Silenzio amministrativo

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L'espressione "silenzio della pubblica amministrazione" indica genericamente una omissione, che può essere poi specificamente riferita:

  • alla mancata emanazione di un atto,
  • alla mancata decisione su un ricorso gerarchico,
  • al mancato esercizio del potere di sorveglianza,
  • al rifiuto tacito di provvedere.

In Italia[modifica | modifica sorgente]

Con essa si intende quindi un comportamento inerte, mantenuto in tutti quei casi nei quali (al contrario) la legge prescrive di compiere una certa attività.
Questo comportamento, che di per sé è totalmente "neutro" (cioè non ha valore né negativo né positivo), è in antitesi con il nostro sistema di diritto amministrativo, che si caratterizza per essere centrato sull'atto amministrativo: per costituire, modificare o estinguere i rapporti di diritto amministrativo, occorre un atto dell'autorità amministrativa, ed anzi deve trattarsi di un atto esplicito, formale e tipico. Un comportamento inerte è evidentemente inidoneo a questo scopo, salvo i casi in cui la legge ricolleghi espressamente al fatto del "silenzio" dell'amministrazione su un'istanza dei privati, il significato legale di atto "implicito" di assenso (silenzio assenso), o rigetto (silenzio diniego), della domanda.

Rapporti tra silenzio amministrativo e omissione di atti d'ufficio[modifica | modifica sorgente]

Nel linguaggio giuridico, il «silenzio» dell'Amministrazione indica il medesimo fenomeno che nel diritto penale è definito come «omissione di atti d'ufficio»: quest'ultimo illecito si configura nel caso di mancata emissione di un atto dovuto, ma ha diverse conseguenze sanzionatorie rispetto all'illecito amministrativo.
La Suprema Corte di Cassazione ha più volte ribadito, da ultimo con Sentenza n. 46758 del 03.12.2012[1], che la permanenza del silenzio sul compimento di atti gravati da procedimento amministrativo (restando dunque escluse le mere richieste generiche o le sollecitazioni), laddove seguito da idonea diffida ad adempiere prodotta dal cittadino interessato all'eventuale provvedimento, integra la fattispecie di cui all'art. 328 c.p., in quanto per tale reato è configurabile il solo dolo generico, ovvero la semplice conoscenza, da parte del pubblico ufficiale delegato, dell'assegnazione a sé del procedimento in questione.
Del fatto-reato deve essere informata l'A.G. con denunzia (in quanto perseguibile d'ufficio) e, espletata la fase delle indagini preliminari (in cui di rado il pubblico ufficiale può rischiare la sospensione dalla carica o dalla posizione ricoperta) l'imputato potrà essere condannato fino ad un anno di reclusione (o fino a due anni, nel caso più grave di "rifiuto di atti d'ufficio") e, come pena accessoria, l'interdizione annuale dai pubblici uffici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ http://www.altalex.com/index.php?idnot=19780

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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