Stazione Termini (film)

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Stazione Termini
J.Jones M.Clift Stazione Termini 1953.jpg
Jennifer Jones (Mary Forbes) e Montgomery Clift (Giovanni Doria) in una scena di "Stazione Termini".
Titolo originale Stazione Termini
Paese di produzione Italia, Stati Uniti
Anno 1953
Durata 93 min
Colore B/N
Audio sonoro
Rapporto 1.37 : 1
Genere drammatico
Regia Vittorio De Sica
Soggetto Cesare Zavattini
Sceneggiatura Cesare Zavattini, Luigi Chiarini, Giorgio Prosperi
Produttore Produzione film Vittorio De Sica, David O. Selznick
Fotografia Aldo Graziati (G.R.Aldo), Oswald Morris
Montaggio Eraldo Da Roma
Musiche Alessandro Cicognini, diretta da Franco Ferrara
Scenografia Virgilio Marchi
Costumi Christian Dior per gli abiti della Jones
Trucco Romolo De Martino
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

Stazione Termini è un film del 1953 diretto da Vittorio De Sica. Nella versione inglese il film è conosciuto con il titolo “Indiscretion on an American Wife”.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Mary Forbes, una americana di Philadelphia in visita presso la sorella che vive a Roma, decide improvvisamente di tornare a casa per troncare la travolgente relazione che ha avviato con Giovanni Doria, un giovane insegnante italiano, ma americano per parte di madre, che ha conosciuto casualmente in Piazza di Spagna. Mary vuole tornare dal marito a dalla sua bambina, Katy, guarita da poco da una malattia e chiede al nipote di portargli il bagaglio alla Stazione Termini.

Giovanni viene informato del suo proposito e si precipita alla Stazione per tentare di far cambiare idea alla donna. Di fronte alla passione di Giovanni ed alla sua richiesta di fermarsi in Italia per vivere con lui, la volontà di Mary vacilla e lascia che il treno che voleva prendere parta senza di lei.

Attorniati dalle vicende, ora drammatiche, ora curiose, delle tante persone che si muovono nella Stazione, i due innamorati, attorniati dalla folla, discutono del loro destino vagando tra i binari ed i marciapiedi, sino a quando Giovanni, irritato per l’indecisione di Mary, la schiaffeggia davanti a tutti e se ne va. Lei decide di prendere il treno successivo diretto a Parigi, da dove potrà poi proseguire per gli Stati Uniti in aereo.

Ma la loro separazione è brevissima: lui torna a cercarla e la ritrova, rischiando anche di essere travolto da un treno; lei lo perdona ed alla ricerca finalmente di un po' di intimità, i due si appartano su un vagone ferroviario fermo sui binari. La loro presenza viene però segnalata da un ferroviere e, sorpresi in atteggiamento “equivoco” da una pattuglia di agenti, i due amanti vengono fermati e portati al Posto di Polizia della Stazione.

Qui Mary confessa a Giovanni la sua decisione di restare con lui in Italia, pur consapevole del dolore che questa scelta provocherà. Ma quando arriva il Commissario, essi apprendono che il loro comportamento può essere causa di un processo, con conseguente scandalo. Di fronte allo smarrimento dei due, il Commissario decide di non dar corso all’azione penale, ma fa capire chiaramente che questa sua decisione è condizionata al fatto che Mary riparta per gli Stati Uniti.

Mentre Mary Forbes parte con quel treno per Parigi, Giovanni si allontana sconvolto dalla Stazione: ormai non può fare più nulla perché lei gli rimanga accanto.

Altre notizie[modifica | modifica sorgente]

Genesi del film[modifica | modifica sorgente]

Secondo Franco Pecori[1], «la delusione per l’accoglienza di Umberto D ed anche il suo insuccesso finanziario portano, su consiglio del produttore Marcello Girosi[2], De Sica in America[3]. De Sica si recò prima a New York[4] e poi andò ad Hollywood, dove “Umberto D” fu proiettato in una casa alla presenza, tra gli altri, di Charlie Chaplin che ne fu «profondamente commosso[5]». Durante il soggiorno negli USA De Sica riceve diverse proposte di lavoro, tra cui una di Howard Hughes di dirigere un film ambientato a Chicago[6], ma i due non trovano l’accordo perché Hughes pensava a scene riprese negli "studios" di Hollywood, mentre De Sica voleva girarle per la strada.[7]. Alla fine non se ne fece niente.

La protagonista Jennifer Jones che, in una scena del film. si aggira in una Stazione Termini spettrale.

Viene contattato dal produttore David O. Selznick (quello di Via col vento) che, molto interessato al cinema neorealistico italiano, aveva acquistato un soggetto di Zavattini, inizialmente destinato ad essere diretto[8] dal regista francese Claude Autant-Lara e ad avere quali interpreti Ingrid Bergman e Gérard Philipe. Ma quando il regista francese venne a visitare la Stazione Termini, ritenne che non fosse possibile utilizzarla come "set" e chiese che ne fosse ricostruita appositamente una "finta". «Sarebbe costato un miliardo», raccontò De Sica.[9] Quella ipotesi quindi sfumò.

Secondo Pecori[10] De Sica «accettò la proposta di Selznick quasi per scommessa». Riteneva il soggetto di Stazione Termini molto bello, ma difficile da realizzare, in quanto comportava «un tremendo lavoro di ricostruzione». «De Sica desiderava da tempo – scrive De Santi[11] - fare un film con un budget ed un cast internazionali, senza la solita penuria di mezzi».

Ne “Il mestiere del critico: Guido Aristarco[12]" viene riportata a tale proposito questa opinione di De Sica: «Avrei naturalmente preferito mantenermi nella linea seguita con i miei precedenti film (…), ma non è possibile pretendere di trovare ad ogni passo un produttore che abbia il coraggio che ebbe a suo tempo Rizzoli quando rese possibile la realizzazione di “Umberto D.”».

Secondo molti commentatori[13] il soggetto di “Stazione Termini” si ispira, o è analogo, in più punti al film Breve incontro del regista inglese David Lean.

La difficile produzione[modifica | modifica sorgente]

Lo sforzo produttivo di “Stazione Termini” fu rilevante. Le riprese iniziarono a dicembre ed il film fu girato quasi interamente di notte, quando la Stazione chiudeva; la lavorazione durò per circa 65 giorni[14]. «Litigavo – ha dichiarato De Sica [15] ogni sera con il capostazione». Clift, in una lettera al fratello[16], così descrisse le fatiche della lavorazione: «Qui è un inferno: chiudiamo le porte della stazione dalle 22,30 alle 7; all’una siamo già tutti assiderati».

Montgomery Clift con Enrico Glori e Nando Bruno nella scena ambientata nel Commissariato della Stazione Termini.

Ma i problemi non vennero soltanto dalle difficoltà logistiche: si dovette far fronte alle continue intromissioni del produttore (Selznick, per valorizzare il ruolo della Jones, sua moglie, impose tra l’altro che i primi piani dell’attrice fossero girati da un secondo operatore alla macchina proveniente dagli USA, Oswald Morris, che sostituisse quello designato, G.R. Aldo[17]), alle bizze della"star" Jennifer Jones ed alla fragile psicologia di Montgomery Clift[18].

Inoltre occorreva tenere conto[19] delle due diverse censure, che non sempre coincidevano e per le quali era stata istituita una commissione mista. Tuttavia, ciò che più rischiò di compromettere la lavorazione fu la crescente attrazione provata dalla Jones nei confronti di Montgomery Clift. Secondo Capua [20] «l’attrice finì per innamorarsene; la complicità sul "set" tra Montgomery Clift e Jennifer Jones era evidente e lei restò esterrefatta quando comprese che il suo partner era omosessuale». Vi erano litigi continui tra la Jones e suo marito Selznick ed una notte l’attrice addirittura non si presentò sul "set", causando in tal modo la perdita dei 4 milioni di lire che venivano pagati quotidianamente per l’affitto della Stazione. «In una occasione – scrive ancora Capua – Jennifer Jones schiaffeggiò davanti a tutti suo marito, che aveva interrotto una scena. Vi erano inoltre problemi con la lingua: De Sica parlava italiano e francese, Clift inglese e francese[21], la Jones solo inglese». Anche De Sica[22] ricorda che «l’unica difficoltà – ed insieme forse la più importante esperienza – è stata quella di far recitare gli attori in una lingua che non era la mia[23]. Ma l'ho superata più facilmente di quanto credessi».

Anche la sceneggiatura aveva avuto le sue difficoltà: «passata per diverse mani: Zavattini, Paul Gallico[24], Alberto Moravia, Carson Mc Callers». Un ruolo lo ebbe anche Truman Capote, anche se inferiore al previsto: in realtà scrisse soltanto i dialoghi di due scene della versione inglese[25].

Tuttavia, in una recensione del film scritta da Giulio Cesare Castello ed apparsa sulla rivista "Cinema"[26] viene riportata una dichiarazione con cui De Sica minimizzò le difficoltà della lavorazione: «Per quanto mi riguarda personalmente – affermò - posso dire che dirigere ottimi e sperimentati attori come Jennifer Jones, Montogomery Clift, Gino Cervi e Paolo Stoppa, è stato per me una specie di riposo, dopo lo sforzo cui dovevo sottopormi nei precedenti film per plasmare e dirigere attori presi direttamente dalla vita».

Presentazione a Cannes[modifica | modifica sorgente]

Il film fu presentato in prima mondiale al cinema “Mignon” di Milano la sera del 4 aprile 1953, alla presenza del regista e di diversi personaggi dello spettacolo. Non c’erano però [27] né il produttore Selznick, né i due attori protagonisti, Clift[28] e la Jones.

Jennifer Jones con Paolo.Stoppa in una scena del film nell'atrio della Stazione Termini

Dopo questo "esordio", la pellicola fu inviata a Cannes dove, nonostante una buona accoglienza, deluse le aspettative: scrisse Mario Gromo[29] che al termine della proiezione «da un pubblico così indulgente è partito un breve applauso poco più che di stima, e riassumeva le impressioni dettate dal film nel quale, pur con parecchia bravura, De Sica stranamente aveva rinunciato ad essere De Sica[30]».

I rapporti tra De Sica e Zavattini[modifica | modifica sorgente]

“Stazione Termini” fu interpretato da molti come un episodio che metteva in crisi quel fecondo rapporto di collaborazione tra De Sica e Zavattini che aveva prodotto tanti capolavori per il cinema italiano del dopoguerra[31]. Secondo Gianpiero Brunetta[32] «il film nasce da un compromesso commerciale di De Sica con la produzione americana che si rivela determinante nell’esito espressivo finale». Ma i due artisti rifutano queste critiche. Lo stesso Zavattini a tale proposito riporta[33] una lettera scrittagli da De Sica, nella quale il regista così si esprimeva: «Notavo che una parte, per fortuna non grandissima, di queste critiche ha fatto di “Stazione Termini” un nuovo pretesto per affermare che noi due dobbiamo separarci e troncare assolutamente la nostra più che decennale collaborazione. Ho trovato del livore addirittura, in questa insistenza, della cattiveria, perché ci è cercato di metterci l’uno contro l’altro e quasi ci riuscivano .…(le critiche n.d.r.) cominciarono con "Miracolo a Milano" ed hanno raggiunto il diapason con “Stazione Termini”» Proseguendo De Sica scriveva di una «grave ingiustizia che è stata fatta a te, e quindi anche a me, in questi anni presentando i tuoi testi in contrasto con la mia opera».

Il “giallo” delle versioni del film[modifica | modifica sorgente]

La copia originale del film è quella che fu proiettata alla “prima” di Milano e che poi De Sica inviò al Festival di Cannes. Ma – come scrive De Santi[34] - il produttore Selzinck «ossessionato da un complotto tra De Sica e Clift[35] contro la Jones, fece montare negli Stati Uniti una copia che durava 13 minuti di meno, con il titolo inglese “Indiscretion on an American Wife”» nella quale venivano molto enfatizzati i primi piani dell’attrice.

Montgomery Clift e Vittorio De Sica mentre discutono del film con la stampa in una pausa della lavorazione di "Stazione Termini". Il regista maturò verso il tormentato attore americano una forte stima professionale.

Esiste, sempre secondo De Santi, una ulteriore versione, anch’essa in versione inglese, ma che dura 17 minuti in più di “Indiscretion” con il titolo “Terminal Station” e nella quale vi sono sostanziali differenze, come un doppiaggio diverso, una storia in parte cambiata e personaggi del tutto nuovi. Alla fine degli anni ’90, infine, uscì un DVD con una versione ancora diversa, con immagini non presenti nel film e con due canzoni, cantate da Patti Page, mai scritte dall’autore della colonna sonora, Cicognini.

Incasso e risultato commerciale[modifica | modifica sorgente]

“Stazione Termini” ha incassato 343 milioni di lire[36]. Altre fonti[37] forniscono un dato lievemente diverso, pari a 349 milioni e 873 mila lire. Dal punto di vista commerciale, quindi, la pellicola, almeno in Italia, non fu un grande successo. Secondo Pietro Cavallo[38] entrambi questi dati situano la pellicola in una posizione intermedia quanto ad incasso rispetto alle principali opere cinematografiche realizzate in Italia nel 1953: 29ª in classifica, in un contesto di 161 film girati nell’anno, anche se si deve tenere conto che molti di essi, per mezzi produttivi e per fama degli interpreti, non aspiravano a grandi "performance"[39].

Critiche e commenti[modifica | modifica sorgente]

Di tutti coloro che hanno scritto su “Stazioni Termini”, nessuno si è sottratto ad un confronto con le opere precedenti di De Sica (e Zavattini) e in generale, a parte rare eccezioni, prevale un senso più o meno marcato di delusione per quella che venne visto come un «tradimento del neorealismo[40]».

Le critiche contemporanee[modifica | modifica sorgente]

Mario Gromo, critico de "La Stampa"[41] scrisse: «De Sica si è concesso un altro intermezzo dopo non brevi soggiorni a Hollywood e dintorni». Ed ancora: «L’artista si è come imborghesito, è fiducioso nella sua bravura, qua e là se ne compiace. Si tolga la sua firma a “Stazione Termini” e nessuno vi riconoscerà un film di De Sica, meno che mai di Zavattini. Il celebre binomio si è evidentemente concessa una vacanza (…) De Sica si è posto al servizio di un modesto copione para - teatrale». Secondo il critico, da bocciare anche i dialoghi di Truman Capote «non all’altezza ed è su di essi che si debbono appuntare le più nette riserve».

Nella recensione pubblicata sulla rivista "Cinema"[42] il film viene giudicato «frutto di un insanabile contrasto di mentalità e di metodi che De Sica si è soltanto illuso di aver sanato (….) Contrariamente a quello che ha creduto, De Sica, per la prima volta alle prese con attori di peso – per di più con lingua, mentalità ed abitudini diverse dalle sue – si è trovato disorientato. Per questo regista che amiamo “Stazione Termini rimarrà – è da sperare – una isolata parentesi, ma una parentesi pesantemente negativa. Nella quale di italiano è dato di ritrovare solamente qualche nome e le apparenze esteriori della Stazione».

Jennifer Jones nella scena di "Stazione Termini" in cui legge il telegramma che poi non spedirà.

Lo stesso De Sica, in una dichiarazione apparsa prima dell’uscita del film [43] affermò che «dopo l’esperimento estremistico di “Umberto D”, “Stazione Termini” segnava una battuta d’arresto, in quanto vuol essere un film d’arte realizzato con intenti commerciali».

Fernaldo di Giammatteo[44] dà un giudizio interlocutorio: «film commerciale? No, non direi che De Sica sia sceso tanto in basso; al contrario qui c’è lo sforzo di conservare ad ogni costo la propria dignità (…) Non è il caso di essere spietati con questo film, perché si commetterebbe un grossolano errore. “Stazione Termini” dà l’impessione di essere stato pensato e diretto da un regista che si sia fatto una approssimativa cultura dei metodi del neorealismo».

Guido Aristarco, in una lunga recensione del film[45] scrisse che «coscientemente De Sica si autolimita, quando dichiara di essersi fermato. Una sosta che vuole essere, almeno nelle intenzioni, soltanto una parentesi (…) Certo, l’Italia che appare in “Stazione Termini” non è esattamente quella che vorrebbe l’Italia ufficiale; comunque non ci sono panni sporchi ed il pericolo di essere disonorati all’estero è evitato». Secondo il critico il film «è la conseguenza diretta del compromesso, di due diverse mentalità e maniere di concepire il cinema, quello del realismo italiano e quello di evasione hollywoodiano».

“Stazione Termini” ricevette invece una valutazione molto positiva sul "Corriere della Sera"[46] : «De Sica e Zavattini hanno narrato in “Stazione Termini” una storia poetica (…) il realismo, di cui il regista ha accettato leggi e caratteri, si inserisce qui nelle pieghe di una indagine intimista. Le notazioni marginali relative alla pittoresca baraonda delle grandi stazioni hanno gusto e sapore, sembra a tratti soverchino, in una smoderatezza rumorosa e turbolenta». Lodi anche per gli interpreti: «Jennifer Jones ricca di influssi contastanti, è stata la sensitiva, trepidante, sofferente protagonista che la pellicola esigeva; Montgomery Clift è anch’egli felicemente ispirato, splendida interpretazione anche per lui». Parlando di «incantesimo poetico», la recensione si concludeva attribuendo un «caldo consenso, per questo convulso alternarsi di delirio e depressione».

Jennifer Jones e Montgomery Clift nella scena ambientata nel ristorante della Stazione Termini.

I commenti successivi[modifica | modifica sorgente]

Secondo Dario Tomasi[47] ”Stazione Termini” «riporta De Sica agli esordi della sua carriera. C’è il chiaro sforzo di evidenziare il ruolo dell’ambiente attraverso il gran numero di personaggi di contorno che vanno e vengono senza però lasciare alcun senso di autenticità, scivolando spesso nel bozzetto o nel pittoresco».

«De Sica e Zavattini - scrive Gianni Rondolino[48] - non riescono a sviluppare ulteriormente quell’indagine acuta della realtà contemporanea che era presente nei loro film precedenti. “Stazione Termini” non esce dai confini del buon prodotto di consumo». Secondo il “Mereghetti”[49] «il film non è poi quel bidone che si disse, anche se le macchiette di contorno che vorrebbero fare colore sono importune e la storia è assai convenzionale».

Secondo Gianpiero Brunetta[50] nel giudizio sul film giocano fattori economici: «quando, dopo gli accordi tra ANICA e MPAA, i capitali americani entrano in maniera più massiccia nella produzione, si nota una modifica complessiva nello stile dei registi; ne risentono anche gli autori di punta del neorealismo».

Ma sin dall’inizio, forse presagendo le critiche di cui sarebbe stato oggetto, De Sica rifiutò le accuse di “leso neorealismo”. In una sua dichiarazione[51] afferma: «Accettando di girare “Stazione Termini”, non ho abdicato alle mie convinzioni, né ho rinunciato a valermi delle esperienze della scuola realista: il fatto che il sogggetto sia di Zavattini (esso è stato attenuato solo in parte per le esigenze della censura americana) e che la storia sia ambientata nella principale stazione di Roma, dove passano e sostano ogni giorno migliaia di tipi umani, assicurano in partenza a questo film una impronta realista».

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pagina 68 e segg. del libro dedicato all’opera di De Sica – vedasi bibliografia.
  2. ^ Che poi sarà anche co-produttore di "Stazione Termini".
  3. ^ Oltre alla delusione finanziaria, quel film aveva procurato a De Sica anche noie politiche, in quanto era stato accusato da Giulio Andreotti, a quel tempo Sottosegretario con delega allo Spettacolo, in un famoso articolo apparso sul periodico della Democrazia Cristiana "Libertas", di rappresentare la negativa situazione di una Italia “povera” rendendo in tal modo «un pessimo servigio alla sua patria».
  4. ^ Dove ricevette per Miracolo a Milano il premio assegnato dai Critici Cinematografici USA per il miglior film straniero proiettato negli Stati Uniti in quell’anno. (allora l'Oscar non prevedeva ancora il premio per il miglior film straniero, istituito dal 1957.)
  5. ^ Da parte sua Chaplin fece visionare a De Sica in anteprima il suo ultimo film - Luci della ribalta - ed il regista italiano ne fu colpito al punto che dichiarò «Mi sembra il massimo di ciò che si possa fare con il cinema». Notizie riportate in un servizio redazionale apparso su "Stampa Sera" del 17 aprile 1952, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  6. ^ Si era già stabilito il titolo provvisorio del film, cioè “Miracolo a Chicago”, e si parlava di interpreti tratti dalla strada, tranne un'attrice professionista, per la quale erano previste Shelley Winters, oppure Linda Darnell. Notizie contenute nel citato articolo di "Stampa Sera".
  7. ^ Questa circostanza è riferita da Gualtiero De Santi – pag 87 del suo libro su De Sica – vedasi bibliografia.
  8. ^ notizie riportate da Gualtiero De Santi nel suo libro dedicato a De Sica - vedasi bibliografia - pp. 88 e segg.
  9. ^ Questo ed altri particolari, tra cui il fatto che per il personaggio femminile si era pensato anche a Michèle Morgan, sono contenuti nell'intervista a De Sica realizzata da Mirella Appiotti in occasione della "prima" del film a Milano, ed apparsa su Stampa Sera del 4 aprile 1953 – articolo consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  10. ^ Pp. 68 e segg. del libro citato – vedasi bibliografia.
  11. ^ Nel suo libro su De Sica – vedasi bibliografia - p. 88.
  12. ^ Libro curato da Lorenzo Pellizzaro e dedicato all’opera del critico cinematografico - Vedasi bibliografia. Di “Stazione Termini” si parla a pag. 60 e segg.
  13. ^ Ad esempio Dario Tomasi nel capitolo “De Sica e Zavattini verso la svolta” in “Storia del Cinema Italiano” pag 427 – vedasi bibliografia, oppure nella scheda del film redatta per il “Catalogo Bolaffi del Cinema Italiano “ – pag 71 – vedasi bibliografia
  14. ^ In altre occasioni De Sica parlerà di 75 notti, ad esempio nel libro che Michelangelo Capua ha dedicato all’attore Montgomery Clift, pag.73 – vedasi bibliografia.
  15. ^ Nella citata intervista a "Stampa Sera" del 4 aprile 1953.
  16. ^ Citata da Capua nel suo libro– vedasi bibliografia – pag.79.
  17. ^ Circostanza riferita, tra l’altro, nell’articolo di Giulio Cesare Castello nel numero 105/1953 della rivista "Cinema" – vedasi bibliografia.
  18. ^ Capua, nel suo libro – vedasi bibliografia – ricorda che De Sica si era recato nel Quebec per incontrare Clift, dove l’attore stava girando "Io confesso" di Hitchcock e all’inizio egli si era mostrato restìo ad interpretare il film.
  19. ^ Così Pecori, nel libro citato in bibliografia, pag.68 e segg.
  20. ^ A pagina 77 e segg. del libro edito nel 2000 e dedicato alla figura dell’attore - vedasi bibliografia.
  21. ^ Lo aveva studiato da ragazzo, viaggiando a lungo in Europa con la madre alla fine degli anni ‘20
  22. ^ In una dichiarazione ripresa nella recensione di Castello su "Cinema", n° 105 – vedasi bibliografia.
  23. ^ Un altro ruolo di un certo rilievo affidato ad un attore americano era quello del nipote adolescente di Mary Forbes, interpretato dal giovane Richard Beymer che poi diventò famoso per la sua interpretazione in West Side Story.
  24. ^ riferito da Capua, op. cit, pag. 78.
  25. ^ Così riferito nel capitolo di Dario Tomasi in “Storia del Cinema Italiano” - vedasi bibliografia - pagina 427 e segg. e confermato anche dal De Santi, opera più volte citata, pag. 88.
  26. ^ numero 105 del 15 marzo 1953, citato - vedasi bibliografia - pag.148.
  27. ^ Articolo su "Stampa Sera", citato.
  28. ^ In quel periodo l’attore americano si trovava alle Hawaii per gli esterni di "Da qui all'eternità".
  29. ^ In una corrispondenza apparsa su "La Stampa" del 28 aprile 1953 consultata presso l’archivio on line del quotidiano.
  30. ^ Quell’anno a Cannes vennero presentati due film italiani: oltre a Stazione Termini, andò "La Provinciale" di Mario Soldati. La pellicola italiana che ottenne più elogi fu però un documentario: "Magia verde" relativo alle aree ancora inesplorate del Sud America. Vinse il Festival Vite vendute ("Le salaire de la peur"), del regista francese Clouzot.
  31. ^ Ad esempio Castello, nella sua recensione su "Cinema" – vedasi bibliografia – sostiene che «l’errore – base non è avvenuto in sede di ripresa, ma di sceneggiatura».
  32. ^ Nella sua “Storia del Cinema Italiano” – vedasi bibliografia - pagina 437 e segg.
  33. ^ Nel suo libro “Diario Cinematografico”– vedasi bibliografia.- pagina 109.
  34. ^ nel suo libro più volte citato – vedasi bibliografia – pagina 89
  35. ^ Effettivamente tra il regista e l’attore era nata una forte stima: quando Clift nel 1966 morì, De Sica dichiarò in una intervista al "Times" di Londra che «è stato l’attore più sensibile ed intelligente che abbia mai conosciuto; recitava con un senso di poesia».
  36. ^ Dato fornito da Chiti e Poppi nel «Dizionario del Cinema Italiano – vedasi bibliografia.
  37. ^ Il Catalogo Bolaffi – vedasi bibliografia – pag.71.
  38. ^ Nel suo “Viva l’Italia – vedasi bibliografia – pag. 398.
  39. ^ De Sica poté comunque rifarsi come attore, dato che campione di incassi, secondo Cavallo (vedasi bibliografia) tra i film del ’53, fu Pane, amore e fantasia da lui interpretato con la Lollobrigida, che incassò circa 1 miliardo e mezzo di lire, davanti a Il ritorno di don Camillo che raggiunse il miliardo circa. Prima di “Stazione Termini” troviamo, tra l’altro, I vitelloni di Fellini (596 milioni di incasso) ed il "melò" Chi è senza peccato di Raffaello Matarazzo con circa mezzo miliardo di incasso.
  40. ^ L’espressione è del Mereghetti – vedasi bibliografia.
  41. ^ Recensione apparsa sul numero del 5 aprile 1953, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  42. ^ Scritta da Giulio Cesare Castello per il numero 105 della rivista – vedasi bibliografia – pag. 147 e segg.
  43. ^ riportata sulla rivista "Cinema Nuovo", numero 3 del 15 gennaio 1953.
  44. ^ In "Rassegna dei film" n°14 del maggio 1953.
  45. ^ Pubblicata nel volume curato da Lorenzo Pellizzaro – vedasi bibliografia – pag. 60 e segg.
  46. ^ Apparsa a firma Lan [Arturo Lanocita] sul numero del 3 aprile 1953, consultato presso archivi bibliotecari.
  47. ^ Nel suo capitolo all'interno della “Storia del Cinema Italiano – vedasi bibliografia – pag.427 e segg.
  48. ^ Nella sua “Storia del Cinema Italiano" – vedasi bibliografia – pag. 379.
  49. ^ Paolo Mereghetti, vedasi bibliografia.
  50. ^ In “Storia del Cinema Italiano” – vedasi bibliografia – pagina 240.
  51. ^ Riportata sul più volte citato numero 105/1953 della rivista "Cinema" – vedasi bibliografia.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

(in ordine cronologico)

  • diversi numeri della rivista “Cinema”, in particolare il n° 105 del 15 marzo 1953, consultabili presso l’archivio on line della IULM (URL: http://holmes.iulm.it/riviste.asp?cat=4 ).
  • Ornella Levi (a cura di): Catalogo Bolaffi del Cinema Italiano. Bolaffi Edit. Torino, 1967 (ISBN non esistente)
  • Vittorio Spinazzola: Cinema e pubblico, Spettacolo filmico in Italia 1945-1965. Bompiani Edit. Milano 1974. (ISBN non esistente)
  • Cesare Zavattini: Diario cinematografico. Bompiani Edit. Milano, 1979. (ISBN non esistente)
  • Franco Pecori: Vittorio De Sica. La Nuova Italia Edit. Firenze, 1980. (ISBN non esistente)
  • Roberto Chiti e Roberto Poppi: Dizionario del Cinema Italiano – volume II° (1945-1959). Gremese Edit. Roma, 1981 (ISBN non esistente)
  • Gianpiero Brunetta: Storia del Cinema Italiano – volume III°. Editori Riuniti, Roma 1982 ISBN 88-359-3787-8
  • AA.VV. Cinema: la grande storia illustrata – volume X° Istituto De Agostini Edit. Novara, 1986. (ISBN non esistente)
  • Michelangelo Capua: Montgomery Clift: vincitore e vinto. Lindau Edit. Torino, 2000 ISBN 88-7180-273-3
  • AA.VV. Storia del Cinema Italiano – volume VIII° (1949-1953). Editori: Marsilio, Padova, 2003 e Fondazione Scuola Nazionale Del Cinema, Roma, 2003, (ISBN 88-317-8209-6) in particolare:
    • capitolo Viraggi neorealistici; rosa ed altri colori di Alberto Farassino.Pagg 206 s segg.
    • capitolo De Sica e Zavattini: verso la svolta di Dario Tomasi. Pagg. 407 e segg.
  • Gualtiero De Santi: Vittorio De Sica. Il Castoro Cinema.Edit. Milano, 2003 ISBN 88-8033-259-7
  • Gianni Rondolino: Storia del Cinema Italiano. UTET Edit. Torino 2006.
  • Lorenzo Pellizzaro (a cura di): Il mestiere del critico: Guido Aristarco 1952-1958. Falsopiano Edit. Alessandria, 2007. (ISBN non esistente)
  • Piero Cavallo: Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962). Liguori Edit. Napoli 2009 ISBN 978-88-207-4019-9
  • Paolo Mereghetti: Il Mereghetti (volume 2°). Baldini, Castoldi e Dallai Edit. Milano 2010 ISBN 978-88-6073-626-0.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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