volgger riuscì a sopravvivere e nel dopoguerra divenne senatore della Südtiroler Volkspartei. Josef Mayr-Nusser, capo della gioventù cattolica diocesana, non volle prestare giuramento alle SS per incompatibilità con la propria fede religiosa: morì durante il viaggio verso il Campo di concentramento di Dachau. Anche Erich Ammon, tra i fondatori della Südtiroler Volkspartei (SVP), fece parte della resistenza.
Il 25 aprile del 1945 l'Alto Adige venne liberato dagli Alleati. La seconda guerra mondiale finiva con 8.000 altoatesini dispersi o morti in guerra.
[modifica] Dopoguerra
Nell'immediato dopoguerra (1945-1946) una parte degli altoatesini (di lingua tedesca) speravano in una cessione all'Austria: su iniziativa della neonata Südtiroler Volkspartei furono raccolte 155.000 firme che chiedevano la riunificazione tirolese. Ma l'Italia stava per perdere l'Istria e altri territori e l'Austria era un paese privo di sovranità, sotto occupazione quadripartita, che aveva dato i natali all'istigatore del conflitto mondiale Hitler e partecipato allo sterminio degli ebrei. Un buon numero di altoatesini di lingua tedesca aveva poi simpatizzato per il nazismo, il che rendeva la richiesta intempestiva e difficile da sostenere. In più l'Unione Sovietica si oppose fermamente, temendo possibili rigurgiti pangermanisti: conseguenza della politica dell'U.R.S.S. fu l'espulsione verso la Germania di circa 15 milioni di germanofoni, espulsione da cui fu preservato l'Alto Adige.
La terra a sud del Brennero doveva quindi rimanere italiana, a condizione che venisse rispettata la forte minoranza di lingua tedesca. Alcide De Gasperi e Karl Gruber, ministro degli esteri austriaco, raggiunsero l'Accordo di Parigi, stipulato il 5 settembre 1946 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 24 dicembre del 1947. Fu prevista la possibilità del rientro degli optanti non compromessi in maniera particolarmente evidente e grave con il regime nazista.
Questa serie di provvedimenti, anche se ispirata dalle grandi potenze, poté realizzarsi grazie alla notevole (secondo alcuni eccessiva[51]) disponibilità da parte del governo italiano, se si considera anche il fatto che in Alto Adige le simpatie verso il nazismo nell'immediato dopoguerra non erano affatto scomparse.[52] Le vie di fuga seguite nel 1946 da centinaia di criminali di guerra, fra cui Eichmann, Mengele, Priebke, passavano infatti per il Brennero e portavano in Italia, e da qui, spesso passando per il porto di Genova, in Argentina. L'Alto Adige nei primi anni del dopoguerra era ancora "terra di nessuno". La cittadinanza degli altoatesini era incerta, e l'80% della popolazione che aveva optato per la Germania veniva considerata tedesca senza cittadinanza. Questo fatto risultò molto utile ai fuggiaschi nazisti di tutta Europa. Nel dicembre 1945 gli alleati si ritirarono dall'Italia settentrionale, il che fece dell'Alto Adige l'unico territorio di lingua tedesca non occupato militarmente. Questi fattori resero l'Alto Adige una tappa obbligata sulla via di fuga di molti nazisti. In Alto Adige essi ricevettero aiuto e rifugio soprattutto da ecclesiastici di vario grado e livello. Fu spesso grazie all'aiuto delle gerarchie vaticane che essi poi poterono continuare il loro viaggio verso uno dei porti italiani da dove si imbarcarono verso lidi sicuri[53].
L'Accordo De Gasperi-Gruber prevedeva una forte autonomia per il solo Alto Adige (l'art. 1 recitava: "Gli abitanti di lingua tedesca della Provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni bilingui della provincia di Trento godranno di completa eguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca"), ma per l'inopportunità politica di creare una regione a maggioranza tedescofona essa venne estesa anche al Trentino. Ebbe un certo rilievo anche l'origine trentina di De Gasperi. Il primo statuto speciale del 1948 concedeva ampi poteri legislativi, amministrativi e finanziari alla Regione Trentino-Alto Adige/Tiroler Etschland, dove gli italofoni erano in maggioranza, fu sancito il bilinguismo italiano/tedesco, furono istituite scuole in lingua tedesca, venne introdotta la toponomastica bilingue. Il Ministro degli Esteri austriaco Gruber arrivò a dichiarare: Si deve riconoscere che oggidì non vi è in Europa una minoranza di lingua tedesca che abbia una posizione così favorevole come l'hanno i sudtirolesi.[54]
Nel 1948 furono annessi alla provincia di Bolzano i seguenti comuni a maggioranza o forte presenza tedesca, che prima avevano fatte parte della provincia di Trento: Anterivo, Bronzolo, Cortaccia, Egna, Lauregno, Magrè (dal quale fu successivamente scorporato il comune di Cortina sulla strada del vino), Montagna, Ora, Proves, Salorno, Senale-San Felice, Trodena. In questo modo si raggruppavano i comuni "tedeschi" nella provincia di Bolzano[55]. Rimasero escluse solo alcune isole linguistiche sul territorio trentino.
Negli anni della guerra fredda la linea fortificata del Vallo Alpino in Alto Adige, dopo essere stata temporaneamente abbandonata, riprese il suo livello strategico, dovendosi questa volta l'Italia difendere da possibili minacce dall'est, soprattutto dall'URSS. Le varie opere furono quindi riprese in mano ed aggiornate per poter resistere a questa nuova minaccia.
Dal 1946 al 1954 l'Ufficio per le Zone di Confine istituito presso la Presidenza del Consiglio si occupò di tutti gli affari relativi alle complesse questioni delle aree di confine, come anche della "questione altoatesina", attivandosi in senso antiautonimistico e adoperandosi anche economicamente per il "sostegno all'italianità".[56]
[modifica] Gli anni del terrore
| Per approfondire, vedi le voci Befreiungsausschuss Südtirol e Ein Tirol. |
Nel rispetto dell'Accordo De Gasperi-Gruber, lo statuto del Trentino-Alto Adige aveva ripristinato l'insegnamento del tedesco e ristabilito la toponomastica bilingue. Fino alla metà degli anni '50 la Democrazia Cristiana e la Südtiroler Volkspartei (SVP), il partito di riferimento della popolazione di lingua tedesca, collaborarono infatti proficuamente nella gestione dell'ente regionale.
A partire dal 1955, anno in cui si ricostituiva la Repubblica Austriaca, all'interno della SVP iniziò la scalata al vertice di elementi estremisti,[57] alcuni con trascorsi nazisti,[58] che si spesero per una politica segnatamente anti-italiana in provincia di Bolzano. In tutti i comuni a maggioranza SVP (tutto l'Alto Adige tranne allora Bolzano, Bronzolo, Egna, Fortezza, Merano, Laives, Salorno e Vadena) venne sospeso il rilascio di nuove residenze per italiani; fu fatta una furibonda propaganda contro i matrimoni misti; venne attuata una separazione etnica totale nelle scuole e negli edifici tra le persone dei gruppi linguistici italiano e tedesco; fu ostacolata la costruzione di alloggi popolari poiché ciò avrebbe favorito l'immigrazione italiana; venne chiesto addirittura lo smantellamento della zona industriale di Bolzano.[59] A ciò si univa il rifiuto categorico della presenza maggioritaria di italiani nelle pubbliche amministrazioni della provincia e il presunto centralismo regionale.
Ne scaturì una lotta contro l'autonomia regionale, dove trentini e altoatesini di lingua italiana erano in maggioranza, a favore di un'autonomia provinciale, dove gli abitanti di lingua tedesca avrebbero potuto contare su una propria maggioranza ancor più a scapito della minoranza italiana.
Nel 1957 una folla di 35.000 persone si radunò a Castel Firmiano per protestare contro la prevista sovvenzione governativa di 2 miliardi e mezzo[60] per la costruzione di nuovi alloggi popolari e contro gli italiani immigrati nella provincia. La dimostrazione era stata organizzata dalla SVP all'insegna del motto "Los von Trient" (via da Trento), che sostituiva il precedente "Los von Rom" (via da Roma): una parte dei popolari altoatesini intorno a Silvius Magnago rinunciava (almeno temporaneamente) alla secessione dall'Italia a favore di una maggiore autonomia.
Gli sviluppi di questa politica contro il governo italiano furono anche drammatici: negli anni cinquanta nacque un movimento terrorista clandestino, mirante alla riunificazione del Tirolo all'Austria, il Befreiungsausschuss Südtirol - BAS. Negli anni sessanta si verificarono numerosi attentati dinamitardi, inizialmente contro cose (tralicci, caserme, ecc.); ma i terroristi non esitarono a usare la violenza contro le forze dell'ordine, ricorrendo addirittura a mine antiuomo (tragico l'episodio della strage di Cima Vallona). Le forze dell'ordine ed in particolare i Carabinieri risposero duramente. Ci furono denunce secondo le quali due persone sarebbero morte in seguito a torture subite in carcere. La Corte d'Assise di Milano a proposito delle presunte sevizie rilevò che "dalle perizie necroscopiche eseguite da collegi di periti fosse risultato che entrambi i detenuti erano morti per cause naturali".[61] Gli attentati continuarono fino ai primi anni settanta, con strascichi fino agli anni ottanta (riconducibili al gruppo terroristico Ein Tirol). Bilancio: trentadue anni di guerriglia, dal 20 settembre del 1956 al 30 ottobre del 1988. 361 attentati con esplosivi, raffiche di mitra, mine. 21 morti, di cui 15 membri delle forze dell'ordine, due cittadini comuni e quattro terroristi, dilaniati dagli ordigni che stavano predisponendo. 57 feriti: 24 fra le forze dell'ordine, 33 privati cittadini.
Nel contempo si cercava una soluzione politica: il trattato del 1946 fu la base della risoluzione 1497 delle Nazioni Unite del 1960, sollecitata dal cancelliere austriaco Bruno Kreisky, che invitava "urgentemente" i due paesi a riprendere "i negoziati con l'obiettivo di trovare una soluzione di tutte le controversie concernenti l'attuazione dell'accordo di Parigi del 5 settembre 1946".
[modifica] L'Alto Adige dal 1972 a oggi
Dopo dodici anni di discussione nei consessi nazionali e internazionali, nel 1972 l'Alto Adige ottenne dallo Stato italiano un'ampia autonomia, in base alla quale esso dispone del 90% delle imposte pagate in provincia. La provincia autonoma dispone di 9.000 euro di risorse all'anno per ognuno dei suoi oltre 500.000 abitanti (contro i 2.000 della Lombardia, superati però dai 12.000 della Valle d'Aosta). Complessivamente il bilancio dell'Alto Adige si aggira sui 5 miliardi di euro all'anno. Con l'entrata in vigore del secondo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (in tedesco Trentino-Südtirol) le maggiori competenze e risorse sono state trasferite alle Province autonome di Trento e di Bolzano.
Nel 1992, approvate le norme di attuazione dello statuto del Trentino-Alto Adige, confluite nel cosiddetto "pacchetto di autonomia" (l'insieme delle misure a favore della popolazione di lingua tedesca), l'Austria rilasciò all'Italia la c.d. "quietanza liberatoria" (Streitbeilegungserklärung) che chiudeva il contenzioso tra i due stati pendente innanzi l'ONU.[62] In cambio l'Italia ritirò il proprio veto contro l'entrata dell'Austria nell'Unione Europea, avvenuta tre anni dopo.
L'Alto Adige è oggi al secondo posto in Italia per PIL pro capite, superato di poco dalla Lombardia, attestandosi sui 31.158 €. Nel contesto europeo il potere d'acquisto pro capite supera di oltre 40 punti percentuali la media dell'Unione Europea a 25.[63] Anche la condizione occupazionale in provincia è eccellente, e con un tasso di disoccupazione che si attesta al 2,7% si parla tecnicamente di piena occupazione.[64] Il notevole benessere è anche riconducibile alla oculata gestione delle notevoli risorse da parte dell'amministrazione provinciale: nel maggio del 2006 il Presidente Luis Durnwalder ha ricevuto lo "European Taxpayers' Award" per l'efficienza dell'amministrazione pubblica in Alto Adige.[65]
[modifica] Controversie
Grazie al livello di benessere acquisito, l'Alto Adige è oggi un esempio di pacifica convivenza fra gruppi etnici, tanto da essere talora additato a modello per la soluzione di conflitti etnici, così nel caso del Tibet[66] occupato dalla Cina o della minoranza serba in Kosovo[67]. Il governo kosovaro ha però escluso l'applicazione del modello sudtirolese in quanto porterebbe alla creazione di una specie di repubblica serbo-bosniaca all'interno di uno Stato a maggioranza albanese.[68] Anche in Alto Adige le tensioni non sono state definitivamente sopite.
Lo Statuto di Autonomia sancisce la parità delle due lingue italiano e tedesco, l'obbligo del bilinguismo per tutti i dipendenti pubblici e la cosiddetta proporzionale etnica: le assunzioni pubbliche sono distribuite in proporzione alla consistenza dei tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. La normativa deroga all'articolo 3 della Costituzione, che proclama l'uguaglianza "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua", ma si giustifica in base all'art. 6: "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche" nonché in base alle leggi costituzionali in materia. A parte rare eccezioni (Libera Università di Bolzano, la scuola ladina e alcune scuole private) tutte le scuole, in base allo statuto d'autonomia, sono separate per gruppi linguistici. Anche altri aspetti della vita sociale sono regolati dal principio della separazione: accanto al Club Alpino Italiano esiste l'Alpenverein Südtirol, la Caritas intrattiene sezioni separate per gruppo etnico. In questo contesto c'è chi parla esplicitamente di apartheid (termine afrikaans che significa letteralmente separazione).[69][70]
Da tempo si osserva il declino del gruppo italiano (numericamente è risultato sempre meno presente come registrato nel corso dei censimenti generali del 1981, 1991 e 2001), quasi sempre lontano dalle posizioni di maggior rilievo politico, sociale ed economico.[71] Ciò si deve anche al fatto che il potere politico è saldamente nelle mani della Südtiroler Volkspartei (SVP), che si considera rappresentante degli interessi tedeschi e ladini, ma non italiani, tant'è che gli altoatesini di lingua italiana non vi si possono iscrivere.[72] Si aggiungano le difficoltà di comunicazione: mentre gli italofoni apprendono il tedesco standard, la popolazione germanofona si esprime di regola in dialetto sudtirolese, diverso rispetto all'"Hochdeutsch". L'immigrazione di italiani verso la regione viene ostacolato da una normativa rigida, che consente di votare per le elezioni provinciali e di godere dei sussidi pubblici, indispensabili in un territorio dove il costo della vita è alto, soltanto dopo 4 anni di residenza. Ma anche fra gli italofoni già residenti è forte il disagio, legato alla percezione di maggiori privilegi e di un trattamento di favore riservato alla comunità tedescofona.[73] Come conseguenza, in occasione del censimento, molti italiani, se coniugati o conviventi con un/a cittadino/a di madrelingua tedesca, trovano più vantaggioso dichiarare i propri figli come di etnia tedesca.
L'ingresso dell'Austria nell'Unione europea e la sua adesione al trattato di Schengen hanno permesso la riunificazione di fatto delle popolazioni tirolesi (c'è ormai la stessa moneta, si passa liberamente il confine senza più controlli né barriera doganale, si stanno creando attività comuni di sviluppo). In seguito all'apertura delle frontiere si è anche verificato il trasferimento di un consistente numero di militari dell'esercito e della Guardia di Finanza (che avevano la residenza in Alto Adige) dal confine altoatesino verso altre regioni d'Italia. Il gruppo linguistico italiano si ritrova così ad essere minoranza in Alto Adige, pur senza avere le tutele proprie di una minoranza. Attualmente l'etnia italiana prevale solamente nei comuni di Bolzano (73%), Laives (70%), Salorno (64%), Bronzolo (60%) e Vadena (57%). Una consistente minoranza italiana si registra nei comuni di Merano (48%), Fortezza (41%), Egna (38%), Cortina sulla strada del vino (31%), Ora (30%). Di fatto negli ultimi trent'anni la consistenza del gruppo linguistico italiano è calata da 137.759 a 113.494 residenti, mentre il gruppo tedescofono è aumentato di 36.000 unità. Il timore di una "Todesmarsch" o Marcia della morte - la scomparsa progressiva del gruppo linguistico tedesco - diffuso negli anni sessanta, si sta ora diffondendo fra gli italofoni a proposito della propria etnia.[74]
Molto controversa è la materia dei toponimi. La toponomastica elaborata da Ettore Tolomei e sancita durante il fascismo è tuttora l'unica ufficialmente vigente, dovendo i toponimi tedeschi essere accertati e poi approvati da una legge provinciale. Comunque in buona parte del territorio (con l'eccezione di Bolzano e pochi altri comuni) il toponimo tedesco precede quello italiano. In certi casi, come nel comune di Marlengo, dove oltre il 10% della popolazione è di madrelingua italiana, il toponimo italiano è stato completamente rimosso dall'indicazione della stazione ferroviaria. Anche nella cartellonistica di montagna è stata messa in atto la soppressione dei toponomi italiani, violando lo statuto di autonomia: diverse sedi dell'Alpenverein Südtirol, l'associazione alpina di lingua tedesca, hanno negli ultimi anni sostituito i cartelli bilingui, eliminando la traduzione in italiano e lasciando le sole indicazioni nella sola lingua tedesca; spesso neanche i nomi generici di malga, cima, rifugio sono tradotti.[75][76] D'altro canto nelle vallate ladine, specialmente in Val Badia, anche il CAI, ha installato cartelli che recano i soli nomi italiani, omettendo sia i nomi ladini che quelli tedeschi,[77] ma il problema della segnaletica monolingue italiana, è più limitato, siccome l'AVS con circa dieci volte tanti soci del CAI installa proporzionalmente molti più cartelli in provincia.[78] L'uso dello stesso toponimo Alto Adige, di derivazione francese (dall'omonimo dipartimento francese dell'Haut-Adige al tempo del Regno d'Italia napoleonico), è stato interdetto dall'amministrazione di alcuni comuni a maggioranza di lingua tedesca.[79] I risultati di questa politica sono finanche comici, laddove Kirchplatz (piazza della chiesa) diventa piazza Kirch, oppure Messnerweg (via del sagrestano) resta via Messner, anche quando non si tratta di un nome proprio.[80] Già nel 1998 il commissario del governo Carla Scoz richiamava l'attenzione sulla "tedeschizzazione" di toponomastica e odonomastica.[80]
Anche la questione dei monumenti eretti durante il Ventennio, che per la popolazione di lingua tedesca sono il simbolo della propria oppressione durante l'epoca fascista, è tuttora irrisolta. In particolare il Monumento alla Vittoria di Bolzano è fonte di aspre controversie. Dopo che la piazza dove si erge il monumento era stata ribattezzata "Piazza della Pace", i partiti di centrodestra italiani promossero un referendum, svoltosi il 6 ottobre 2002, in cui prevalse nettamente (62% contro 38%) la decisione di ripristinare il nome "Piazza della Vittoria". La comunità italiana ha così reagito a quello che era apparso come un tentativo di annacquare l'identità italiana della città sfruttando le accuse stereotipate di nostalge fasciste.[81] Pure nella comunità di lingua tedesca vi è la tendenza a nascondere[82] o a minimizzare le evidenti simpatie naziste di molti altoatesini germanofoni negli anni trenta e quaranta, ma anche al giorno d'oggi, come hanno dimostrato le indagini della magistratura.[83] Per quanto riguarda poi la valutazione dei trascorsi terroristici, la popolazione di lingua tedesca non nasconde la propria approvazione per quelli che vengono comunemente definiti "combattenti per la libertà" (Freiheitskämpfer). In questo senso gli Schützen hanno lanciato nel 2004 la campagna "Südtirol sagt Danke für deutsche Schule, starke Wirtschaft, Wohlstand und vieles mehr!". Sullo sfondo un traliccio divelto dalla dinamite, ben in mostra il terrorista Sepp Kerschbaumer, fondatore del BAS, in sovrimpressione le parole: "Il Sudtirolo ringrazia per la scuola tedesca, la forte economia, il benessere e molto altro!"[84] Ad Appiano sulla Strada del Vino una via è stata dedicata a Kerschbaumer. La RAI di lingua tedesca di Bolzano ha prodotto un documentario intitolato "Die Frauen der Helden" (le mogli degli eroi, riferito ai terroristi degli anni 60).[85]
Sul piano internazionale la questione altoatesina è tornata sotto i riflettori nel gennaio 2006, quando il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi cancellò la visita ufficiale a Vienna a seguito di iniziative volte a inserire in una prospettata riforma della Costituzione austriaca norme che dichiarassero esplicitamente "la funzione di tutela dell'Alto Adige da parte dello Stato austriaco e il diritto all'autodeterminazione". 113 sindaci altoatesini su 116 firmarono una petizione in favore delle proposte di modifica della costituzione austriaca[86]. L'azione dei sindaci fu molto criticata sia dall'allora Governo Berlusconi[87], sia dall'Unione di centrosinistra. Dall'altro lato il parlamento austriaco ha nel settembre 2006 votato un ordine del giorno per inserire definitivamente nella nuova Costituzione la funzione di tutela della popolazione altoatesina di lingua tedesca. Il presidente della Provincia autonoma, Luis Durnwalder, si è inoltre detto convinto che se oggi gli altoatesini fossero chiamati al referendum, si pronuncerebbero in maggioranza per il ritorno all'Austria.[88] Nello statuto SVP si può leggere tutt'ora che "come conseguenza della prima guerra mondiale l'Alto Adige, per secoli parte dell'Austria, fu separato dalle madrepatria e tale ingiustizia storica viene tuttora sentita come tale dalla popolazione".[89]
Il partito "Süd-Tiroler Freiheit" ha fatto della secessione dall'Italia e della "libertà del Sud-Tirolo" la sua bandiera, lanciando una campagna politica per rimarcare che "il Sud-Tirolo non è Italia". Come l'Union für Südtirol e il partito dei Die Freiheitlichen, è favorevole alla celebrazione di un referendum per l'autodeterminazione per il ricongiungimento con l'Austria o la creazione di uno "Stato Libero del Sudtirolo". I tre partiti hanno raccolto oltre il 20% dei voti alle elezioni provinciali del 2008.
| Per approfondire, vedi la voce Alto Adige. Spartizione subito?. |
Per quanto riguarda la rappresentanza politica, i voti italiani si dividono fra innumerevoli partiti. A causa della dispersione del voto, alle ultime elezioni comunali il gruppo italiano è riuscito a far eleggere appena 162 consiglieri su 2.030, ovvero meno dell'8%, nonostante sia oltre il 25% della popolazione[90]. Dall'altro lato la SVP, pur essendo il partito di raccolta dei cittadini di lingua tedesca e ladina, attira sempre più voti italiani (fino a 10.000 alle ultime elezioni provinciali secondo stime).
Tanti fantasmi si aggirano ancora a guastare i rapporti tra i gruppi linguistici in Alto Adige anche da parte italiana, come dimostrano le polemiche che i media nazionali italiani hanno scatenato nei confronti di Gerhard Plankensteiner, vincitore della medaglia di bronzo per l'Italia ai XX Giochi olimpici invernali: alla domanda del perché non avesse cantato l'inno di Mameli, l'atleta di madrelingua tedesca aveva risposto: "Non conosco questa canzone"[91]. È evidente che Plankensteiner cercava di "tradurre" il tedesco "Lied", che vale per ogni tipo di canto, dagli inni alle canzonette, così come è comprensibile che il brano sicuramente era lui noto sotto il nome di Inno nazionale dell'Italia, ma non sotto il nome dell'autore Goffredo Mameli.
Anche gli attacchi contro l'autonomia speciale dell'Alto Adige da parte di autorevoli ministri del governo Berlusconi[92] hanno contribuito a deteriorare i rapporti fra la Provincia e lo Stato centrale.
In vista delle celebrazioni 150º anniversario dell'Unità d'Italia si sono verificate tensioni tra la provincia di Bolzano e il Governo italiano; il 7 febbraio 2011 il governatore dell'Alto Adige, Luis Durnwalder, ha dichiarato l'intenzione della provincia di non partecipare a nessun festeggiamento per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia in quanto "Il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare. Nel 1919 non ci è stato chiesto se volevamo fare parte dello Stato italiano e per questo non parteciperò ai festeggiamenti. Gli assessori italiani sono liberi di festeggiare l'unità d'Italia, ma non in rappresentanza della Provincia autonoma. I sudtirolesi hanno sofferto molto tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, non vedo veramente giustificazioni per festeggiare questa ricorrenza. Nel 1861 l'Alto Adige non faceva parte dell'Italia e nel 1919 non è stato chiesto alla popolazione se voleva passare dall'Austria all'Italia". Da queste dichiarazioni è scaturita una dura polemica con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.[93]
Roberto Benigni, nel suo monologo durante il 61º festival di Sanremo, ha indirettamente citato anche questo avvenimento. "L'unità d'Italia, pensate, è talmente bella che qualcuno può permettersi la libertà di dire che non va festeggiata".
[modifica] Note
- ^ Gleirscher 1992.
- ^ a b Gleirscher 1991.
- ^ Nat. Hist. III.133: Raetos Tuscorum prolem arbitrantur a Gallis pulsos duce Raeto "Si ritiene che i Reti siano una stirpe etrusca scacciata dai Galli (e postasi) sotto il comando di Reto".
- ^ Museo Mansio Sebatum
- ^ Alinei 2000, p. 747-750
- ^ W.B. Lockwood, A Panorama of Indo-European Languages, p. 56.
- ^ Cfr. Walter Pohl, Conceptions of Ethnicity in Early Medieval Studies, in Debating the Middle Ages: Issues and Readings, a cura di Lester K. Little e Barbara H. Rosenwein, London, Blackwell, 1998, pp. 13-24.
- ^ Cfr. Josef Riedmann, Säben-Brixen als bairisches Bistum, in «Jahresberichte der Stiftung Aventinum», 5, 1990, pp. 5ss.
- ^ Bellabarba 1994, p. 21.
- ^ Bellabarba 1994, pp. 24-25.
- ^ Volker Bierbrauer, Langobarden, Bajuwaren und Romanen im mittleren Alpengebiet im 6. und 7. Jahrhundert - Siedlungsarchäologische Studien zu zwei Überschichtungsprozessen in einer Grenzregion und zu den Folgen für die Alpenromania, in Grenzen und Grenzregionen, a cura di Wolfgang Haubrich, Saarbrücken, 1994, pp. 147-178.
- ^ Belardi 2003, pp. 9-10.
- ^ Billigmeier 1983, pp. 35-36.
- ^ Tiroler Urkundenbuch. Die Urkunden zur Geschichte des deutschen Etschlandes, des Inn-, Eisack- und Pustertals, a cura di Franz Huter, Martin Bitschnau e Hannes Obermair, 5 voll., Innsbruck, Universitätsverlag Wagner, 1929-2012.
- ^ Karl Finsterwalder, Hermann M. Ölberg, Nikolaus Grass, Tiroler Ortsnamenkunde. Gesammelte Aufsätze und Arbeiten, 3 voll., Innsbruck, Universitätsverlag Wagner, 1990. ISBN 3-7030-0222-0
- ^ Riedmann 1990, pp. 250ss.
- ^ A proposito Riedmann 1990, pp. 250ss.
- ^ Cfr. la sintesi offerta da Michaela Fahlenbock, Der Schwarze Tod in Tirol: Seuchenzüge - Krankheitsbilder - Auswirkungen, Innsbruck-Vienna-Bolzano, Studienverlag, 2009. ISBN 978-3-7065-4535-8
- ^ Cfr. Andreas Otto Weber, Studien zum Weinbau der altbayerischen Klöster im Mittelalter. Altbayern - österreichischer Donauraum - Südtirol (Vierteljahrschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte, Beiheft 141), Stoccarda, Steiner, 1999.
- ^ Adolf Sandberger, Das Hochstift Augsburg an der Brennerstraße, in «Zeitschrift für bayerische Landesgeschichte», 36 (1973), pp. 586-599.
- ^ Franz Huter, Beiträge zur Bevölkerungsgeschichte Bozens im 16.–18. Jahrhundert, Bolzano, Athesia, 1948 (con ampie statistiche sulla prevalenza dell'immigrazione germanica rispetto a quella italiana, durante tutto l'antico regime).
- ^ Josef Riedmann, Die ältesten Aufzeichnungen in italienischer Sprache in Südtirol, in «Der Schlern», 52, 1978, pp. 15-27.
- ^ Cfr. Gustav Pfeifer, "Neuer" Adel im Bozen des 14. Jahrhunderts: Botsch von Florenz und Niklaus Vintler, in «Pro Civitate Austriae», Ser. NF, vol. 6, 2001, pp. 3-23.
- ^ Robert C. Davis, Costruttori di navi a Venezia, Vicenza 1997.
- ^ Ennio Concina, L'Arsenale della Repubblica di Venezia, Venezia, 1984.
- ^ Franz Bastian, Oberdeutsche Kaufleute in den älteren Tiroler Raitbüchern 1288-1370: Rechnungen und Rechnungsauszüge samt Einleitung und Kaufmannsregister, Monaco di Baviera, 1931.
- ^ Riedmann 1994, p. 53.
- ^ Riedmann 1994, p. 54.
- ^ Riedmann 1994, pp. 54-55.
- ^ La Treccani tradusse il nome in "boccagrande", anche se significa "bocca sfigurata": Margherita Boccagrande, duchessa di Carinzia e contessa del Tirolo, Enciclopedia Treccani; cfr. a riguardo Julia Hörmann-Thurn und Taxis (a cura di), Margarete „Maultasch“ − zur Lebenswelt einer Landesfürstin und anderer Tiroler Frauen des Mittelalters, Wagner, Innsbruck, 2007. ISBN 978-3-7030-0438-4
- ^ Walter Klaassen, Michael Gaismair: Revolutionary and Reformer, Leiden, 1978.
- ^ "Tirol Landesgeschchte", di Rudolf Harb, Sebastian Hölzl e Peter Stöger, pag. 203, ISBN 3-85423-006-0
- ^ Bice Rizzi, l'ispettorato alla stampa e libreria del Dipartimento dell'Alto Adige, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi.
- ^ ...im Spätsommer 1813 wurde der Süden Tirols während eines kurzen Feldzuges im September und Oktober von österreichischen Truppen und Schützeneinheiten befreit (tradotto: nel tardo estate 1813 il Tirolo meridionale fu liberato dalle truppe austriache e da unità di Schützen durante una breve spedizione in settembre ed ottobre.) dal libro Bayern Tirol di Michael Forcher, pag. 173, ISBN 3-210-24.643-2
- ^ trattato di Parigi 3 giugno 1814, pag. XXXV
- ^ Come fa notare Reinhard Stauber, Der Zentralstaat an seinen Grenzen. Administrative Integration, Herrschaftswechsel und politische Kultur im südlichen Alpenraum, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1998, pp. 54ss.: con "Welschtirol" o "Südtirol" fino ai primi del Novecento si indicava la parte romanza ovvero trentina del Tirolo storico, mentre l'odierno Alto Adige, allora ovviamente non esistente, era semplicemente compreso nella nozione di "Tirol" o " anche "Deutschtirol".
- ^ L. Monzali, Italiani di Dalmazia (...), cit. p. 69
- ^ Il testo completo della mozione - votata l'11 maggio 1918 all'unanimità e pubblicata il giorno successivo sul Bozner Nachtrichten - è in Mario Toscano, Storia diplomatica della questione dell'Alto Adige, Laterza, Bari 1968, pp. 17-18.
- ^ Cfr. Michael Gehler, Tirol im 20. Jahrhundert. Vom Ende der Monarchie bis zur Europaregion, Innsbruck, Tyrolia, 2008, pp. 24ss. ISBN 978-3-7022-2881-1
- ^ Fra di essi Antonio Stefenelli, Leonida Bissolati, Filippo Turati, Gaetano Salvemini ed Ernesta Battisti
- ^ Antonio Scottà, La Conferenza di pace di Parigi fra ieri e domani (1919-1920), visto su Google libri il 25 gennaio 2011
- ^ Mario Toscano, op. cit., pp. 41-49.
- ^ Bonoldi-Obermair 2006, pp. 37ss.
- ^ Vejin.com - La storia dei ladini I Ladini chiedono unitamente di rimanere con l'Austria e siamo un popolo proprio e libero, il più antico dei popoli del Tirolo
- ^ Cfr. Stefan Lechner, Die Eroberung der Fremdstämmigen: Provinzfaschismus in Südtirol 1921-1926, Bolzano, Athesia, 2003, pp. 67ss.
- ^ a b Karl Wieninger, "Südtiroler Gestalten", Athesia 1977
- ^ Helmut Alexander et al., Heimatlos: die Umsiedlung der Südtiroler, Vienna, Deuticke, 1993.
- ^ a b Cfr. Alfons Gruber, L'otto settembre dell'anno 1943 in AA.VV. L'Alto Adige nel corso dell'anno (2004)
- ^ Bolzano, il vicesindaco Svp diserta il 25 aprile: "La nostra festa è l'8 settembre", Alto Adige, 23 aprile 2010
- ^ Gasperi, La strage della valle del Biois, in: Nationalsozialistische Besatzungs- und Annexionspolitik in Norditalien 1943, Michael Wedekind, 2003, pag. 330
- ^ Antiitaliani con strane alleanze: I separati dell’Alto Adige, Corriere della Sera, 8 maggio 2009
- ^ Gerald Steinacher, Nazisti in fuga. Come criminali di guerra potevano fuggire via l’Italia, 2008 [1]
- ^ Steinacher 2008, pp. 47-49
- ^ Gianni Bianco, La guerra dei tralicci, Manfrini, Rovereto 1963, p. 21.
- ^ Gemeinde Kurtinig (a cura di), Kurtinig – Ein Dorf an der Sprachgrenze in Vergangenheit und Gegenwart, Athesia Verlag 1998
- ^ Mario Rizza: Quando Roma finanziava chiese e oratori
- ^ ...vittoria della corrente degli estremisti nell'ambito del congresso. [...] Karl Tinzl, ex-prefetto di Bolzano nel periodo dell'occupazione nazista, e tre giovani esponenti dell'ala più avanzata del partito: il dott. Benedikter, già condannato per diserzione dall'esercito italiano, il dott. Volgger, recentemente scarcerato per mancanza di indizi sufficienti dopo un periodo di detenzione sotto l'accusa di essere stato l'ispiratore degli attentati dinamitardi compiuti in Alto Adige, e il dott. Hans Dietl. I tre giovani esponenti saliti agli onori della vice-presidenza hanno sostituito nell'incarico due moderati, l'ex-consigliere regionale Erich Amonn, che fu il primo presidente del partito, e il presidente onorario dell'Unione contadini sudtirolesi, Innerhofer-Tanner. Praticamente la corrente degli oltranzisti ha ora assunto il completo controllo del partito La Stampa, 28.05.1957, numero 126, pagina 8, Elette le nuove cariche della Sudtiroler Volkspartei
- ^ Alois Pupp, già iscritto al NSDAP, presidente della provincia di Bolzano; Josef v. Aufschnaiter, già membro delle SS, consigliere comunale a Bolzano dal 1961; Norbert Mumelter, Bolzano, del Völkischer Kampfring Südtirol: cfr. Anton Holzer: Die Südtiroler Volkspartei. Kulturverlag, Thaur/Tirol 1991, ISBN 3-85395-157-0
- ^ Gianni Bianco, La guerra dei tralicci, Manfrini, Rovereto 1963, p. 42-43
- ^ Los von Trient, per non dimenticare
- ^ Sentenza della Corte d'Assise di Milano n. 64 del 16 luglio 1964, pag. 96.
- ^ Cfr. Siglinde Clementi; Jens Woelk (a cura di), 1992: Ende eines Streits. Zehn Jahre Streitbeilegung im Südtirolkonflikt zwischen Italien und Österreich, Nomos, 2003. ISBN 978-3-8329-0071-7
- ^ Eurostat News Release 23/2007: Regional GDP per inhabitant in the EU 25 [2]
- ^ Astat: occupazione nel primo trimestre 2007
- ^ dal sito della Provincia, in tedesco
- ^ [3] "Abbiamo molto in comune: viviamo tra le montagne, la nostra economia si basa sulle piccole imprese, abbiamo una forte tradizione", [4] "Dalai Lama ha ringraziato Dellai e Durnwalder: speriamo nell'autonomia" e [5] "Durni appoggia il Dalai Lama: «Siamo un modello di autonomia»"
- ^ [6] "Il presidente Durnwalder in Kosovo spiega il modello autonomistico"
- ^ Thaci schließt Südtirol als Modell für Serben im Nordkosovo aus, stol.it, 13 agosto 2009
- ^ Italiani e tedeschi in Alto Adige: separati o insieme?, Sergio Romano ne il Corriere della Sera, 1 giugno 2005
- ^ L'autorevole settimanale tedesco "Der Spiegel" definì l'Alto Adige una roccaforte dell'apartheid Die Deutschen haben doch wirklich alles, 31 ottobre 1988
- ^ «Presidenze: più spazio agli italiani», Alto Adige, 7 ottobre 2009
- ^ Bolzano, riparte la campagna anti-italiani, Corriere della Sera, 7 maggio 2009
- ^ dal Giornale
- ^ Thomas Strobel, Università di Passavia, Dauerhafte und aktuelle Problemkomplexe in Südtirol/Alto Adige, pag. 22
- ^ Toponomastica bilingue, illegali tre cartelli su quattro, Alto Adige, 18 gennaio 2010
- ^ Articolo su Libero.it
- ^ "L CAI ne la tol nia avisa" dal sito ladino Noeles.info, dove si fa notare che il CAI in Val Badia ha installato 1300 cartelli omettendo quasi dappertutto i nomi ladini e indicando solo quelli italiani
- ^ Numero soci AVS nel 2009: 54.429 sito ufficiale AVS e CAI nel 2010: 6.459 sito ufficiale CAI
- ^ Anche Termeno mette al bando l'Alto Adige, Video Bolzano 33, 5 maggio 2009
- ^ a b Quando la traduzione non si fa, oppure è lacunosa, Alto Adige, 26 agosto 2009
- ^ Italiani fascisti, lo stereotipo, Alto Adige, 19 settembre 2010
- ^ Steurer: sul nazismo c'è l'oblio, Alto Adige, 12 dicembre 2010
- ^ «L'Italia ci occupa, la nostra guida è Hitler», Corriere della Sera, 28 dicembre 2005
- ^ Südtirol sagt Danke
- ^ Die Frauen der Helden, Rai, 45 min, Kamera Günther Neumair (2001)
- ^ Articolo dal Corriere della Sera
- ^ I sindaci dell' Alto Adige: l' Austria ci tuteli
- ^ Citazione da STOL - Südtirol Online
- ^ Programma della SVP in tedesco
- ^ Editoriale: sorpresa nel Proporzistan Di Norbert Dall’O – direttore del settimanale in lingua tedesca FF (20 maggio 2010)
- ^ Solo per citarne alcuni, si veda ad esempio: "«Inno di Mameli? Non lo conosco». Gaffe dopo il bronzo", Corriere della Sera 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., "BRONZO STONATO Slittino, il doppio azzurro va sul podio «L' inno? Non conosco quella canzone»", Corriere della Sera 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., "Non so la canzone di Mameli l' equivoco di Plankensteiner", La Repubblica 16-2-2006. URL consultato il 21-2-2010., «Non conosco l’Inno ma il bronzo è per l’Italia», Il Giornale 16-2-2006, p. 39. URL consultato il 21-2-2010. "Curve di bronzo Plankensteiner-Haselrieder grande seconda manche L'Inno di Mameli «Non conosco le parole» Una frase fraintesa fa scoppiare un caso", La Stampa 16-2-2006, p. 22. URL consultato il 21-2-2010. "IL CASO GERHARD E MAMELI Ora l'inno è un caso politico", La Stampa 17-2-2006, p. 25. URL consultato il 21-2-2010.
- ^ Brunetta: «Il federalismo? C'è già. Ma è bastardo, sprecone, piagnone», Corriere della Sera, 15 marzo 2009
- ^ Unità d'Italia, scontro aperto tra Napolitano e Durnwalder Il presidente: devi partecipare alle celebrazioni, tu rappresenti tutti. La replica: nulla da festeggiare, Corriere della Sera, 11 febbraio 2011
[modifica] Bibliografia
- (EN) Alcock, Anthony E. (1970), The History of the South Tyrol question, Geneva: Graduate Institut of International Studies.
- (DE) Alcock, Anthony E. (1982), Geschichte der Südtirolfrage - Südtirol seit dem Paket 1970-1980 (Ethnos, 24), Vienna: Braumüller. ISBN 3-7003-0328-9
- Alinei, Mario (2000), Origini delle lingue d'Europa, vol. 2, Bologna: Il Mulino.
- Belardi, Walter (2003), Breve storia della lingua e della letteratura ladina, 2ª edizione aggiornata. San Martin de Tor: Istitut Ladin "Micurà de Rü".
- Bellabarba, Marco (1994), I principati vescovili di Trento e Bressanone nei primi secoli. In: Delle Donne, Giorgio (a cura di), Incontri sulla storia dell'Alto Adige, Bolzano: Provincia Autonoma di Bolzano.
- (DE) Billigmeier, Robert H. (1983), Land und Volk der Rätoromanen. Eine Kultur- und Sprachgeschichte mit einem Vorwort von Iso Camartin, Frauenfeld: Verlag Huber.
- (FR) Boisselier, Delphine (1997), La construction communautaire et la protection des minorites linguistiques en Europe: Le cas du Haut Adige - Tyrol du Sud, Amiens: Universitè.
- (IT, DE) Bonoldi, Andrea e Hannes Obermair (2006), Tra Roma e Bolzano. Nazione e provincia nel ventennio fascista, Bolzano: Città di Bolzano. ISBN 88-901870-9-3
- (DE) Forcher, Michael e Hans Karl Peterlini (2010), Südtirol in Geschichte und Gegenwart, Innsbruck: Haymon. ISBN 978-3-85218-636-8
- (DE) Gehler, Michael (2009), Tirol im 20. Jahrhundert - vom Kronland zur Europaregion, Innsbruck: Tyrolia. ISBN 978-3-7022-2881-1
- (DE) Gleirscher, Paul (1991), Die Räter, Coira: Rätisches Museum.
- (DE) Gleirscher, Paul (1992), Die Laugen-Melaun-Gruppe. In: Metzger, Ingrid R., Die Räter – I Reti, Bolzano: Athesia, pp. 117 – 134. ISBN 88-7014-646-4
- (DE, IT, EN) Grote, Georg (2011), Südtirolismen: Erinnerungskulturen - Gegenwartsreflexionen - Zukunftsvisionen, Innsbruck-Vienna-Bolzano: Studienverlag. ISBN 978-3-7030-0490-2
- (EN) Lockwood, W. B. (1972), A Panorama of Indo-European Languages. Hutchinson University Library. ISBN 0-09-111020-3
- (DE) Riedmann, Josef (1990), Geschichte des Landes Tirol, vol. 1: Das Mittelalter, Bolzano-Innsbruck: Athesia-Tyrolia. ISBN 88-7014-390-2
- Riedmann, Josef (1994), I Conti del Tirolo. Loro rapporti col Ducato e Arciducato d'Austria. L'autonomia della Contea, delle città, dei comuni rurali. La Dieta e la rappresentanza centrale, in: Delle Donne, Giorgio (a cura di), Incontri sulla storia dell'Alto Adige, Bolzano: Provincia Autonoma di Bolzano.
- Romeo, Carlo (2005), Storia territorio società. Per le Scuole superiori, Bolzano: Folio. ISBN 8886857624
- Romeo, Carlo et al. (2010), Passaggi e prospettive. Lineamenti di storia locale, vol. 1: L'area tirolese dalla preistoria al tardo Medioevo, Bolzano: Athesia. ISBN 978-88-8266-741-2
- Romeo, Carlo et al. (2011), Passaggi e prospettive. Lineamenti di storia locale, vol. 2: Il Tirolo nell'età moderna, Bolzano: Athesia. ISBN 978-88-8266-7429
- (DE) Schreiber, Horst (2007), Nationalsozialismus und Faschismus in Tirol und Südtirol - Opfer, Täter, Gegner (Studien zu Geschichte und Politik, 8), Innsbruck-Vienna-Bolzano: Studienverlag. ISBN 978-3-7065-4423-8
- (DE) Solderer, Gottfried (a cura di), Das 20. Jahrhundert in Südtirol, 6 voll., Bolzano: Raetia 1999-2004.
- 1 Abschied vom Vaterland (1900-1919). - 1999. - 328 p. ISBN 88-7283-130-X
- 2 Faschistenbeil und Hakenkreuz (1920-1939). - 2000. - 320 p. ISBN 978-88-7283-148-9
- 3 Totaler Krieg und schwerer Neubeginn (1940-1959). - 2001. - 331 p. ISBN 88-7283-152-0
- 4 Autonomie und Aufbruch (1960-1979). - 2002. - 336 p. ISBN 88-7283-183-0
- 5 Zwischen Europa und Provinz (1980-2000). - 2003. - 336 p. ISBN 88-7283-204-7
- (6) Alto Adige/Südtirol: XX secolo. Cent'anni e più in parole e immagini / a cura di Carlo Romeo. - 2004. - 400 p. ISBN 978-88-7283-197-7
- (DE) Steinacher, Gerald (2008), Nazis auf der Flucht. Wie Kriegsverbrecher über Italien nach Übersee entkamen, Innsbruck-Vienna-Bolzano: Studienverlag. ISBN 3706540266
- Steininger, Rolf (1999), Alto Adige-Sudtirolo 1918-1999, Innsbruck-Vienna-Bolzano: Studienverlag. ISBN 3-7065-1350-1
- (DE) Steininger, Rolf (2000), Südtirol zwischen Diplomatie und Terror 1947-1969, 3 voll (Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs/Pubblicazioni dell'Archivio della Provinicia di Bolzano, 6-8), Bolzano: Athesia. ISBN 9788870149975
- Steininger, Rolf (2009), La questione dell'Alto Adige: una storia per immagini, Innsbruck-Vienna-Bolzano: Studienverlag. ISBN 978-3-7065-4669-0
[modifica] Voci correlate
- Befreiungsausschuss Südtirol
- Dableiber
- Dipartimento dell'Alto Adige
- Domenica di sangue (1921)
- Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino
- Norico
- Notte dei fuochi
- Opzioni in Alto Adige
- Presidenti della Provincia autonoma di Bolzano
- Principato vescovile di Bressanone
- Principato vescovile di Trento
- Prontuario dei nomi locali dell'Alto Adige
- Proporzionale etnica
- Provincia autonoma di Bolzano - Alto Adige
- Regione Trentino-Alto Adige
- Rezia
- Storia del Tirolo
- Toponomastica in lingua italiana dell'Alto Adige
[modifica] Altri progetti
Commons contiene file multimediali su Storia dell'Alto Adige
[modifica] Collegamenti esterni
- (EN) Anthony Alcock, The South Tyrol Autonomy, County Londonderry/Bozen-Bolzano, May 2001
- Rete Civica: Alto Adige in cifre
- Sergio Bertelli, Tirolesi, italiani, trentini: tre diversi approcci ad un unico territorio
- (DE) Rolf Steininger, Die Südtirolfrage
- (DE) Università di Innsbruck: ZIS - Centro di documentazione per la storia sudtirolese