Si non caste, tamen caute

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"Si non caste, tamen caute" è una frase in latino che significa letteralmente "se non castamente, almeno con cautela". Più raramente viene citata nelle forme "si non caste, saltem caute" e "nisi caste, saltem caute".

Riferita alle trasgressioni sessuali di chierici e religiosi, può essere resa in perifrasi anche come "se non riesci a vivere in castità il tuo sacerdozio o i tuoi voti ("continentia in sacris"), almeno sii prudente nelle trasgressioni e non destare scandali, vivi questa condizione peccaminosa con verecondia, circospezione, cautela[1]".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'Arcivescovo Adalberto, statua bronzea di Heinrich G. Bücker nel Museo del Duomo di Brema

L'invito è contenuto nello scolio 76 (77) delle Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum di Adamo da Brema (XI secolo)[2] che lo attribuisce ad Adalberto di Brema, suo contemporaneo, il quale lo avrebbe pronunciato in un suo famoso discorso, presumibilmente durante il Sinodo di Pasqua del 1049 a Reims o immediatamente di ritorno da esso[3]:

(LA)

« Audivimus saepenumero piissimum archiepiscopum nostrum Adalbertum cum de continentia tenenda suos hortatus est clericos : "Admoneo vos", inquit, "et postulans iubeo, ut pestiferis mulierum vinculis absolvamini, aut si ad hoc non potestis cogi, quod perfectorum est, saltem cum verecundia vinculum matrimonii custodite, secundum illud quod dicitur: Si non caste, tamen caute" »

(IT)

« Quando il nostro pio arcivescovo Adalberto esortava i suoi chierici alla continenza, lo abbiamo spesso udite dire: "Io vi ammonisco, vi chiedo e vi ordino di sciogliervi dai pestiferi legami con le donne, o, se non riuscite a costringervi a ciò, cosa che è dei perfetti, abbiate perlomeno il pudore di rispettare il vincolo del matrimonio, secondo il detto 'se non castamente, almeno con prudenza'"[1] »

(Adamo da Brema, Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum)

Nel Carmen ad Astralabium filium, scritto negli anni Trenta del XII secolo, Pietro Abelardo esprime lo stesso concetto, seppur in un contesto sensibilmente diverso, nel distico elegiaco "si nequeas caste ne spernas vivere caute"[4][5].

Nel Summa confessorum, 1215ca, Thomas di Chobham raccomandava che rimanessero segreti quei peccati la divulgazione dei quali potesse dare adito a pubblico scandalo, tale da offendere ulteriormente la divinità[5][6]. L'autore attribuiva erroneamente il detto al Libro della Sapienza.

L'adagio è riferito anche nella Chronica[7] di Salimbene de Adam che riporta di aver sentito spesso membri del clero ripetere questo proverbio distorcendo l'autentica dottrina di Paolo di Tarso in materia di continenza. Lo scolio riprende[8] infatti, deformandolo, il celebre motivo della prima lettera di Paolo di Tarso ai Corinzi:

(LA)

« Qui se non continet, nubat; melius est enim nubere quam uri »

(IT)

« ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere »

(1Cor 7,9)

Salimbene de Adam contestava severamente questa interpretazione, disapprovava i costumi sessuali degli ecclesiastici, ed era anche contrario alla loro abitudine di convivere con le mogli o con le concubine.

Negli stessi anni Tommaso d'Aquino, nel suo Commentario alla Lettera di San Paolo agli Efesini (paragrafo sesto del quinto capitolo) conferma l'assoluta estraneità del suggerimento contenuto nel "si non caste, tamen caute" dal pensiero di Paolo di Tarso[9].

Nel Dizionario delle sentenze latine e greche di Tosi, viene citato nella forma "si non caste, saltem caute" (n. 1568, p. 700). Secondo Tosi, nel latino classico l'aggettivo qualificativo "castus" investe tutto l'ambito dell'onestà e della correttezza di una persona[1].

Un'interpretazione alternativa - che si aggiunge alle altre - è ipotizzata da P. P. A. Biller[3] secondo cui il proverbio potrebbe esser stato usato anche come malizioso riferimento alla necessità di adottare metodi contraccettivi durante il rapporto illecito, onde evitare gravidanze indesiderate.

Citazioni rilevanti nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Nel Libro del Cortigiano di Baldassarre Castiglione (XV-XVI secolo) il tema è affrontato nel più generale contesto dell'immoralità dei chierici: «e poi allegano una certa autorità di suo capo che dice "Si non caste, tamen caute"; e par loro con questa medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non è ben cauto che tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purché stiano secreti e non ne nasca il mal esempio» (Libro del Cortigiano, capitolo XX).

Il proverbio viene citato anche nel pamphlet in medio inglese "The Resurreccion of the Masse", attribuito a John Bale[10][11][12][13], vescovo di Ossory e storico inglese vissuto nel XVI secolo[14]. Il contesto è sempre quello dell'immoralità dei chierici[15], spregiativamente chiamati sodomiti nel corso di tutta l'operetta[16]. La "Messa", personificata, pronuncia discorsi in cui condanna se stessa come prostituta[17], si dichiara nata a Roma, figlia del connubio tra la Dea dell'"Idolatria" e il "Papa"[18]. La "Comunione", personificazione dell'Eucaristia, conferma che "nessuna si può trovare così puttana, nessuna così notoria meretrice, così strenua mignotta, come la Messa"[19]. La "Messa" sostiene che il matrimonio non è cosa per chierici i quali essa preferisce invece tenere in adulterio e prostituzione[14] (qui intesa come idolatria). Si dichiara esperta di Duns Scoto e Tommaso d'Aquino ma ammette di non avere niente a che fare con Cristo[20]. La "Risurrezione" sbeffeggia l'"Ostia", fatta da "uomini che copulano con le mogli di altri uomini e fanno figli che vivono nelle case di altri uomini"[21].

Il «si non caste, tamen caute» viene citato anche nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, secondo cui tale motto avrebbe rappresentato l'autentico spirito del Concilio di Trento che, col pretesto di curare il male, lo avrebbe invece nascosto, mortificando così gravemente la libertà artistica di quel periodo storico: «A forza di gridare che il male era nella licenza de' costumi, massime fra gli ecclesiastici, il Concilio di Trento si diede a curare il male riformando i costumi e la disciplina. "Si non caste, tamen caute". Al cinismo successe l'ipocrisia. Il vizio si nascose; si tolse lo scandalo. E non fu più tollerata tutta quella letteratura oscena e satirica; Niccolò Franco, l'allievo e poi il rivale di Pietro Aretino, predicatosi da sé "flagello del flagello de' principi", finì impiccato per un suo epigramma latino. Il riso del Boccaccio morì sulle labbra di Pietro Aretino»[22].


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Fornasari, Giuseppe, Il papato medievale e la natura dell'uomo (secoli X-XI): abbozzo di un'interpretazione, 1999, in Gabriele De Rosa, Giorgio Cracco, Il papato e l'Europa, Rubbettino, p. 130, 2001.
  2. ^ Adamo da Brema, Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum, scolio 77.
  3. ^ a b P. P. A. Biller, Birth-Control in the West in the Thirteenth and Early Fourteenth Centuries, Past & Present, No. 94 (Feb., 1982), pp. 3-26
  4. ^ Carmen ad Astralabium - Abaelards Mahngedicht an seinen Sohn
  5. ^ a b Dyan Elliott, Sex in Holy Places: An Exploration of a Medieval Anxiety, Journal of Women's History, Volume 6, Number 3, Fall 1994, pp. 6-34.
  6. ^ Thomas di Chobham, Summa confessorum 7.13.4, 570-571.
  7. ^ Salimbene de Adam, Chronica. De commendatione castitatis, pp. 566-567. Opera scritta a partire dal 1282, la Cronaca copre gli anni che vanno dal 1167 al 1287.
  8. ^ Philip Schaff, History of the Christian Church, 1890. Dal Volume 5, capitolo XV, § 126. The Lower Clergy:
    « A common saying among priests was, si non caste, caute; that is, "if not chaste, at least cautious." In this way Paul's words were misinterpreted when he said, "If they cannot contain, let them marry." »
  9. ^ Thomas Aquinas, Commentary on Saint Paul's Epistle to the Ephesians, traduzione in inglese a cura di Matthew L. Lamb.
  10. ^ Christina Garrett, 'The Resurreccion of the masse: By Hugh Hilarie—or John Bale (?)', The Library, 4th series, xxi (1940-1), pp. 143-159.
  11. ^ Rainer Pineas, 'The Authorship of The Resurreccion of the Masse', 5 Library XVI (1961), 210-213.
  12. ^ Rainer Pineas, 'The English Morality Play as a Weapon of Religious Controversy', in 'Studies in English Literature, 1500-1900', Vol. 2, No. 2, Elizabethan and Jacobean Drama (Spring, 1962), pp. 157-180.
  13. ^ Rainer Pineas, 'John Bale's Nondramatic Works of Religious Controversy' in 'Studies in the Renaissance', Vol. 9 (1962), pp. 218-233.
  14. ^ a b The authorship of "The resurreccion of the masse", pag. 211: «The Mass says of her priests: "Them by no meanes to marrye can I endure || But to runne a whoring aboue al thinges. || They maye lyue | Sinon caste, tamen caute || Lyke great common Bulles in euery toune || From marriage therfore | I will haue them fre.... || Nothing defyleth me | but honest marryage || Whordome and adultery | I can right well abyde." (sig. A3 r_v)».
  15. ^ Garrett, Christina, The resurreccion of the masse. By Hugh Hilarie - or John Bale (?)
  16. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", p. 211: «The Mass proclaims that she loves 'stincking Sodomites' (sig. A3v), which is what the clergy are called throughout the poem».
  17. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", pag. 211: «The Mass admits she is a whore - Bale's favourite appellation for the Roman Church: "I am as common as the Barbours chayre," she says (sig. A3v)».
  18. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", p. 210: «In the Resurrection the Mass is personified and then made to condemn herself. During one of her self-condemnatory speeches, the Mass reveals that she was born in Rome of the goddess Idolatry and the Pope (sig. A2T)».
  19. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", p. 211: «…Communion says of her: "None is to be founde so common an whore || So notable an harlot | so stoute a strompet || As the masse is...." (sig. B4v).».
  20. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", p. 212: «The author of the Resurrection uses the same technique: the Mass declares that the English prelates support her with quotations from Duns Scotus but that they never attempt to quote the Scriptures (sig. B2r), echoing the statement at the beginning of the poem that the Mass is an expert in the doctrine of 'father Duns and fryer Thomas' but has nothing to say about Christ (sig. A2r)».
  21. ^ The authorship of "The resurreccion of the masse", p. 213: «These words find their echo in the language the Mass uses to describe what she does for the clergy: "I make them of the labour of other mens handes || To liue idely lyke men of great substaunce.... || I make them in loue with other mens wyues || I make their chyldren to syt by other mens fyres...." (sig. A8v)».
  22. ^ Storia della letteratura italiana, p. 146

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]