Storia del Football Club Internazionale Milano

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« È il titolo di un nuovo Club sorto da pochi giorni a Milano. Il nuovo Club, nato da una deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club, è composto in maggioranza di attivi footballey e di parecchi appassionati. Il massimo buon volere ed i migliori propositi sono le basi della nuova società che per ora promette poche ma buone cose. Scopo precipuo del nuovo Club è di facilitare l'esercizio del calcio agli stranieri residenti a Milano e diffondere la passione fra la gioventù Milanese, alla quale vanno fatte speciali e assai lodevoli felicitazioni. I nostri auguri di vita lunga, prospera e, quel che più conta, concorde vadano al nuovo sodalizio, che troverà certo nei suoi fondatori quella buona volontà necessaria perché i buoni intendimenti manifestati abbiano il miglior successo. »

Di seguito viene trattata la storia del Football Club Internazionale Milano dal 1908 ai nostri giorni.

Indice

[modifica] Le origini, il primo scudetto e i cambi al vertice (1908-1919)

Alcuni soci fondatori. Da sinistra: Hirzel, Muggiani, Carrer, Cappelli, Mauro, Guzzoni, Crivelli, Hulss e Ugo Rietman

Il Football Club Internazionale Milano nacque al Ristorante Orologio la sera del 9 marzo 1908 da una costola di 43 dissidenti del Milan guidati dal pittore Giorgio Muggiani contro il club rossonero, il quale aveva imposto di non far giocare calciatori stranieri e aveva deciso di non partecipare a nessun torneo nazionale. Il nome scelto per la nuova squadra volle simboleggiare la volontà cardine della società: dare la possibilità a giocatori non italiani di vestire questa maglia. Dalla riunione uscì uno storico verbale che costituì l'atto ufficiale di nascita della società:

« I signori fondatori si sono riuniti questa sera col fermo proposito di fondare il nuovo Club. Presenti i signori G.Muggiani, Bossard, Lana, Bertoloni, De Olma, Hintermann Enrico, Hintermann Arturo, Hintermann Carlo, Dell'Oro Pietro, Rietmann Ugo, Hans, Voelkel, Maner Wipf, Ardussi Carlo. Dopo piccole discussioni d'occasione il signor Muggiani propone si passi alla nomina di un consiglio provvisorio da confermarsi nella seduta di mercoledì 11 marzo. Nelle nomine vengono lasciate vacanti le cariche di Presidente e Vicepresidente. Furono nominati: segretario G.Muggiani; cassiere De Olma; economo Rietmann Hans; consiglieri Dell'Oro Pietro e Paramithiotti... Muggiani propone di nominare quale socio onorario il signor ragionier Bosisio, segretario della Federazione Italiana di Foot-Ball. I presenti accettano tale proposta. Il nome del sodalizio è stato unanimemente accettato quale Foot-Ball Club Internazionale Milano. La seduta viene tolta alle ore 11 e 1/2[1] »

I soci fondatori furono il pittore futurista Giorgio Muggiani (che disegnerà lo stemma e diverrà segretario del club), Boschard, Lana, Bertolini, Fernando De Osma, Enrico, Carlo e Arturo Hinterman, Pietro Dell'Oro, Ugo e Hans Rietman, Voelkel, Maner, Wipf e Carlo Ardussi.

Nella denominazione della società, Milano avrebbe dovuto essere l'appellativo principale, tuttavia si scopre ben presto che la compresenza del Milano e del Milan potrebbe dar adito a confusione e si stabilisce che la squadra dovrà chiamarsi con il nome programmatico per il quale è sorta: Internazionale.

Primo presidente fu nominato il socio e consigliere Giovanni Paramithiotti, mentre, la figura dell'allenatore venne impersonata da Virgilio Fossati, capitano della squadra, che pochi anni dopo morirà nella prima guerra mondiale. All'alba degli anni venti comparve poi stabilmente la figura dell'allenatore.

Nel primo anno l'Internazionale disputa solo amichevoli, tra le quali quella persa con l'Ausonia per 5-1, che viene registrata come la prima partita giocata dall'Inter,[2], una partita contro il Racing Libertas Club vinta per 4 a 0[2] e la Coppa Chiasso, giocata nella città svizzera, dove l'Inter batté l'Ausonia per 1 a 0 ed arrivò in finale per sorteggio contro il Milan nel primo derby milanese della storia, vinto dai rossoneri per 3 a 2, in una finale da venticinque minuti per tempo.[2]

[modifica] Gli esordi e il 1º scudetto (1909-1910)

L'Inter del primo scudetto

Al primo presidente Giovanni Paramithiotti successero nel 1909 Ettore Strauss e nel 1910 Carlo De Medici. La neonata società andava così a muovere i suoi primi passi nel campionato 1909, nell'ambito del girone lombardo ove si sarebbe dovuta scontrare con Milan e Milanese. I nerazzurri non erano i favoriti, visto che il Milan era già considerata la maggiore alternativa al forte Genoa di quel lasso di tempo, mentre la Milanese poteva vantare nelle sue fila alcuni dei migliori giocatori del panorama italiano, a partire dal portiere De Simoni, che sarebbe stato il primo numero uno della nascente Nazionale. I ragazzi nerazzurri, però, dimostrarono immediatamente una buona efficienza, tanto che il primo derby della storia contro il Milan, svoltosi il 10 gennaio 1909 all'Arena, si chiuse con una sofferta vittoria rossonera per 3-2, dopo che la squadra capitanata da Marktl si era addirittura portata sull'1-1 grazie alla rete di Gama. La formazione di quella prima stracittadina era: Cocchi; Kappler, Marktl; Niedermann, Fossati, Kummer; Gama, Du Chene, De Vere, Wipft, Volke, Schuler. Come si può notare, la stragrande maggioranza dei primi footballers nerazzurri, era di origine svizzera, cosa che non poteva certo stupire visto il modo in cui era nata la società. Il girone in questione fu alla fine vinto dalla Milanese, ma rimaneva l'impressione di una già buona compattezza di squadra a supportare le speranze della dirigenza interista.

Il primo derby in assoluto. Qui una parata di Cocchi che nel corso della partita riuscirà a parare anche un rigore calciato da Madler

Una prerogativa che diventava ancora più necessaria, visto che il torneo 1909-10 si sarebbe svolto con la formula del girone unico, costringendo l'Inter a scontrarsi con quelle che erano le corazzate del calcio italiano della fase pionieristica, Genoa, Pro Vercelli, Juventus e Torino, oltre alle altre milanesi. Questa svolta, costrinse i vertici societari a muoversi per rinforzare in maniera decisa una squadra non troppo competitiva. Il rinnovamento fu estremamente deciso, tanto che della squadra dell'anno prima rimasero soltanto due titolari, Fossati e Schuler. Tra i nuovi arrivi era da notare quello del portiere Piero Campelli, uno dei migliori nel suo ruolo nel periodo prebellico, il quale divenne immediatamente uno dei maggiori punti di forza della squadra. Incredibilmente per una compagine formatasi solo da un anno, l'Inter non solo resse l'urto, ma si issò in vetta alla classifica in coabitazione con la Pro Vercelli, coabitazione che sarebbe durata sino alla fine del campionato, costringendo la Federazione a stabilire la data dello spareggio per l'assegnazione del titolo al 24 aprile 1910, all'Arena di Milano. Poiché lo stadio era indisponibile per una gara tra rappresentative militari (nella quale sarebbero stati impegnati i vercellesi Innocenti, Milano II e Fresia), la stessa Federcalcio spostò la sede a Vercelli, senza però spostare la data come richiesto dalla dirigenza piemontese. Per protesta, i bianchi decisero di far scendere in campo la squadra ragazzi. Il punteggio finale, 10-3 (secondo alcuni 9-3. secondo altri 11-3) dimostrò non solo che la partita non ebbe storia, ma anche una certa disorganizzazione del calcio italiano dell'epoca. Questi erano i nomi dei primi campioni nerazzurri: Campelli, Fronte, Zoller; Jenny, Fossati, Stebler; Capra, Payer, Peterlj, Aebi, Schuler. Durante la stagione l'Inter, inoltre, vinse entrambi i derby in goleada. Nella prima partita, il mattatore fu Capra, autore di una tripletta, condita dai goal di Payer e Peterly, nella seconda gara Engler e Peterly con le loro doppiette e Capra, risposero alla segnatura iniziale di Mariani.

[modifica] Continui cambi di presidenza (1910-1919)

Allo scudetto seguirono quattro stagioni fiacche, durante le quali la presidenza cambiò diverse volte: entrarono in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914) e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone, che rimase al vertice della società fino al 1919, quando la carica venne rilevata da Giorgio Hulss. Durante la presidenza Modrone divampò la Prima guerra mondiale: essa portò all'interruzione del Campionato 1914-15 e alla sospensione di tutti i successivi. Da ricordare nel campionato 1914-15 le 35 reti di Cevenini III che si laureò così capocannoniere ma che purtroppo non permisero all'Inter di vincere il campionato quell'anno vinto dal Genoa.

[modifica] Dal secondo scudetto alla crisi degli anni venti (1919-1928)

[modifica] Il 2º scudetto (1919-1920)

L'Inter vittoriosa non appena conclusa la Grande Guerra. Da sinistra Aebi, Agradi, Fossati II, Beltrame, Milesi e Cevenini III; accosciati, Francesconi, Campelli, Asti, Cevenini II e Conti

Divenne presidente Francesco Mauro ed ingaggiò l'allenatore Nino Resegotti. Il sollievo che accompagnò la fine della guerra si unì alla confortante consapevolezza che l'Inter, che andava a ricominciare l'attività, era una squadra di ottima consistenza. La compagine che andava ad affrontare il primo torneo del dopoguerra, infatti, vedeva la presenza dei "vecchi" Aebi, Agradi, Asti e Campelli, oltre a quattro dei cinque fratelli Cevenini. Inoltre erano da registrare gli ingressi in prima squadra di Fossati, fratello del povero Fossati (deceduto in guerra), e quello di Leopoldo Conti, che andava ad iniziare una grande carriera. Il suo arrivo all'Inter assunse le sembianze di un vero e proprio intrigo: conteso da due club minori milanesi, Conti fu atteso sotto casa da alcuni amici di fede nerazzurra, tra i quali Leone Boccali, il futuro dirigente de Il Calcio Illustrato, e convinto a vestire la maglia dell'Inter.

Con questa inquadratura, l'Inter poteva essere considerata una delle compagini favorite, anche se rimaneva l'incognita dovuta al fatto che molte squadre avevano innestato sul vecchio tronco di anteguerra forze nuove, delle quali non si conosceva però la reale consistenza. Campelli e compagni, sin dalle battute iniziali del campionato, dimostrarono che il pronostico era tutt'altro che azzardato. Dopo aver agevolmente vinto il girone lombardo con Brescia, Juventus Italia, Trevigliese, Cremonese e Libertas, i nerazzurri furono inseriti nel gruppo C di semifinale, insieme a Novara, Bologna, Torino, Andrea Doria ed Enotria Goliardo; totalizzando 16 punti, superarono di tre lunghezze Novara e Bologna qualificandosi, con Juventus e Genoa, al girone finale, che avrebbe sancito la sfidante della vincente del torneo centromeridionale nella finalissima nazionale. Dopo aver battuto i bianconeri per 1-0, all'Inter fu sufficiente un pareggio col Genoa per superare anche questo ostacolo.

L'ultimo scoglio fu rappresentato dal Livorno del grande "Motorino" Magnozzi, superato nella partita di finale a Bologna per 3-2, in una gara tiratissima ed estremamente equilibrata: era il secondo titolo della storia interista. Questi gli uomini che avevano composto l'undici titolare nel corso della stagione: Campelli, Francesconi, Beltrame, Milesi, Fossati, Scheidler, Conti, Aebi, Agradi, Cevenini III e Asti. Come già era successo dopo il primo scudetto di dieci anni prima, il trionfo segnò anche l'inizio di un periodo di stasi, che vide i nerazzurri piombare in una sorta di mediocrità.

[modifica] La crisi

Retrocessione sfiorata nel 1921-22

La stagione 1921-22 fu caratterizzata da due federazioni distinte, CCI e FIGC, che organizzarono due campionati indipendenti. L'Inter prese parte alla Prima Divisione della CCI e arrivò ultima nel Girone B della Lega Nord.
Il Campionato si concluse il 30 marzo 1922 con questi piazzamenti finali:

Genoa 37, Alessandria 28, Pisa 27, Modena 26, Padova 23, Torino 20, Casale 20, Legnano 20, Savona 18, Venezia 17, Brescia 15, Inter 11.

A questo punto l'Inter, in quanto ultima classificata, da regolamento CCI avrebbe dovuto disputare uno spareggio salvezza contro una squadra di Seconda Divisione per evitare la retrocessione,[3] ma nel frattempo la soluzione dei due campionati separati non aveva incontrato favori, e dopo aspre polemiche il 26 giugno 1922 i dirigenti della FIGC e della CCI si riunirono a Brusnengo per elaborare una nuova composizione unitaria dei gironi nella successiva stagione 1922-23. Arbitro e mediatore fu Emilio Colombo, direttore de La Gazzetta dello Sport. Si giunse a un accordo fra le società rivali (noto come Compromesso Colombo), e il reintegro della CCI all'interno della FIGC derogò i precedenti regolamenti, comportando la sostituzione delle Categorie con sei "Divisioni" sul modello inglese.[4][5] La Prima e la Seconda furono dirette a livello nazionale da una sinergia di Lega Nord e Lega Sud, mentre le altre vennero demandate ai Comitati Regionali, confinati a un ruolo di secondo piano.
Per determinare la composizione delle prime due Divisioni furono organizzati degli spareggi, e contro l'Inter fu sorteggiata la Libertas di Firenze. Il 9 luglio 1922 a Milano l'Inter si impose 3-0 con doppietta di Osvaldo Aliatis e gol di Ermanno Aebi, detto "Signorina". L'1-1 nel ritorno del 16 luglio a Firenze ammise l'Inter in Prima Divisione.

Ma come successo con il primo scudetto, alla seconda vittoria in campionato seguì un lungo periodo anonimo, segnato solo da una retrocessione evitata per un soffio (riquadro a lato) e, dopo molti piazzamenti di media classifica nei Gironi interregionali, da un quinto posto nel 1926-27. Ci furono due cambi di presidenza: nel 1923 a Mauro successe Enrico Olivetti, e nel 1926 fu la volta di Senatore Borletti. La panchina vide invece alternarsi Bob Spotishwood, Paolo Scheidler, Arpad Weisz e József Viola. La stagione successiva, che vide l'Inter raggiungere il settimo posto nel girone finale, vide l'esordio di un ragazzo cresciuto nel vivaio, Giuseppe Meazza, che fece vedere subito numeri da fuoriclasse assoluto, segnando dodici reti. Interno dotato di classe cristallina e fiuto del goal fuori dal comune, il Balilla, come fu soprannominato, fece vedere a soli 17 anni di poter prendere in mano le redini della squadra ed infatti divenne nel decennio successivo il simbolo dell'Inter e della Nazionale.

[modifica] L'Ambrosiana-Inter e gli anni trenta (1928-1945)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Ambrosiana.

Con l'arrivo del "Ventennio", l'Inter si vide costretta a cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezzava infatti il nome "Internazionale", che non rispettava la tradizionale italianità promossa dalla linea di governo e richiamava troppo esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza Internazionale comunista, inoltre vi era la volontà da parte del regime di ridurre, ove era possibile, il numero di squadre ad una sola per città, infatti è in questio periodo che nascono squadre come il Napoli, la Fiorentina e la Roma tutte formazioni nate dalla fusione delle varie squadre cittadine (ad eccezione della Lazio che non rientrò nella fusione capitolina). Pertanto nell'estate del 1928, sotto la guida del presidente Senatore Borletti (entrato in carica nel 1926), l'F.C. Internazionale si fuse con la terza squadra di Milano ovvero l'Unione Sportiva Milanese, mutando nome e casacca divenendo "Associazione Sportiva Ambrosiana", con tenuta bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.

[modifica] Il 3º scudetto (1929-1930)

La nuova divisa durò soltanto pochi mesi e, di nuovo in nerazzurro (ma con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S. Milanese), la squadra allenata da Arpad Veisz (tornato dopo una stagione al Bari) e guidata dai presidenti Ernesto Torrusio (1929) e Oreste Simonotti (1930) conquistò il terzo scudetto in occasione del primo campionato a girone unico senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929-30. Il tecnico ungherese puntò ancora sul suo collaudato modulo alla danubiana e sin dalle prime giornate si capì che la nuova Inter non era nemmeno lontana parente di quella che aveva stentato per tutto il corso del decennio precedente. Dopo aver vinto a Livorno alla prima partita, i nerazzurri persero a Vercelli col minimo scarto ma la vittoria col Bologna alla terza giornata allontanò le prime nuvole portate da quella battuta di arresto. Un pareggio a Roma con la Lazio e la vittoria contro la Cremonese, introdussero gli uomini di Veisz al primo derby stagionale, che fu vinto grazie alla rete di Meazza nel secondo tempo (anche nel ritorno i nerazzurri prevalsero sui rossoneri). Il Balilla, con una tripletta, fu il protagonista della goleada col Padova, nella settima giornata, ma la domenica successiva, l'Inter fu battuta a Testaccio dalla Roma dell'ex Bernardini. Il momento non felice fu confermato dalla sconfitta interna con la Triestina, che allontanò il vertice della classifica. Poi, però, arrivò la vittoria di Alessandria e la conferma della forza della squadra, arrivò alla quindicesima giornata, quando Meazza e compagni andarono a vincere in casa della capolista Genoa per 4-1. In seguito l'Inter riuscì a violare anche il campo della Juventus, nella giornata successiva e vinto il platonico, ma significativo, titolo di campione d'inverno, proseguì rifilando un 6-2 al Livorno e un 4-0 alla Pro Vercelli. La prima svolta del torneo, si ebbe alla ventiquattresima giornata, quando i nerazzurri, vincendo a Padova, approfittarono al meglio della contemporanea sconfitta della Juventus a Modena. Nella giornata successiva venne battuta la Roma per 6-0 con quaterna di Meazza: proprio l'attacco si dimostrò il reparto più efficiente della squadra, rifilando una goleada dietro l'altra alle rivali, tra le quali spiccò il terrificante 8-0 inflitto alla Pro Patria alla ventottesima giornata. L'ultimo sussulto avvenne alla terzultima giornata, quando a far visita all'Inter arrivò il Genoa secondo in classifica a quattro punti. I nerazzurri, in svantaggio di 3 reti nel primo tempo, riuscirono a pareggiare 3-3 nel secondo tempo grazie a Meazza che segnò la tripletta decisiva. La matematica certezza arrivò solo la domenica successiva con la vittoria sulla Juventus, partita preceduta da un incidente automobilistico occorso a Allemandi, condito da una scazzottata, che costrinse il terzino ad arrivare allo stadio proprio poco prima che cominciasse la gara. A tacitare il tutto, fu proprio la vittoria sul campo. L'Inter divenne la prima squadra a vincere la Serie A e Meazza si laureò capocannoniere con 31 reti in 33 gare disputate.

In campo internazionale venne raggiunta la semifinale di Coppa Mitropa, coppa riservata ai club più forti di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia.

[modifica] Il periodo 1930-1937

Il quinto posto nel 1930-31 portò un'aria di cambiamento alla società: il nuovo timoniere Ferdinando Pozzani, soprannominato "Generale Po" per i modi autarchici, lasciò andare molte bandiere, cambiò allenatore (Istvan Toth) e ottenne dalla FIGC il permesso per assumere la denominazione di Ambrosiana-Inter. Lo stravolgimento societario non portò però risultati, che si limitarono ad un deludente sesto posto. Il nuovo ritorno di Weisz, l'arrivo del prestigioso portiere Carlo Ceresoli e dei nuovi attaccanti di spessore Levratto e Frione II sembrò spingere l'Ambrosiana verso lo Scudetto, però mancato: nel 1932-33 la squadra arrivò solamente seconda otto punti dietro la Juventus. Il 1933 fu anche l'anno dell'unica Finale in Mitropa Cup. Dopo aver liquidato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri restava da battere il fortissimo Austria Vienna: la vittoria per 2-1 a Milano sembrò arridere a Meazza e compagni, che però a Vienna vennero sconfitti 3-1 dai padroni di casa.

Giuseppe Meazza: 408 presenze e 288 gol totali, vinse il titolo di capocannoniere per tre volte

Si sentì di nuovo odore di Scudetto nel 1933-34. Nel girone d'andata l'Ambrosiana batté la Juventus 3-2 all'Arena Civica, in un match storico che registrò l'incasso record di 400 000 lire. Tuttavia le sconfitte nel girone di ritorno con Fiorentina e Torino condannarono i nerazzurri a un altro secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti. L'anno successivo, negativamente segnato dalla scomparsa di "Tito" Frione, ebbe dell'incredibile: all'ultima giornata Inter e Juve erano a pari punti. I bianconeri vinsero a Firenze, mentre i nerazzurri persero contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Levratto, e il 1934-35 divenne per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del terzo secondo posto consecutivo.

Passarono due anni spenti, dove in panchina si avvicendarono Albino Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi, ottenendo solo un quarto e un settimo posto in Serie A e una Semifinale di Mitropa Cup.

[modifica] Il 4º scudetto e la 1ª Coppa Italia (1937-1939)

Una formazione dell'Ambrosiana-Inter vincitrice dello scudetto nel 1938

Partita in tono minore la stagione 1937-38, con un pareggio 3-3 a Lucca, l'Ambrosiana, guidata ancora da Castellazzi, trovò presto il ritmo giusto, raggiungendo la vetta della classifica alla nona giornata, per effetto della vittoria sulla Juventus. Al quindicesimo turno, ultimo del girone di andata, i nerazzurri vinsero il titolo di campione d'inverno con quattro lunghezze di vantaggio sul Bologna. Il girone di ritorno si aprì con la goleada ai danni della Lucchese, ma poi una piccola flessione dette coraggio alle inseguitrici, tanto che alla ventiduesima giornata, la Juventus affiancò i nerazzurri, per poi staccarli di due lunghezze due domeniche dopo. Che divennero addirittura tre, alla ventiseiesima giornata, quando l'Ambrosiana fu sconfitto sul campo del Liguria. Ma i bianconeri crollarono inaspettatamente a pochi passi dal traguardo, perdendo a Trieste e cedendo in casa contro il Liguria, ex-Sampierdarenese, a 90 minuti dalla fine. L'Ambrosiana-Inter non poté non approfittare dell'occasione: balzò in testa e attese l'ultima giornata con una classifica da brividi, che vedeva in testa i nerazzurri con 39 punti, poi la Juventus con 38 e Bologna, Genoa e Milan terze a quota 37. L'apoteosi nerazzurra avvenne all'ultima giornata, per effetto della vittoria di Bari che spinse migliaia di tifosi nerazzurri ad aspettare il ritorno dei propri beniamini alla Stazione di Milano, per festeggiare il quarto scudetto. Ancora una volta sugli scudi un grande Meazza, autore di 20 centri stagionali in 25 presenze: nella stessa estate il Balilla portò l'Italia al secondo trionfo mondiale, confermandosi uno dei migliori giocatori della scena internazionale.

La società compensò il ritiro di mister Castellazzi con Tony Cargnelli, abile teorico del "Sistema" (modulo che sostituisce il classico schema danubiano), e fronteggiò l'improvviso declino di Meazza con il ritorno di Attilio Demaría dal Sudamerica. La squadra così rinnovata arrivò terza in Serie A e vinse la sua prima Coppa Italia nel 1938-39 battendo in finale il Novara per 2-1 con gol di Ferraris II e Frossi.

[modifica] Il 5º scudetto (1939-1940)

Otto giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia arrivò l'ultimo tricolore sotto la denominazione di Ambrosiana-Inter. Nonostante l'idolo della folla Meazza fosse rimasto bloccato per l'intera stagione da una grave vasocostrizione al piede, i nerazzurri diressero autorevolmente il campionato 1939-1940, con Tony Cargnelli ancora in panchina, vincendo all'ultima giornata lo scontro diretto con il Bologna e festeggiando lo scudetto sul neutro di San Siro, campo del Milan scelto perché il numero di spettatori era superiore alla capienza massima dell'Arena Civica (l'incasso fu di 471.000 lire). Purtroppo, la gioia di quel trionfo durò ben poco, poiché dopo soli otto giorni Mussolini annunciava l'entrata dell'Italia in guerra.

[modifica] Dalla coppia Peruchetti-Zamberletti a Ferrari (1940-1944)

La coppia di allenatori Peruchetti-Zamberletti decise per la cessione di Meazza al Milan, consideratolo ormai finito. Dopo tredici anni passati in nerazzurro si fece tuttavia ancora rimpiangere segnando la rete del definitivo 2-2 nel derby cittadino. In Campionato un'andata brillante si contrappose a un discutibile ritorno, e nel 1940-41 l'Ambrosiana-Inter arriva seconda. Nei due anni successivi Ivo Fiorentini non andò oltre una clamorosa dodicesima posizione e Giovanni Ferrari, sotto la nuova presidenza di Carlo Masseroni portò i suoi ragazzi a un modesto quarto posto. Nel 1943 la FIGC decise per la sospensione delle attività sportive nazionali: nel Campionato Alta Italia 1944, organizzato dai Comitati Regionali, l'Ambrosiana arrivò prima nelle Eliminatorie Lombarde, ma soltanto sesta nel Girone di Semifinale.

[modifica] La presidenza Masseroni (1945-1955)

[modifica] Nuovamente Internazionale e il periodo 1945-1952

Il presidente Carlo Masseroni, qui nel 1954
Lennart Skoglund, 246 presenze e 57 reti

Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 il presidente Masseroni annunciò con toni gloriosi che "l'Ambrosiana torna a chiamarsi solo Internazionale". L'Inter salutò questo storico avvenimento senza fare faville, e alternò brillanti prestazioni (come uno storico 6-2 sul "Grande Torino") ad altre ben più fiacche. Il Campionato Misto Serie A-B 1945-46 fu la prima e unica edizione "non a girone unico" dal 1929-30: nonostante la qualificazione ottenuta con la seconda piazza nel Campionato Alta Italia, nel Girone Finale la squadra di Carlo Carcano chiuse soltanto al quarto posto.

Il 1946-47 partì con i migliori propositi: confermato Carcano, Masseroni ottenne dalla FIGC il permesso di tesserare calciatori stranieri e acquistò i sudamericani Bovio, Cerioni, Pedemonte, Volpi e Zapirain, che diventarono noti in Italia con il soprannome di "cinque bidoni" per la loro leggendaria inadeguatezza al calcio. Zapirain si fece notare solo come giocatore di biliardo, mentre Bovio, criticato a causa del sovrappeso, si caratterizzò per comportamenti oggi impensabili: nel gennaio 1947, dopo un esaltante primo tempo a Modena, nella ripresa lasciò la squadra in dieci pur di rimanere abbracciato alla stufa dello spogliatoio. Pochi giorni dopo Bovio, Cerioni e Volpi fuggirono in Sudamerica e fecero perdere le loro tracce. Masseroni salvò le sorti della squadra affidandone la gestione tecnica a Nino Nutrizio e all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza, tornato all'Inter a trentasei anni. La coppia riuscì nell'impresa e, nell'ultima partita di Meazza, i tifosi festeggiarono una comoda salvezza al decimo posto.

Soltanto l'idolo della folla venne confermato in panchina e questo gli causò forti problemi di comunicazione con i propri giocatori, tanto da renderne necessario l'esonero e il ritorno di Carcano. Questi, non potendo più contare sul trascinatore dell'andata Bruno Quaresima bloccato da un infortunio, decise di far girare la squadra attorno all'estro del giovane Benito Lorenzi, che si distinse all'inizio della stagione. Alla fine del 1947-48, tuttavia, la terza piazza conquistata al giro di boa si ridusse solo a un sofferto dodicesimo posto.

Il 1948-49 divenne tristemente famoso come l'anno della tragedia di Superga. L'Inter fece grandi acquisti: arrivarono l'apolide Istvan Nyers, detto "Etienne" per le origini francesi, il difensore Attilio Giovannini e la punta Gino Armano, gettando le prime basi per un glorioso futuro. I nuovi campioni però non offrirono il gioco richiesto da mister Astley, che venne sostituito a metà stagione da Giulio Cappelli. Il nuovo allenatore condusse una sfrenata rimonta fino a raggiungere il secondo posto solitario, cinque punti davanti alla Juventus e altrettanti dietro al Torino che proprio con l'Inter giocò la sua ultima partita ufficiale. Nyers si laureò capocannoniere con 26 reti.

Avvenne quindi un cambio di allenatore, Aldo Olivieri al posto di Giulio Cappelli; la fiducia in Lorenzi di questi fu tale da portare alla cessione di Amadei e l'addio del centrocampista Aldo Campatelli portò il presidente Masseroni a cercare un nuovo campione del settore, trovato nello svedese Lennart Skoglund, detto "Nacka" a causa della regione d'origine. Il finale di campionato fu caratterizzato da una rimonta su un Milan in declino, ma l'Inter non era abbastanza incisiva e lo scudetto 1950-51 rimase affare dei rossoneri per un solo punto. La stagione successiva si piazzò stavolta al terzo posto dietro Juventus e Milan

[modifica] La gestione Foni: i due scudetti consecutivi (1952-1955)

[modifica] Il 6º scudetto (1952-1953)

L'Inter 1953-54: una formazione della stagione, da sinistra Lorenzi, Skoglund, Nesti, Mazza, Giovannini e Nyers; accosciati Padulazzi, Armano, Neri, Ghezzi e Giacomazzi

Il 1952-53 iniziò con una rivoluzione tattica. Il nuovo allenatore era il Dottor Alfredo Foni, un precursore del catenaccio, che reinventò Ivano Blason libero e scartò l'estroso Wilkes in favore di un più concreto Bruno Mazza, acquistato per pochi soldi insieme a Nesti. Gli uomini di Foni, presero il comando alla nona giornata e non lo mollarono più sino al termine. La peculiarità della squadra, fu la compattezza, grazie alla quale i pericoli per il portiere Ghezzi erano ridotti al minimo. Una prima svolta, si verificò alla quindicesima giornata, quando l'Inter sconfisse la Juventus e si ritrovò con quattro lunghezze di vantaggio sul Milan. Nelle quattro giornate successive, il vantaggio aumentò a otto punti, che divennero nove al ventiduesimo turno. Da quel momento, i nerazzurri poterono dedicarsi alla difesa di quel ragguardevole vantaggio, ottenendo la sicurezza della vittoria con grande anticipo alla quartultima giornata, con la vittoria sul Palermo che consegnò loro il sesto scudetto della storia interista. Di particolare rilevanza il fatto che la difesa dell'Inter aveva subito solo 24 reti, a dimostrazione di una tenuta ferrea, che era la risultante della compattezza della squadra.

[modifica] Il 7º scudetto (1953-1954)

La conquista dello scudetto, permise a Masseroni di chiudere un poco i cordoni della borsa, in vista della successiva campagna acquisti, salutata con qualche mugugno, a causa di arrivi non proprio esaltanti come quelli del portiere di riserva Cavalli, del terzino Vincenzi e dell'attaccante Zambaiti. Chiaramente, il presidente puntava tutto sulla conferma in blocco della squadra che tanto bene aveva fatto l'anno prima e non rimase deluso. Sotto la guida di Foni, infatti, i nerazzurri riuscirono a bissare lo scudetto, stavolta dopo una lotta senza quartiere con la Juventus, che vide alla fine prevalere l'Inter di un solo punto. La svolta del campionato, si ebbe alla trentaduesima giornata, quando la Juventus, sino ad allora appaiata in testa alla classifica con i nerazzurri, fu sconfitta a Bergamo, mentre l'Inter pareggiava sul sempre difficile campo di Palermo. Quel prezioso punto veniva difeso strenuamente nelle due giornate che mancavano, consegnando infine agli uomini di Foni il settimo scudetto. Masseroni però, ormai stanco delle critiche immancabili che avevano sempre fatto seguito al suo operato, prendeva atto del crollo del 1954-55, quando la squadra arrivava ottava, e decideva di passare la mano ad Angelo Moratti. Era la fine di un'era.

[modifica] La presidenza di Angelo Moratti (1955-1968)

[modifica] Gli esordi non esaltanti (1955-1960)

Nel 1955 Angelo Moratti divenne presidente dell'Inter. Da allora il suo obiettivo fu quello di costruire una squadra per eccellere in ogni competizione ma gli inizi non furono facili. Moratti impiegò otto anni per vincere il suo primo scudetto e in quegli anni cambiò ben sette allenatori, non riuscendo mai a far decollare la sua squadra.

[modifica] La Grande Inter: dai successi internazionali alla Stella (1960-1967)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Grande Inter.
Il Mago Helenio Herrera

[modifica] 1960-1962: l'arrivo del Mago Herrera

Dopo una partita di Coppa delle Fiere nella quale il Barcellona travolse l'Inter, Moratti decise di ingaggiare l'allenatore dei catalani Helenio Herrera. La scelta, alla luce dei risultati ottenuti, si dimostrò ampiamente indovinata; per completare il quadro societario venne ingaggiato Italo Allodi, un manager in grado di allestire una squadra competitiva e vincente ad ogni livello. Allodi avrebbe fatto, in seguito, la fortuna anche di Juventus e Napoli oltre che della Nazionale. All'intelaiatura della squadra si aggiunsero presto Mario Corso e due giovani della primavera: Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola (figlio del grande Valentino). I due sarebbero diventati due bandiere nerazzurre e della Nazionale italiana.

[modifica] 1962-1963: l'8º titolo nazionale

La squadra impiegò tre anni per vincere il suo primo scudetto ma, da allora, continuò a mietere straordinari successi, inducendo molti a definirla la migliore squadra del mondo del periodo. Herrera costruì la sue vittorie con la tattica del catenaccio: in porta c'era Giuliano Sarti, prelevato dalla Fiorentina; la difesa veniva guidata dal libero Armando Picchi, capitano di quella squadra e autentico leader; davanti a lui c'erano due marcatori arcigni come Tarcisio Burgnich e Aristide Guarneri. Sulla fascia sinistra venne attuata la prima rivoluzione tattica di Herrera: Facchetti diventò il primo terzino capace di affondare in avanti e trasformarsi in una vera e propria ala. A centrocampo il regista era Luis Suarez che il tecnico volle a tutti i costi dopo averlo avuto al Barcellona; con i suoi lanci lunghi Suarez era in grado di servire palloni preziosi, principalmente alla velocissima ala destra Jair. Il centrocampo venne rinforzato da Gianfranco Bedin, l'estrosità di Corso dava un tocco di fantasia alla squadra e in attacco Mazzola fungeva da mezz'ala con al centro Joaquín Peiró.

Angelo Moratti solleva la Coppa dei Campioni vinta contro il Real Madrid sconfitto per 3-1. Da sinistra Facchetti, Mazzola e Suárez

[modifica] 1963-1964: la prima Coppa dei Campioni

Dopo il primo scudetto del 1963 arrivò anche la prima Coppa dei Campioni, vinta contro il grande Real Madrid. L'Inter vinse per 3-1 con due gol di Mazzola e uno di Milani allo Stadio del Prater di Vienna diventando così la prima squadra in Europa a vincere la coppa senza neanche subire una sconfitta (7 vittorie e 2 pareggi). In quell'anno giunse anche la prima Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente; dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri prevalsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso. Nella terza e decisiva partita giocata allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid l'Inter vinse per 1-0 con gol di Corso nei supplementari: fu la prima squadra italiana a vincere la coppa. Solamente lo scudetto venne perso in quell'anno, dopo lo spareggio di Roma giocato contro il Bologna.

Herrera con la Coppa Intercontinentale

[modifica] 1964-1965: il 9º scudetto, la seconda Coppa dei Campioni, la prima Intercontinentale

L'anno seguente i nerazzurri tornarono a dominare vincendo di nuovo lo scudetto dopo una grande rincorsa sui "cugini" del Milan; i rossoneri infatti dominarono il girone d'andata laureandosi campioni d'inverno; nel girone di ritorno però, grazie anche alla vittoria nel derby per 5-2, la squadra di Herrera li superò andando a vincere così il suo nono scudetto con una giornata d'anticipo. La striscia di vittorie proseguì con la conquista della seconda Coppa dei Campioni: l'Inter non trovò ostacoli sul suo cammino fino alle semifinali dove, nella partita di andata, fu sconfitta per 3-1 dagli inglesi del Liverpool; nella partita di ritorno l'Inter riuscì a rimontare vincendo con uno storico 3-0 grazie alle reti di Corso, Peirò e Facchetti; la finale si disputò a San Siro e sotto un vero e proprio diluvio superò il Benfica per 1-0 con gol di Jair. Arrivò di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente. A San Siro l'Inter vinse 3-0 con gol di Peiró e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina. Con queste tre vittorie l'Inter divenne la prima squadra in Europa e l'unica squadra italiana a realizzare il particolare treble costituito da scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale.

[modifica] 1965-1966: lo scudetto della Stella e la seconda Intercontinentale

Altrettanto positiva la stagione 1965-66 grazie alla conquista del terzo scudetto dell'era Herrera, vinto nonostante avversari quali il Napoli ed il Bologna. Proprio quest'ultimo, risorto dopo un'iniziale crisi, si giocò tutte le speranze di soffiare il titolo ai nerazzurri pareggiando la penultima partita contro la Juventus, mentre l'Inter, affondando la Lazio, guadagnò in anticipo la certezza matematica della stella sul petto, simbolo di dieci scudetti. Un'inaspettata nota negativa arrivò dalla Coppa dei Campioni: dopo aver eliminato la Dinamo Bucarest (1-2/2-0) e il Ferencvaros (4-0/1-1), un Real Madrid dal dente avvelenato si prese la rivincita di due anni prima, eliminando i nerazzurri (0-1/1-1) e si involò verso il suo trionfo. In Coppa Italia l'Inter venne eliminata in semifinale.

L'undici dell'Inter 1965-66 che al termine della stagione avrebbe vinto lo scudetto della stella

[modifica] 1966-1967: la fine di un ciclo

Il 1967 rappresentò un anno cardinale nella storia dell'Inter. In pochi giorni la squadra vide svanire traguardi accarezzati per un'intera stagione: il 25 maggio, a Lisbona, un'Inter favorita dal pronostico, ma stanca e priva del suo faro Suarez, dovette cedere agli assalti degli scozzesi del Celtic Glasgow, nella finale di Coppa dei Campioni. Per oltre un'ora, Sarti parò tutto, prima di arrendersi alle conclusioni di Gemmell e Chalmers, che ribaltarono l'iniziale vantaggio interista siglato da Mazzola. Sei giorni dopo, nell'ultima giornata di campionato, l'Inter cadde incredibilmente a Mantova, questa volta tradita da un errore del suo numero 1, su un'apparentemente innocua conclusione dell'ex Di Giacomo. La sconfitta consentì il sorpasso in classifica alla Juventus, che si aggiudicò lo scudetto.

L'Inter si presentò stanca agli appuntamenti decisivi della stagione, logorata dalla lunga corsa; nelle ultime sei giornate di campionato soltanto 4 punti, frutto di altrettanti pareggi, ne rimpolparono la classifica, ma non si può tacere che la partita di Mantova, come l'intero finale di stagione - e come già gli epiloghi dei campionati 1960-61 e 1963-64 -, prestava il fianco a dubbi e recriminazioni. Moratti, fedele alla sua grandezza, troncò sul nascere ogni polemica con le sue parole:

« Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti »
(Angelo Moratti - dal sito della società)

L'anno seguente, al termine di una stagione deludente, nonostante la partecipazione al Girone di Finale della Coppa Italia, l'Inter concluse il campionato al quinto posto. Fu la fine di un'era: il Presidentissimo Angelo Moratti lasciò, dopo tredici anni, la guida della società e con lui se ne andarono anche Helenio Herrera e Italo Allodi. Era il 18 maggio 1968. Più tardi, Moratti dirà:

« Tifo lo stesso, soffrendo molto meno. Non sento più la responsabilità imposta dalla folla. Sono un tifoso in mezzo ai tifosi »
(Angelo Moratti - dal sito della società)

[modifica] La presidenza Fraizzoli (1968-1984)

Il nuovo presidente fu Ivanoe Fraizzoli e richiamò all'Inter il vecchio allenatore Alfredo Foni che negli anni cinquanta aveva vinto due scudetti consecutivi con i nerazzurri, di cui il primo con la tattica del catenaccio. Per modernizzarsi, Foni trasforma il suo metodo in una tattica offensiva che va a scapito della difesa. Tra gli alti e bassi della squadra fece bella figura solo il nuovo acquisto, Mario Bertini. Alla fine fu quarto posto.

L'anno successivo in panchina arrivò Heriberto Herrera, soprannominato HH2 mentre ritornò a Milano l'attaccante Roberto Boninsegna. Grazie ad esso la squadra giunse seconda in campionato alle spalle del Cagliari che vinse il suo primo scudetto. La tardiva, seppur bella, rimonta dell'Inter non riuscì ad effettuare il sorpasso sui sardi, trascinati da Gigi Riva.

[modifica] La vittoria dell'11º scudetto (1970-1971)

Nell'estate del 1970 se ne andarono altri due reduci della Grande Inter: Guarneri (ceduto al Palermo) e Suàrez (alla Sampdoria). In compenso, arrivarono lo stopper Giubertoni, l'ala Pellizzaro dal Palermo e il regista Frustalupi dalla Sampdoria. Alla guida tecnica venne confermato Heriberto Herrera, che schierò Vieri in porta, Cella libero, Giubertoni stopper, Burgnich e Facchetti terzini; a centrocampo Fabbian, Frustalupi in regia, Mazzola interno di punta, Corso rifinitore, Pellizzaro e il centravanti Boninsegna in attacco. Nelle prime quattro partite però l'Inter realizzò solo quattro punti. Quando l'Inter poi perse il derby 0-3 alla quinta giornata, fu netto il segnale di una stagione grigia. I nerazzurri erano decimi in classifica; il presidente Fraizzoli, amareggiato, mise a disposizione il proprio incarico, ad un eventuale gruppo economico che avesse voluto acquistare la società.

Roma 0-0 Inter, scambio di saluti tra il Mago Helenio Herrera ed Invernizzi
Festeggiamenti per lo scudetto 1970-71

Lo specificò nel comunicato ufficiale del 9 novembre (all'indomani della sconfitta coi "cugini"), in cui venne esonerato HH2 e affidò «temporaneamente» la guida tecnica a Giovanni Invernizzi, allenatore delle giovanili. Le reazioni dei giocatori furono immediate: Corso («Il licenziamento si imponeva»), Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...») e Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fecero capire che la "vecchia guardia" ebbe ottenuto ciò che chiedeva e prese in mano la situazione. Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilarono una ambiziosa tabella che puntò allo scudetto, contro ogni pronostico. La squadra venne ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e Bertini al posto di Frustalupi. Cominciò così la rincorsa ai "cugini" rossoneri che le permise di recuperare i 6 punti di ritardo che accusava dai rivali del Milan: il 7 marzo 1971 i nerazzurri si aggiudicarono, col punteggio di 2-0, il derby di ritorno e distanziarono poi il Napoli, terzo in classifica, battendolo nella sfida di due settimane dopo a Milano per 2-1, con vantaggio del Napoli e infinite polemiche per le due reti nerazzurre (entrambe di Boninsegna), tra cui un rigore, segnate nella nebbia di San Siro. Il sorpasso si concretizzò quando i rossoneri persero in casa contro il Varese e gli interisti sconfissero in trasferta il Catania. Con due punti di vantaggio, poi aumentati a tre, il finale fu quasi una passerella: il 2 maggio il Milan perse in rimonta a Bologna mentre l'Inter superava largamente il Foggia, ormai in caduta libera. Lo scudetto fu matematico per l'Inter, il primo dell'era Fraizzoli, l'undicesimo della storia interista. Il primo e finora unico scudetto vinto da una squadra che ha cambiato l'allenatore in corsa.

Due settimane dopo però si sarebbe consumata la tragedia di Armando Picchi: divenuto allenatore della Juventus, avvertì insistiti dolori alla schiena, forse risalenti all'incidente di gioco che lo costrinse ad abbandonare il calcio (subì infatti un terribile infortunio con la Nazionale il 6 aprile 1968, frattura del tubercolo sinistro del bacino contro la Bulgaria a Sofia). A febbraio fu costretto a lasciare la squadra per un periodo di cure che si sperò breve. La prima diagnosi parlò di una «mialgia sottoscapolare», poi, dopo un nuovo consulto, nel perdurare di atroci dolori, emerse la verità: il tecnico soffriva di un male incurabile. Operato inutilmente a Torino, trasferito in Liguria, a San Romolo, morì il 26 maggio 1971, lasciando la moglie e due figli in tenera età.

Roberto Boninsegna, 281 presenze e 171 gol totali con l'Inter

[modifica] La finale di Coppa Campioni (1971-1972)

L'Inter tornò quindi in Coppa dei Campioni dopo quattro anni di assenza con una squadra un po' logora. Superato facilmente il primo turno contro l'AEK Atene (4-1; 2-3), i nerazzurri incrociarono il Borussia Mönchengladbach negli ottavi. L'andata in Germania passò alla storia come la "Partita della lattina". Al 29', con il Borussia in vantaggio per 2-1, Roberto Boninsegna stramazzò al suolo colpito da un oggetto. I nerazzurri, a stento trattenuti dal tecnico Invernizzi, assediarono l'arbitro olandese Jef Dorpmans chiedendo la sospensione dell'incontro. I tedeschi a loro volta aggredirono gli italiani e si formarono diversi capannelli al centro del campo. Nel parapiglia generale il talento del Borussia Günter Netzer vide la lattina a terra e la lanciò verso un poliziotto che immediatamente la fece sparire sotto il cappotto. Si accorse di tutto Sandro Mazzola, che tentò in tutti i modi di farsela restituire dall'agente, trovando solo la ferma opposizione di quest'ultimo. A questo punto il capitano interista notò due tifosi italiani oltre le recinzioni e che uno dei due stava bevendo proprio da una lattina di Coca-Cola. Si precipitò verso di loro, si fece passare la lattina e la consegnò all'arbitro fingendo che fosse il corpo del reato. Nel frattempo Boninsegna non sembrava essere in grado di riprendersi e il medico dell'Inter ne ordinò la sostituzione.[6] L'autore del misfatto venne subito arrestato: si trattava di Manfred Kristein, un'autista di 29 anni piuttosto alticcio. A fine partita, conclusasi 7-1 per i tedeschi, puntuale scattò il reclamo della società milanese, che chiede la responsabilità oggettiva del Borussia. Alla commissione disciplinare dell’UEFA l'avvocato Peppino Prisco disse in sintesi:

« La partita non s’è svolta regolarmente dopo l’uscita di Boninsegna, colpito alla testa da una lattina. Il danno poteva essere molto più grave di quanto è stato. L'Inter ne è rimasta così frastornata che ha finito per perdere 7-1. Ma in quel momento il punteggio era di 1-1. Ci sono quindi tutti gli estremi per cancellare quella gara.[7] »
Il presidente Fraizzoli nel 1982

In una intervista nel suo studio di via Podgora nell’autunno del 1979, confessò di aver utilizzato a favore la sconfitta per 7-1. Sarebbe stato diverso, in altre parole, se i tedeschi avessero vinto “solo” per 3-1. Lui voleva il 2-0 a tavolino e si accontentò della ripetizione del match.

Il ritorno a San Siro si giocò il 3 novembre 1971 e venne vinto per 4-2 dall'Inter.[8] La ripetizione dell'incontro di andata si disputò a Berlino il 1º dicembre 1971. L'Inter si barricò in difesa e grazie soprattutto alle prodezze del giovane portiere Ivano Bordon (che parò anche un rigore a Sieloff) riuscì a difendere lo 0-0 e si qualificò per i quarti di finale[9] dove sconfisse lo Standard Liegi coi risultati di 1-0 a Milano e 2-1 in Belgio. In semifinale sconfisse il Celtic Glasgow ai rigori mentre in finale incontrò il temutissimo Ajax della stella Johan Cruijff e dell'allenatore rumeno Stefan Kovács. Gli olandesi infatti si dimostrarono superiori, soprattutto nel secondo tempo grazie alla prestazione maiuscola di Cruijff che realizzò la doppietta che regalò la coppa agli olandesi. In campionato l'Inter arrivò quinta, a pari merito con la Fiorentina, trascinata dai gol di Boninsegna ancora capocannoniere con 22 gol.

[modifica] Un periodo avaro di soddisfazioni (1972-1977)

Seguirono poi annate grigie nelle quali l'Inter non andò mai oltre il quarto posto, rimanendo una volta addirittura fuori dalle coppe europee e durante le quali si alternarono sulla panchina nerazzurra Enea Masiero, ancora Helenio Herrera, Luis Suárez e Beppe Chiappella. Nel 1977 venne raggiunta la finale di Coppa Italia ma l'Inter venne però sconfitta dal Milan per 2-0.

[modifica] Le vittorie targate Bersellini (1977-1982)

[modifica] 1977-1978: la 2ª Coppa Italia

Eugenio Bersellini, soprannominato Sergente di ferro

Nel 1978 i nerazzurri tornarono ad alzare al cielo un trofeo: è la Coppa Italia, la seconda della storia interista. A quarant'anni dal primo successo (quando ancora la società portava il nome di Ambrosiana), l'Inter poté finalmente bissare quella vittoria, superando nella finale unica di Roma il Napoli per 2-1. Artefici di questo risultato furono, oltre al grande Giacinto Facchetti, giunto al suo ultimo passo da calciatore e assente per infortunio dalla finale, le colonne Gabriele Oriali e Giampiero Marini e nuovi interisti quali Alessandro Spillo Altobelli, autore della rete dell'1-1 in finale, Graziano Bini, nuovo carismatico capitano della squadra, a dispetto della giovane età, e marcatore della rete decisiva in finale, Giuseppe Baresi, Ivano Bordon, Nazzareno Canuti e Carlo Muraro, guidati dal sergente di ferro Eugenio Bersellini, uomo di grandi qualità morali, tenace e taciturno, cultore della filosofia del lavoro, capace di restituire gioco e identità di squadra all'Inter dopo anni bui.

[modifica] 1978-1979: quarto posto

Già dall'anno successivo l'impostazione del tecnico si vedeva: la squadra correva e faceva pressing. Dal punto di vista tattico, l'Inter di Bersellini era sicuramente di primo piano. Mancava però qualcosa sotto il profilo tecnico, anche se l'arrivo di Evaristo Beccalossi dal Brescia garantì invenzioni e dribbling che entusiasmarono i tifosi ma i troppi alti e bassi non permisero il salto di qualità della squadra anche a causa dei troppi giovani. Alla fine comunque la squadra finì la stagione con un quarto posto.

[modifica] 1979-1980: il 12º scudetto

Una formazione della stagione 1979-80: da sinistra in piedi Bordon, Mozzini, Pasinato, Bini, Canuti, e Altobelli; accosciati, Marini, Baresi, Ambu, Oriali e Beccalossi

Grazie al nuovo corso tecnico, il dodicesimo scudetto non si fece attendere troppo. A colmare un vuoto lungo nove anni di attesa fu soprattutto l'avvio folgorante di campionato, che spiazzò le altre favorite (il Perugia di Paolo Rossi, la Juventus e il Torino, oltre al Milan), destinate a uscire presto dalla lotta per il titolo. L'Inter però non vinse per mancanza di avversari. La squadra esibì valori importanti, che partono da una difesa altamente competitiva, con l'azzurro Bordon in porta, gli esterni Canuti o Giuseppe Baresi e il terzino-mediano Oriali, il coriaceo stopper Mozzini e il libero Bini: a parte il marcatore centrale, sono tutti prodotti del vivaio nerazzurro, così come il valido rincalzo Pancheri. A centrocampo, la razionalità di Caso, giocatore abile a cucire la manovra, orienta al meglio il lavoro di copertura di Marini, le progressioni di Pasinato, veloce mediano e le invenzioni del trequartista Beccalossi, un giocatore molto amato dal pubblico proprio come "Spillo" Altobelli, centravanti alto e sottile. Suo partner ideale, il velocissimo Muraro, detto il Jair Bianco, ala sinistra cresciuta nel vivaio, così come il giovane rincalzo Ambu. Dopo la prima, deludente giornata (7 pareggi e 6 gol in 8 gare) l'Inter si ritrovò già sola in testa; tampinata nelle giornate successive dal neopromosso Cagliari, la squadra nerazzurra chiuse il girone d'andata, il 6 gennaio 1980, con tre punti di vantaggio sul Milan. E mentre sui campi si giocava un campionato tranquillo e sonnolento, la tensione sugli spalti tra le tifoserie era alle stelle, specialmente dopo la morte di Vincenzo Paparelli, tifoso laziale colpito e ucciso durante il derby del 28 ottobre da un razzo lanciato dalla curva romanista.

Il Milan iniziò male il girone di ritorno e l'Inter si lanciò verso il titolo: il 3 marzo si ritrovò in testa con otto punti sui "cugini", sulla Juventus e sulla sorpresa Avellino, che cedette alla distanza, mentre faceva bella mostra di sé anche l'Ascoli. Il 23 marzo, ventiquattresima giornata, scoppiò il caos: al termine di sette partite di Serie A e Serie B vennero arrestati quattordici tesserati, tra cui stelle come Enrico Albertosi e Bruno Giordano. L'Inter vinse lo scudetto il 27 aprile, con due turni d'anticipo, dopo una gloriosa cavalcata, rimanendo in testa solitaria per tutto il campionato sin dalla prima giornata: una cavalcata che passò dal titolo di campione d'inverno al doppio successo nel derby (2-0 e 0-1) al clamoroso trionfo sulla Juventus per 4-0. Intanto le sentenze per il Totonero declassarono Lazio e Milan: i rossoneri finirono per la prima volta in Serie B.

L'Inter festeggia lo scudetto nel 1980

[modifica] 1980-1981: semifinale di Coppa Campioni

In campionato la squadra fu distratta dal buon cammino in Coppa dei Campioni. A otto anni dalla finale del 1972 persa a Rotterdam contro l'Ajax, l'Inter tornò infatti nella massima competizione continentale. In Italia erano state riaperte le frontiere: perso il francese Michel Platini (col quale era stato raggiunto un accordo due anni prima)[10] e il brasiliano Falcão[11] il club nerazzurro ripiegò sul nazionale austriaco Herbert Prohaska, geometra del centrocampo. Il cammino nerazzurro però stavolta si fermò in semifinale ad opera del Real Madrid di Vujadin Boškov. Al Bernabeu, senza Beccalossi, Bersellini impostò una partita di contenimento, attirando molte critiche per la marcatura di Santillana affidata a Mozzini, in difficoltà per tutto l'incontro. L'Inter sprecò tre chiare possibilità in contropiede che faranno crescere i rimpianti per una partita che affrontata con altro spirito avrebbe potuto dare un risultato positivo. Un'incertezza di Bordon permise a Santillana di portare in vantaggio le "merengues", che raddoppiarono in apertura di ripresa con Juanito. A San Siro Prohaska dopo due minuti centrò il palo con un gran colpo di testa. L'Inter attaccò ma il Real era ben disposto in campo, anche se non riuscì a pungere in attacco, per via della grande partita del giovane Bergomi, 17 anni, che non fece toccare palla a Juanito. Un gol di Bini in azione personale riaccese le speranze all'inizio del secondo tempo, i nerazzurri continuarono ad attaccare ma senza profitto. Alla fine uscirono a testa alta dalla manifestazione, con il rammarico delle occasioni sprecate all'andata.

[modifica] 1981-1982: la terza Coppa Italia

Evaristo Beccalossi, fantasista dell'Inter tra il 1978 e il 1984

Nella stagione 1981-82 i nerazzurri riuscirono ad alzare la loro terza Coppa Italia: dopo aver perso l'andata dei quarti di finale per 4-1 contro la Roma, l'Inter rovesciò la situazione a Milano imponendosi per 3-0. In una drammatica semifinale venne superato il Catanzaro (2-1 in rimonta a San Siro e 2-3 dts al Militare, con l'Inter ridotta in nove uomini) e la doppia finale contro il Torino fu decisa dall'1-0 di Serena a San Siro e dall'1-1 del Comunale, con reti di Cuttone e Altobelli, vero artefice, con le sue marcature, del successo finale dell'Inter e di lì a poche settimane ancora decisivo, questa volta con la maglia della nazionale, nella finale del Bernabeu della Coppa del Mondo. Tra i giovani c'è da segnalare l'esordio in A di Riccardo Ferri, difensore cresciuto nel vivaio.

Il campionato fu buono in avvio ma affannoso nel finale. Un derby deciso da Oriali costò caro al Milan che a fine anno retrocesse nuovamente in Serie B. Si consacrò in nerazzurro il giovanissimo Giuseppe Bergomi che fu convocato da Enzo Bearzot nella nazionale azzurra per il vittorioso campionato del mondo in Spagna.

[modifica] Da Marchesi a Radice (1982-1984)

In panchina venne preso Rino Marchesi mentre dal mercato arrivarono Hansi Müller, che litigherà spesso con Beccalossi, e il brasiliano Juary ma entrambi furono una delusione. Arrivò anche il campione del mondo Fulvio Collovati dal Milan in cambio di Serena, Pasinato e Canuti. Il cammino in campionato fu deludente con troppi pareggi e poche vittorie. Ci fu un nuovo sospetto di Totonero: il Caso Genoa-Inter. Inoltre, il 3-3 di Juventus-Inter del 1º maggio 1983 venne tramutato in 0-2 dal Giudice Sportivo, a causa di un sasso che aveva colpito, ferendolo, il nerazzurro Giampiero Marini mentre si trovava nel pullman della squadra nei pressi del Comunale, così la Roma poté vincere matematicamente lo scudetto una settimana dopo, l'8 maggio. La squadra arriverà terza alla fine. In questa stagione fece il suo esordio un portiere che farà la fortuna dei nerazzurri: Walter Zenga detto Uomo Ragno.

L'anno successivo Luigi Radice divenne il nuovo allenatore dell'Inter e la stagione si concluse con un quarto posto.

[modifica] La presidenza Pellegrini (1984-1995)

[modifica] Da Castagner a Corso con poche gioie (1984-1986)

Il 18 gennaio 1984 la presidenza dell'Inter passò a Ernesto Pellegrini, che per sette miliardi rilevò la società da Fraizzoli. Sulla panchina sedette Ilario Castagner mentre il colpo del mercato fu il tedesco Karl-Heinz Rummenigge. In campionato la squadra si piazzò terza mentre in Coppa UEFA venne raggiunta la semifinale dove però venne eliminata dal Real Madrid. Il 1985-86 fu una stagione travagliata durante la quale si alternarono sulla panchina Ilario Castagner e Mario Corso e i nerazzurri arrivarono soltanto sesti davanti al Milan. In Coppa UEFA i nerazzurri arrivarono ancora in semifinale dove incontrò per la quarta volta in cinque anni il Real Madrid ma ancora una volta l'Inter si fece eliminare vincendo 3-1 l'andata ma venendo sconfitta 5-1 nel ritorno.

[modifica] La gestione Trapattoni: lo Scudetto dei record e la prima Coppa UEFA (1986-1991)

[modifica] 1986-1988: due anni interlocutori

Per la nuova stagione venne ingaggiato l'ex allenatore della Juventus, Giovanni Trapattoni. Il suo debutto in campionato avvenne con una sconfitta contro il neopromosso Empoli. Il girone d'andata consegnò l'Inter al duello di testa con il Napoli di Maradona. Infortunatosi però ancora Rummenigge, la squadra subì tre sconfitte consecutive nell'avvio del ritorno. Ciò rese vana la successiva rincorsa. Chiuse il campionato al terzo posto, qualificandosi per la successiva Coppa UEFA. In Coppa UEFA arrivò l'eliminazione ad opera del Goteborg nei quarti: nell'andata in Svezia, l'Inter difense strenuamente lo 0-0. A San Siro i nerazzurri passarono in vantaggio grazie a un'autorete di Stig Fredriksson con gli svedesi - futuri campioni - che pareggiarono grazie a Stefan Pettersson qualificandosi per la semifinale. In Coppa Italia la squadra viene eliminata ai quarti di finale dalla Cremonese.

Giovanni Trapattoni, arrivato nell'estate del 1986, dopo una lunga militanza sulla panchina della Juventus

Nella stagione successiva, la squadra guidata dal Trap si classificò quinta con 32 punti in Serie A, qualificandosi per la Coppa UEFA. In Coppa Italia venne eliminata in semifinale dalla Sampdoria, poi vincitrice del trofeo. In Coppa UEFA invece, fu estromessa dalla competizione agli ottavi di finale dai catalani dell'Espanyol.

[modifica] 1988-1989: lo Scudetto dei record, il 13º

La formazione titolare vincitrice del campionato 1989. In piedi: Zenga, Ferri, Berti, Bergomi, Serena, Matthäus. Accosciati: Díaz, Brehme, Bianchi, Matteoli e Mandorlini

Nel 1988-89 un'Inter profondamente rinnovata arrivò a vincere lo scudetto dei record. Sul fronte degli acquisti dalla Germania arrivò Lothar Matthäus, uno dei centrocampisti più completi di sempre, protagonista in campo e negli spogliatoi. Su esplicita richiesta di Matthäus fu ingaggiato il terzino sinistro suo connazionale Andreas Brehme, eccezionale interprete tattico sulla fascia sinistra di un gioco di squadra che è la peculiarità del Trapattoni allenatore. In difesa avevano ormai trovato spazio il portiere della nazionale Walter Zenga e i difensori Riccardo Ferri e Giuseppe Bergomi, un trio storico. Tra gli acquisti italiani il vero colpo del calciomercato fu Nicola Berti, giovane promettente centrocampista proveniente dalla Fiorentina che divenne subito idolo dei tifosi e il cursore di fascia destra del Cesena, Alessandro Bianchi. Accusato di essere la vecchia espressione del calcio italiano, ormai segnato dalle rivoluzioni di Arrigo Sacchi (allenatore del Milan), Trapattoni rese la sua Inter una formazione estremamente solida e concreta, con un centravanti classico, Aldo Serena, che vinse la classifica dei marcatori (22 gol) e che si abbinò perfettamente con una seconda punta veloce e pungente, l'argentino Ramón Díaz, arrivato a Milano all'ultimo minuto in prestito dopo la bocciatura dell'algerino Rabah Madjer momentaneamente acquistato da Pellegrini, con tanto di foto ufficiali e presentazione in sede alla stampa; dopo le visite mediche, che rilevarono un infortunio muscolare alla coscia che poteva comprometterne l'integrità fisica, il contratto non fu mai firmato.[12] A centrocampo, dietro la forza fisica e atletica di Matthäus e Berti, spiccava la regia di Gianfranco Matteoli.

All'avvio si presentarono da grandi favorite il rinnovato Napoli di Ottavio Bianchi e il Milan campione uscente, ma si capì ben presto che quello sarebbe stato l'anno dell'Inter allenata dal Trap. I nerazzurri, infatti, volarono già in testa solitari alla quinta giornata, distanziando il Milan di un punto e la Sampdoria e il Napoli di due. Nelle giornate successive il Milan, impegnato anche in un favorevole cammino verso la Coppa dei Campioni, accusò un brusco rallentamento: l'11 dicembre, la sconfitta nel derby infranse il sogno dei rossoneri di bissare il titolo. L'Inter mantenne un ritmo impressionante e soltanto il Napoli, traghettato da Maradona, riuscì a seguirne la scia, a tre punti di distacco. La situazione non cambiò dopo lo scontro diretto del San Paolo, il 15 gennaio (0-0); il 5 febbraio l'Inter diventò campione d'inverno ma, la domenica successiva, la rocambolesca sconfitta di Firenze per 4-3 permise al Napoli di ridurre il distacco a un punto. In realtà fu questo l'unico brivido stagionale per l'Inter che vinse tutte le prime otto gare del girone di ritorno e allungò nettamente sui partenopei; il 9 aprile i punti di vantaggio tra prima e seconda classificata furono sette. Nelle successive giornate l'Inter si limitò a gestire la situazione e, vincendo lo scontro diretto del 28 maggio grazie a una punizione della stella Lothar Matthäus, i milanesi conquistarono matematicamente il loro 13º scudetto, il più agevole, incoronando il bomber Aldo Serena capocannoniere con 22 gol. Fu lo scudetto dei record: mai nessuna squadra sarebbe riuscita a toccare quota 58 con i due punti a vittoria. Fu il primo e anche unico scudetto vinto da Ernesto Pellegrini.

Il trio tedesco: Jürgen Klinsmann (al centro) con Lothar Matthäus (a sinistra) e Andreas Brehme (a destra) nel 1989

[modifica] 1989-1990: la prima Supercoppa Italiana

Nella stagione successiva fu ceduto il prezioso Ramón Díaz, tassello importante la stagione precedente, ma che forse fu liquidato troppo in fretta. Al suo posto venne preso il tedesco Jürgen Klinsmann dallo Stoccarda, un centravanti che dal 1985 in poi non ha segnato meno di 15 gol a stagione. La squadra venne subito eliminata in Coppa dei Campioni, dal Malmö allenato dall'inglese Roy Hodgson mentre in campionato non andò oltre il terzo posto. In questa stagione venne comunque conquistata la prima Supercoppa italiana ai danni della Sampdoria sconfitta 2-0 a San Siro con le reti di Enrico Cucchi e Aldo Serena.

[modifica] 1990-1991: la conquista della prima Coppa UEFA

Il mondiale del 1990 restituì all'Inter italiani affranti per un titolo che li vedeva favoriti ma sfuggitogli di mano e tedeschi appagati per la vittoria e senza più tanti stimoli. Protagonista della vittoria della nazionale tedesca fu proprio l'interista Lothar Matthäus, che a dicembre vinse il Pallone d'oro ed anche il FIFA World Player of the Year, primo giocatore della storia dell'Inter ad avvalersi di entrambi i prestigiosi riconoscimenti. Nella stagione 1990-91 Trapattoni cercò comunque di motivare la squadra che fino alla decima giornata tallonò la Sampdoria; quando quest'ultimi persero il derby vennero affiancati in vetta dai nerazzurri che volarono in testa solitari due giornate dopo, approfittando del rinvio delle gare di Samp e Milan, impegnate a fronteggiarsi nella Supercoppa Europea. L'Inter rimase così in testa per diverse domeniche, talvolta anche in compagnia di Sampdoria e Juventus, e andò a vincere il titolo d'inverno il 20 gennaio, con un punto di vantaggio sul Milan e due sul terzetto formato dalla Sampdoria, dalla Juventus e dal sorprendente Parma. Nel girone di ritorno, complici l'inesperienza degli emiliani e il crollo dei bianconeri, rimasero presto in lotta la Sampdoria, l'Inter e il Milan. Furono gli scontri diretti a sancire lo scudetto dei genovesi che non risparmiarono neppure l'Inter vincendo 2-0 al Meazza, in un match nel quale Pagliuca parò un rigore a Matthäus sull'1-0 per i doriani.

In Coppa UEFA la squadra raggiunse la sua prima finale dove incontrò la Roma. All'andata a Milano i nerazzurri vinsero 2-0: il primo gol (al 55') nacque da un'azione di Serena sulla destra, con passaggio smarcante per Berti che venne abbattuto da Comi in area di rigore; l'arbitro diede rigore e Matthäus lo realizzò. Al 67' Berti ribatté in rete un tiro che Klinsmann si procurò con una fuga sulla sinistra. Nel ritorno, all'Olimpico, l'Inter si difese benissimo (Ferri magistrale su Völler) la squadra perse però per 1-0 ad opera di Rizzitelli ma ciò non le impedì di sollevare al cielo la sua prima Coppa UEFA: erano 26 anni che l'Inter non vinceva un trofeo internazionale. L'avventura di Trapattoni sulla panchina nerazzurra si chiuse qui, il 22 maggio 1991, dopo esattamente cinque anni.

[modifica] La delusione Orrico (1991-1992)

Nell'estate del 1991 il tecnico tornò alla Juventus e Pellegrini decise di sostituirlo con l'emergente Corrado Orrico, reduce da una promozione in Serie B con la Lucchese seguita da un ottimo campionato (sfiorata la promozione) nella serie cadetta. Convinto sostenitore del modulo a zona, Orrico tentò di applicarlo anche all'Inter (facendo costruire la famosa "gabbia"): ma la squadra, legata al modulo con marcatura a uomo di matrice trapattoniana, non riuscì ad assimilare il nuovo sistema di gioco e deluse ben presto le aspettative dei tifosi. L'imprevista eliminazione ad opera del Boavista nel primo turno di Coppa UEFA fu la prima macchia stagionale di un'annata deludente. Fu sostituito da Luis Suárez ma l'Inter giungerà ottava rimanendo esclusa dalle coppe europee dopo 16 anni.[13][14]

Giuseppe Bergomi, capitano di lungo corso dei nerazzurri. Con la maglia dell'Inter 756 presenze e 28 reti totali

[modifica] Da Bagnoli a Marini: la seconda Coppa UEFA (1992-1994)

Nella stagione 1992-1993 la panchina passò nelle mani dell'esperto Osvaldo Bagnoli, già campione d'Italia con il Verona nel 1985 e che aveva ben figurato nelle stagioni precedenti con il Genoa, portandolo in Europa. Dopo un avvio stentato con tre sconfitte nelle prime 12 giornate proprio rinunciando a diversi "grandi nomi" e cercando l'amalgama fra i giocatori di seconda fascia, l'Inter in primavera trovò gioco e continuità. Assoluto protagonista l'uruguaiano Rubén Sosa che, acquistato in sordina in estate dalla Lazio, riuscì segnare alla fine ben 20 reti in 28 presenze, la maggior parte delle quali nel girone di ritorno. Di Sosa i tifosi nerazzurri apprezzarono subito la velocità, sembrando adatto per le gare in trasferta dove gli spazi sono maggiori e le sue doti di contropiedista vengono esaltate. Grazie al suo exploit, l'Inter vinse sei partite di seguito ed arrivò a riaprire il campionato con una bella rimonta finendo comunque il campionato al secondo posto a soli quattro punti dal Milan campione.

L'anno successivo le cose cambiarono: una campagna acquisti costosissima sembrava aver rafforzato la Beneamata e le aspettative della piazza e della dirigenza erano molto più ambiziose di 12 mesi prima. Tuttavia, come spesso accadde all'Inter di quel periodo, quelli che sulla carta sembravano acquisti di grande valore non risposero alle attese: Wim Jonk si dimostrò un centrocampista diligente ma troppo lento ma soprattutto, ed in questo Bagnoli ebbe probabilmente qualche responsabilità, l'olandese Dennis Bergkamp, talento purissimo dell'Ajax strappato alla concorrenza di mezza Europa per la cifra record di 25 miliardi di lire e considerato fra i migliori giocatori del mondo, non riuscì in alcun modo ad adattarsi al calcio italiano.

Se si aggiungono l'accentuarsi della parabola discendente di alcuni grandi campioni come Walter Zenga e Riccardo Ferri, veri "padroni" dello spogliatoio ma in rapporti molto tesi con la società, si possono meglio comprendere le difficoltà incontrate. I troppi infortuni, tra qui quello di Berti già a settembre, il mancato recupero di Ferri e Bianchi peggiorarono una situazione già compromessa.[15] La squadra non ingranò e si mantenne nella mediocrità del centroclassifica. Nella sesta giornata di ritorno, Bagnoli venne esonerato e subentrò Giampiero Marini, allenatore della Primavera.[16] Poco consola constatare che i risultati in seguito risultarono di gran lunga peggiori, tanto che l'Inter si salvò alla penultima giornata per un solo punto, il che fu l'indice di una squadra male assortita e di uno spogliatoio senza punti di riferimento carismatici; sono questi i problemi che tennero l'Inter lontana dalle posizioni di eccellenza per diversi anni a seguire.

In Coppa UEFA la marcia nerazzurra fu radicalmente diversa: venne raggiunta infatti la finale per la seconda volta dove l'Inter incontrò una squadra austriaca, il Casino Salisburgo. L'Inter si impose in entrambi i match per 1-0 sollevando così per la seconda volta il trofeo.[17][18]

L'era-Pellegrini era davvero agli sgoccioli: l'ultima decisione rilevante fu quella di assumere come tecnico Ottavio Bianchi e si entrò rapidamente nella nuova era Moratti.

[modifica] La presidenza di Massimo Moratti (1995-oggi)

[modifica] Da Bianchi ad Hodgson (1994-1997)

Massimo Moratti acquistò il club il 18 febbraio 1995

La vittoria della Coppa UEFA, la seconda nella storia dei nerazzurri, influì poco sui destini sportivi dell'Inter: la presidenza Pellegrini ormai era logora, sia dal punto di vista manageriale che economico e la differenza con il Milan di Berlusconi divenne sempre più evidente. La conduzione tecnica fu affidata ad Ottavio Bianchi ma il cammino in campionato fu pieno di stenti e tra i tifosi serpeggiava un malumore piuttosto evidente. I tempi per una svolta societaria parevano ormai maturi.

Il 18 febbraio 1995 avvenne il passaggio di consegne: Pellegrini cedette l'Inter, che tornò dopo 27 anni nelle mani della famiglia Moratti. Fu Massimo, figlio di Angelo, a prenderne le redini.[19] Il giorno dopo il nuovo presidente esordì al Meazza con un successo: l'Inter batté il Brescia per 1-0 ma l'attenzione della tifoseria fu rivolta al nuovo massimo dirigente dal cognome pesante e foriero di molte aspettative.[20] Il nuovo presidente decise di confermare il tecnico Bianchi e di cominciare ad inserire nella società personaggi ben noti e a lui molto cari: Sandro Mazzola come direttore sportivo, Giacinto Facchetti come direttore generale e Luisito Suárez come capo degli osservatori, tutti uomini-simbolo della Grande Inter degli anni sessanta. La stagione si concluse in rimonta: la squadra risalì la china della classifica ma alla fine non andò oltre la sesta posizione in campionato, conquistando soltanto all'ultima giornata la qualificazione per la Coppa UEFA.

Per la stagione seguente, la prima ad iniziare con Massimo Moratti presidente, la dirigenza decise di rinnovare la fiducia ad Ottavio Bianchi, che venne esonerato dopo quattro turni di campionato e rimpiazzato dall'inglese Roy Hodgson, già CT della Nazionale svizzera. A causa infatti dei numerosi impegni con essa al tecnico inglese venne affiancato Luis Suarez. La squadra concluse il campionato 1995-1996 al settimo posto, a 19 punti dal Milan campione d'Italia, mentre in Coppa UEFA fu clamorosamente eliminata al primo turno dal Lugano. In Coppa Italia, invece, i nerazzurri raggiunsero la semifinale, dove vennero eliminati dalla Fiorentina poi vincitrice del torneo.

La stagione 1996-97 dei nerazzurri partì bene e si concluse con il terzo posto, a 6 punti dalla Juventus campione d'Italia mentre in campo internazionale l'Inter fu artefice di un percorso molto positivo in Coppa UEFA raggiungendo la finale che mise i nerazzurri di fronte allo Schalke 04. A Gelsenkirchen finì 1-0 per i tedesci e lo stesso risultato fu al ritorno ma per l'Inter. Si andò così ai supplementari ed infine ai calci di rigore: Zamorano e Winter fallirono le due conclusioni consegnando così ai tedeschi la Coppa.[21] La sconfitta europea provocò le dimissioni di Hodgson, sostituito nelle ultime due giornate di campionato da Luciano Castellini, in attesa di ingaggiare un nuovo tecnico per la stagione futura.[22]

[modifica] La gestione Simoni: la terza Coppa UEFA (1997-1999)

L'estate 1997 segnò una svolta. Moratti ingaggiò l'allenatore Luigi Simoni e acquistò per 48 miliardi di lire dal Barcellona il fuoriclasse brasiliano Ronaldo, all'epoca considerato da molti come il più forte giocatore in circolazione, eletto Pallone d'oro nel dicembre di quell'anno.[23] Con l'innesto del Fenomeno, che mantenne un rendimento straordinario nel suo primo anno italiano, nella stagione 1997-98 la squadra tornò ad essere competitiva e a battersi per lo scudetto insieme a una delle rivali storiche, la Juventus.

I nerazzurri condussero la classifica per le prime 16 giornate e nonostante la vittoria del primo scontro diretto il 4 gennaio,[24] vennero sorpassati a metà torneo dai bianconeri, campioni d'inverno, complice una sconfitta casalinga contro il Bari (0-1) e un pareggio ad Empoli (1-1).[25] A quattro giornate dalla fine, con la Juventus capolista a quota 66 punti e l'Inter seconda a 65, le due rivali si affrontarono a Torino ma l'Inter perse 1-0 recriminando però per un mancato rigore che l'arbitro Ceccarini non diede.[26] Nel proseguimento dell'azione fu invece la Juventus a guadagnare il rigore. Simoni, infuriato dopo la mancata assegnazione del rigore all'Inter, entrò in campo con la palla ancora in gioco e fu trattenuto dagli addetti. Dopo l'assegnazione del rigore alla Juventus si diresse verso l'arbitro e gli gridò ripetutamente "Si vergogni!", per poi essere espulso. Successivamente Del Piero sbagliò il rigore, facendosi parare il tiro da Pagliuca. Nei turni successivi la squadra di Simoni perse ulteriore terreno dopo il pareggio in casa contro il Piacenza (0-0)[27] e soprattutto dopo la decisiva sconfitta a Bari per 2-1 contro i pugliesi, la vera e propria bestia nera dei nerazzurri negli anni novanta, il 10 maggio. Con una giornata d'anticipo la Juventus vinse così il campionato.

Il Pallone d'oro conquistato da Ronaldo nel 1997. Per il brasiliano 100 presenze e 59 reti tra il 1997 e il 2002

In Coppa UEFA anche quest'anno il cammino fu ottimo raggiungendo per la quarta volta in sette anni la finale. Al Parco dei Principi di Parigi, teatro del match, il 6 maggio, la squadra di Simoni incontrò la Lazio e la gara si incanalò subito sui binari nerazzurri: al 4' infatti, su un lungo lancio di Simeone, Zamorano fu bravo a evitare la trappola del fuorigioco e a battere Marchegiani in uscita. La rete permise ai nerazzurri di giocare di rimessa, mentre la Lazio dovette per forza sbilanciarsi alla ricerca del pari. I biancocelesti non furono in grande serata, l'Inter fu sempre pericolosa e al quarto d'ora del secondo tempo chiuse il conto. Dopo un angolo, Zanetti raccolse un colpo di testa all'indietro di Zamorano e lasciò partire uno splendido esterno destro che terminò il suo volo sotto l'incrocio, alla sinistra di Marchegiani. Con la Lazio tutta sbilanciata arrivò anche il 3-0, con un classico contropiede concluso personalmente da Ronaldo. L'Inter vinse la prima finale unica del torneo.[28]

Nell'estate 1998 venne confermato Simoni e grazie alla nuova formula dei preliminari e al secondo posto dell'anno precedente, l'Inter tornò in Coppa dei Campioni dopo nove anni.[29] Fu una delle stagioni più controverse e travagliate nella storia dell'Inter. Il mondiale restituì al club un Ronaldo affaticato ed in precarie condizioni fisiche attanagliato da una tendinopatia rotulea che necessitava di un’operazione. Ma i tempi si allungavano e lui continuava a sottoporre il ginocchio a sforzi e carichi di lavoro, fino a quando il tendine subì una parziale lacerazione. Il suo rendimento fu altalenante per tutta l'annata, un problema che, anche a livello psicologico, condizionò l'intera stagione nerazzurra e la coppia con Roberto Baggio, tanto sognata da Moratti, non avverò i desideri nerazzurri. L'avvicendamento inoltre di quattro allenatori non fruttò i miglioramenti sperati ed alla fine la squadra giunse ottava rimandendo fuori dalle coppe europee. In Champions League, superato il secondo turno preliminare, i nerazzurri capitarono in un girone duro, che, oltre a Spartak Mosca e Sturm Graz, comprende il Real Madrid campione uscente. Il girone venne superato come prima in classifica ma la squadra però venne eliminata ai quarti di finale dal Manchester United che avrebbe poi vinto la competizione.

[modifica] Da Lippi a Tardelli (1999-2001)

Marcello Lippi, esonerato dopo la prima giornata del campionato 2000-2001

Nell'estate del 1999 la dirigenza ingaggiò Marcello Lippi che, dopo un quinquennio alla Juventus, si era dimesso a febbraio per gli scarsi risultati ottenuti nella stagione precedente. La campagna acquisti esaltò l'ambiente ma la scelta dell'allenatore venne molto contestata a causa dei precedenti bianconeri del tecnico viareggino. In particolare non gli furono perdonate le sue prime disposizioni: Lippi pose infatti condizioni durissime, chiedendo alla società di non rinnovare il contratto del capitano Giuseppe Bergomi, che attendeva il rinnovo dopo un'annata positiva,[30] e di cedere Simeone alla Lazio in cambio del bomber Vieri. Una serie di infortuni ai giocatori-chiave però rese difficile per l'Inter la recita di un ruolo da protagonista in campionato. Inoltre, alle difficoltà tecnico-tattiche si mescolarono problemi di rapporti interpersonali: Lippi infatti ebbe diversi litigi con Panucci, culminati con alcune esclusioni,[31] e soprattutto con Baggio verso il quale nutrì un vero e proprio ostracismo. Baggio sostiene che tutto precipitò quando Lippi gli chiese in pratica di fare la spia nello spogliatoio poiché credeva che qualcuno gli remasse contro e lui rifiutò (anche se il tecnico ha sempre smentito questa versione).[32] Prima della partita di Verona, Lippi disse a Baggio che nell’Inter non c’era posto per lui e che avrebbe fatto meglio ad andar via. In quella gara l’Inter era sotto di un gol e, dopo il pareggio di Recoba, Baggio segnò il 2-1.[33] Quest'ultimo nello spogliatoio indossò un cappellino con la scritta "Matame, si no te servo", che significa "Uccidimi se non ti servo".[34] Al termine di una stagione travagliata l'Inter si piazzò quarta e vinse lo spareggio per l'ingresso in Champions League contro il Parma del 23 maggio per 3-1, grazie a due perle proprio di Roberto Baggio, le ultime in maglia nerazzurra. Avendo la Lazio vinto scudetto e coppa nazionale, la squadra nerazzurra si qualificò per la finale di Supercoppa Italiana in quanto finalista di Coppa Italia.

La stagione successiva si rivelò ancora una volta fallimentare. I meneghini furono estromessi clamorosamente dalla Champions League già ad agosto, nel terzo turno preliminare, dagli sconosciuti svedesi dell'Helsingborgs. La squadra perse anche la finale di supercoppa italiana contro la Lazio per 4-3 e la partita d'esordio in campionato con la Reggina (1-2 a Reggio Calabria), provocando il duro sfogo televisivo dell'allenatore Marcello Lippi, che si rivolse ai giocatori con toni rabbiosi.[35] A causa del clima creatosi nello spogliatoio, la dirigenza optò per l'esonero dell'allenatore toscano: due giorni più tardi sulla panchina dell'Inter fu chiamato Marco Tardelli. Malgrado il cambio della guida tecnica l'Inter stentò e, dopo un campionato condotto mediocremente i nerazzurri chiusero il campionato al quinto posto davanti ai cugini, qualificandosi in Coppa UEFA, ma il risultato non fu ritenuto sufficiente e Tardelli non venne confermato sulla panchina della squadra.

Al termine della stagione scoppiò lo scandalo dei passaporti falsi, riguardante la naturalizzazione illecita di alcuni calciatori extracomunitari: tra le società coinvolte figurò anche l'Inter per la vicenda della nazionalità di Álvaro Recoba. Il direttore sportivo Gabriele Oriali patteggiò 20.000 euro di ammenda e Recoba subì una squalifica totale di 2 anni, poi ridotta dalla FIGC a 6 mesi di squalifica nelle competizioni nazionali e internazionali con diffida.

[modifica] Il biennio di Cúper e la stagione con Zaccheroni (2001-2004)

Héctor Cúper, portò l'Inter ad una semifinale di Coppa dei Campioni/Champions League 22 anni dopo l'ultima volta

Nell'estate seguente Moratti decise di puntare su Héctor Cúper,[36] tecnico argentino reduce dalle brillanti stagioni precedenti durante le quali aveva sorprendentemente condotto il Valencia a due finali consecutive di Champions League (entrambe perse contro Bayern Monaco e Real Madrid). L'Inter raggiunse la vetta per alcune volte finché si arriva al 24 marzo quando, battendo la Roma nello scontro diretto di San Siro per 3-1, andò a +3 sui giallorossi e +4 sulla Juventus di Lippi.[37] Ma il vantaggio all'ultima giornata si ridusse ad un solo punto. Le tre squadre arrivarono così all'ultima gara, il 5 maggio, in questa delicata situazione di classifica: Inter 69, Juventus 68, Roma 67. Se per i giallorossi le speranze erano ormai flebili, la Juventus impegnata sul campo dell'Udinese sperava in un regalo della Lazio, che a Roma sfidava l'Inter. All'Olimpico l'ambiente era però ottimale per i nerazzurri dato che la stessa tifoseria biancoceleste, un po' per gli stretti rapporti d'amicizia coi meneghini, un po' per disprezzo nei confronti della sua dirigenza, era chiaramente disposta a sacrificare l'ingresso in zona UEFA pur di vedere trionfare i nerazzurri: già dopo 10 minuti di gioco la Juventus aveva risolto la pratica con i gol di Trezeguet e Del Piero. L'Inter andò in vantaggio due volte, la prima con Vieri mentre la seconda con Di Biagio, ma venne raggiunta in entrambe le reti da Poborský (il secondo gol del laziale è condizionato da un corto retropassaggio di Gresko). Nel secondo tempo accadde l'imponderabile: i nerazzurri crollarono sotto i colpi dei biancocelesti e la gara finì 4-2, subendo i gol prima dall'ex Simeone e poi da Inzaghi. A Udine scoppiò così la grande festa per il 26º scudetto bianconero e con la contemporanea vittoria della Roma a Torino, l'Inter finì addirittura terza, lasciando l'ambiente nerazzurro tra le lacrime e nello scoramento per un obiettivo inseguito 13 anni ed ancora una volta sfuggito.[38]

Il 12 dicembre 2001 scomparve a Milano l'avvocato Peppino Prisco, storico vice-presidente interista, ottantenne da pochi giorni. A fine anno Ronaldo, nel frattempo passato al Real Madrid, vinse il suo secondo Pallone d'oro.

L'anno seguente, nonostante la puntualità sotto rete di Christian Vieri, capocannoniere del torneo con 24 gol, la squadra arrivò seconda in campionato ancora dietro la Juventus mentre in Champions League, partita dal terzo turno preliminare, arrivò fino in semifinale contro il Milan (poi campione vincendo la finale contro la Juventus), nel primo derby di Milano nella storia delle coppe europee. Dopo lo 0-0 di Milan-Inter, il ritorno, Inter-Milan, finì 1-1. Al gol di Shevchenko in chiusura di primo tempo rispose all'84 il giovane Martins. Nei minuti finali il portiere rossonero Abbiati compì una prodigiosa parata su Kallon: i rossoneri passarono così il turno in virtù del gol segnato in trasferta.[39]

Nell'ottobre 2003 Cúper venne esonerato e sostituito da Alberto Zaccheroni che centrò il 4º posto, obiettivo minimo dell'Inter dopo una partenza amara ma a fine stagione il tecnico romagnolo non venne confermato per l'annata seguente.

[modifica] Il ciclo di Mancini (2004-2008)

[modifica] 2004-2005: La quarta Coppa Italia

Nel gennaio 2004, Massimo Moratti si dimise una seconda volta dalla carica di presidente (la prima era avvenuta il 6 maggio 1999, dopo le pesanti critiche ricevute per la scelta di affidare la squadra all'allenatore Roy Hodgson[40]), pur conservandone la proprietà, insieme a quattro componenti del consiglio di amministrazione. A subentrargli fu l'ex giocatore e bandiera nerazzurra Giacinto Facchetti, che restò in carica fino alla sua scomparsa, avvenuta nel settembre 2006.[41]

Il 16 giugno 2004 venne ufficialmente presentato come nuovo allenatore Roberto Mancini, che Moratti avrebbe voluto portare all'Inter, come calciatore, tra il 1995 e il 1997. La partenza dell'Inter in campionato fu caratterizzata da una serie di imbattibilità poco produttiva per via dell'elevato numero di pareggi, a novembre fu già fuori dalla lotta scudetto ed alla fine giunse terza in campionato dietro Juventus e Milan. Il club di Moratti fu comunque capace di mettere in bacheca un trofeo dopo sette anni. I nerazzurri conquistarono infatti la quarta Coppa Italia il 15 giugno 2005 nella finale contro la Roma, imponendosi sia all'andata che al ritorno: 2-0 allo Stadio Olimpico con una doppietta di Adriano e 1-0 al Meazza con gol di Mihajlović.

[modifica] 2005-2006: la 2ª Supercoppa italiana, la 5ª Coppa Italia, il 14º scudetto

La compagine meneghina cominciò il 2005-06 con il piede giusto: il 20 agosto 2005 si aggiudicò la seconda Supercoppa Italiana della sua storia dopo quella del 1989, grazie a una rete di Juan Sebastián Verón nei supplementari contro la Juventus al Delle Alpi (1-0).[42]

I festeggiamenti per la quinta Coppa Italia

Il campionato partì proprio con la fuga dei bianconeri. Soltanto Milan e Inter furono in grado di mantenere l'impetuoso passo degli uomini di Capello, prima che un vistoso calo dei rossoneri permettesse ai nerazzurri di occupare stabilmente la seconda piazza della classifica. Col derby d'Italia di ritorno, disputato a marzo, l'Inter cercò una rimonta che avrebbe avuto dell'incredibile ma venne sconfitta per 2-1 a San Siro con gol decisivo di Del Piero. Unito alla precedente sconfitta con la Fiorentina, il passo falso favorì il notevole recupero del Milan, capace di rimontare 14 punti all'Inter e 11 alla Juventus. Alla fine però il podio fu quello dell'annata precedente: Juventus prima, Milan secondo ed Inter terza, stando alla classifica al termine dell'ultima giornata, il 14 maggio 2006. Ai nerazzurri sembrò, così, restare ancora una volta la Coppa Italia, che vinsero per la seconda volta consecutiva e nuovamente contro la Roma. Dopo il pareggio all'Olimpico (1-1) al ritorno la formazione milanese prevalse per 3-1, conquistando il trofeo per la quinta volta nella sua storia.[43]

Il 26 luglio invece, la FIGC assegnò all'Inter il quattordicesimo scudetto della sua storia, sulla base della classifica stilata dopo le sentenze della giustizia sportiva nell'ambito di Calciopoli. La decisione arrivò dopo aver recepito il parere consultivo di una Commissione, composta da Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi, sul quesito riguardante l'assegnazione del titolo di campione d'Italia in caso di modifica della classifica finale del campionato.[44]

Con la retrocessione in B della Juventus per illecito sportivo, l'Inter rimase l'unica società calcistica italiana ad aver disputato tutte le edizioni della Serie A.

[modifica] 2006-2007: la terza Supercoppa italiana e il 15º scudetto

Roberto Mancini, guidò l'Inter ad un nuovo Scudetto dei record, 18 anni dopo quello di Trapattoni

Il 26 agosto l'Inter si presentò alla sfida di Supercoppa Italiana a San Siro come favorita, con la coccarda della Coppa Italia sulla manica sinistra della maglia e lo scudetto sul petto (in passato l'accoppiata era riuscita solo a Torino, Juventus, Napoli e Lazio). Tuttavia la squadra andò subito sotto di 3 reti, recuperate nel corso della partita grazie alla doppietta di Patrick Vieira e ad un gol di Hernán Crespo. Una punizione di Luís Figo fissò nei tempi supplementari il risultato sul 4-3 per la formazione nerazzurra e le consegna la terza Supercoppa Italiana della sua storia, la seconda consecutiva.

Pochi giorni dopo la vittoria in Supercoppa un grave lutto colpì l'Inter, oscurando l'atmosfera di ottimismo in vista della nuova stagione: il 4 settembre 2006 scomparve a Milano dopo alcuni mesi di grave malattia il presidente Giacinto Facchetti, già bandiera nerazzurra negli anni sessanta e settanta e della Nazionale.[45] A seguito del triste evento, il 6 settembre dello stesso anno, Massimo Moratti riprese il ruolo di presidente del club.

Nella stagione 2006-07 l'Inter tornò a dominare la scena italiana, occupando stabilmente la vetta della classifica di Serie A con molti punti di vantaggio sulla seconda vincendo pure il ritorno del derby contro il Milan (2-1 dopo il 4-3 dell'andata). Il 18 aprile subì la prima e unica sconfitta in campionato, ad opera della Roma, seconda in classifica e vittoriosa per 3-1 a San Siro. Si trattò della prima sconfitta dopo 39 partite consecutive di imbattibilità in tutte le competizioni, giunta proprio nella sfida che avrebbe potuto decretare matematicamente il primo posto. La festa, però, venne rimandata di soli quattro giorni. Il 22 aprile, infatti, i nerazzurri conquistarono il loro 15º scudetto, con 5 giornate di anticipo sulla fine del campionato (record italiano eguagliato), vincendo 2-1 contro il Siena in trasferta grazie a due gol di Marco Materazzi ed alla contemporanea sconfitta della Roma a Bergamo contro l'Atalanta. La vittoria dello scudetto fu caratterizzata da una lunga serie di record, tra cui il primato dei punti conquistati (97), delle vittorie consecutive in campionato (17, record storico assoluto in Serie A), delle vittorie in una sola stagione (30), delle vittorie in trasferta (15), delle vittorie consecutive in trasferta (11), della media inglese (+21). Anche il cammino in Coppa Italia fu positivo, con il raggiungimento della terza finale consecutiva, per la terza volta contro la Roma. Non era mai accaduto prima che le stesse squadre si fossero sfidate in finale per tre anni di fila. Nella finale di andata l'Inter, appena vittoriosa in campionato, venne nettamente battuta dalla Roma all'Olimpico per 6-2, mentre nella gara di ritorno vinse per 2-1, ma fu la Roma a sollevare la coppa.

[modifica] 2007-2008: il 16º scudetto nella stagione del centenario

Zlatan Ibrahimović, 117 presenze e 66 reti totali con l'Inter

La stagione 2007-08, che condusse l'Inter nel novero delle società centenarie il 9 marzo 2008, si aprì il 19 agosto 2007 con la sconfitta casalinga contro la Roma per 1-0 nella ventesima edizione della Supercoppa italiana e nella quinta partita di Supercoppa giocata tra Inter e Roma nelle ultime quattro stagioni, nonché quattordicesima sfida in generale tra i due club nell'arco di poco più di tre anni.

All'inizio del campionato il cammino della squadra ricalcò le orme della strepitosa stagione precedente. L'Inter si laureò campione d'inverno con due giornate d'anticipo dalla fine del girone d'andata, chiudendo in testa a quota 49 punti (15 vittorie e 4 pareggi), con un vantaggio di 7 lunghezze sulla seconda (Roma) e 12 sulla terza (Juventus). Inoltre migliorà il record di vittorie consecutive tra campionato e coppe stabilito l'anno precedente, portandosi a quota 13 rispetto alle 11 affermazioni della passata stagione. Come nella stagione precedente, fu Ibrahimović il leader della squadra, che beneficiò dei suoi gol e dei suoi assist. A fine girone d'andata lo svedese, insieme a David Trezeguet, fu infatti il capocannoniere (grazie ad un maggior numero di rigori battuti e realizzati) con 13 gol.

Dalla fine di febbraio alla fine di marzo (dalla 24ª alla 31ª giornata) la squadra di Mancini attraversò, tuttavia, un periodo opaco in cui dilapidò in parte il vantaggio accumulato sulla Roma, che recuperò 7 punti e si portò a 4 lunghezze di distacco. Nel corso di questo periodo giunse per i nerazzurri la prima sconfitta dopo 31 partite utili consecutive in campionato, contro il Napoli, che si impose in casa per 1-0. I milanesi non perdevano in Serie A da 31 partite (18 aprile 2007, 1-3 contro la Roma). Dalla 32ª alla 35ª giornata i nerazzurri ottennero, poi, 4 vittorie consecutive, ma in seguito persero il derby contro il Milan per 2-1 e pareggiarono in casa contro il Siena 2-2 (quest'ultimo risultato fu condizionato da un calcio di rigore fallito da Marco Materazzi). A una giornata dalla fine l'Inter conservava un punto di vantaggio sulla Roma. Domenica 18 maggio, dopo una partita sofferta nelle battute iniziali contro il Parma, in trasferta e con la tifoseria nerazzurra della città al seguito (il divieto imposto dalla prefettura di Parma valeva solo per i nerazzurri provenienti dal resto d'Italia[46]), la squadra riuscì ad imporsi sui rivali per 2-0 grazie a due gol di Ibrahimović (rientrante da un infortunio che lo aveva tenuto fuori dai campi di gioco per quasi due mesi) e si laureò Campione d'Italia[47] per la sedicesima volta nella sua storia con tre punti di vantaggio sulla Roma. In Coppa Italia venne raggiunta ancora la finale ma i nerazzurri furono sconfitti dalla Roma per 2-1.

[modifica] Il biennio di Mourinho: dai successi nazionali alla terza Champions League (2008-2010)

[modifica] 2008-2009: Il 17º scudetto e la quarta Supercoppa italiana

José Mourinho, all'Inter dal 2008 al 2010

A fine stagione Mancini venne sostituito dal portoghese José Mourinho.[48] Il 24 agosto l'Inter vinse il primo trofeo dell'era Mourinho: la Supercoppa italiana. L'obiettivo fu raggiunto battendo la Roma ai calci di rigore per 8-7 (2-2 al termine dei tempi supplementari) al termine di una partita combattuta.[49]

La squadra dominò il campionato 2008-09 conquistandolo con due giornate d'anticipo, il 16 maggio 2009, grazie alla sconfitta del Milan con l'Udinese nell'anticipo della 36ª giornata che laureò l'Inter Campione d'Italia per la 17ª volta nella sua storia,[50] agganciando i rossoneri nel palmarès italiano. Anche quell'anno fu notevole il contributo di Ibrahimović, capocannoniere con 25 reti: erano esattamente cinquant'anni che uno straniero nell'Inter non veniva incoronato re dei bomber (l'ultimo fu Angelillo nel 1958-59).

[modifica] 2009-2010: il 18º scudetto, la 6ª Coppa Italia e la 3ª Champions League

Diego Milito, protagonista del treble nerazzurro

Nell'estate 2009 lasciò l'Inter Zlatan Ibrahimović, che approdò al Barcellona in cambio di Samuel Eto'o e un sostanzioso conguaglio. Gli altri acquisti nerazzurri furono il difensore Lúcio, il centrocampista Thiago Motta, l'attaccante Diego Milito[51] e il trequartista Wesley Sneijder. La stagione si aprì con la sconfitta contro la Lazio per 2-1 a Pechino in Supercoppa italiana.[52]

L'Inter volò in testa solitaria all'ottava giornata, allungò notevolmente sulle dirette concorrenti e nonostante la sconfitta nello scontro diretto con la Juventus rimase comunque in vetta, mantenendola fino a laurearsi campione d'inverno con una giornata d'anticipo. Alla ventesima giornata il distacco si ridusse a 6 a causa del pareggio col Bari e della vittoria del Milan sul Siena. Nel derby, i rossoneri tentarono un clamoroso riavvicinamento ma l'Inter vinse 2-0 (nonostante la squadra fosse rimasta in 10 uomini alla mezz'ora). Alla 25ª giornata si fece avanti prepotentemente la Roma, che veniva da una lunga striscia di risultati utili, portatasi a -5 dall'Inter grazie al pareggio interno per 0-0 con la Sampdoria. Alla 31ª si svolse all'Olimpico lo scontro diretto con i giallorossi, che vinsero per 2-1, riducendo lo svantaggio ad 1 solo punto. Alla 33ª ci fu il sorpasso: l'Inter pareggiò a Firenze nell'anticipo mentre la Roma vinse in casa con l'Atalanta. Alla 35ª il controsorpasso, con l'Inter che vincendo la sua gara, a differenza della Roma che veniva sconfitta in casa dalla Sampdoria, poté riportarsi in vetta con 2 punti di vantaggio, vantaggio che rimane invariato fino all'ultima giornata quando l'Inter vinse il suo 18º scudetto a Siena, il 16 maggio, imponendosi per 1-0 con gol di Milito nel secondo tempo.[53]

Samuel Eto'o, 102 presenze e 53 reti totali in nerazzurro

In Coppa Italia i nerazzurri arrivarono per la dodicesima volta in finale dopo aver battuto il Livorno, la Juventus e la Fiorentina (doppio 1-0). In finale venne sconfitta la Roma all'Olimpico per 1-0 con gol di Milito, nella quinta finale contro i giallorossi delle ultime sei edizioni.[54]

In Champions League l'Inter fu sorteggiata in un girone difficile con i campioni di Spagna e d'Europa del Barcellona dell'ex Ibrahimović, con i campioni d'Ucraina della Dinamo Kiev dell'ex rossonero Shevchenko e con i campioni di Russia del Rubin Kazan. Superato il turno al secondo posto dietro i catalani,[55] l'Inter agli ottavi di finale trovò il Chelsea dell'ex allenatore rossonero Carlo Ancelotti. L'andata terminò 2-1 grazie alle reti di Milito e Cambiasso (momentaneo pareggio di Kalou).[56] Anche nel ritorno i nerazzurri prevalsero (1-0, rete di Eto'o), centrando un successo in trasferta contro una squadra inglese dopo sette anni (l'ultima vittoria, 3-0 ad Highbury contro l'Arsenal, risaliva al 2003), e presentandosi così ai quarti di finale dopo quattro anni.[57] Nei quarti fu la volta dei russi del CSKA Mosca che vennero liquidati con un doppio 1-0 firmato Milito all'andata con un destro dal limite dell'area[58] e Sneijder nel ritorno su punizione.[59] In semifinale ai nerazzurri toccò affrontare ancora il Barcellona. L'Inter vinse la partita di andata per 3-1 con i gol di Sneijder, Maicon e Milito che rimontarono l'iniziale svantaggio firmato Pedro.[60] Nel ritorno al Camp Nou l'Inter soffrì, subendo il gioco dei catalani e chiudendosi a difesa della propria area perché ridotta in 10 uomini dopo mezz'ora per l'espulsione di Thiago Motta. Pur subendo un gol da Piqué a cinque minuti dalla fine, la squadra resistette e si qualificò per la finale a 38 anni dall'ultima volta.[61] Il 22 maggio a Madrid battendo il Bayern Monaco con due gol di Milito, l'Inter conquistò la sua terza Coppa dei Campioni dopo 45 anni, realizzando così una storica tripletta mai riuscita a nessun'altra squadra italiana.[62] Inoltre con quest'ultimo successo, l'Inter divenne la seconda squadra italiana alle spalle del Milan per numero di Coppe dei Campioni conquistate, scavalcando la Juventus, mentre il tecnico portoghese diventò il terzo allenatore, dopo Ernst Happel e Ottmar Hitzfeld, a vincere due Champions League con due club diversi. Al termine della stagione chiuse la sua esperienza in Italia trasferendosi in Spagna, alla corte del Real Madrid.

[modifica] Dal primo Mondiale per club alla settima Coppa Italia (2010-oggi)

[modifica] 2010-2011: 5ª Supercoppa italiana, Mondiale per club, 7ª Coppa Italia

L'attuale capitano Javier Zanetti, recordman di presenze in maglia nerazzurra

Il 10 giugno 2010 venne ufficializzato l'ingaggio del nuovo allenatore, lo spagnolo Rafael Benítez. Lo storico treble dell'annata precedente permise all'Inter di partecipare, oltre che alla consueta Supercoppa italiana, per la prima volta anche alla Supercoppa europea e al Mondiale per club. Il 21 agosto, i nerazzurri affrontarono la Roma, finalista di Coppa Italia, nel trofeo italiano per la quarta volta nella ultime cinque edizioni, battendola per 3-1 grazie al gol di Pandev e alla doppietta di Eto'o che rimontano l'iniziale vantaggio di Riise.[63] In Supercoppa UEFA, il 27 agosto, però le cose andarono diversamente in quanto l'Inter perse il trofeo contro l'Atletico Madrid per 2-0 a causa delle reti di Reyes e Agüero ed insieme ad esso anche la possibilità di vincere sei trofei nell'arco di un anno solare come fece il Barcellona nella stagione precedente.[64] La partita di semifinale della Coppa del Mondo per club si giocò il 15 dicembre contro i sudcoreani del Seongnam battuti dalla formazione nerazzurra per 3-0 con reti di Stanković, Zanetti e Milito; l'Inter si aggiudicò quindi il diritto di giocare la finale della competizione che si disputò il 18 dicembre contro i campioni africani del Mazembe, prima squadra non europea e non sudamericana ad accedere alla finale della competizione. La partita finì 3-0 per i nerazzurri, che si consacrarono Campioni del Mondo per la terza volta nella loro storia.

Una formazione dell'Inter 2011-2012. In seconda fila in piedi da sinistra Júlio César, Álvarez, Pazzini, Chivu, Lúcio, Samuel. In prima fila da sinistra: Zanetti, Cambiasso, Obi, Nagatomo, Milito

Il 23 dicembre, tuttavia, Benítez e la dirigenza decisero di rescindere consensualmente il contratto anche a causa delle dichiarazioni rilasciate dal tecnico spagnolo subito dopo la vittoria di Abu Dhabi.[65] Il nuovo allenatore divenne il brasiliano Leonardo, ex giocatore e allenatore del Milan. I nerazzurri tentarono la rincorsa sul Milan capolista ma alla fine giunsero secondi, qualificandosi comunque alla Champions League per la decima volta consecutiva (record italiano).[66] In Champions League la squadra fu eliminata nei quarti di finale dallo Schalke 04 mentre il 29 maggio 2011 conquistò la settima Coppa Italia della sua storia vincendo 3-1 contro il Palermo.

[modifica] 2011-2012: da Gasperini a Ranieri

Il 24 giugno 2011, con un comunicato sul suo sito ufficiale, l'Inter annuncia la scelta del tecnico Gian Piero Gasperini come nuovo allenatore della prima squadra;[67] l'ufficialità dell'ingaggio arriva il 1º luglio.[68] L'ex tecnico genoano prende il posto di Leonardo, accasatosi al Paris Saint-Germain come direttore sportivo.[69] L'esordio ufficiale sulla panchina dell'Inter avviene il 6 agosto 2011, in concomitanza con la sconfitta rimediata per 2-1 in Supercoppa italiana ad opera del Milan.[70] Il 21 settembre 2011, Gasperini viene sollevato dall'incarico di allenatore dell'Inter, dopo la sconfitta per 3-1 subita sul campo del Novara, nella gara valida per la quarta giornata di campionato.[71] L'esonero arriva dopo quattro sconfitte ed un pareggio tra campionato, Champions League e Supercoppa Italiana. Il 22 settembre 2011, gli subentra il romano Claudio Ranieri, che firma un contratto fino al 30 giugno 2013.[72]

[modifica] Note

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  2. ^ a b c Federico Pistone, Inter - 1908-2008: Un secolo di passione nerazzurra, Diemme.
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  4. ^ «Il verdetto arbitrale per la fusione della Federazione e della Confederazione». Gazzettino dello Sport, 26 giugno 1922.
  5. ^ Stefano Olivari. «L'Inter non retrocede». blog.guerinsportivo.it, 6 marzo 2011. URL consultato in data 14 gennaio 2012.
  6. ^ TORfabrik. URL consultato il 28-6-2008.
  7. ^ 1970-1979: Una lattina per alleata. URL consultato il 14-12-2009.
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  72. ^ Ranieri all'Inter: oggi il 1° allenamento. inter.it, 22 settembre 2011. URL consultato il 22 settembre 2011.
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