Spedizione del 1954 al K2 e Caso K2
La Spedizione del 1954 al K2 è stata una spedizione alpinistica italiana patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall'Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, e guidata da Ardito Desio. La spedizione portò il 31 luglio 1954, per la prima volta nella storia, al raggiungimento la vetta del K2, la seconda montagna più alta del mondo.
La via seguita fu lo Sperone Abruzzi e i due alpinisti che raggiunsero la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, con il supporto dell'intero gruppo. Un contributo fondamentale fu fornito da Walter Bonatti e Amir Mahdi che, con un'impresa senza precedenti e affrontando il rischio della morte in un forzato bivacco notturno a oltre 8 100 metri, trasportarono a Compagnoni e a Lacedelli le bombole d'ossigeno rivelatesi poi essenziali al compimento della missione.
Indice |
Componenti della spedizione [modifica]
La spedizione del 1954 al K2 era costituita da 30 componenti[1][2][3]:
- 13 alpinisti italiani
- Erich Abram: nonostante non fosse molto noto al grande pubblico, presentava un ampio curriculum di salite di sesto grado nelle Dolomiti.
- Ugo Angelino: di professione rappresentante di commercio, aveva svolto la maggior parte della sua attività alpinistica nelle Alpi Occidentali[4].
- Walter Bonatti: con i suoi 23 anni il più giovane della spedizione. Nonostante questo era già considerato tra i più forti alpinisti del mondo grazie alle sue realizzazioni tra cui la parete est del Grand Capucin.
- Achille Compagnoni (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, con attività alpinistica soprattutto sul Monte Rosa e sul Cervino.
- Mario Fantin (fotografo e cineoperatore): nonostante non presentasse un curriculum alpinistico sullo stesso livello dei suoi compagni, era conosciuto per le sue riprese fotografiche e cinematografiche in ambito alpinistico.
- Cirillo Floreanini: aveva compiuto notevoli imprese alpinistiche nelle Alpi Giulie. Di professione faceva il disegnatore[5].
- Pino Gallotti: in quanto ingegnere, fu designato come responsabile del materiale tecnico della spedizione, fra cui le bombole d'ossigeno. Alpinisticamente aveva una notevole esperienza nelle Alpi Occidentali e in particolare sul Monte Bianco[6].
- Lino Lacedelli (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, facente parte del gruppo degli Scoiattoli di Cortina, aveva compiuto diverse salite estreme in Dolomiti ma aveva esperienza anche nelle Alpi Occidentali.
- Guido Pagani (medico della spedizione): in quanto medico e alpinista di discreto livello fu selezionato quale medico della spedizione.
- Mario Puchoz (deceduto per edema polmonare nelle prime fasi della spedizione): guida alpina, svolgeva la maggior parte della sua attività sul Monte Bianco.
- Ubaldo Rey: guida alpina e gestore di un rifugio alpino, con notevole esperienza sul Monte Bianco e nelle Alpi Occidentali in genere[7].
- Gino Soldà: il più anziano del gruppo (47 anni) con notevole esperienza nel sesto grado sulle Dolomiti.
- Sergio Viotto: guida alpina e falegname, aveva salito tutte le "grandi classiche" del Monte Bianco.
- 10 alpinisti hunza, indicati ufficialmente come "portatori d'alta quota"
- Fra questi Amir Mahdi raggiunse 8 100 metri (nei pressi dell'ultimo campo), e Isakhan raggiunse i 7 300 metri del campo VII
- 5 ricercatori
- Ardito Desio: capo spedizione e geologo.
- Paolo Graziosi: paleontologo, docente presso l'Università degli Studi di Trieste.
- Antonio Marussi: geofisico, direttore dell'Istituto di Geofisica dell'Università degli Studi di Trieste.
- Bruno Zanettin: petrografo, docente dell'Istituto di Geologia presso l'Università degli Studi di Padova.
- Francesco Lombardi: geodeta[8] e topografo dell'Istituto Geografico Militare.
- 2 membri pakistani
- Ata Ullah: osservatore del governo pakistano.
- Badshajan: aiuto topografo.
Furono inoltre assunti moltissimi portatori Balti per il trasporto del materiale lungo il ghiacciaio del Baltoro fino al campo base, sul ghiacciaio Godwin-Austen.
Dal team fu inspiegabilmente escluso Riccardo Cassin, che l'anno precedente aveva condotto con Desio la ricognizione sul posto, il quale fu lasciato a casa in seguito al risultato di discussi esami medici. Secondo un'opinione diffusa, il professor Desio temeva che la forte personalità ed il carisma del Cassin potessero mettere in discussione la sua leadership, adombrandone il merito in caso di riuscita dell'impresa[9][10].
Via seguita [modifica]
La via seguita fu lo Sperone Abruzzi, scoperto nel 1909 dalla spedizione di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi[11].
Per la conquista della vetta (8 611 m) furono posti i seguenti campi (quote secondo la relazione ufficiale di Desio)[12]:
- 4 970 m: campo base
- 5 580 m: campo I
- 6 095 m: campo II
- 6 378 m: campo III
- 6 560 m: campo IV
- 6 678 m: campo V
- 6 970 m: campo VI
- 7 345 m: campo VII
- 7 627 m: campo VIII
- 8 050 m (8 060 m sulle carte IGM): campo IX (la quota non è però corretta in quanto in effetti il campo venne posto forse a 8 150 m ~ 8 160 m, a quota di poco superiore al bivacco Bonatti-Mahdi)[13].
- 7 990 m: bivacco Bonatti-Mahdi (la quota non è però corretta in quanto il bivacco, piuttosto, è da situarsi a poco più di 8 100 m)[14].
Gestione della spedizione [modifica]
La complessità dei problemi e la gravità dei rischi da affrontare, la responsabilità di un'impresa caricata in Italia di molti significati extra-alpinistici e nazionalistici, indussero Ardito Desio a impostare la spedizione con pugno di ferro e disciplina militare, così come Karl Maria Herrligkoffer aveva fatto l'anno prima con la spedizione al Nanga Parbat. Ma come allora, anche qui questo comportamento fu, in seguito, all'origine di molte critiche e polemiche[15].
Ardito Desio, per quanto fosse capo della spedizione, non salì mai oltre la quota del campo base (4 970 m) e demandò a Compagnoni il comando della spedizione in quota, limitandosi a emettere dal campo base quattordici ordini di servizio dattiloscritti, che venivano poi fatti recapitare, anche con notevole ritardo, ai campi più alti. Il modo autoritario con cui coordinò l'andamento della missione gli guadagnò l'appellativo ironico di "ducetto"[16].
Storia [modifica]
Le operazioni cominciano tra la fine di maggio e gli inizi di giugno. Si allestiscono i primi campi. Il 21 giugno Mario Puchoz muore al campo II, di polmonite fulminante, secondo la versione ufficiale dell'epoca, ma in realtà di edema polmonare, e viene seppellito nei pressi del campo base, in corrispondenza del memorial Gilkey[17].
Viene predisposta una serie di corde fisse per consentire agli alpinisti di muoversi agevolmente tra il campo base e i campi avanzati al fine di acclimatarsi all'alta quota e trasportare in alto il materiale destinato alla salita in vetta. Viene costruita una piccola teleferica manuale nella parte più bassa del percorso.
Il 18 luglio le due cordate composte da Bonatti-Lacedelli e Compagnoni-Rey finiscono di predisporre i circa 700 metri di corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7 000 metri che contiene il famoso Camino Bill. Gli alpinisti, aiutati dai portatori hunza, si alternano nel trasporto di viveri ed altri rifornimenti ai campi avanzati.
Il 25 luglio viene raggiunta la quota di 7 345 m e allestito il campo VII nel luogo dove si era trovato il campo VIII della spedizione americana del 1953. Seguono 2 giorni di maltempo[18].
Gli ultimi campi [modifica]
- 28 luglio. Abram, Compagnoni, Gallotti, Lacedelli e Rey partono dal campo VII per andare a montare il campo VIII a 7 750 m. Bonatti, indebolitosi negli ultimi due giorni per problemi di digestione, resta al campo VII. Rey (inizialmente designato per raggiungere la vetta insieme a Compagnoni), dopo una mezzora e 50 m di dislivello, colto da malore, è costretto ad abbandonare il suo carico e a rientrare al campo VII. Gli altri 4 montano il campo VIII più in basso del previsto, a una quota di 7 627 m, al riparo di un muro di ghiaccio. Compagnoni e Lacedelli vengono designati per raggiungere la vetta, e passano la notte del 28 luglio al campo VIII, gli altri (Abram e Gallotti) riscendono al campo VII. Gallotti, durante la discesa, scivola sul ghiaccio per 50 ~ 70 m, non riesce a piantare la piccozza ma fortunatamente si gira e riesce a fermarsi piantando un rampone.
- 29 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono dal campo VIII per montare il campo IX alla quota prevista di 8 100 m, Ma non riescono che a salire lungo il muro di ghiaccio per un centinaio di metri e sono costretti ad abbandonare il loro carico e a rientrare distrutti al campo VIII. Abram e Gallotti, ancora un po' stanchi, insieme a Rey e Bonatti, con quest'ultimo che si è invece ben ristabilito, partono dal campo VII verso il campo VIII, per trasportare materiale tra cui 2 bastini con bombole di ossigeno. Ma dopo poco Abram e Rey, sfiniti, abbandonano il loro carico e ridiscendono. Abram cercherà di riprendersi al campo VII, Rey sarà costretto dal mal di montagna a fare ritorno al campo base. Restano sul posto i due bastini con le bombole d'ossigeno mentre Bonatti e Gallotti continuano a portare viveri e altro materiale indispensabile al campo VIII che raggiungono nel pomeriggio per piantarvi una nuova tenda. La sera al campo VIII viene deciso che Compagnoni e Lacedelli partiranno il giorno successivo con il materiale per allestire il campo IX, piazzandolo però più in basso di quanto previsto, di modo da consentire a Bonatti e Gallotti di scendere a recuperare le bombole d'ossigeno, fondamentali per la salita e rimaste nei pressi del campo VII, e di portarle poi al campo IX. Si decide quindi di installare il campo IX a 7 900 m. I quattro passano la notte al campo VIII.
- 30 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono per installare il campo IX alla quota di circa 7 900 m concordata la sera prima. Bonatti e Gallotti invece scendono fino a 7 400 m per recuperare i due bastini con le bombole di ossigeno, abbandonativi il giorno prima. Sono raggiunti nel frattempo, dal campo VII, da Abram e dagli hunza Mahdi e Isakhan. Bonatti e Mahdi, i più in forma, si caricano sulle spalle le bombole mentre gli altri prendono i viveri e tutti e quattro salgono fino al campo VIII, dove Gallotti e Isakhan si fermano. Alle 15.30, dopo un riposo di 1 ora e mezza, Bonatti, Abram e Mahdi partono verso il campo IX, alternandosi nel trasporto delle bombole. I tre alpinisti superano il muro di ghiaccio e raggiungono il plateau sovrastante circa un'ora dopo, ma non trovano il campo nel punto concordato. Riescono a comunicare a voce con Compagnoni e Lacedelli, gridando per farsi dare indicazioni. Compagnoni e Lacedelli rispondono di seguire le tracce. Verso le 17.30-18 ci sono altri scambi di voci tra i due gruppi. Abram, sfinito, è costretto a riscendere. In seguito gli alpinisti non riusciranno a comunicare per diverse ore.
Bonatti e Mahdi continuano quindi a salire verso il campo IX. Ma, essendo questo più in alto di quanto concordato, non riescono a raggiungerlo prima del sopraggiungere dell'oscurità. Quando arriva il buio i due si trovano a circa 8 100 m su un ripido pendio ghiacciato sotto una fascia rocciosa (in seguito nota come "il collo di bottiglia")[19] e non sono in grado né di scendere né di salire senza luce. Chiamando a gran voce riescono finalmente a farsi udire da Lacedelli. Individuano la luce della torcia del campo in diagonale alla loro sinistra, oltre un pericoloso canale, impossibile da attraversare al buio. Lacedelli dice loro di lasciare le bombole e scendere, Bonatti risponde che potrebbe riscendere ma che Mahdi non è in grado. Vi è tuttavia un difetto nella comunicazione e Lacedelli si convince che i due stiano riscendendo, e rientra quindi nella sua tenda non sentendo più i loro richiami. Bonatti e Mahdi passano quindi la notte tra il 30 e il 31 luglio all'aperto, su di un terrazzino di pochi metri scavato nella neve con le piccozze, affrontando un bivacco notturno senza tenda e senza sacchi a pelo nella zona della morte, aggravato da una bufera scatenatasi nella notte. Mahdi è in stato confusionale e Bonatti deve trattenerlo più volte per evitare che cada nel canalone.
- 31 luglio. Alle primissime luci (4.30 circa) Mahdi, che ha riportato gravi congelamenti a mani e piedi ed è ancora in stato confusionale, comincia a scendere, ignorando Bonatti che invece consiglia di aspettare il sorgere del sole, arrivando al campo verso le 5.30. Verso le sei anche Bonatti inizia a scendere, e giunge al campo VIII intorno alle 7.30[20]. Compagnoni e Lacedelli partono dal campo IX verso le 6.30 e raggiungono il bivacco di Bonatti-Mahdi per recuperare le bombole di ossigeno lasciatevi dagli stessi Bonatti e Mahdi. Tra le 8.00 e le 8.30 iniziano quindi l'ascensione alla vetta facendo uso di ossigeno per tutta la salita.
Alle ore 18 del 31 luglio 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli raggiungono la vetta a 8 611 m. L'Hunza Isakhan e gli altri alpinisti rimasti al campo VIII a 7 627 m (Bonatti, Gallotti, Abram e Mahdi) li vedono raggiungere la vetta. Sulla vetta piantano una piccozza con le bandiere italiana e pakistana. Si tolgono i guanti per scattarsi vicendevolmente alcune foto. Compagnoni riporterà gravi congelamenti a due dita che dovranno in seguito essere amputate. Dopo qualche tempo, cominciano la discesa. Raggiungono il campo VIII verso le 23 e festeggiano con i loro compagni.
La notizia giunse in Italia a mezzogiorno del 3 agosto e fu accolta con grande entusiasmo e come simbolo della rinascita del Paese nel dopoguerra: da quel momento il K2 divenne per tutti la montagna degli italiani[21].
Il Caso K2 [modifica]
Con Caso K2 ci si riferisce ad una serie di polemiche riguardanti gli eventi svoltisi tra il 30 e il 31 luglio 1954 nella zona compresa tra l'ottavo campo della spedizione e la vetta del K2. La polemica si concentra in particolare su alcune importanti discrepanze esistenti tra la relazione ufficiale redatta da Ardito Desio e la versione dei fatti raccontata da Walter Bonatti nella sua autobiografia.
La relazione ufficiale [modifica]
Subito dopo il ritorno degli alpinisti dalla spedizione al K2 fu presentato al Club Alpino Italiano un resoconto degli eventi scritto da Desio e adottato dal CAI come relazione ufficiale della spedizione. In seguito il resoconto fu pubblicato in forma di libro col titolo La conquista del K2[22]. In questa relazione la narrazione degli eventi svoltisi nei campi avanzati era affidata ad Achille Compagnoni (si tenga presente che Desio non salì mai al di sopra del campo base). Bonatti notò alcune discrepanze tra gli eventi e il racconto, e ne rimase amareggiato[23]. Nel racconto di Compagnoni infatti si riferiva che gli alpinisti del campo IX avevano chiamato ripetutamente Bonatti per tentare di contattarlo e solo molto tardi egli aveva risposto, mentre Bonatti e Mahdi riferivano il contrario. La quota del bivacco Bonatti veniva indicata sul plateau a quota 7 900 metri, notevolmente più in basso di quanto riferito da Bonatti stesso, in un luogo dove le comunicazioni a voce sarebbero state notevolmente più difficili e dal quale Bonatti e Mahdi sarebbero potuti facilmente scendere anche al buio, senza quindi la necessità di bivaccare. La carta topografica realizzata dall'Istituto Geografico Militare riportava gli stessi dati[24]. Vi era inoltre una discrepanza relativa agli orari. Compagnoni e Lacedelli infatti sostenevano di essere partiti dalla tenda all'alba (verso le 4.00 - 4.30) e di aver recuperato le bombole alle 6.00 circa, differentemente da quanto sosteneva Bonatti il quale diceva di aver abbandonato il bivacco alle sei e di averlo avuto in vista almeno fino alle sette, senza tuttavia avvistare i due compagni. Bonatti inoltre riferisce di aver udito durante la propria discesa un richiamo e, pur non vedendo nessuno, aver agitato la piccozza in segno di saluto. Compagnoni e Lacedelli confermarono nel loro racconto di aver avvistato un uomo che scendeva e, stupiti dato che non sapevano nulla del bivacco, di aver lanciato un richiamo e di averlo visto agitare la piccozza, ma indicarono quella persona come Mahdi, e non Bonatti.
Un altro particolare poco chiaro riguardava l'uso dell'ossigeno. Infatti Compagnoni sosteneva che questo si era esaurito verso le 16.00, quando i due alpinisti (a loro dire) si trovavano a quota 8 400, circa 200 metri sotto la vetta.
L'anno successivo uscì il film documentario Italia K2, che raccontava gli eventi utilizzando le immagini girate da Mario Fantin. Nella prima versione del film il contributo di Bonatti e Mahdi non era menzionato. A fronte delle proteste di Bonatti il film fu modificato, con l'inserimento in una scena di qualche secondo in cui venivano mostrati panorami della voce narrante che diceva che Bonatti e Mahdi avevano bivaccato per portare l'ossigeno in alta quota[25].
La questione non ebbe seguito in quel periodo. Bonatti infatti, pur ritenendo che il suo contributo alla spedizione fosse stato sminuito, ritenne di aspettare un chiarimento privato con i propri compagni[26], mentre il CAI non voleva alimentare polemiche che avrebbero rovinato l'immagine della spedizione[27]. Inoltre Bonatti, come tutti i partecipanti alla spedizione, aveva firmato con Desio un contratto che impediva di fare dichiarazioni e resoconti scritti sulla spedizione per alcuni anni[28][29][30][31].
La polemica sulla stampa pakistana [modifica]
Subito dopo la spedizione ci fu una campagna di protesta della stampa pakistana contro il trattamento che era stato riservato all'hunza Mahdi, che riportò gravi amputazioni. Compagnoni fu considerato responsabile e accusato di aver ordinato a Mahdi di fermarsi a 500 m dalla vetta dopo essersi fatto aiutare nella salita e di averlo abbandonato ad un bivacco di fortuna notturno. Questo richiese un chiarimento sugli avvenimenti degli ultimi giorni che avvenne sotto forma di una lettera firmata il 1º settembre 1954 da tutti i protagonisti, ed inoltre anche da Ata Ullah con la mediazione diplomatica dell'ambasciatore italiano Benedetto D'Acunzo, che condusse un'inchiesta in merito[32].
Il processo per diffamazione [modifica]
La polemica non si riaccese fino al 1964. Tre anni prima era uscita l'autobiografia di Bonatti Le mie montagne, nella quale per la prima volta l'alpinista dedicava un capitolo intero al racconto degli eventi del K2[33]. In questi Bonatti raccontava la sequenza degli avvenimenti del pomeriggio del 30 e della notte passata sul pendio, evidenziando il comportamento di Compagnoni e Lacedelli. Quasi tre anni dopo, sulla Nuova Gazzetta del Popolo il 26 luglio e il 1º agosto furono pubblicati due articoli a firma di Nino Giglio[34][35] che formulavano 3 pesanti accuse contro Bonatti:
- Di aver progettato e tentato di raggiungere la vetta insieme a Mahdi a cui aveva offerto del denaro, sopravanzando Compagnoni e Lacedelli, all'insaputa e contro la volontà di Compagnoni e Lacedelli, privandoli dell'ossigeno loro destinato e proseguendo con lo stesso invece di lasciarlo ai suoi compagni;
- Di aver compromesso la riuscita dell'assalto finale di Compagnoni e Lacedelli servendosi per circa 1 ora delle bombole d'ossigeno durante il bivacco, sottraendogli così la quantità di ossigeno corrispondente che si sarebbe quindi esaurito due ore prima di giungere in vetta a 8 400 m di quota, mettendo così a rischio la vita di Compagnoni e Lacedelli;
- Una volta fallito il suo piano, di aver codardamente abbandonato la mattina del 31 luglio l'hunza Mahdi, in difficoltà per congelamenti ai piedi, nel bivacco di fortuna dove avevano passato la notte insieme, scendendo al campo VIII senza attenderlo.
Gli articoli riportavano come fonte Compagnoni stesso e Ata Ullah, il quale riferiva la versione di Mahdi. Si sosteneva inoltre che questi fatti erano stati "confessati" da Bonatti durante l'inchiesta di D'Acunzo.
A seguito di quegli articoli, Bonatti fece causa per diffamazione contro il giornalista Nino Giglio[36].
- La prima accusa veniva contestata affermando che a Mahdi era stato sì prospettato di arrivare in vetta (da Eric Abram, l'unico che parlasse inglese) ma che si era trattato di uno stratagemma per convincerlo a fare la fatica di portare in alto le bombole, pur esistendo una possibilità (presentata dallo stesso Compagnoni) che uno o entrambi gli alpinisti di testa venissero sostituiti se ci fosse stato qualcuno in migliori condizioni. Si affermava inoltre che era impossibile che Bonatti, alpinista esperto, pianificasse volontariamente un bivacco in altissima quota, al quale aveva poche possibilità di sopravvivere. Si faceva infine notare come lo stesso Compagnoni affermasse che una volta giunto il buio sarebbe stato estremamente pericoloso per Bonatti e Mahdi tentare di raggiungere il campo, e che quindi il fatto di non averlo raggiunto non poteva essere volontario.
- Riguardo all'utilizzo delle bombole d'ossigeno si faceva notare che per utilizzarle erano necessari gli erogatori e le maschere, e gli unici disponibili erano in possesso di Compagnoni e Lacedelli. Bonatti quindi non avrebbe potuto far uso dell'ossigeno né progettarlo. Inoltre i tempi di durata delle bombole indicati da Compagnoni e Lacedelli (dalle sei alle sedici, quindi dieci ore) coincidevano con quelli indicati per le bombole a piena efficienza.
- Per la terza accusa ci si richiamava a quanto riferito da Gallotti e Abram, i quali avevano visto Mahdi rientrare prima di Bonatti, che quindi non lo aveva affatto abbandonato.
Il giudice interrogò Gallotti e Abram (quest'ultimo era anche responsabile tecnico per le bombole) e richiese una deposizione di Mahdi, che fu effettuata in Pakistan ed inviata in Italia[37]. Mahdi affermò che Bonatti aveva effettivamente intenzione di precedere Compagnoni e Lacedelli in vetta e di utilizzare l'ossigeno (il quale tuttavia non era stato utilizzato «perché non ce ne fu bisogno») ma ammetteva di aver dedotto da solo quali fossero le sue intenzioni, in quanto nessuno dei due conosceva la lingua dell'altro e quindi comunicavano a gesti. Mahdi inoltre negò che Bonatti l'avesse abbandonato. Le testimonianze di Abram e Gallotti furono favorevoli a Bonatti, e il verbale dell'ambasciatore d'Acunzo dimostrò che egli non aveva mai dichiarato di voler precedere in vetta Compagnoni.
Bonatti vinse il processo e donò l'indennizzo a un'associazione caritatevole. Nino Giglio dovette pubblicare un articolo di smentita[38].
In seguito Bonatti sentì la necessità di raccontare la propria versione dei fatti al pubblico, al quale era stata raccontata solo la versione ufficiale. Pubblicò così nel 1985 un libro-dossier intitolato Processo al K2[39] seguito da K2 - Storia di un caso[40] (1998) e K2 - La verità[41] (2003).
La ricostruzione di Robert Marshall [modifica]
La verità sugli eventi cominciò a rivelarsi grazie alla scoperta nel 1994 da parte di un australiano appassionato di alpinismo, il dottor Robert Marshall di Melbourne, di alcune foto[42][43] mai pubblicate in Italia e pubblicate nel 1955 sull'annuario svizzero Berge der Welt[44] e nella sua traduzione in inglese The Mountain World, le cui copie sono ormai rare. Queste foto, le prime scattate in vetta, mostrano Compagnoni mentre si toglie i guanti e con la maschera dell'ossigeno sul volto. Il tubo della maschera è ancora collegato alle bombole deposte da poco ai suoi piedi. In un'altra foto si vede Lacedelli ritratto sulla cima della montagna che, pur non avendo la maschera, presenta intorno alla bocca la brina tipica di chi ha respirato da poco in una maschera ad ossigeno. Quest'ultima foto era stata pubblicata anche sui documenti ufficiali, ma con un ingrandimento minore, cosicché il particolare era passato inosservato. Marshall concluse inevitabilmente che i due alpinisti avevano respirato l'ossigeno fino in vetta, notando che una volta esaurito l'ossigeno nelle bombole le maschere avrebbero costituito solo un intralcio alla respirazione.
Compagnoni e Lacedelli giustificarono l'uso delle maschere d'ossigeno fino in vetta come uno stratagemma per proteggere le vie respiratore dal freddo e umidificare l'aria. Giustificarono il trasporto dei pesanti basti recanti ciascuno tre bombole vuote (circa 19 chili ciascuno) con la necessità di eseguire manovre troppo pericolose per toglierli[45].
Il contributo fondamentale di Robert Marshall fu anche quello di avere ipotizzato uno svolgimento plausibile dell'andamento reale di quegli ultimi due giorni e delle successive polemiche, riconducendo in un quadro coerente le affermazioni e testimonianze apparentemente del tutto inconciliabili dei protagonisti principali, Bonatti, Mahdi, Compagnoni e Lacedelli e lo stesso Desio. In particolare erano fino allora rimaste del tutto incomprensibili alcune dichiarazioni fatte da Mahdi, interrogato in Pakistan in occasione del processo del 1964, soprattutto quella in cui affermava che Bonatti avesse avuto l'intenzione di usare le bombole e di precedere in vetta i due compagni. Rimaneva inoltre da spiegare come mai fossero state formulate da Compagnoni quelle pesanti accuse a Bonatti.
Dopo un intenso lavoro di ricerca, Marshall giunse alla seguente ricostruzione degli eventi[43]:
- Compagnoni dice a Bonatti che se sarà in forma si potrà unire a loro nell'assalto finale o addirittura sostituire uno dei due. Si tratta, a detta di Marshall, di uno stratagemma per "motivare" Bonatti a trasportare il materiale in quota.
- Abram dice a Mahdi che lui e Bonatti avrebbero potuto partecipare all'assalto finale alla vetta se avessero raggiunto gli altri. Anche in questo caso si tratta di uno stratagemma. Mahdi in seguito attribuirà queste affermazioni a Bonatti, cosa tuttavia impossibile in quanto Bonatti parlava solo italiano, lingua che Mahdi non comprendeva.
- Compagnoni e Lacedelli piazzano il nono campo più in alto e a sinistra di quanto concordato per evitare il rischio di valanghe. Nelle loro intenzioni Marshall ipotizza anche quella di impedire a Bonatti di raggiungerli, per evitare che salendo senza ossigeno il giorno successivo oscurasse la loro impresa.
- Bonatti e Mahdi non trovano il campo, e Bonatti decide quindi di continuare a salire. I due perdono la traccia di Compagnoni e salgono quindi per un percorso diverso. Madhi si convince che Bonatti voglia tentare di superare Compagnoni e di salire in vetta per primo. Si convince inoltre che Bonatti sia intenzionato ad utilizzare l'ossigeno, dato che gli era stato ripetuto che questo era indispensabile per arrivare in vetta, e che non sapeva che per utilizzare le bombole erano necessari gli erogatori in possesso di Compagnoni e Lacedelli. Risulta anche rilevante il fatto che l'anno precedente Mahdi avesse visto Hermann Buhl fare qualcosa del genere al Nanga Parbat. Inoltre Marshall evidenzia come Mahdi fosse un uomo orgoglioso e dalle notevoli capacità alpinistiche, e che era stato proprio lui l'anno precedente a portare in salvo l'alpinista austriaco Hermann Buhl subito dopo la sua prima storica scalata del Nanga Parbat. Ipotizza quindi che Mahdi volesse ripetere l'impresa di Tenzing Norgay sull'Everest.
- Bonatti e Mahdi raggiungono il canale al di sotto del "collo di bottiglia". Il nono campo si trova alla stessa quota ma alla loro sinistra, oltre un pendio di ghiaccio che, dato che si sta facendo buio, i due non sono in grado di attraversare. Mahdi vede che si trovano su una via più diretta alla cima rispetto al campo e, almeno apparentemente, in posizione più alta; secondo Marshall questo fatto non può che rafforzarlo nella sua convinzione che Bonatti voglia arrivare in vetta precedendo gli altri due, come dichiara nella testimonianza.
- Bonatti riesce a comunicare a voce con il nono campo. Gli viene detto di abbandonare le bombole e riscendere, ma ormai è troppo tardi e i due sono costretti a bivaccare.
- Alle primissime luci Mahdi comincia a scendere, ignorando i richiami di Bonatti che preferisce aspettare l'alba. Ha le mani e i piedi congelati. Bonatti inizia a scendere più tardi e durante la discesa è visto e richiamato da Compagnoni e Lacedelli, cui risponde con un segno della piccozza.
- In effetti verso le sette Compagnoni e Lacedelli lasciano il campo e durante la discesa per riprendere le bombole Compagnoni vede Bonatti che scende; tuttavia i due credono che si tratti di Mahdi e questa falsa impressione giustificherebbe l'accusa che verrà fatta a Bonatti di aver abbandonato Mahdi. In effetti, i due sono ancora all'oscuro dell'avvenuto bivacco.
- Compagnoni e Lacedelli traversano per riportarsi sulla via di salita e trovano le Bombole lasciate da Bonatti. Le usano durante la salita e raggiungono la vetta verso le 18. L'ossigeno si esaurisce solo quando i due sono in cima.
- Riscendendo all'ottavo campo Compagnoni apprende del bivacco e dei congelamenti di Mahdi. Marshall ricorda che, a detta degli altri alpinisti al campo VIII, Compagnoni e Lacedelli non si parlavano quasi, nonostante l'avvenuto successo.
- Al campo base Mahdi racconta la sua versione ad Ata Ullah (l'ufficiale di collegamento pakistano), il quale rimane indignato dal trattamento che crede sia stato riservato al suo connazionale. Madhi non affermerà mai (e in seguito negherà esplicitamente) che Bonatti abbia utilizzato l'ossigeno, ma solo che aveva intenzione di utilizzarlo "se fosse stato necessario". Tuttavia, sostiene Marshall, una volta convintosi che Bonatti voleva arrivare in vetta era logico da parte di Mahdi convincersi anche che questi volesse utilizzare l'ossigeno che portavano in spalla.
- Ata Ullah, probabilmente infuriato, chiede spiegazioni a Desio, il quale rimane a sua volta indignato dal comportamento sleale che crede tenuto da Bonatti.
- Desio interroga Compagnoni. Questi teme che gli sia attribuita la colpa del bivacco forzato e dei congelamenti di Mahdi (cosa che effettivamente avverrà sulla stampa pakistana) e approfitta quindi per scaricare l'intera colpa su Bonatti. Racconta una falsa versione secondo cui lui e Lacedelli avrebbero lasciato il campo alle 4.15 e sarebbero dovuti riscendere di 100 metri per trovare le bombole d'ossigeno, il quale si sarebbe poi esaurito verso le 16, circa 200 metri sotto la vetta. Alle accuse fatte da Mahdi a Bonatti di voler raggiungere la vetta aggiunge quelle di aver utilizzato l'ossigeno (cosa impossibile senza gli erogatori), senza peraltro darlo a Mahdi. Avendo inoltre visto un solo uomo che scendeva ed avendolo riconosciuto erroneamente come Mahdi, e sapendo che Bonatti e Mahdi sono tornati al campo separatamente, crede corretto il poter accusare Bonatti di aver abbandonato il portatore. Queste accuse sembrano apparentemente confermate dal fatto che Bonatti non ha riportato alcun congelamento.
- Desio, il Governo Italiano e il CAI, pur dando tutta la colpa a Bonatti, preferiscono mettere tutto a tacere per non oscurare la "gloria" dell'evento, e così fanno anche in occasione della polemica sulla stampa pakistana. Bonatti rimane quindi all'oscuro delle accuse che gli vengono rivolte. Nelle relazioni ufficiali il contributo di Bonatti viene per quanto possibile ignorato.
- Nel 1961 Bonatti pubblica la sua prima autobiografia, nella quale racconta una storia differente da quella di Compagnoni.
- Nel 1964, in occasione del decennale, vengono intervistati Ata Ullah e Compagnoni. Ata Ullah riferisce la versione di Mahdi, Compagnoni ribadisce la propria. Scoppia così il caso.
Marshall nella sua ricostruzione formula le più pesanti accuse contro Compagnoni e Lacedelli, i soli che sapevano certamente tutto, compreso il fatto che avevano respirato l'ossigeno fino in vetta, e che invece per tutti quegli anni avevano continuato a mentire. In particolare, intravede in Compagnoni un accanimento nel voler perseguitare Bonatti che non solo non poté difendersi da un'accusa mai formulata chiaramente, ma anche fu emarginato dal mondo alpinistico negli anni successivi a causa delle accuse formulate da Compagnoni.
L'intervento del CAI [modifica]
| Il documento che illustra la posizione del CAI sancita dal Consiglio Centrale il 22 gennaio 1994 |
|
«Sono passati 40 anni dalla prima ascensione al K2 e il CAI festeggia la ricorrenza ricordando con gratitudine l'impegno profuso da tutti i partecipanti all'impresa nazionale di allora, che tanto impulso e prestigio ha dato all'alpinismo italiano. (Roberto De Martin, presidente generale del CAI, in La rivista del CAI, Mag-Giu 1994) |
Durante queste fasi della vicenda il Club Alpino Italiano si astenne, a detta di Bonatti colpevolmente, dall'intervenire. Subito dopo il ritorno dalla spedizione infatti il CAI era stato coinvolto in una serie di dispute sulla gestione finanziaria della spedizione, le quali vennero totalmente risolte. Allo scoppio del caso K2 tuttavia il CAI ritenne di non prendere alcuna posizione ufficiale «nella convinzione di dover evitare ogni turbamento della memoria di tale prestigioso successo dell'alpinismo italiano»[46].
Un primo tentativo di chiarimento avvenne nel 1969, quando la Commissione Centrale Pubblicazioni del CAI propose a Bonatti di inserire all'interno dell'antologia Alpinismo italiano nel mondo, di cui era allora in preparazione il primo volume, alcuni stralci di Le mie Montagne, l'autobiografia di Bonatti. Bonatti tuttavia non concesse l'autorizzazione, in quanto il CAI, per ragioni di impaginazione, non era disponibile a pubblicare integralmente il capitolo sul K2 (22 pagine) ma proponeva di pubblicarne solo una parte. Nell'antologia, pubblicata infine nel 1972, i testi di Bonatti furono quindi sostituiti con cronache redazionali precedute dall'avviso «Non abbiamo potuto qui pubblicare il testo prescelto e sopra indicato, già composto e impaginato, per il mancato assenso dell'autore alla pubblicazione»[47]. Bonatti definì questa vicenda un «subdolo raggiro» e un «ulteriore esempio di comportamento disonesto assunto dal CAI quando si è trovato di fronte a certe sue responsabilità»[48].
Soltanto nel 1994, nel quarantesimo anniversario, il CAI considerò nella loro interezza i documenti relativi alla storia del K2, pubblicando una revisione storica operata da Roberto Mantovani sul Catalogo Ufficiale del Museo Nazionale della Montagna di Torino, catalogo che accompagnava una mostra. Anche nella bibliografia vennero citate le pubblicazioni di Bonatti al riguardo. Sulla rivista del CAI fu pubblicato un articolo che, basandosi su tutti i documenti disponibili, sposava sostanzialmente la versione di Bonatti, riconoscendone il contributo fondamentale alla riuscita della spedizione[49]. La presa di posizione del CAI fu seguita da vari articoli a favore di Bonatti sulla stampa specializzata[50]. Lacedelli ammise che piazzare il campo più in alto del punto concordato «non fu una decisione saggia», pur imputando la responsabilità di questa scelta interamente a Compagnoni[51].
Nonostante ciò Desio non volle mai discostarsi dalla versione ufficiale scritta anni prima nella sua relazione. Desio tuttavia non era un alpinista e aveva seguito la spedizione stando al campo base[52].
Bonatti, pur dichiarandosi soddisfatto del riconoscimento, non volle considerare conclusa la faccenda, che a suo dire presentava ancora numerose ambiguità, prima fra tutte quella del tempo e luogo in cui si era esaurito l'ossigeno. Riteneva inoltre che oltre a riconoscere i suoi meriti, bisognasse anche esprimere «Il demerito di coloro che queste, e altre conseguenti e infami vicende causarono e ancora tendono a sostenere», riferendosi con ciò a Compagnoni e Lacedelli ma anche a Desio. Da parte del CAI arrivò invece un invito a "non infierire"[53].
La revisione finale [modifica]
Nel 2004 in previsione del cinquantesimo anniversario della spedizione un gruppo di giornalisti e di alpinisti lanciò al CAI un appello affinché si raggiungesse un definitivo chiarimento su tutti i punti rimasti in sospeso[54][55]. Il CAI rispose incaricando una commissione formata da "tre saggi" di condurre un'analisi storica e storiografica dei fatti in questione[56]. I tre saggi vengono scelti su indicazione del vicepresidente generale Annibale Salsa e sono[57]:
- Fosco Maraini: alpinista, scrittore, etnologo e orientalista, con esperienza in spedizioni himalayane.
- Alberto Monticone: storico, docente presso la LUMSA e politico.
- Luigi Zanzi: storico, docente presso l'università di Pavia ed esperto di storia e cultura montana.
I tre condussero uno studio sui documenti esistenti, non ritenendo necessaria una nuova indagine storiografica con nuovi interrogatori dei testimoni. Ne risultò una relazione consegnata il 30 aprile 2004 e pubblicata con conferenza stampa il 3 maggio successivo[58] e successivamente pubblicizzata sulla stampa sociale del CAI. Nel 2007 la relazione dei tre saggi fu inclusa nel libro K2 - Una storia finita.
La relazione dei tre saggi, pur affermando che il CAI avesse già sufficientemente accertato la verità con la presa di posizione del 1994, andava ad integrare e dove necessario rettificare la relazione ufficiale scritta da Desio nel 1954, la quale comunque non veniva modificata[59].
Nella loro relazione i tre saggi giunsero alla conclusione che l'ossigeno era stato utilizzato fino in vetta. Le testimonianze e i documenti confermavano le indicazioni di Bonatti sui luoghi del campo IX e del bivacco e sugli orari. L'orario di arrivo di Bonatti al campo VII confermava che aveva avuto in vista il luogo del bivacco, dove aveva lasciato le bombole, fino alle sette, e che quindi il momento in cui Compagnoni e Lacedelli avevano iniziato ad utilizzarle si poteva verosimilmente collocare tra le otto e le otto e mezza. In base al controllo effettuato da Abram le bombole erano in piena efficienza, e quindi contenevano una riserva d'ossigeno sufficiente per almeno dieci ore. Non avendole Bonatti potute utilizzare in quanto privo di erogatori e maschera, questo significava che alle diciotto, ora di arrivo in vetta, vi erano ancora 15-30 minuti di ossigeno a disposizione nelle bombole. I tre saggi ritenevano inoltre impossibile che, dopo aver impiegato sette ore e mezza per percorrere 300 metri di dislivello utilizzando l'ossigeno, Compagnoni e Lacedelli ne avessero percorsi ulteriori 200, a quota più elevata e senza ossigeno, in sole due ore, seppure nell'ultimissima parte del percorso il terreno sia più facile. Nel tentativo di dare una spiegazione coerente della testimonianza di Compagnoni e Lacedelli, i tre saggi avanzano un'ipotesi, la quale affermano è tuttavia da considerarsi del tutto congetturale e non documentata dalle fonti. L'ipotesi è che sia avvenuta un'interruzione dell'erogazione di ossigeno (non un esaurimento), in seguito alla quale i due alpinisti abbiano continuato ad utilizzare le maschere e a portare le bombole per i motivi da loro stessi indicati. Questa ipotesi tuttavia, sempre a detta dei tre saggi, è accettabile solo se si immagina il fatto avvenuto non a 8 400 metri come riferito dagli alpinisti, ma intorno a 8 600 metri, ormai sulla facile cresta e a pochi metri dalla cima. L'utilizzo delle maschere come "protezione" sarebbe infatti possibile solo per pochi minuti, e le spiegazioni addotte per giustificare il trasporto delle bombole vuote (difficoltà di togliersele e necessità di lasciare in cima una "voluminosa prova" del passaggio) risultano consistenti solo in considerazione dell'estrema vicinanza alla vetta. Viene comunque precisato che questa ipotesi non rientra nella "verità storica" documentata[21].
Bonatti non fu completamente soddisfatto dalle risultanze dei tre saggi. Vi erano infatti alcune discrepanze con quanto lui sosteneva. Egli infatti affermava che la partenza di Compagnoni e Lacedelli doveva essere collocata non prima delle 8.30, e che le bombole erano garantite per durare dodici ore, lasciando quindi due ore e mezza di ossigeno disponibile al momento dell'arrivo in vetta. Inoltre era completamente contrario all'ipotesi dell'interruzione dell'ossigeno nei pressi della vetta. Le obiezioni non furono accettate. Luigi Zanzi rispose ribadendo che i documenti esistenti potevano dare un'indicazione di massima dell'orario soltanto collocandolo in un intervallo di tempo compreso tra le 8.00 e le 8.30, giudicando in ogni caso non rilevante un eventuale scarto di un quarto d'ora su una scalata di dieci ore. Riguardo all'ossigeno Zanzi richiese la consulenza tecnica di Pino Gallotti, che all'epoca della spedizione era il responsabile tecnico delle bombole. Questi convenne che era necessario effettuare una taratura sulla durata della disponibilità d'ossigeno, giungendo ad indicare una durata minima di dieci ore. Quanto all'ipotesi dell'interruzione di erogazione, fu ribadito che si trattava solo di una congettura e come tale andava considerata[60].
Lo storico della montagna Roberto Mantovani scrisse un nuovo resoconto della spedizione del 1954 basandosi sulla relazione dei tre saggi. Il resoconto fu anch'esso incluso nel libro K2 - Una storia finita[61].
Dopo il CAI, anche la Società Geografica Italiana accettò la versione di Bonatti. Durante un incontro organizzato nel dicembre 2008 a Villa Celimontana a Roma, sede storica della Società Geografica - di cui lo stesso capo spedizione Ardito Desio fu socio - venne ufficialmente ratificata anche dalla Società Geografica la relazione dei tre saggi. Alla riunione fra gli altri erano presenti Annibale Salsa (presidente del Club Alpino Italiano), Franco Salvatori (presidente della Società Geografica Italiana), Claudio Smiraglia (presidente del Comitato Glaciologico Italiano, già allievo di Desio), Agostino Da Polenza (organizzatore della spedizione al K2 del cinquantenario) e Roberto Mantovani (storico della montagna)[62].
Bonatti espresse soddisfazione per quanto stabilito dalla Società Geografica[63].
Note [modifica]
- ^ Imprese storiche su MountainFreedom.it. URL consultato in data 12 settembre 2011.
- ^ K2 freedom expedition: gli alpinisti del 1954. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ K2 freedom expedition: Timeline 1954. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ K2 freedom expedition: Ugo Angelino. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ K2 freedom expedition: Cirillo Floreanini. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ K2 freedom expedition: Pino Gallotti. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ K2 freedom expedition: Ubaldo Rey. URL consultato in data 26 settembre 2001.
- ^ Rivista geografica italiana, Società di studi geografici di Firenze, 1952, Vol. 59-61, p.340.
- ^ Mirella Tenderini, In Memoriam, American Alpine Journal, 08 dicembre 2010, p. 375.
- ^ Riccardo Cassin 1909-2009 - He made history in the last century in UPclimbing.com. 6 ottobre 2009. URL consultato in data 30 agosto 2011.
- ^ Filippo De Filippi, La spedizione nel Karakoram e nell'Himalaia occidentale 1909, relazione del dott. Filippo De Filippi, illustrata da Vittorio Sella, Bologna, Zanichelli, 1912.
- ^ I campi per la conquista della vetta
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., p.28
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., p.31
- ^ Messner, op. cit.
- ^ Bonatti, op. cit., p.97
- ^ Si tratta del luogo dove un tumulo di pietre ricordava Arthur Gilkey, morto l'anno precedente sul K2. In seguito è diventato un luogo di ricordo per tutti gli alpinisti morti su questa montagna
- ^ Desio, op. cit.
- ^ A questo punto Bonatti ha percorso circa 900 metri di dislivello, di cui 700 in salita, mentre Mahdi ne ha percorsi circa 750
- ^ Pino Gallotti, Sullo Sperone Abruzzi - Stralci di un diario, Club Alpino Accademico Italiano, Milano 1954
- ^ a b Club Alpino Italiano, Relazione dei tre saggi in Luigi Zanzi (a cura di), K2 una storia finita, Scarmagno (TO), Piruli&Verlucca, 2007. ISBN 978-88-8068-391-9
- ^ Desio, op. cit.
- ^ Bonatti, op. cit., pp.52-60
- ^ Bonatti, op. cit., p.80
- ^ Marcello Baldi, Italia K2, Club Alpino Italiano - Cinematografica K2, 1955, minuto 86
- ^ Bonatti, op. cit., p.57
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., p.9
- ^ Bonatti, op. cit.
- ^ Massimo Gramellini. Bonatti, l'uomo che ha scalato l'ingiustizia. La Stampa, 15 settembre 2011. URL consultato in data 23 ottobre 2012.
- ^ E' morto Walter Bonatti - Alpinismo mondiale in lutto. La Gazzetta dello Sport, 14 settembre 2011. URL consultato in data 23 ottobre 2012.
- ^ Cristina Marrone. È morto Walter Bonatti; Scompare a 81 anni una delle più grandi leggende dell'alpinismo italiano e mondiale. Il Corriere della Sera, 14 settembre 2011. URL consultato in data 23 ottobre 2012.
- ^ Benedetto D'Acunzo, Verbale d'interrogatorio in K2 - La verità, Milano, Baldini Castoldi Dalai [1954], 2003. ISBN 8884904315
- ^ Walter Bonatti, Le mie montagne, Zanichelli, Bologna, 1961 (ISBN non disponibile)
- ^ Nino Giglio, Come Bonatti cercò di precedere Compagnoni e Lacedelli, Nuova Gazzetta del Popolo, 26 luglio 1964.
- ^ Nino Giglio, I dieci anni del K2 celebrati a casa Compagnoni - L'inviato a Karachi conferma che l'hunza Mahdi tentò con Bonatti l'attacco alla vetta, Nuova Gazzetta del Popolo, 1 agosto 1964.
- ^ Atto di querela per diffamazione presentato dall'Avv. Roberto Ferrari per mandato di Walter Bonatti alla procura di Torino il 9 ottobre 1964
- ^ Dichiarazione di hunza Mahdi, figlio di Ghulan Alì, casta Moghul, residente in Hassan Abad, Stato Hunza (distretto di Gilgit), su affermazione solenne raccolta dal magistrato distrettuale di Gilgit M.Mazud Zaman
- ^ Nino Giglio, Dopo 13 anni i documenti svelano come gli italiani hanno vinto il K2, Nuova Gazzetta del Popolo, 5 marzo 1967.
- ^ Bonatti, op. cit.
- ^ Bonatti, op. cit.
- ^ Bonatti, op. cit.
- ^ Le foto in vetta al K2: la prova della maschera
- ^ a b Marshall, op. cit.
- ^ Cfr. AA.VV., Italienische Karakorum-Expedition 1954 in Berge der Welt, Zurigo, Büchergilde Gutenberg, 1955, Vol. 10, pp.39-72. Berge der Welt è un famoso annuario dell'alpinismo extraeuropeo, curato da Marcel Kurz e pubblicato in Svizzera.
- ^ Lacedelli, op. cit.
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., p.9
- ^ AAVV, a cura di Mario Fantin, Alpinismo italiano nel mondo, vol 1, Commissione Centrale Pubblicazioni del Club Alpino Italiano, 1972, ASIN B003EW4HS2 (ISBN non disponibile)
- ^ Bonatti, op. cit., pp.76-79
- ^ Silvia Metzelin e Alessandro Giorgetta, Walter Bonatti, un protagonista al suo posto, La Rivista del Club Alpino Italiano, maggio 1994.
- ^ Mirella Tenderini, Il K2 di Bonatti, Alp, giugno 1994.
- ^ Roberto Mantovani, K2. La fabbrica dei sogni, Rivista della Montagna, giugno 1994.
- ^ cfr. Maria Emanuela Desio (figlia di Ardito Desio) su La Repubblica, 22 giugno 2004: «Mio padre non è mai stato alpinista: come fa a rispondere su ciò che è accaduto a 8.000 metri?»
- ^ Pietro Crivellaro, Sul K2 no al colpo di spugna, Rivista della Montagna, agosto 1995.
- ^ Alp n. 220, gennaio-febbraio 2004
- ^ Rivista della Montagna n.270, febbraio-marzo 2004
- ^ Club Alpino Italiano, Il consiglio Centrale ai tre saggi per il giudizio storico sul K2, approvato nella riunione del Consiglio Centrale del 14 febbraio 2004
- ^ Delibera del Consiglio Centrale del Club Alpino Italiano in punto all'incarico conferito ai tre saggi, 14 febbraio 2004, atto n. 7: Assegnazione incarico analisi tecnico-scientifica sul K2
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., prefazione di Annibale Salsa, pp.9-14
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., pp.11; 23-24
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., pp.93-101
- ^ Club Alpino Italiano, op. cit., Postfazione di Roberto Mantovani, pp.127-135
- ^ Impresa K2: Bonatti aveva ragione, La Repubblica, 16 dicembre 2008.
- ^ Lettera di Walter Bonatti alla Società Geografica Italiana
Bibliografia [modifica]
- Libri
- Walter Bonatti, Processo al K2, Milano, Baldini, 1985. ASIN B0039YTKQO
- Walter Bonatti, K2 storia di un caso, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 1998. ISBN 8880890727
- Walter Bonatti, K2 la verità - Storia di un caso, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003. ISBN 8884904315
- Club Alpino Italiano, Luigi Zanzi (a cura di), K2 una storia finita, Scarmagno (TO), Piruli&Verlucca, 2007. ISBN 978-88-8068-391-9
- Achille Compagnoni, Uomini sul K2, Milano, Veronelli, 1958.
- Achille Compagnoni, K2: conquista italiana tra storia e memoria, Azzano San Paolo (BG), Bolis, 2004. ISBN 9788878271272
- Ardito Desio, La conquista del K2 - Seconda cima del mondo, Milano, Garzanti, 1954. ISBN 8879728962
- Lino Lacedelli, Giovanni Cenacchi (a cura di), K2 il prezzo della conquista, Milano, Mondadori, 2004. ISBN 8804558474
- AA.VV., Roberto Mantovani (a cura di), K2 Millenovecentocinquantaquattro, Torino, Commissione Centrale Pubblicazioni del Club Alpino Italiano, 1994. ISBN 9788885903449
- Robert Marshall, K2: Lies & Treachery, Gazelle Distribution Trade, 20 marzo 2009. ISBN 978-0953863174
- Reinhold Messner, K2 Chogori - La grande montagna, Milano, Corbaccio, 2004. ISBN 978-8879726658
- Per le immagini fotografiche
- AA.VV., K2 uomini esplorazioni imprese, Istituto Geografico DeAgostini e Club Alpino Italiano, 2004. ISBN 9788841814239
- AA.VV., K2 le immagini più belle delle spedizioni italiane dal 1909 ad oggi, Milano, Carte scoperte, 2004. ISBN 978-8876390135
- Roberto Mantovani, K2 una sfida ai confini del cielo, Vercelli, White star, 2002. ISBN 9788854001152
- Giuseppe Ghedina, K2 expedition - A 50 anni dalla conquista gli Scoiattoli di Cortina sulle orme di Lino Lacedelli, Cortina, Print House, 2008. ISBN 978-88-903349-0-0
- Trasposizioni cinematografiche
- 1955 - Italia K2, regia e sceneggiatura di Marcello Baldi, fotografia di Mario Fantin.
- Fumetti
- 1968 - La conquista del K2 (testo Ventura, disegni Moliterni), pubblicato sul Corriere dei Piccoli
Altri progetti [modifica]
Commons contiene immagini o altri file sulla Spedizione del 1954 al K2 e Caso K2
Wikiquote contiene citazioni sulla Spedizione del 1954 al K2 e Caso K2
Collegamenti esterni [modifica]
- Bonatti racconta
- Video sulla spedizione italiana: K2 2004 - 50 anni dopo
- (EN) The First Ascent of K2 su National Geographic
- (EN) Statistiche sulle salite al K2 su Who got the top
- (FR) La spedizione del K2 su alpinisme.com