Separatismo femminista

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Con la definizione di separatismo femminista s'intende una pratica politica nata all'interno del movimento femminista che, in varie misure o con diverse modalità, adotta la sottrazione dalle relazioni con gli uomini, ritenendo che il linguaggio e le dinamiche che si instaurano con essi pregiudichino l'autenticità relazionale che si può creare tra donne e quindi la libera espressione.

Descrizione generale[modifica | modifica sorgente]

I prodromi del separatismo possono essere individuati nell'associazione americana Cell 16, fondata dall'attivista statunitense Roxanne Dunbar[1]: questa, dalle pagine della rivista ufficiale dell'organizzazione No More Fun and Games, suggerì alle donne di «distaccarsi da quegli uomini che non operino coscientemente per la liberazione femminile»[2].

Le femministe separatiste ritengono che uomini e donne, anche se con le migliori intenzioni e disponibilità, difficilmente sfuggano ai modelli sociali e culturali patriarcali e sessisti che limitano la piena autodeterminazione della donna. In tal senso la diversa percezione che le donne ottengono di sé stesse, in contesti separati dagli uomini, diventa uno strumento necessario per acquisire tale consapevolezza.

Così facendo si opera inoltre una scelta riguardo al proprio referente politico. Le femministe separatiste si rivolgono alle altre donne per lavorare su obbiettivi sociali e politici, partendo dalla consapevolezza e dalla coscienza della discriminazione di genere per cambiare l'esistente. L'obiettivo è, quindi, dirigere le proprie energie, la propria fiducia e la propria apertura al dialogo prioritariamente verso altre donne. Chi applica questo tipo di pratica può operare, nella propria vita, scelte in base a tali priorità e talora vede la compresenza di uomini e donne come un ostacolo al raggiungimento del cambiamento sociale in quanto vi si riproducono situazioni patriarcali e sessiste.

La donna che interpreta in tale forma il femminismo evita di lavorare con o per uomini, e di essere a loro funzionale.

Il separatismo lesbico[modifica | modifica sorgente]

Il separatismo lesbico è una forma specifica di separatismo femminista. Il separatismo è stato considerato da una parte di lesbiche femministe come strategia temporanea e/o pratica di vita, sottraendosi in questo modo alle richieste di disponibilità emotiva e sessuale loro rivolte dalla società eteronormativa[3].

Approccio teorico[modifica | modifica sorgente]

L'autrice Marilyn Frye definisce il separatismo femminista come «separazione di vario ordine e modalità dagli uomini e dalle istituzioni, dai rapporti, dai ruoli e dalle attività che sono definiti o dominati dall'uomo e che operino a favore degli uomini e del mantenimento del privilegio maschile - separazione iniziata e sostenuta dalla volontà delle donne»[4].

Il separatismo può assumere molteplici forme e delinearsi in dimensioni diverse; a tal proposito l'accademica italiana Teresa de Lauretis, docente negli Stati Uniti, ricorda che «…nel femminismo statunitense il separatismo era inizialmente separatismo dagli uomini, poi però il termine è stato usato per ogni forma di separatismo anche tra donne, per esempio separatismo delle donne lesbiche dalle donne eterosessuali o delle donne nere dalle donne bianche»[5].

Considerazioni e critiche[modifica | modifica sorgente]

Il separatismo femminista è discusso sia all'interno[6][7] che all'esterno del movimento femminista.

In particolare alcune soggettività (gli uomini) lamentano l'esclusione da tale tipo di pratica, anche se questo non rientra, tuttavia, nelle dirette intenzioni delle donne che operano tale scelta: chi pratica il separatismo in tal modo si sottrae, non esclude[8].

Il separatismo femminista viene criticato in quanto considerato una «pratica politica identitaria»[9]

Scelte separatiste furono effettuate anche in occasione di appuntamenti pubblici organizzati da soggettività politiche femministe: in particolare in Italia furono organizzate manifestazioni di donne in cui la partecipazione maschile era esclusa a priori, come nel caso del grande corteo contro la violenza sulle donne del 24 novembre 2007 a Roma[10] (dove oltre alle contestazioni fatte a varie esponenti del mondo della politica, si verificarono frizioni tra un gruppo di donne che partecipavano alla manifestazione e alcuni giornalisti uomini presenti per lavoro[11]), che fu oggetto di critiche da parte di alcune partecipanti tra cui Dacia Maraini e Giovanna Melandri[11]. L'anno successivo le organizzatrici decisero altrimenti e permisero agli uomini di sfilare in coda[12].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Saulnier, op. cit.
  2. ^ (EN) Roxanne Dunbar, Lisa Leghorn, The Man's Problem in No More Fun and Games, novembre 1969.
  3. ^ Davis, op. cit., pag. 271
  4. ^ Politics of Reality, op. cit., «Some Reflections on Separatism and Power»
  5. ^ de Lauretis, op. cit.
  6. ^ Vincenza Perilli, Chi ha paura del separatismo? in Il Paese delle donne, 2 dicembre 2007. URL consultato il 24 maggio 2012.
  7. ^ Contro il separatismo. Non è una strategia che esprime la nostra molteplicità in Femminismo al sud. URL consultato il 24 maggio 2012.
  8. ^ Lonzi, op. cit., Maria Luisa Boccia, L’io in rivolta. Sessualità e pensiero politico di Carla Lonzi
  9. ^ E.Teghil, "Il separatismo.Forza, garanzia di riconoscimento, necessità della lotta femminista"
  10. ^ Claudia Fusani, Violenza sulle donne, a Roma in centomila: "Contro la paura, riprendiamoci i nostri diritti" in la Repubblica, 24 novembre 2007. URL consultato il 24 maggio 2012.
  11. ^ a b Donne, in "150mila contro la violenza" in Corriere della Sera, 24 novembre 2007. URL consultato il 24 maggio 2012.
  12. ^ Donne in piazza contro la violenza: "Difendiamo i nostri diritti" in la Repubblica, 22 novembre 2008. URL consultato il 24 maggio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]