Storia dell'Algeria

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1leftarrow.pngVoce principale: Algeria.

Moneta hafside coniata a Bijaya

La storia dell'Algeria fu, fin dall'antichità, fortemente legata alle vicende dell'area del Mediterraneo. Controllata in successione da Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali e Bizantini, la regione divenne parte dell'impero ottomano, per entrare poi nei domini francesi durante il colonialismo. Come per molti altri Stati, l'indipendenza (ottenuta nel 1962) fu seguita da un lungo periodo di instabilità politica che in qualche misura si protrae ancora oggi.

Preistoria[modifica | modifica sorgente]

I primi fossili umani ritrovati sul suolo algerino risalgono al Paleolitico; sono stati trovati reperti anche del Neolitico.

Cartagine e Roma[modifica | modifica sorgente]

L'Algeria era abitata da popoli berberi già da tempi remoti. Nel XII secolo a.C. vi giunsero i Fenici, e dopo la fondazione di Cartagine (814 a.C.) l'area passò sotto il controllo punico. I Romani si sostituirono ai cartaginesi nel II secolo a.C.

Caduta di Roma e Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Nel V secolo l'Algeria fu occupata dai Vandali, poi scacciati dai Bizantini nel 533. I bizantini dominarono per circa un secolo e mezzo, per essere poi a loro volta scacciati dagli Arabi. La conquista araba si svolse su un periodo molto lungo a causa della resistenza delle tribù indigene guidate dalla leggendaria regina al-Kāhina (morta nel 709), e giunse a completamento solo nel VII secolo.

Dopo lo smembramento dell'impero dei califfi arabi, il Maghreb acquistò una sua autonomia, riunito già nel IX secolo sotto l'impero dei Fatimidi (dapprima la sola Ifrīqiya e, dal X secolo, anche l'Egitto), poi sotto gli Almoravidi e gli Almohadi, si suddivise in seguito sotto varie dinastie, fra cui le più importanti furono quella degli Hafsidi e degli Abdalwadidi. Il suo territorio divenne infine, nel secondo decennio del XVI secolo, un pascialato dell'Impero ottomano.

Il colonialismo francese[modifica | modifica sorgente]

Nell'ultimo periodo della dominazione ottomana, Algeri divenne rifugio di pirati, fenomeno che neppure l'autocrate imposto dall'impero nel 1711, il dey, riuscì ad arginare.

Per proteggere la propria penetrazione commerciale iniziata nel XVI secolo, la Francia occupò Algeri nel 1830, per poi estendere gradualmente il suo dominio nonostante l'ostilità della popolazione. La resistenza fu guidata da Abd al-Kader, che si oppose all'invasione fino al 1847, mentre solo nel 1879 la sottomissione degli indigeni si poté considerare conclusa.

Dalla seconda guerra mondiale all'indipendenza[modifica | modifica sorgente]

Durante la seconda guerra mondiale l'Algeria fu teatro di sbarchi alleati. Nel dopoguerra la Francia ordinò il territorio come parte integrante del territorio metropolitano. Fu istituita un'assemblea algerina e concesso il diritto di inviare deputati all'Assemblea nazionale. Il diritto di rappresentanza era però concesso in egual misura alla maggioranza africana ed alla minoranza di origine francese, che in buona sostanza rimaneva una élite privilegiata. Fra i cittadini africani, discriminati in maniera pesante, il malcontento si condensò in opposizione politica.

Nel 1954 fu fondato il Comitato Rivoluzionario per l'Unità e l'Azione (CRUA), che il 1 novembre dello stesso anno scatenò la rivolta armata, guidata dal FNL. Gli anni successivi furono sanguinosi, avviando una vera e propria Guerra d'Algeria. All'azione dei guerriglieri e dei resistenti algerini arabo-berberi, azioni violente e terroristiche furono i residenti francesi furono osteggiati da una parte delle alte gerarchie militari, la Francia rispose con una dura reazione che non evitò neppure l'uso assai diffuso della tortura (mettendo in crisi non solo i partiti e i movimenti della gauche in Francia ma tutta l'opinione pubblica più liberale e parti delle stesse forze armate, mentre i coloni francesi d'Algeria (i cosiddetti pieds-noirs), ferocemente ostili all'azione del FLN, si organizzavano in gruppi di autodifesa sotto la bandiera dell'OAS (Organisation de l'armée secrète), che mise in atto una forma violenta di resistenza che ricorse sistematicamente all'arma del terrorismo dinamitardo.

Dopo un putsch militare organizzato dagli alti gradi delle forze armate francesi in Algeria, tra cui faceva spicco il generale Raoul Salan ma che annoverava anche i nomi dei generali Maurice Challe, Edmond Jouhaud e André Zeller, che miravano a conservare alla Francia il suo territorio metropolitano algerino, il generale Charles de Gaulle, dopo un'iniziale apparente solidarietà nei confronti dei golpisti, si assunse la responsabilità storica di guidare la Francia a profondi mutamenti istituzionali che portarono alla caduta della Quarta Repubblica francese. Il gen. de Gaulle impose all'opinione pubblica francese e al Parlamento di accettare l'inevitabile indipendenza algerina. Preso quindi contatto con il governo provvisorio della repubblica algerina (GPRA), guidato da Ferhat Abbas, avviò nel 1961 i negoziati, che si conclusero nel marzo 1962 con il preannuncio a Evian dell'indipendenza, ratificata con un referendum il 1 luglio dello stesso anno.

Dopo l'indipendenza[modifica | modifica sorgente]

Ahmed Ben Bella

Subito dopo l'indipendenza si scatenò una lotta tra le diverse correnti che avevano partecipato al conflitto per la liberazione. Particolarmente grave fu lo scontro tra le frazioni di Ben Khedda (sostituto di Abbas nel GPRA) e Ben Bella, che ebbe la meglio grazie all'appoggio dell'esercito guidato da Houari Boumedienne[1]. Nel 1963 Ben Bella venne eletto presidente della repubblica mentre veniva varata una Costituzione che conferiva al capo dello stato ampi poteri e poneva le premesse per la creazione di una sorta di regime a partito unico dominato dall'FNL.

Nel 1965 il governo civile fu abbattuto da un golpe guidato da Boumedienne, che consegnò il governo del paese agli alti dirigenti dell'FNL e dell'esercito. Il nuovo regime manifestò una tendenza accentratrice dell'economia, nazionalizzando nel 1971 il settore petrolifero e lanciando la riforma agraria affiancata a leggi sull'autogestione delle imprese e all'avvio dell'industria pesante (queste ultime due rimaste a livello embrionale, se non addirittura teorico).

Sul piano istituzionale, lo stato di emergenza fu superato solo dopo un decennio. Nel 1976 venne adottata una nuova costituzione e Boumedienne divenne Presidente della Repubblica. L'anno successivo fu eletta l'assemblea dei deputati, seppur su lista unica.

La guerra fredda[modifica | modifica sorgente]

In politica estera l'Algeria si mosse tra la diffidenza americana e l'amicizia sovietica, con l'obiettivo di non lasciarsi attrarre nella logica dei blocchi contrapposti. Alla morte di Boumedienne del 1978, la presidenza venne rilevata da Chadli Bendjadid[2] che avviò un periodo di cauto rinnovamento, abbandonando la deludente politica di industrializzazione accelerata, diminuendo il controllo statale sull'economia e liberando Ben Bella.

Una nuova costituzione approvata nel 1986 confermò le grandi linee di pensiero della precedente: scelta socialista, fedeltà all'Islam, non-allineamento.

Dagli anni 1990 al nuovo secolo[modifica | modifica sorgente]

Le misure di austerità richieste alla popolazione per uscire dalla crisi economica degli anni ottanta sfociò in una violenta protesta repressa duramente. Il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale (FIS), già presente all'epoca dei disordini, approfittò dell'introduzione del multipartitismo e vinse le amministrative del 1990, boicottate dal Fronte delle Forze Socialiste. Il FIS si aggiudicò anche il primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991, svolte anticipatamente e con una nuova contestata legge elettorale. Il voto venne annullato e il processo di democratizzazione venne interrotto bruscamente, con lo scioglimento del FIS di Abassi Madani, l'applicazione di una rigida censura dell'informazione e l'arresto degli oppositori.

Si innescò così una spirale di violenza destinata a durare anni, nella quale alla dura repressione del governo per mano dell'esercito gli integralisti risposero con ripetute azioni di stampo terroristico. Tra queste forze va sicuramente citato il Gruppo Islamico Armato (GIA). Alcuni sostengono che molti dei massacri di civili che hanno insanguinato e insanguinano tuttora l’Algeria, attribuiti sistematicamente agli integralisti islamici, sono, al contrario, opera di fazioni dell’Esercito regolare che, in nome della guerra condotta contro i ribelli, assassinano, torturano, deportano in massa intere popolazioni di campagne e villaggi.

Numerose testimonianze dei superstiti di queste persecuzioni che in passato hanno denunciato l’implicazione delle forze armate nei massasri attribuiti agli integralisti vengono raccolte nel libro "La sporca guerra" di Habib Souaidia, un giovane ex ufficiale algerino dei paracadutisti, che dalla Francia dove si è rifugiato porta prove dirette e precise. Nel 1992, il presidente della giunta militare Muhammad Boudiaf[3] fu assassinato. Suo successore fu Ali Khafi. Nel 1993, la giunta ruppe le relazioni diplomatiche con Teheran. L'estate del 1994 fu segnata da sanguinosi attentati agli stranieri, con l'uccisione di diversi preti cattolici (1996). Alle elezioni del 1997 fu eletto presidente Liamine Zeroual[4], a cui successe nel 1999 Abdelaziz Bouteflika[5], grazie anche al boicottaggio delle elezioni da parte degli avversari.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il nome arabo è Hawārī Bū Midyan.
  2. ^ Ovvero al-Shadhilī Ben Jadīd.
  3. ^ Muḥammad Bū Dyāf.
  4. ^ Ovvero al-Amīn Zerwāl.
  5. ^ ʿAbd al-ʿAzīz Bū Tefliqa.

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