Confino

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Il soggiorno obbligato è un provvedimento giudiziario consistente nell'obbligo di abitare in una località ristretta, stabilita dalle autorità, per un certo periodo di tempo (anche alcuni anni).

In determinati regimi e condizioni storiche, come quelle dell'Italia fascista, il confino si configurava come un provvedimento di polizia, cioè un provvedimento che poteva essere proposto dalle autorità di polizia ed imposto anche senza la necessità di un processo regolare e di una condanna per un reato effettivamente previsto nel codice penale ed effettivamente commesso.

Indice

[modifica] Il confino comune

Durante il fascismo in Italia il confino comune era sostanzialmente presentato come una misura di prevenzione, e non di punizione, per un reato.

Era più grave dell'ammonizione (la quale comportava solo l'obbligo di rendere conto, anche quotidianamente, della propria presenza alle autorità di pubblica sicurezza, ma non l'allontanamento dalla propria città), ma meno grave di una condanna al carcere, dato che permetteva al condannato di conservare, sia pure nei limiti di spazio prestabiliti, e con alcune limitazioni, la libertà personale.

Scopo dichiarato del confino era appunto prevenire l'esecuzione di reati da parte di persone ritenute "predisposte", o "sospette", ma che non avessero ancora compiuto veri e propri atti punibili attraverso il carcere vero e proprio. In particolare, si voleva colpire con questa misura il reato associativo, come quello tipico della delinquenza mafiosa.

Il confino tuttavia fu di fatto anche uno strumento di controllo sociale, nei fatti punitivo nei confronti di chiunque avesse comportamenti ritenuti "sconvenienti" o "immorali" ma non punibili attraverso le leggi, per esempio gli omosessuali, dopo che l'Italia ebbe abrogato le leggi che rendevano gli atti omosessuali un reato, o le prostitute o, nel dopoguerra, i transessuali. In altre parole, ne fu fatto anche un uso punitivo nei confronti di comportamenti che le leggi non consideravano punibili.

A questo tipo di confino, detto confino comune, si aggiunse durante il periodo fascista il cosiddetto confino politico, irrogato per motivi politici e non di prevenzione di reati comuni.

[modifica] Le modalità del confino

Nel territorio italiano, per periodi diversi, tra il 1926 ed il 1943, funzionarono circa 262 colonie di confino, collocate per la maggior parte nel Sud Italia. Nel 1931, fu varato da Alfredo Rocco il Regolamento per l'Esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931 IX, n.773 delle leggi di Pubblica Sicurezza che doveva regolare le modalità con le quali si inviava quanlcuno al confino. Tale testo prevedeva che potevano essere proposti per il confino coloro i quali risultavano pericolosi per la "sicurezza pubblica o per l'ordine nazionale".

Un qualunque cittadino, di qualunque comune italiano, poteva sporgere una denuncia al Questore di polizia su qualunque cittadino ritenuto dal denunciante pericoloso o potenzialmente pericoloso per la sicurezza pubblica. Il Questore passava la denuncia al Prefetto, il quale rinviava tutto ad una Commissione, la quale interrogava il denunciato e lo invitava a "presentare discolpe in congruo termine", così da poterne valutare gli addebiti. A questo punto, il denunciato poteva essere mandato al confino tramite ordinanza oppure, qualora la Commissione avesse deciso di non confinare il soggetto, poteva essere diffidato o ammonito dalla Commissione stessa o direttamente dal Questore a cui veniva rinviato il caso.

Nel caso in cui per il soggetto fosse stata decisa la pena del confino, la Commissione mandava al Ministero degli Interni il fascicolo che lo riguardava con la richiesta di inviarlo in "un comune del Regno diverso dalla residenza abituale, oppure in una colonia di confino" . Ciò significa che un confinato poteva essere inviato in qualunque comune d'Italia, oppure inviato direttamente in una colonia di confino.

[modifica] Il confino politico

Il confino politico è la situazione di relegamento coatto di un oppositore politico.

Il confino era, nel periodo fascista in Italia, sinonimo di messa al bando dalla società civile e di reclusione in remote località della nazione, dove vi erano poche vie di comunicazione. Al confino finirono i più grandi intellettuali antifascisti, forzatamente isolati su minuscole porzioni di terra in mezzo al mare (Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti, per citare le isole più utilizzate) o in paesi del Sud Italia (ad es. Roccanova, Eboli, Savelli), così da separarli fisicamente, moralmente e socialmente da qualsiasi contatto con il resto del Paese. Il confino aveva una durata massima di 5 anni, che tuttavia potevano essere rinnovabili.

Nel periodo fascista il confino politico fu applicato anche, dopo l'approvazione delle leggi razziali fasciste del 1938, agli omosessuali, accusati di "attentato alla dignità della razza".

I confinati venivano tradotti nelle isole in catene e venivano assimilati ai delinquenti comuni.

Tra le "amenità" sul confino, un aneddoto raccontato in una intervista a Indro Montanelli raccolta nel 1999 e pubblicata su Libero il 6 agosto 2006: un noto giornalista, al proprio fidanzamento, si era fatto scappare all'ambasciatore inglese che i servizi italiani sapevano decifrare i loro codici nei messaggi radio. Per scoprire se fosse effettivamente vero l'ambasciatore fece mandare un messaggio con scritto ciò che il giornalista gli aveva rivelato. I servizi lo scoprirono e dapprima lo vollero condannare alla fucilazione, poi a 30 anni di carcere, infine al confino in un paesino della Calabria; poi, dato che soffriva di problemi respiratori, fu mandato ad Amalfi dove, dato che era sposato con una donna ricca, affittò un intero piano di un albergo. Dopo 7 mesi il confino fu revocato.

Per la maggior parte dei casi gli oppositori politici venivano isolati dalla vita sociale, privati del loro lavoro, allontanati dalla famiglia che spesso si trovava a vivere in condizioni di difficoltà.

Tutto ciò ad avvalorare la tesi di Leo Longanesi, che il fascismo fu una dittatura temperata dall'inosservanza delle leggi. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia il sistema del confino politico fu esteso a numerosi luoghi dell'entroterra, dove la scarsa politicizzazione degli abitanti e le difficoltà di collegamento con i centri più importanti, faceva sì che anche questi luoghi fossero simili al confino delle isole. Il trattamento dei confinati politici fu analogo a quello dei numerosi internati (ebrei stranieri e cittadini di stati belligeranti con l'Italia).

[modifica] Dopoguerra

Nel dopoguerra è stato abolito il confino politico, ma mantenuto quello "comune", all'interno del "Testo unico di Pubblica sicurezza" ereditato dal fascismo.
Solo il lungo lavoro di riforma del Tups, a partire dagli anni Cinquanta, anche in base a sentenze della Corte Costituzionale, ha portato alla abolizione del confino.

[modifica] Bibliografia

  • DAL PONT Adriano – CAROLINI Simonetta, L’Italia al confino. Le ordinazioni di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, La Pietra, 1983

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

  • Ammonizione. Testo unico di pubblica sicurezza del 1931.
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