Stephen Glass
Stephen Glass (1972) è un giornalista statunitense. Molto noto nella seconda metà degli anni novanta, cadde in disgrazia in seguito alla scoperta che la maggior parte dei suoi scoop giornalistici erano in realtà inventati di sana pianta. La storia dell'ascesa e della caduta di Glass è raccontata nel film del 2003 L'inventore di favole.
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[modifica] Infanzia e giovinezza
Stephen Glass crebbe a Chicago (Illinois). Frequentò l'università della Pennsylvania, dove fu il direttore esecutivo del The Daily Pennsylvanian, il giornale degli studenti universitari. Laureatosi, giunse presto agli onori della cronaca iniziando a scrivere articoli per il The New Republic all'età di soli 23 anni. Coniugava il suo lavoro a tempo pieno per il The New Republic, scrivendo occasionalmente pezzi anche per altre riviste quali Policy Review, George, Rolling Stone e Harper's.
[modifica] Lo scandalo del The New Republic
Lo scandalo, che avrebbe sconvolto la vita di Glass e avrebbe per sempre cambiato il mondo del giornalismo, non scoppiò all'improvviso, ma avvenne gradualmente, visto che vi erano già stati alcuni campanelli d'allarme sull'attendibilità del giovane giornalista. Nel 1997 Joe Galli del College Republican National Committee e David Keene dell'American Conservative Union, scrissero una lettera al New Republic con la quale accusavano Glass di aver inventato il suo articolo "Spring Breakdown" (Festa di primavera), nel quale il giornalista scrisse dell'ipocrisia dei giovani delegati repubblicani, dediti all'alcool, alla droga e alla prostituzione, e del tutto indifferenti al convegno del partito tenutosi nel 1997. Nel Marzo dello stesso anno, la D.A.R.E. (un programma di educazione internazionale contro l'abuso di droga) accusò Glass di menzogne per l'articolo "Don't you D.A.R.E." (Non osare. Titolo ad effetto grazie ad un gioco di parole con il nome dell'associazione). In un articolo del dicembre 1996 chiamato "Hazardous to your mental health" (Rischioso per la vostra salute mentale), Glass si scagliò contro il Center for Science in the Public Interest. L'articolo portò alla stesura di una lettera da parte del Centro nella quale si accusava Glass di inaccortenza, distorsioni e addirittura di plagio. Infine l'articolo del giugno 1997 "Peddling poppy" (Spacciando l'oppio), nel quale Glass parlò di una conferenza tenutasi alla Hofstra University in cui intervenne l'ex Presidente USA George H.W. Bush, portò ad una lettera scritta dai responsabili dell'ateneo alla rivista di Glass nella quale si rimarcavano gli errori del giornalista. In seguito il proprietario della rivista Martin Peretz avrebbe ammesso che sua moglie ebbe modo di dirgli che trovava gli articoli di Glass incredibili e che aveva smesso di leggerli. Ad ogni modo il New Republic continuava a supportare il giovane Glass e il suo lavoro, ed addirittura il direttore della rivista Michael Kelly scrisse una durissima lettera al C.S.P.I. apostrofandoli come bugiardi, a chiedendo pubbliche scuse per Glass.
Stephen Glass fu infine scoperto nel maggio 1998. La storia che portò alla fine della sua carriera apparve sul New Republic il 18 maggio 1998, col titolo di "Hack Heaven" (Paradiso degli hacker), nella quale Glass raffigurò fatti che per la loro natura apparivano quasi usciti da un film. Glass scrisse il pezzo parlando in prima persona, dando cioè come l'impressione che la scena si svolgesse davanti a lui. L'articolo così iniziava:
Ian Restil, un hacker di 15 anni che sembra più una versione adolescente di Bill Gates, fa i capricci. "Voglio più soldi. Voglio una Mazda. Voglio un viaggio a Disney World. Voglio il primo numero dei fumetti di X-Men. Voglio un abbonamento a vita a Playboy, e poi a Penthouse. Fatemi vedere i soldi! Fatemi vedere i soldi!"...
In pratica Glass scrisse di un ragazzino che era riuscito ad infiltrarsi nella rete informatica di una grossa azienda produttrice di software della California, la Jukt Micronics, e che i dirigenti di tale società, stupiti dalla sorprendente bravura del ragazzo, lo avevano addirittura assunto per garantire la sicurezza del sistema informatico dell'azienda. Subito dopo la pubblicazione di "Hack Heaven", il giornalista di Forbes.com Adam Penenberg, lo lesse ed iniziò a fare delle ricerche. Non riuscì a trovare nemmeno una prova che la Jukt Micronics o qualcuno delle persone menzionate nella storia esistessero davvero. Quando Penenberg e Forbes ne parlarono con il New Republic, Glass si giustificò affermando di essere stato ingannato dalle sue fonti. Tuttavia il direttore del New Republic, Charles "Chuck" Lane, avendo già dei sospetti, fece a sua volta ricerche e chiese a Glass di accompagnarlo nei luoghi dove, secondo il giornalista, si erano dovuti svolgere i fatti, l'Hyatt Hotel di Bethesda (dove secondo il racconto di Glass Restil si sarebbe incontrato con i dirigenti della Jukt), e la sala conferenze dove Restil partecipava ad un convegno di hacker. Glass aveva descritto i dettagli dell'incontro e insistette con Lane che la storia era reale, tuttavia Lane scoprì che la sala conferenze era chiusa il giorno in cui Glass aveva ambientato la storia. Inoltre Lane chiamò un numero telefonico di Palo Alto in California datogli da Glass che avrebbe dovuto corrispondere al Presidente della Jukt Micronics. Lane effettivamente parlò con un uomo che si presentò come George Simms, Presidente del gruppo informatico. Quando poi Lane scoprì, grazie ad un altro giornalista del New Republic, che Glass aveva un fratello alla Stanford University a Palo Alto, da dove "Simms" aveva chiamato, capì che Glass aveva chiesto al fratello di fingersi Simms. A questa scoperta seguì l'immediato licenziamento di Glass. Un'inchiesta interna del New Republic rivelò che Glass aveva creato un sito web civetta, e un falso numero telefonico attraverso i quali Glass faceva condurre le ricerche della veridicità degli articoli che scriveva.
Il New Republic in seguito rivelò che almeno 27 dei 41 articoli scritti da Glass per la rivista erano in parte o completamente falsi. Alcuni come "Don't you D.A.R.E." erano un mix di vero e falso, mentre altri come "Hack Heaven" erano completamente inventati. Dei rimanenti 14 articoli, Lane disse in seguito: "Infatti, ci scommetterei che anche molto di quanto raccontato negli altri quattordici sia falso. Probabilmente stiamo garantendo la veridicità di quei quattordici, ma probabilmente sono falsi". Anche Rolling Stone, George e Harper's in seguito condussero attente ricerche sugli articoli scritti per loro da Glass, ma non trovarono nulla di compromettente, solo George scoprì che Glass aveva falsificato delle citazioni in un pezzo scritto per loro, e si scusò con i lettori e gli interessati.
Alcuni dei più famosi commentatori americani giudicarono la scoperta dei falsi di Glass come una pietra miliare nella storia del giornalismo on-line, essendo il pezzo di denuncia dei falsi di Glass apparso sul sito web di Forbes.[1]
[modifica] L'inventore di favole (Shattered Glass)
La storia di Glass è stata efficacemente raccontata nel film L'inventore di favole (Shattered Glass in inglese, giocando sul significato del cognome del giornalista "vetro", quindi "vetro in frantumi"). Stephen Glass è stato interpretato da Hayden Christensen.
[modifica] Carriera recente
Dopo il suo licenziamento e la fine della sua carriera di giornalista, Stephen Glass si è laureato in legge alla Georgetown University. Nel 2003 apparve in televisione per pubblicizzare il suo romanzo autobiografico "The Fabulist". Intervistato da Steve Kroft per il famoso programma giornalistico della CBS 60 Minutes, disse "Volevo che loro pensassero che io fossi un buon giornalista, una brava persona. Volevo che loro amassero le mie storie così avrebbero amato me". Sempre nel 2003, Glass è tornato brevemente al giornalismo scrivendo un articolo per Rolling Stone sulle leggi sull'uso di marijuana in Canada.
Glass attualmente vive a Los Angeles e sta lavorando come assistente legale per un studio giuridico della città.
[modifica] Ulteriori letture
- Glass, Stephen. The Fabulist (2003). Simon and Schuster, 352 p. ISBN 0-7432-2712-3
- Very few of the articles that Glass wrote for The New Republic are still available online. Below are links to some of those articles which Glass is suspected of fabricating in part or in whole:
- “Mrs. Colehill Thanks God For Private Social Security”, June 1997, for Policy Review magazine. PDF format.
- “Probable Claus”, published January 6 & 13, 1997
- “Don't You D.A.R.E.”, published March 3, 1997
- “Writing on the Wall”, published March 24, 1997
- "Slavery Chic", published July 14 & 21, 1997
- “The Young and the Feckless”, published Sept. 15, 1997
- “Washington Scene: Hack Heaven”, published May 18, 1998
[modifica] Note
- ^ Il famoso articolo online di Adam Penenberg apparso sul sito di Forbes il 11/5/1998 (fu salutato come una svolta per il giornalismo su Internet): "Lies, damn lies and fiction which reveals Stephen Glass' fabrication"
[modifica] Collegamenti esterni
- First statement and second statement by The New Republic on the Glass scandal, June 1998 (Archive.org copies).
- Stephen Glass archive at forbes.com (includes Adam Penenberg's 11 May 1998 article, "Lies, damn lies and fiction")
- Salon.com: Hacker heaven, editors' hell
- Stephen Glass: I Lied For Esteem - Interview on CBS News' 60 Minutes
- "Remembrance of Things Passed: How my friend Stephen Glass got away with it, by Jonathan Chait
- "Disgraced Author Seeks Faith" and "Journalistic Fake-Out Before Blair" at The Jewish Journal of Los Angeles
- 1999 Glass letter admitting fabrications in TNR article "Don't You D.A.R.E."
- "Through a Glass Darkly", The Pennsylvania Gazette
- A Tissue of Lies: The Stephen R. Glass Index - Complete index of Glass articles, with known fabrications marked.
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