Shimun VIII Sulaqa

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Shimun VIII Sulaqa
patriarca della Chiesa caldea
John sulaqa.gif
Nato circa 1510
Consacrato vescovo 9 aprile 1553
Elevato patriarca 1551 o 1552 (eletto)
28 aprile 1553 (confermato)
Deceduto gennaio 1555 a Diyarbakır

Yukhannan Sulaqa (Mossul, 1510 circa – Amida, gennaio 1555) è stato abate di Rabban Ormisda e primo patriarca della Chiesa caldea con il nome di Shimun VIII.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Fino a metà del XVI secolo, la Chiesa assira d'Oriente (comunemente chiamata in Occidente Chiesa nestoriana) costituiva un unico patriarcato con sede a Alqosh nel monastero di Rabban Ormisda (nord della Mesopotamia).

Nella seconda metà del XV secolo, il patriarca Mar Shimun IV (circa 1437-1497) aveva introdotto il principio della successione ereditaria, per cui il titolo patriarcale veniva ereditato dai parenti del patriarca in carica (fratelli, cugini o nipoti). La famiglia patriarcale, che ereditò il titolo fino agli inizi del XIX secolo, era chiamata Bar Mama o Bar Abouna.

La successione ereditaria fu resa possibile dal diritto canonico delle Chiese orientali, che prevedeva che solo i vescovi metropolitani potessero eleggere il patriarca. Mar Shimun IV ed i suoi successori nominarono perciò sulle sedi metropolitane i propri familiari; di conseguenza il patriarca eletto apparteneva necessariamente alla stessa famiglia. Inoltre il patriarca in carica aveva preso l'abitudine di nominare un proprio familiare come Nator kursia (letteralmente: Guardiano della Sede), ossia metropolita con diritto di successione.

Shimun VII Ishoyahb, patriarca nestoriano dal 1538 o dal 1539, fu molto impopolare nella sua Chiesa a causa delle sue attività illecite e della vita dissoluta, accusato di vendere le proprietà della Chiesa e di aver reso possibile il concubinato. Inoltre negli ultimi anni della sua vita iniziò a consacrare vescovi metropoliti alcuni nipoti di dodici e quindici anni. Tutto questo creò tensioni all'interno della Chiesa nestoriana.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Yohannan Sulaqa (lett.: Giovanni Ascensione), figlio di Daniele della famiglia Bellu, nacque verso il 1510 nella regione di Mossul. Attorno al 1540 divenne abate del monastero di Rabban Ormisda.[1]

Le critiche nei confronti di Shimun VII Ishoyahb si levarono sempre più alte, soprattutto quando il patriarca nominò un ragazzo come vescovo metropolitano e Nator kursia. Ciò indusse i vescovi di Salmas, Urmia e Arbil a convocare nel 1551 (o 1552) un'assemblea di monaci, clero e laici a Mossul, per nominare un nuovo patriarca in alternativa a Shimun VII. La scelta cadde sull'abate di Rabban Ormisda, allora quarantenne: si venne così a creare uno scisma all'interno della Chiesa assira d'Oriente. Era tuttavia necessaria la consacrazione episcopale che solo un vescovo metropolitano poteva conferire. L'opposizione della famiglia Abouna indusse gli scismatici, su consiglio dei Francescani che da qualche anno lavoravano come missionari fra i nestoriani, a rivolgersi al papa di Roma per la consacrazione del patriarca Sulaqa, divenuto Shimun VIII.

Una delegazione di settanta persone, elette all'interno dell'assemblea, accompagnarono il nuovo patriarca a Gerusalemme, per incontrare il Custode di Terra Santa, che all'epoca svolgeva anche le funzioni di commissario della Santa Sede per l'Oriente, al fine di ottenere da lui le credenziali necessarie per rivolgersi a Roma ed ottenere dal papa il riconoscimento del nuovo patriarca.

Sulaqa partì per Roma, accompagnato da tre laici (di cui solo uno arrivò a Roma), con le lettere credenziali redatte dal Custode, dall'assemblea di Mossul e dalla delegazione dei settanta. Arrivò a Roma il 18 novembre 1552, dove ricevette assistenza da Andrea Masio, traduttore ed incaricato di papa Giulio III. Sulaqa chiese al papa di essere riconosciuto come patriarca, poiché il precedente, Shimun VII, era deceduto nel 1551, ed il suo successore, anch'esso chiamato Shimun, non era qualificato a succedergli, perché la sua nomina a dodici anni (o otto anni) violava le regole sull'età canonica.[2]

L'affare fu presentato in concistoro dal cardinale Bernardino Maffei il 18 febbraio 1553 e ripreso il 20 febbraio, giorno in cui Sulaqa emise una professione di fede cattolica.[3] Il 9 aprile fu consacrato vescovo nella basilica di San Pietro in Vaticano dal cardinale domenicano Juan Álvarez y Alva de Toledo. Il 28 aprile fu confermato patriarca con la bolla Divina disponente clementia e ricevette dalle mani del papa il pallio nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Prima di partire per l'Oriente, il nuovo patriarca chiese ed ottenne di essere accompagnato da due missionari, necessari per inculcare la fede cattolica nella sua nuova chiesa. Furono scelti due domenicani maltesi, Ambrogio Buttigeg (nominato vescovo titolare di Avara e nunzio di Mossul) e Antonino di Zahra. Sulaqa lasciò Roma e passando per Costantinopoli, arrivò il 12 novembre 1553 a Diyarbakır (chiamata Amida), dove pose la sua residenza.

Nel 1554 il patriarca ordinò cinque nuovi vescovi metropolitani cattolici: i vescovi di Gazireh, Hesna d'Kifa, Amida, Mardin e Seert.

Le ostili manovre della parte nestoriana indussero il pascià di Diyarbakır ad arrestare Sulaqa e ad imprigionarlo. Morì in carcere, probabilmente per annegamento, nel gennaio 1555.

Lo scisma del 1551/52[modifica | modifica sorgente]

Le fonti antiche riportano due tradizioni o versioni diverse e contrastanti circa i motivi dell'elezione patriarcale di Sulaqa.

  1. La prima versione deriva da un resoconto redatto da Andrea Masio e che si riflette nelle decisioni concistoriali del mese di febbraio e aprile 1553. Secondo questa versione, il patriarca nestoriano Shimun VII Ishoyahb, morto nel 1551, aveva nominato Nator kursia un bambino di otto anni, designato a succedergli alla sua morte. L'elezione di Sulaqa era perciò motivata dal rifiuto del principio ereditario, con le sue nefaste conseguenze.
    Questa tradizione ha cercato di legittimare l'elezione di Sulaqa di fronte a papa Giulio III e ai suoi cardinali, presentandola come un ritorno al principio elettivo, ed è diventata la versione ufficiale, ripresa dagli storici nei secoli seguenti. Così Assemani nel De Catholicis seu patriarchis Chaldaeorum et Nestorianum (Roma, 1775) e Becchetti nella Istoria degli ultimi quattro secoli della Chiesa (Roma, 1796). Anche storici recenti hanno supportato questa tesi: Joseph Tfinkdji nel 1913 e Eugene Tisserant nel 1931. Ancora nel 1993, Fiey, nel Pour un Oriens Christianus Novus, nella cronotassi dei patriarchi assiri elenca Simon VII Bar Mama (1538-51) e Simon VIII Denha (1551-58).
  2. La seconda versione dei fatti deriva da una testimonianza di Audishu IV Maroun, successore di Sulaqa, e da una lettera di Ambrogio Buttigeg del mese di gennaio 1555. Secondo queste fonti, l'elezione di Sulaqa fu occasionata dall'immoralità del patriarca Shimun VII Ishoyahb ed in particolare dalla nomina di due bambini come metropoliti.
    Questa tradizione ha cercato di legittimare di fronte agli oppositori nestoriani l'elezione di Sulaqa, presentandola come una giustificata rivolta contro un Patriarca dissoluto, che era ancora vivo al momento della rivolta e lo sarà fino al 1558. Questa versione dunque attesta che l'elezione di Sulaqa non fu motivata dalla morte del patriarca e dalla nomina di un bambino come successore, ma come un'aperta ribellione nei confronti del patriarca regnante, ossia quel Shimun VII Ishoyahb che era ancora patriarca della Chiesa assira d'Oriente quando Sulaqa fu consacrato vescovo a Roma e confermato come nuovo patriarca.

Questa seconda tesi è stata proposta negli studi di Joseph Habbi (1966), Heleen Murre-Van den Berg (1999) e David Wilmshurst (2000). Questi autori giungono alle seguenti conclusioni:

  • il patriarca Shimun VIII Denha (1551-1558) non è mai esistito;
  • il patriarca Shimun VII Ishoyahb era ancora vivo al momento dell'elezione di Sulaqa ed è morto il 1º novembre 1558, come attesterebbe la sua tomba nel monastero di Rabban Hormizd;
  • Sulaqa perciò è stato eletto patriarca nel corso di una ribellione contro il patriarca regnante Shimun VII Ishoyahb;
  • le autorità vaticane sono state indotte a fraintendere le circostanze dell'elezione di Sulaqa da Sulaqa stesso o dai suoi sostenitori.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Oppure del monastero di Beth Qoqa nei pressi di Arbil.
  2. ^ Questi argomenti hanno indotto molto storici, tra i quali Tisserant, Tfinkdji e Fiey, a postulare l'esistenza di un Shimun bar Mama (VIII), patriarca dal 1552 al 1558. Studi recenti di Habbi e Lampart smontano questa ipotesi, in quanto Shimun VII avrebbe regnato fino al 1558. Ciò significa che Sulaqa, o il suo entourage, mentirono al papa.
  3. ^ Testo latino della professione in Bessarione, 1901, Anno VI, vol. I, pp. 52-54.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Patriarca di Babilonia dei Caldei Successore PatriarchNonCardinal PioM.svg
- 1551 o 1552 - gennaio 1555 Audishu IV Maroun
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