Seconda guerra romano-punica

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Seconda guerra romano-punica
Rome carthage 218.svg
Le zone di influenza di Roma e Cartagine prima della guerra.
Data 218 - 202 a.C.
Luogo Italia, Sicilia, Iberia, Gallia Cisalpina, Gallia Transalpina, Africa, Grecia
Esito Vittoria di Roma. Roma ottiene il dominio assoluto del Mediterraneo occidentale.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Nel 216 a.C. 80.000 fanti
e 9.600 cavalieri;[1][2][3]
nel 211 a.C. 115.000 fanti,
13.000 cavalieri
e 2 flotte di 150 navi.[2][3][4]
90.000 fanti,[5] 12.000 cavalieri[5] e 37 elefanti agli inizi del 218 a.C.;[6]
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La seconda guerra romano-punica (chiamata anche fin dall'antichità, guerra annibalica[7]) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni[8]) e successivamente in Africa.

La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che volevano riscattarsi dalla sconfitta subita nella prima guerra romano-punica e se non fu certamente la più importante per durata, lo fu per l'ampiezza delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell'intero ambito mediterraneo.[9]

Contrariamente alla prima guerra romano-punica, che fu combattuta e vinta essenzialmente sul mare, la seconda fu un continuo succedersi di battaglie terrestri con movimenti di masse enormi di fanterie, elefanti e cavalieri. Le marine si scontrarono ma furono quasi solamente utilizzate per aiutare gli eserciti nei loro spostamenti, o per far viaggiare i diplomatici da un regno all'altro del Mediterraneo. Anche se la condotta della guerra venne generalmente percepita per lo più seguendo il cammino di Annibale dalla Spagna al sud Italia, in realtà tutto il Mediterraneo fu direttamente e indirettamente coinvolto nella disputa fra Roma e Cartagine. Teatro di scontri terrestri furono Iberia, Gallia, Gallia cisalpina, Italia, Africa, mentre le diplomazie dei due contendenti si attivarono verso la Numidia, la Grecia, la Macedonia, la Siria, l'Egitto e i regni dell'Anatolia.

Scenario geopolitico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra romano-punica.

Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Alla fine della prima guerra romano-punica Cartagine si trovava in una situazione finanziaria disastrosa. Enormi somme (3.200 talenti euboici in 10 anni[10]) dovevano essere versate ai vincitori quale risarcimento, con la restituzione totale di tutti i prigionieri di guerra senza riscatto.[11] La ricca Sicilia era persa e passata sotto il controllo di Roma (con il divieto per Cartagine di portare la guerra a Gerone II di Siracusa)[12] e, nell'impossibilità di pagare i mercenari libici e numidi che utilizzava, dovette subire una sanguinosa rivolta che richiese 3 anni di sforzi ed efferatezze per essere domata.[13] Approfittando di questa rivolta inoltre Roma occupò la Sardegna e la Corsica,[14][15] costringendo Cartagine a dover pagare un ulteriore indennizzo di altri 1.200 talenti per evitare il riaccendersi della guerra che la città non poteva assolutamente permettersi.[16][17] Ciò venne visto come una ferita umiliante dai cartaginesi, che però non poterono far altro che accettare la sconfitta senza aver combattuto.

Scenario geopolitico dell'intero bacino del Mediterraneo alla vigilia della seconda guerra romano-punica

Una buona parte del commercio, dal quale traeva la maggiore quantità dei suoi introiti, era stata dirottata verso lidi più tranquilli e controllata dai nuovi padroni. Le fazioni, sempre presenti in città e causa quasi unica del suo tragico destino, si dividevano fra un'aristocrazia ormai volta alla gestione di vaste proprietà fondiarie basate su un'agricoltura specializzata, e una "borghesia" commerciale e artigianale, maggiormente orientata all'espansionismo sulle coste europee, che vedeva di giorno in giorno scendere il proprio potere e la propria capacità economica e imprenditoriale.

Roma[modifica | modifica sorgente]

Roma stava raccogliendo i frutti più succosi di una secolare serie di guerre espansionistiche. Polibio si riprometteva di studiare come avesse potuto Roma, in soli 53 anni, diventare padrona del mondo;[18] in realtà con la vittoria sui Cartaginesi era stato fatto un notevole salto di qualità ma, per compierlo, erano stati necessari secoli di preparazione. Al tempo della prima guerra romano-punica, i Romani non avevano ancora terminato di unificare l'Italia sotto la loro dominazione. Colonie greche erano ancora libere e ben decise a rimanerlo, popolazioni della costa adriatica erano "solo" alleate e i Sanniti resistevano, vinti ma non domi.

Dopo la guerra Roma ebbe mano libera nella penisola al di sotto dell'Appennino tosco-emiliano e si era procurata una provincia, la Sicilia, ricca, produttiva, culturalmente evolutissima. Il Senato dibatteva non sul "come" o sul "se" allargare la dominazione, ma sul "dove" indirizzare le capacità belliche e le incredibili risorse economiche che stavano arrivando all'erario: decise alla fine di indirizzarle in tutte le direzioni. Iniziò la penetrazione nella pianura padana, per sbarrare la strada ai Liguri che cercavano la via del sud e per fermare definitivamente il pericolo dei Galli.[19] Contestualmente cercava di dare sfogo alle necessità di fornire la terra ai reduci con la creazione di varie colonie; iniziò una politica di attenzione all'attività della regina Teuta che, alla testa dei pirati dell'Illiria, disturbava la navigazione nell'Adriatico.[20] Questo diede la possibilità a Roma di inserirsi nella politica delle città-stato della Grecia, della Macedonia, della lega etolica, sottoposte in varia misura agli attacchi dei pirati e in lotta fra di loro.[20] Roma, inoltre, approfittando della debolezza di Cartagine che era logorata e impegnata dalla rivolta dei mercenari, occupò Sardegna e Corsica, che erano ancora sottoposte al dominio punico.[14][15]

Rinascita di Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Rovine dell'antica città fenicia di Cartagine (collina della Birsa)

Risolto in qualche modo il problema generato dai mercenari,[13] Cartagine cercò una via per riprendere il suo cammino storico. Il governo della città era diviso principalmente fra il partito dell'aristocrazia terriera, capeggiato dalla famiglia degli Annone da una parte, e il ceto imprenditoriale e commerciale che faceva riferimento ad Amilcare Barca e in genere ai Barcidi.

Annone propugnava l'accordo con Roma e l'allargamento del potere cartaginese verso l'interno dell'Africa, in direzione opposta alla città rivale. Amilcare vedeva nella Spagna, dove Cartagine già da secoli manteneva larghi interessi commerciali, il fulcro economico per la ripresa delle finanze puniche.[21]

Politicamente sconfitto Amilcare, che aveva avuto un ruolo di primo piano nella repressione della rivolta dei mercenari, non ottenendo dal Senato cartaginese le navi per andare in Spagna, prese il comando dei reparti mercenari rimasti e con una marcia incredibile attraversò tutto il nordafrica percorrendo la costa fino allo stretto di Gibilterra. Amilcare, che era accompagnato dal figlio Annibale e dal genero Asdrubale, attraversò lo stretto e, seguendo la costa spagnola, si diresse verso oriente alla ricerca di nuove ricchezze per la sua città.[22]

La spedizione cartaginese assunse l'aspetto di una conquista, a partire dalla città di Gades (oggi Cadice), sebbene fosse stata inizialmente condotta senza l'autorità del senato cartaginese.[23] Dal 237 a.C., anno della partenza dall'Africa al 229 a.C., anno della sua morte in combattimento,[23] Amilcare riuscì a rendere la spedizione autosufficiente dal punto di vista economico e militare e perfino a inviare a Cartagine grandi quantità di merci e metalli requisiti alle tribù ispaniche come tributo.[22][24] Morto Amilcare il genero ne prese il posto per otto anni e iniziò una politica di consolidamento delle conquiste.[25] Con patti e trattati si accordò con i vari popoli locali[26] e fondò una nuova città. La chiamò Karth Hadasht, cioè Città Nuova, cioè Cartagine, oggi Cartagena.[27]

Impegnati con i Galli, i Romani preferirono accordarsi con Asdrubale e nel 226 a.C., spinti anche dall'alleata Marsalia che vedeva avvicinarsi il pericolo, stipularono un trattato che poneva l'Ebro come limite all'espansione di Cartagine.[23][28][29] Si riconosceva così, in modo implicito, anche il nuovo territorio soggetto al controllo cartaginese.[30] D'altra parte un esercito di circa 50.000 fanti, 6.000 cavalieri per lo più numidi e oltre 200 elefanti da guerra costituiva una notevole potenza militare ma soprattutto un problema economico per il suo mantenimento che dava sicuramente da pensare ai possibili bersagli. La svolta si ebbe nel 221 a.C.: Asdrubale, pare a causa di una donna (o forse, come sostiene Tito Livio, fu uno schiavo per vendicare la morte del suo padrone[31]), fu ucciso da un mercenario gallo[23][32] e l'esercito cartaginese scelse all'unanimità Annibale,[33] che aveva solo 26 anni, come suo terzo comandante in Spagna.[34][35] Cartagine, una volta radunato il popolo, decise di ratificare la designazione dell'esercito.[36][37]

Casus belli[modifica | modifica sorgente]

Principali battaglie della seconda guerra romano-punica
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Sagunto.

Lo storico greco Polibio affermava che tre furono i motivi principali della seconda guerra tra Romani e Cartaginesi:

  1. la prima causa scatenante della guerra tra Romani e Cartaginesi fu lo spirito di rivalsa del padre di Annibale, Amilcare Barca.[38] Costui, se non ci fosse stata la rivolta dei mercenari contro i Cartaginesi, avrebbe ricominciato a preparare un nuovo conflitto.[39][40] Si racconta, inoltre, che Annibale prima di partire era stato condotto al cospetto degli dei della città dal padre che gli aveva fatto giurare odio eterno a Roma.[41] Annibale, poco più che bambino, aveva compreso il significato intimo del giuramento. A 26 anni, capo dell'esercito, idolatrato dai suoi uomini con cui aveva vissuto per anni condividendo pericoli e disagi, impresse una svolta decisiva alla politica cartaginese in Spagna, ampliandone le conquiste.[42]
  2. Seconda causa della guerra, sempre secondo Polibio, fu l'aver dovuto sopportare, da parte dei Cartaginesi, la perdita del dominio sulla Sardegna e sulla Corsica con la frode, come ricorda Tito Livio, e il pagamento di ulteriori 1.200 talenti in aggiunta alla somma pattuita in precedenza al termine della prima guerra romano-punica.[16][43][44]
  3. Terza ed ultima causa fu l'aver conseguito numerosi successi in Iberia da parte delle armate cartaginesi, tanto da destare negli stessi un rinnovato spirito di rivalsa nei confronti dei Romani.[45]

In effetti Polibio contestava le cause della guerra che lo storico latino Fabio Pittore avrebbe individuato nell'assedio di Sagunto e nel passaggio delle armate cartaginesi del fiume Ebro. Egli riteneva si trattasse soltanto di due avvenimenti che sancivano l'inizio cronologico della guerra, ma non le cause profonde della stessa.[46] Il trattato del 226 a.C. fissava nell'Ebro il limite dell'espansione punica, ma alcune città, anche se comprese nel territorio controllato dai cartaginesi erano alleate di Roma: Emporion, Rhode e la più famosa di tutte, Sagunto. Posta in posizione munitissima in cima a un'altura, Sagunto sarebbe servita per rifinire la preparazione dell'esercito di Annibale, ottimizzandone la qualità. E Sagunto fu scelta come casus belli.[34][47]

Adducendo la motivazione che Sagunto si trovava a sud dell'Ebro e quindi rientrava nei territori di competenza dei Cartaginesi e non dei Romani, Annibale dichiarò guerra alla città.[34] Sagunto chiese aiuto a Roma che però si limitò a inviare degli ambasciatori che Annibale non ricevette.[48] Sagunto venne attaccata nel marzo del 219 a.C. e sottoposta a un drammatico assedio[47][49] che si protrasse per otto mesi senza che Roma decidesse di intervenire; tristemente famosa la disperata richiesta dei delegati:

(LA)
« Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur »
(IT)
« Mentre a Roma si discute, Sagunto cade »

Alla fine, la sfortunata città, stremata dopo otto mesi di fame, battaglie, lutti e disperazione si arrese e venne rasa al suolo.[34][47][50][51] Roma, a questo punto, intervenne e inviò una delegazione a Cartagine chiedendo la consegna di Annibale. Le ricchezze che per anni erano giunte, però, dalla Spagna, fecero sì che a prevalere fosse il partito della guerra, sebbene Annone si fosse opposto tenacemente alla ripresa delle ostilità, avendo capito che avrebbero portato alla definitiva rovina della potenza cartaginese.[52] La conseguenza ineluttabile fu che Roma inviò a Cartagine un'ambasciata per lamentare queste violazioni[53] e in cui furono presentate due proposte:

  • o consegnavano ai Romani il generale Annibale e tutto il suo staff militare,
  • oppure avrebbero dichiarato guerra a Cartagine.[54]

I Cartaginesi provarono a difendere il loro operato e quello di Annibale, adducendo come scusa che nel trattato precedente dopo la prima guerra romano-punica non si faceva alcun cenno all'Iberia e quindi all'Ebro,[55] ma Sagunto era considerata alleata ed amica del popolo romano.[56] La guerra fu inevitabile,[47][57] solo che come scrive Polibio, la guerra non si svolse in Iberia [come auspicavano i Romani] ma proprio alle porte di Roma e lungo tutta l'Italia.[58] Era la fine del 219 a.C. e iniziava la seconda guerra romano-punica.[59][60]

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Preparativi di Annibale[modifica | modifica sorgente]

Claudio Francesco Beaumont, Annibale giura odio ai Romani (olio su tela, 330 × 630 cm del XVIII secolo)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito cartaginese.

Nella primavera del 218 a.C., pochi mesi dopo l'espugnazione di Sagunto, Annibale completò la seconda selezione del suo esercito: fece arrivare da Cartagine 15.000 uomini di cui 2.000 cavalieri numidi.[6][59] Secondo quanto racconta Polibio, attuò una politica accorta e saggia, facendo passare i soldati della Libia in Iberia e viceversa, cementando così i vincoli di reciproca fedeltà tra le due province.[61] Lasciò, quindi, in Spagna, sotto il comando del fratello Asdrubale, per tenere a bada le popolazioni locali, una forza navale formata da 50 quinqueremi, 2 quadriremi e 5 triremi; 450 cavalieri tra Libi-Fenici e Libici, 300 Lergeti e 1.800 tra Numidi, Massili, Mesesuli, Maccei e Marusi; 11.850 fanti libici, 300 Liguri, 500 Balearici e 21 elefanti.[62]

A Cartagine vennero mandati di rinforzo 13.800 fanti e 1.200 cavalieri iberici, oltre a 870 balearici, assieme a 4.000 nobili spagnoli che, apparentemente inviati come "forze scelte", erano in realtà ostaggi presi per assicurarsi la lealtà della Spagna.[63] Contemporaneamente rimase ad aspettare l'arrivo dei messaggeri inviati ai Celti della Gallia Cisalpina, contando sul loro odio nei confronti dei Romani ed avendo promesso di tutto ai loro capi.[64]

Annibale ottenne così di bilanciare il controllo delle varie posizioni militarmente o politicamente pericolose con truppe non legate al territorio, che controllavano ostaggi legati a un territorio differente. Alle forze lasciate in Iberia e inviate a Cartagine, andavano, infine, sommate quelle della spedizione vera e propria in Italia, vale a dire: 80.000[59]-90.000 fanti[6][5] e 10.000[59]-12.000 cavalieri,[6][5] oltre a 37 elefanti.[6][59]

Preparativi di Roma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano e Dimensione dell'esercito romano.

Memore delle battaglie navali della prima guerra romano-punica, Roma allestì una flotta di oltre 200 quinqueremi; la città stessa fornì 24.000 fanti e 1.800 cavalieri (pari a 6 legioni) scelti tra i cittadini romani, oltre a 45.000 fanti[2] e 4.000 cavalieri scelti tra gli auxilia (che secondo Polibio rappresentavano ulteriori 9-10 legioni).[3] I due consoli si suddivisero, come d'uso, i compiti: Publio Cornelio fu posto a capo di 60 navi e inviato in Iberia; Tiberio Sempronio Longo venne mandato in Sicilia[59] (a Lilibeo[65]) con due legioni e un cospicuo contingente di alleati, in tutto 24.000 fanti e 2.000 cavalieri, con l'incarico di sbarcare in Africa, a bordo di 160 quinqueremi e di naviglio leggero,[66] per attaccare direttamente Cartagine.

Negli anni successivi della guerra, i Romani furono costretti a mettere in campo un esercito crescente di uomini. Nel 216 a.C. furono schierati ben 80.000 fanti e 9.600 cavalieri,[1][2][3] pari a 16 legioni romane. Nel 211 a.C. il numero delle legioni raggiunse per quell'epoca la cifra record di 23 legioni (o forse anche 25[67]), pari a 115.000 fanti e 13.000 cavalieri, oltre a 2 flotte di 150 navi.[2][3][4]

Schieramento in battaglia dell'esercito consolare polibiano nel III secolo a.C., con al centro le due legioni e sui fianchi le Alae Sociorum (gli alleati italici) e la cavalleria legionaria e alleata.[68]

Tutte le fasi della guerra (218-202 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronologia della seconda guerra romano-punica.

Prime azioni romane[modifica | modifica sorgente]

La prima azione militare consistette nell'espugnare la piazzaforte punica di Melita, che s'arrese subito senza combattere. A Publio Cornelio Scipione, padre dell'Africano, e al fratello Gneo Cornelio Scipione venne assegnata la Spagna[59] con due legioni e le forze degli alleati: 22.000 fanti, 2.000 cavalieri e una sessantina di navi. Il piano prevedeva di colpire Cartagine, ritenuta non del tutto pronta, con un esercito e attaccare Annibale in Spagna cercando l'aiuto delle popolazioni locali.

Vennero inviati ambasciatori in Spagna per cercare l'alleanza delle tribù Celtibere, da anni in lotta contro i cartaginesi. Ma mentre qualche tribù accettò, altre, ricordando il mancato aiuto a Sagunto, rifiutarono di aiutare Roma innescando una reazione negativa che investì anche la Gallia in entrambi i versanti delle Alpi. Roma poté contare solo sulle proprie forze e quelle dell'Italia appena conquistata, ma ancora percorsa da fremiti di libertà.

Si dedicarono, quindi, alla fortificazione delle città della Gallia Cisalpina e ordinarono ai coloni, 6.000 per ciascuna nuova città da fondare, di trovarsi nel luogo stabilito entro trenta giorni. La prima delle colonie venne fondata sul fiume Po e venne chiamata Placentia, l'altra venne posta a nord del fiume e chiamata Cremona. La loro funzione era quella di sorvegliare il comportamento delle popolazioni celtiche di Boii e Insubri.[69]

La marcia verso l'Italia (218 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Invasione di Annibale dalle Alpi

Nel maggio del 218 a.C. Annibale lasciò la penisola iberica, con 90.000[59][5] fanti e 12.000 cavalieri,[5][6] oltre a 37 elefanti.[6][59] Doveva muoversi in fretta se voleva dividere le forze di Roma per evitare l'attacco diretto a Cartagine e doveva terminare la guerra in breve tempo per nuocere il meno possibile ai commerci, linfa vitale per Cartagine. Passato l'Ebro,[70] in circa due mesi sconfisse, perdendo però ben 22.000 uomini fra decessi e defezioni, le popolazioni che si frapponevano fra il territorio cartaginese e i Pirenei[59] (tra cui i Volci[71]), dove lasciò a loro protezione un contingente di oltre 10.000 fanti e 1.000 cavalieri sotto il comando di Annone.[72] Quando varcò questa catena montuosa, posta tra Iberia e Gallia in direzione del Rodano, erano rimasti con lui 50.000 fanti e 9.000 cavalieri.[73]

« Le truppe di cui disponeva non erano tanto numerose, ma efficienti e ben addestrate, grazie alle continue battaglie condotti in Iberia [in precedenza] »
(Polibio, III, 35, 7.)

Cercò l'alleanza delle popolazioni galliche e liguri[59] sulle cui terre doveva forzatamente passare rassicurandole di non volere la loro conquista e cercando invece di fomentarle contro Roma. Il passaggio, però, non fu facile e dovette farsi strada con le armi perdendo ancora 13.000 uomini di cui 1.000 cavalieri. Dopo la diserzione di 3.000 Carpetani permise ad altri 7.000 uomini, poco desiderosi di seguirlo, di ritornare a casa.[74] Verso la metà di agosto arrivarono al Rodano 38.000 fanti e 8.000 cavalieri, truppe sicuramente fedeli e già rodate da dure battaglie.[75]

Nel frattempo la diplomazia di Annibale nella Gallia Cisalpina spinse i Galli Boi e Insubri alla rivolta. Questi scacciarono i coloni da Piacenza e li spinsero fino a Modena che venne assediata, e poco ci mancò che non fosse occupata. Questa situazione obbligò Publio Scipione a dirottare verso la Pianura Padana le sue forze che si trovavano a Pisa in attesa dell'imbarco verso la Gallia. Scipione fu forzato a tornare a Roma per arruolare una sesta legione.[76] A causa della malaccorta condotta della guerra ai Galli, Scipione si vide costretto a mandare contro di loro anche questa legione. Tornato ancora a Roma, levò altre forze e finalmente riuscì ad arrivare a Marsiglia per fronteggiare Annibale, ma era passato troppo tempo prezioso.[77]

Le Alpi (218 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Le possibili vie seguite da Annibale per raggiungere l'Italia romana
Uno dei possibili "passi annibalici" da dove potrebbe essere transitato il condottiero cartaginese con il suo esercito e i suoi elefanti: il Colle dell'Autaret nelle Valli di Lanzo

Annibale doveva far passare il suo esercito sulla riva sinistra del Rodano. Lo aspettavano la forte tribù dei Volcari e Scipione con le sue legioni, che erano partiti per la Spagna e che, per gli anzidetti ritardi e per la veloce marcia di Annibale, avevano deviato su Marsiglia.[77] Una volta sconfitti i Volcari con un trucco, a seguito di uno scontro fra le cavallerie, il cartaginese si rese conto di non poter passare in Italia per la strada costiera e si inoltrò fra le montagne seguendo le vallate del Rodano e dell'Isère.[78]

Non vi è alcuna certezza su quale sia stato il valico percorso da Annibale per attraversare le Alpi. Diverse sono le ipotesi sulle quali gli storici dibattono da sempre, anche se mancano prove conclusive che possano far decidere definitivamente per l'una o l'altra. Secondo la versione di Polibio, Annibale seguì il corso dell'Isère, e decise di attraversare le Alpi dal Moncenisio.[78] Secondo altri storici invece valicò il Piccolo S. Bernardo (Cremonis iugum) che viene citato anche da Cornelio Nepote con il nome di Saltus Graius.[79] Altri ancora hanno avanzato l'ipotesi, meno accreditata, che il valico fosse invece quello del Monginevro. Una più recente ricostruzione, sempre sugli scritti di Polibio,[78] colloca il passaggio per il Colle dell'Autaret nelle Valli di Lanzo e la discesa verso quello che è l'attuale comune di Usseglio.[80]

In ogni caso, se pensiamo che eravamo verso la fine di settembre, l'epica della traversata, raccontata da tanti autori come di una spedizione trascinata alla meta solo dalla sovrumana volontà del condottiero, assume un aspetto meno eroico. Il freddo e la fatica si fecero certo sentire per uomini e animali acclimatati al sole della costa spagnola e probabilmente non sufficientemente attrezzati per una traversata a tali altezze, però l'esercito punico raggiunse la Pianura Padana prima che le nevi avessero bloccato i passi.

Annibale riuscì ad arrivare in Italia dopo una ventina di giorni di aspri combattimenti con le popolazioni montanare che, anche se terrorizzate dall'avanzata di un esercito di dimensioni, per loro, incredibili, dettero filo da torcere alle pur agguerrite truppe cartaginesi.[78][71]

Ai piedi dei monti rimasero al condottiero 20.000 fanti, 6.000 cavalieri,[81] temprati da tante scaramucce e 21 elefanti da guerra superstiti. In Gallia Cisalpina la prima battaglia si rese necessaria per raggiungere gli alleati Galli Insubri e i Boi. Annibale dovette passare per il territorio dei loro nemici, i Galli Taurini che resistettero ma vennero sopraffatti. Nel frattempo Publio Scipione, inviato il fratello Gneo in Spagna per proseguire quella parte del piano bellico, era ritornato in Italia con pochi rinforzi attestandosi a Piacenza.[82] Tiberio Sempronio Longo,[59] richiamato dal Senato romano, abbandonava l'idea di attaccare Cartagine e risaliva l'Italia con l'altro esercito fino ad Ariminum (Rimini).[83] Questa parte del piano di Annibale aveva funzionato: Cartagine non sarebbe stata toccata, non subito.

In Gallia Cisalpina (218 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Ticino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Ticino.

Arrivato a Piacenza, Scipione aggiunse i suoi limitati rinforzi alle truppe di stanza in Gallia Cisalpina, provate dalle battaglie contro i Galli e andò incontro ad Annibale, «impaziente di venire a battaglia»,[84] oltrepassando il Ticino. La battaglia del Ticino fu solo un primo scontro ma diede la misura delle capacità belliche di Annibale. Questi, utilizzando la cavalleria numidica in modo non omogeneo alle consuetudini militari romane, sconfisse pesantemente Scipione[71] che restò ferito,[85][86] rischiò la morte in battaglia e venne fortunosamente salvato, a quanto riportano gli storici, dal figlio diciassettenne Publio Cornelio Scipione che poi diventerà "Africano".[87]

Clastidium[modifica | modifica sorgente]

Scipione ripiegò su Piacenza. Qui avvenne il tradimento di oltre 2.000 alleati Galli che, dopo aver massacrato molti commilitoni italici, disertarono passando dalla parte di Annibale che li inviò alle rispettive tribù per diffondere la defezione.[88] Scipione all'avvicinarsi di Annibale e per non dare spazio alla sua cavalleria, avvantaggiata sul terreno pianeggiante, si spostò verso Stradella sulla riva destra della Trebbia, ai piedi dell'Appennino. L'esercito cartaginese, per un altro tradimento, questa volta del capo della guarnigione, conquistò Clastidium (Casteggio) dov'erano ammassate grandi riserve alimentari romane e si assicurò buona parte dei rifornimenti per l'inverno.[89]

Trebbia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia della Trebbia.
Mappa della Battaglia della Trebbia: 1. campo cartaginese; 2. cavalleria cartaginese; 3. fanteria cartaginese; 4. distaccamenti di Magone, il Barcide; 5. fiume Trebbia; 6. cavalleria romana; 7. fanteria romana; 8. campo romano; 9. fiume Po; 0. città di Piacenza

L'esercito romano che era stato inviato a sud per attaccare Cartagine aveva nel frattempo felicemente contrastato le navi puniche e conquistato Malta catturando i 2.000 uomini della guarnigione. Quando il Senato ordinò a Sempronio Longo (che Eutropio confonde con il console del 215 a.C., Tiberio Sempronio Gracco[59]) di portare aiuto al collega, questi aveva risalito l'Adriatico ed era sbarcato a Rimini.[59][90] La notizia dell'avvicinarsi di questo esercito spinse Annibale ad accelerare alcune operazioni per convincere le tribù celtiche ad unirsi a lui e a mandare la cavalleria a compiere rastrellamenti nel territorio controllato. Le tribù attaccate, però, cercarono la protezione di Roma e Annibale fu costretto a scontrarsi con i Romani per non perdere i vantaggi acquisiti.[91] Ai primi di dicembre Sempronio Longo raggiunse Scipione[92] con circa 16.000 legionari e 20.000 alleati, per lo più Galli Cenomani a Stradella mentre Annibale vide aumentare le sue forze a circa 40.000 uomini con l'arrivo di Galli Boi e Insubri.[93] In uno scontro la cavalleria numidica venne battuta dalle forze di Sempronio e questo rese il console poco prudente.

Un freddo mattino di dicembre, iniziò la battaglia della Trebbia. Annibale inviò la cavalleria a provocare i romani fingendo un attacco seguito da una fuga. Contro il parere di Scipione, ancora ferito, Sempronio prima mandò all'attacco la cavalleria, poi fece uscire i veliti e infine tutto l'esercito ed ordinò alle forze, ancora digiune, di attraversare il fiume. Annibale che aveva preparato i suoi, asciutti e ben nutriti, non ebbe difficoltà a scardinare i manipoli di Roma che, bagnati e affamati, dovettero combattere con il fiume gelato alle spalle. L'esercito romano scompaginato prima dagli elefanti e dalla cavalleria e attaccato dalla fanteria e infine aggirato e attaccato anche sui fianchi dovette faticosamente ripiegare:[85] si salvarono solo parte dei cavalieri e circa 10.000 fanti che raggiunsero Piacenza e Cremona.[94][95]

Inverno del 218-217 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cissa.
Le prime fasi della guerra in Spagna (218-217 a.C.)

Scipione e Longo tornarono a Roma. Le loro cariche scadevano alla fine dell'anno, nuovi consoli dovevano essere eletti e nuove legioni dovevano essere arruolate. La minaccia punica si annunciava davvero preoccupante e Roma allestì nove ulteriori legioni: una venne inviata in Sardegna, due in Sicilia, due vennero poste a difesa di Roma, due vennero mandate in Spagna. Rinforzi arrivarono alle legioni rimaste nella Gallia Cisalpina e alle guarnigioni della penisola.[96] Vennero inviate inltre richieste di aiuto anche a Gerone II, tiranno di Siracusa, il quale mise subito a disposizione dei Romani 500 Cretesi e 1.000 peltasti.[97]

In Spagna, nel frattempo, Gneo Cornelio Scipione aveva riconquistato Emporion, colonia greca di Massalia (Marsiglia), e si era diretto con i suoi 24.000 uomini verso l'Ebro, battendosi vittoriosamente contro alcune tribù locali e contro Annone che era rimasto a presidiare i Pirenei con 11.000 uomini. Annone venne pesantemente sconfitto a Cissa, subì gravissime perdite e fu catturato.[98] Asdrubale, che con 8.000 uomini stava marciando per ricongiungersi a lui, dopo alcune scaramucce vittoriose con la flotta romana, tornò a Nova Carthago (Cartagena) per svernare, mentre Gneo Scipione pose la base presso Emporion.[99] Gneo, raggiunta la flotta, dopo aver punito i responsabili della sconfitta subita contro Asdrubale, andò a svernare a Tarraco (Tarragona), dove distribuì ai soldati il bottino.[100]

Nell'anno 217 a.C. i nuovi consoli, Gneo Servilio Gemino e Gaio Flaminio con le quattro legioni consolari e gli alleati, in tutto circa 50.000 uomini, si spostarono nella via ritenuta più logica per marciare verso Roma. I resti delle due legioni di Sempronio Longo, rafforzate da nuovi elementi e da alleati di Siracusa, si fermarono a presidiare l'Etruria sotto la guida di Flaminio e altre due legioni al comando di Servilio Gemino si attestarono a Rimini, confine nord della penisola.[101] Roma abbandonava la Gallia Cisalpina dove aveva appena iniziato a inserirsi. Restavano fedeli i Galli Cenomani e i Veneti; questi alleati si riveleranno preziosi per rifornire di cibo le guarnigioni delle due colonie di Cremona e Piacenza che Roma era stata costretta ad abbandonare in un mare di nemici. Annibale svernò fra i Galli Boi che, secondo Polibio, non furono poi così contenti di dover nutrire e mantenere l'esercito punico.[102]

Dal Trasimeno a Canne (217-216 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Attraverso gli Appennini[modifica | modifica sorgente]

Nella primavera del 217 a.C. Annibale decise di scendere verso Roma.[103] L'esercito era riposato e contava circa 50.000 uomini, in massima parte Galli che si erano aggiunti ai superstiti della marcia dell'anno precedente. Per il freddo era rimasto vivo, ma per poco, un solo elefante da guerra.[104]

Sapendo che le legioni romane si erano attestate a Rimini e ad Arezzo, il generale cartaginese decise di attraversare l'Appennino,[94] probabilmente al Passo di Collina, e scendere verso Pistoia. Il territorio, all'epoca, era paludoso e difficilmente transitabile,[103] la marcia dell'esercito cartaginese fu lenta ed estremamente difficoltosa (quattro giorni e tre notti senza tregua); molti uomini, per riposare, dovettero dormire sulle carcasse degli animali morti. Molti morirono e lo stesso Annibale perse un occhio a causa di un'infezione.[105]

Le devastazioni dell'esercito cartaginese costrinsero Flaminio a spostarsi dalle basi di Arezzo e dirigersi verso sud per cercare di intercettare Annibale.[106] Servilio, nel frattempo, essendo partito da posizioni ancora più lontane, stava marciando lungo la nuovissima via Flaminia per ricongiungersi al collega, proprio quello che l'aveva costruita. Annibale non attese il ricongiungimento e alla sera accampò le sue truppe appiedate sulle colline sopra il lago nascondendo in una gola la micidiale cavalleria; sulle rive del lago si accamparono gli ignari romani. Il giorno dopo iniziò la battaglia del Lago Trasimeno.[107]

Trasimeno (217 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Lago Trasimeno.

In una mattinata nebbiosa i 25.000 uomini di Flaminio, non essendo a conoscenza della posizione del nemico, procedevano senza particolari accorgimenti difensivi. Annibale non schierò le sue truppe, le scatenò proditoriamente sulla colonna in marcia che venne stretta fra le colline e le rive del lago e accerchiata. Fu un massacro in cui persero la vita lo stesso console e 15.000 Romani (o forse 25.000[85]); 6.000 furono i prigionieri.[85][108] Il giorno dopo vennero sconfitti anche alcuni reparti di cavalleria di Servilio, appena arrivati, che si scontrarono con la cavalleria numida di Maarbale.[109] Qualche migliaio di superstiti delle legioni si disperse in Etruria o riuscì a raggiungere Roma.[110]

Questa volta il disastro non venne tenuto nascosto; il Trasimeno era troppo vicino.[111] Servilio assunse il comando delle forze navali, Regolo sostituì il defunto Flaminio al consolato ma, come sempre nelle più dure avversità, Roma nominò un dittatore: Quinto Fabio Massimo Verrucoso che passerà alla storia come Cunctator ("Temporeggiatore").[85][112][113]

Annibale fece trucidare i prigionieri romani, mandò liberi e senza riscatto i prigionieri italici.[114] Con questa mossa cercava di staccare gli alleati da Roma, ma le città dell'Etruria non tradirono e perfino i Sanniti, solo da poco sottomessi, per il momento non cambiarono alleanza.

Il mancato funzionamento della mossa propagandistica, probabilmente, cambiò il corso della guerra. La strada per Roma si era teoricamente aperta ad Annibale, ma fu sufficiente addentrarsi ancora attraverso l'Umbria per rendersi conto che avrebbe incontrato una crescente resistenza e ostilità da parte delle popolazioni.[115] Fu in particolare a Spoleto, colonia fedele a Roma, che Annibale trovò una rabbiosa e imprevista reazione da parte dei cittadini, che costrinse alla fuga l'avanguardia cartaginese inviata sotto le mura della città[116]. Non potendo resistere a lungo in un territorio totalmente ostile e rendendosi conto peraltro di non essere sufficientemente attrezzato per porre un assedio, prevedibilmente lungo, a Roma stessa, Annibale si diresse verso l'Adriatico e poi lungo la costa verso il sud dell'Italia dove sapeva di trovare popolazioni meno legate all'Urbe: prima destinazione l'Apulia.[117]

Tirreno e Spagna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del fiume Ebro.

Un altro motivo del mancato attacco cartaginese a Roma fu probabilmente il blocco navale posto dalla flotta romana alle coste del Tirreno. Al comando di Annone, una flotta cartaginese di circa 70 navi si riunì vicino alla Sardegna e cercò di portare rinforzi in Italia tentando di sbarcare sulle coste dell'Etruria (a Pisa). Fu ricacciata verso sud dalla flotta romana, 55 quinquiremi, che pattugliava il Tirreno comandata da Servilio. Nel viaggio di ritorno verso l'Africa, i Cartaginesi si scontrarono con una flotta da carico che Roma stava mandando in Spagna come aiuto a Gneo e Publio Scipione e la distrussero. Ma la flotta da guerra di Servilio li incalzò e, pur senza raggiungere i nemici, arrivò fino al Golfo della Sirte da dove però venne respinta. Tornando verso l'Italia Servilio si accontentò di rioccupare Pantelleria che era caduta in mano cartaginese.[118]

Anche le forze cartaginesi in Spagna non poterono mandare aiuti ad Annibale. Alla ripresa delle ostilità dopo l'inverno, con una campagna diplomatica e militare, con l'uso della forza e degli ambasciatori, Gneo Scipione riuscì a riconquistare il territorio fra l'Ebro e i Pirenei che l'anno precedente era stato preso da Annibale.[119] Le popolazioni degli Ilergeti e degli Ausetani che resistevano a Roma vennero sconfitte e Asdrubale fu fermato al vecchio confine dopo una serie di battaglie terrestri e navali. La flotta cartaginese di stanza in Spagna fu catturata da Scipione e i Romani arrivarono a saccheggiare il territorio vicino a Carthago Nova riuscendo anche a sottomettere le isole Baleari: Roma deteneva ora il controllo totale del Mediterraneo Occidentale.

Verso la fine dell'anno in Spagna arrivò anche il fratello di Gneo Scipione, Publio, guarito dalle ferite del Ticino, con una dote di 30 navi e una legione.[120] In Spagna Roma schierava adesso due legioni, 10.000 alleati, 80 quinquiremi, 25.000 marinai. Le forze cartaginesi erano bloccate in Spagna, non potevano passare per via di terra senza cercare di riaprirsi la strada con la forza e non potevano usare le navi perché Cartagine aveva perso l'antico predominio navale. Con la venuta dell'inverno le operazioni si fermarono nuovamente.

Filippo V di Macedonia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato fra Annibale e Filippo V.
Didracma (δίδραχμον) di
Filippo V di Macedonia
Philip V of Macedon.jpg
Dritto: effigie Filippo V di Macedonia Rovescio: l'iscrizione BAΣIΛEΩΣ ΦIΛIΠΠOY
Didracma risalente al II secolo a.C.

L'unico alleato che avrebbe potuto fare qualcosa per Annibale era Filippo V di Macedonia.[121] La Macedonia era il più forte stato ellenistico e vedeva con preoccupazione l'ingerenza romana sulla Lega Etolica e sulla Grecia in genere. Filippo temeva soprattutto l'espansione di Roma nelle coste illiriche cominciata con l'attacco alla regina Teuta e proseguita con la parziale conquista dell'Illiria. Filippo V intervenne contro queste forze. Scoppiò così la Prima guerra macedonica: da una parte Filippo V con l'alleata lega Achea, dall'altra la Lega Etolica con il supporto romano. Vennero coinvolte anche le diplomazie di Atene da una parte e di Rodi dall'altra. La prima guerra macedonica terminò nel 205 a.C. con la pace di Fenice che segnò il definitivo ingresso di Roma nel mare Egeo e nella politica del Mediterraneo Orientale. Filippo V non fu un vero aiuto per Annibale, Annibale era solo.

Quinto Fabio Massimo[modifica | modifica sorgente]

Quinto Fabio Massimo diede una svolta alla strategia di Roma. Prudente e deciso evitò accuratamente tutti gli scontri diretti che non fossero strettamente necessari cercando di fare "terra bruciata" attorno all'esercito di Annibale e infliggendo continue perdite al cartaginese che non poteva rimpiazzarle con facilità.[112][122]

Dall'Apulia, Annibale cambiò ancora direzione e si diresse sul Sannio e sulla Campania, probabilmente nel tentativo di raggiungere Roma da sud. Ma, diretto verso Cassino e invece guidato a Casilino, rischiò di essere annientato da Fabio Massimo che aspettava solo un'occasione veramente favorevole.[85] Le forze di Annibale chiuse in una strettoia riuscirono a sfuggire nella notte grazie ad un ennesimo trucco del generale. Alle corna di duemila buoi furono appese delle torce e Fabio Massimo, vedendole muoversi e credendo che fosse l'esercito punico in movimento, seguì le luci lasciando aperta la strada della fuga ai cartaginesi che si attestarono, alla fine, nel territorio di Geronio.[123]

La tattica di Fabio Massimo non piaceva a molti fra i Romani e non piaceva a Marco Minucio Rufo, magister equitum,[124] che continuamente la contestava. In assenza di Fabio Massimo, Rufo attaccò un reparto di Annibale e vinse.[125] A Roma fu portata la notizia di una grande vittoria e Rufo, su proposta del tribuno della plebe Marco Metello, fu innalzato allo stesso grado di Massimo. Mai prima di allora era accaduto che ci fossero due dittatori.[126] Anziché comandare l'esercito a giorni alterni, com'era d'uso con i consoli, Fabio Massimo preferì dividere le forze.[127] Annibale cercò di approfittare di questa debolezza avversaria e attirò Rufo in una trappola.[128] Le forze di Rufo stavano per essere distrutte,[129] quando il Temporeggiatore, lanciò la sua metà dell'esercito, sbaragliò i cartaginesi e salvò Rufo che, pentito e grato, rinunciò alla carica di dittatore.[112][130]

La carica di dittatore, a Roma, durava al massimo sei mesi. Quinto Fabio Massimo, alla scadenza, restituì le insegne e il comando ritornò ai consoli Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo nel frattempo eletto al posto di Flaminio. Per tutto il resto dell'anno i consoli continuarono nella tattica di Massimo e, dice Tito Livio, Annibale fu ridotto a un tale malpartito da pensare seriamente di ritornare in Gallia. Non lo fece, pare, solo perché sarebbe sembrata una fuga. Roma sembrò aver assorbito il trauma e, visto che gli alleati italici non defezionavano, ricominciò a tenere sotto controllo la politica estera verso l'Illiria, la Macedonia, Siracusa, la Gallia, come se Annibale non fosse nemmeno presente.

Canne (216 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Disposizione iniziale delle truppe in occasione della Battaglia di Canne
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Canne.

L'anno 216 a.C., scaduti dalla carica i consoli Servilio e Regolo, dopo un breve interregno di Lucio Veturio Filone e Manio Pomponio Matone, vennero eletti consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone.[131][132] Paolo, sostenuto dall'aristocrazia, era il vincitore della guerra in Illiria e propendeva per il mantenimento della tattica di Quinto Fabio Massimo.[131] Varrone, di parte plebea, figlio di un macellaio arricchito, era un demagogo impetuoso che aveva però percorso la carriera pubblica dall'edilità alla pretura. Ma non sapeva come si comandava un esercito.

Le forze armate di Roma erano state aumentate e, contando gli alleati, ben 90.000 uomini erano schierati contro Annibale. I consoli, a luglio, si misero alla testa dell'esercito contrastando Annibale ancora attestato a Geronio, «dove c'era un'enorme quantità di grano».[133] Annibale si spostò in Apulia in cerca di viveri e qui lo seguì l'esercito romano comandato a giorni alterni da Paolo e da Varrone. I due eserciti si avvicinarono l'uno all'altro e a Canne, dove Annibale aveva trovato e requisito grandi ammassi di grano raccolti dai romani, e si ebbe lo scontro che, nelle intenzioni di Varrone, doveva essere decisivo.

Il 2 agosto 216 a.C. il comando toccava a Varrone che forzò la mano al collega e dispose l'esercito per la battaglia.[131] Le truppe romane erano circa il doppio delle forze di Annibale: sembrava impossibile perdere. Le legioni vennero disposte in uno schieramento chiuso, insolitamente profondo, in modo, secondo le intenzioni di Varrone, da schiacciare le linee cartaginesi col loro stesso peso.

Annibale dispose al centro i Galli, secondo Tito Livio in una curiosa formazione a mezzaluna, con la convessità rivolta verso l'avversario, nella quasi certezza che non avrebbero retto alla pressione dello schieramento romano. Vide giusto. I Galli lentamente cedettero terreno e le forze romane avanzarono, attirate sempre più verso il centro dello schieramento dalla retrocessione nemica. Annibale rispose facendo avanzare le ali e scatenando la terribile cavalleria pesante di Asdrubale (non il fratello di Annibale, ma l'omonimo ufficiale di cavalleria cartaginese), che già aveva dato prova di essere la sua arma migliore, contro le analoghe formazioni romane che la fronteggiavano.

La cavalleria romana cedette e si ritirò lasciando aperta la strada ad Asdrubale il quale poté attaccare da dietro i reparti di cavalleria alleata che, sul fianco opposto, resistevano ad Annone e ai suoi cavalieri numidi. Sotto il doppio attacco anche questi reparti cedettero e i cavalieri punici poterono attaccare da dietro e completare l'accerchiamento della fanteria romana che già era pressata nei lati dalle ali di fanteria cartaginese che nel frattempo si erano ripiegate a stringere i fianchi delle legioni. L'intero esercito romano fu chiuso in un cerchio di ferro.[131]

Distruzione della cavalleria romana

Roma perse un console, Paolo Emilio, che non voleva questa battaglia,[131] i due consolari Servilio e Minucio che combattevano al centro dello schieramento, novanta ufficiali appartenenti alle grandi famiglie di Roma e delle città alleate tra consolari, pretori e senatori,[131][132] ma soprattutto caddero 30.000 uomini e 10.000 furono presi prigionieri; altre fonti parlano di 43.000[131]/45.000 caduti[132] e 19.000 prigionieri. Il console superstite, Varrone, primo responsabile della sconfitta, con 10.000 sbandati si rifugiò a Venusia. Si salvò anche un certo Publio Cornelio Scipione, tribuno militare, che Annibale si troverà davanti qualche anno dopo in Africa, a Zama.[134] Per penuria di soldati furono armati 8.000 servi dai Romani, ma i prigionieri non furono riscattati, anche se vi era questa possibilità.[135]

Annibale perse circa 3.000[131]/6.000 uomini, ma cominciò a vedere qualche risultato politico. Alcuni centri cominciarono a abbandonare i Romani:[136] Arpi ed altri centri del sud Italia, qualche popolazione sannita, ma soprattutto Capua che a quell'epoca era ancora, per importanza, la seconda città della penisola, dopo Roma.

Per il resto dell'anno Annibale si aggirò nelle regioni meridionali conquistando colonie latine e romane e cercando di attirare dalla sua parte le popolazioni italiche. I risultati furono alterni. Alcune città come Napoli, Cuma, Nola e Pozzuoli resistettero e il condottiero scese nel Bruttium, dove cercò l'alleanza con le città greche della Magna Grecia. Anche in questo caso i risultati furono alterni, ma riuscì a conquistare Locri Epizefiri che divenne il porto per far affluire rinforzi dall'Africa, e Crotone. I greci, però, vedendo in lui non tanto un liberatore dai Romani ma un avversario cartaginese, si guardarono bene dal cambiare bandiera; soprattutto le classi sociali elevate erano restie a inimicarsi Roma, fonte per loro di potere e ricchezze, prima che la situazione bellica e politica non fosse stata chiara, e non lo era. Annibale, per quanto abbastanza autosufficiente rispetto al problema degli approvvigionamenti, lo era molto meno come ricambio di forze addestrate. Roma possedeva un immenso serbatoio umano al quale, nel momento del pericolo, attinse a piene mani.

Cartagine aveva fatto sbarcare a Locri 4.000 cavalieri e una quarantina di elefanti. Non erano un grosso contingente ma Annibale trovava grandi difficoltà per il vettovagliamento delle sue truppe. Le requisizioni che era costretto a compiere gli alienavano la poca simpatia che aveva raccolto fra le popolazioni, ben felici di togliersi di torno i gabellieri romani ma nient'affatto disposte a pagare per la protezione cartaginese.

Altri fronti: Gallia Cisalpina, Adriatico e Spagna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia della Selva Litana e Conquista romana della Spagna.

In Gallia Cisalpina due legioni romane, che, al comando del console designato Lucio Postumio Albino eletto al posto del defunto Emilio Paolo, dovevano portare la guerra ai Galli Boi e Insubri, vennero pressoché distrutte. Questo attacco avrebbe dovuto far ritornare a nord le forze locali che avevano seguito Annibale, ma il risultato fu una sconfitta per Roma. Le due legioni caddero in un'imboscata nella Selva Litana posta probabilmente fra Bologna e Ravenna. I Galli avevano segato gli alberi ma in modo che restassero apparentemente ritti e quando passarono le legioni di Postumo li fecero cadere sui Romani che morirono sotto i tronchi o trafitti dai nemici, divisi dai compagni e bloccati dagli alberi. Circa 16.000 uomini dei 25.000 caddero con Postumio Albino nel tentativo di resistere.

Nel basso Adriatico, Filippo V di Macedonia con 2.500 uomini partì per portare un attacco al protettorato romano di Apollonia. La flotta romana si mosse verso di lui e Filippo preferì non combattere e ritornare alla base. Siracusa aveva inviato a Roma denaro, vettovaglie e combattenti ma il Senato romano doveva a sua volta mandare una flotta di 70 navi per fermare gli attacchi cartaginesi a Siracusa e a Capo Lilibeo. In Spagna Asdrubale, il fratello di Annibale, ricevuti alcune migliaia di uomini di rinforzo, fu costretto a battersi con le popolazioni dei Carpetani che gli si erano rivoltate contro.

Cartagine, aveva inviato 4.000 uomini ad Annibale in Italia, altri 5.000 ad Asdrubale in Spagna e sembrava decisa a compiere ulteriori sforzi. Un esercito fu inviato in Sardegna, distogliendo circa 15.000 uomini dai teatri bellici principali per uno scopo non del tutto chiaro. Cartagine, per recuperare la Sardegna, avrebbe potuto attendere la fine della Seconda guerra romano-punica come Roma aveva atteso la fine della Prima per prenderla. Roma era annichilita, sembrava che nulla potesse fermare l'avanzata di Annibale e la città si chiuse su sé stessa. Furono nominati 177 nuovi senatori al posto degli 80 che, arruolatisi volontari, erano caduti a Canne.

Abbreviato il periodo del lutto, vennero limitati i lussi e dato fondo alle ricchezze della città. Un insolito agire comune unì tutti i cittadini. Il Senato rifiutò di riscattare i prigionieri[136] (che poco dopo Annibale uccise tutti con vari supplizi, inviando a Cartagine tre moggi d'oro, che aveva tratto dalle loro mani[136]), arruolò nuove legioni anche con giovani diciassettenni, vennero aggiunti 8.000 schiavi, i volones,[131] cui fu promessa la libertà e perfino criminali comuni furono annessi nell'esercito. In poche settimane Roma ricostruì sette legioni a difesa della Repubblica. Arrivato l'inverno Annibale col suo esercito andò a Capua per svernare e portare avanti la parte politica della sua azione. Egli sperava tra l'altro di conquistare l'appoggio della nobiltà locale, che gli era in gran parte ostile e che era tenuta a freno dal timore di rappresaglie e dall'accorta azione politica del magistrato supremo della città, Pacuvio Calavio.[137] I mesi trascorsi nella città campana furono chiamati "ozi di Capua" e, secondo molti storici, indebolendo l'esercito di rudi Ispanici e Galli con inusitate mollezze, sarebbero stati una delle cause della futura sconfitta del cartaginese.

L'inizio della riscossa romana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza battaglia di Nola.

Il comando tornò nelle mani di Quinto Fabio Massimo. Il Temporeggiatore, eletto console, guidò il suo esercito consolare nell'entroterra campano, Tiberio Sempronio Gracco, l'altro console, si attestò vicino a Napoli mentre il proconsole Claudio Marcello presidiava la zona di Cuma e Nola. L'esercito punico era disperso a presidiare i territori conquistati che dovevano essere difesi sia contro le popolazioni locali che non avevano accettato i cartaginesi sia contro le forze romane inviate a riprendere le posizioni. Annibale fu quindi costretto ad inviare delle truppe da Capua contro Cuma dove trovò la valida resistenza di Sempronio Gracco e fu respinto.

In Sicilia vennero acquartierate, in punizione, i resti delle due legioni romane superstiti di Canne. Gerone di Siracusa, fedele alleato di Roma, dopo avere mandato rifornimenti in grano, morì all'età di 92 anni lasciando il posto al nipote Geronimo che gli successe. Cartagine, in cambio della defezione da Roma, lo riconobbe re di tutta la Sicilia in quanto nipote di Pirro, re dell'Epiro.

Per Annibale fu comunque un periodo difficile subendo rovesci importanti un po' dovunque nelle regioni del sud Italia. Annone che comandava le forze di guarnigione venne ripetutamente sconfitto e perse molti uomini in Lucania; i romani di Fabio Massimo riconquistarono varie città fra cui Compulteria, Trebula, Levino e colpirono i Sanniti.

Mandato in Calabria, Annone cercò di conquistare le città greche rimaste fedeli a Roma e ottenne qualche risultato positivo con la presa di Locri e Crotone. Annibale provò a prendere Nola ma venne respinto da Marcello.[121] Restarono sul terreno 5.000 cartaginesi e 500 vennero fatti prigionieri. Annibale si sganciò e, seguito dall'esercito di Sempronio Gracco, andò a svernare ad Arpi; Sempronio pose il campo a Lucera mentre Fabio Massimo saccheggiava il territorio di Capua.

In Sardegna giunse un esercito punico di 15.000 uomini appena arruolati, ma arrivò dopo che Tito Manlio Torquato,[121] forte di oltre 20.000 uomini aveva sconfitto Amsicora e il figlio Josto. Quando si giunse alla battaglia fra le forze sarde alleate dei romani e quelle puniche, i Nuragici furono sbaragliati (Eutropio parla di 12.000 morti e 1.500 prigionieri[138]): persero 4.000 uomini fra caduti e prigionieri. I Cartaginesi resistettero più a lungo ma perduti 3.500 prigionieri, si reimbarcarono precipitosamente verso l'Africa. La flotta, però, venne intercettata da una flotta romana e sbaragliata. Sconfitti Punici e Nuragici, seguì un periodo di dura repressione che richiese la presenza di due legioni distolte dalla penisola.[138] Fu il solo risultato utile raggiunto da Cartagine con questa azione in Sardegna.

In Spagna, con la notizia della vittoria di Canne, Asdrubale ricevette anche l'ordine di portare truppe di rinforzo al fratello in Italia. Partì con 25.000 uomini ma i fratelli Scipioni con un esercito altrettanto numeroso lo fermarono;[136] questa sconfitta fu un altro tassello nella sfortuna di Annibale. Un altro esercito di 12.000 fanti,[136] 4.000 cavalieri[136] e 20 elefanti[136] doveva essere inviato ad Annibale a Locri, quando a Cartagine giunse la notizia della sconfitta di Asdrubale in Spagna, che era vitale per reclutare guerrieri e per l'argento, necessario a pagare i mercenari. Cartagine doveva tenere la Spagna e per questo l'esercito fu dirottato verso ovest, Annibale doveva resistere con le proprie forze.

Dieci anni logoranti (214-204 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Dal 214 a.C. al 204 a.C. la guerra in Italia si protrasse senza memorabili battaglie.

Italia[modifica | modifica sorgente]

Annibale non riuscì a conquistare definitivamente nessun territorio e, per contro, cominciò a trovare difficoltà ad ottenere aiuti. Le popolazioni sottomesse non lo vedevano come un liberatore ma come un conquistatore, erano obbligate a fornire armi e uomini e vettovaglie all'esercito che scorrazzava per le loro terre; sapevano, per secolare esperienza, che per questo sarebbero state punite quando, come a Capua e poi a Taranto, Roma avrebbe estromesso Annibale.

Da notare solo l'episodio dell'avvicinarsi di Annibale a Roma nel 211 a.C. Il condottiero arrivò a poca distanza dalla città (4 miglia il grosso dell'esercito, mentre i suoi cavalieri fin sotto le mura[139]), si accampò in vista della città (nella località ancora oggi detta Campi d'Annibale) ma non prese d'assalto le mura e dopo poco ritornò in Campania.[139] Se vero, è interessante l'atteggiamento del Senato che, come sfida, mise in vendita i terreni su cui era accampato Annibale. I terreni furono acquistati, a gara, dai cittadini romani, tanta era ormai la sicurezza di sconfiggere i Cartaginesi. Roma, impegnata su molti fronti, vide che Annibale non riusciva più ad attaccare in maniera decisa e continuativa e, attenendosi ai principi di Fabio Massimo, continuò a contendere territorio e risorse al cartaginese senza farsi coinvolgere in battaglie spettacolari. Un continuo stillicidio di perdite, non rimpiazzabili, costrinse così Annibale a una serie di battaglie quasi da guerriglia fra le colline e le montagne della Calabria e della Lucania, pur riuscendo, nella battaglia di Herdonia, a sconfiggere l'esercito del console Gneo Fulvio Centumalo Massimo, forte di ottomila armati.[139]

Anche Roma, persa buona parte delle conquiste nel sud, aveva grandi difficoltà a reperire forze armate e poteva contare quasi solo sull'Etruria, che aveva i Galli appena più a nord, sulle sue colonie e su varie città greche, ma anche queste sempre più in difficoltà a reperire nuove leve di armati.

La guerra continuò sul mare con battaglie navali, in Africa con scorrerie romane e gli attacchi di Siface, con battaglie e reclutamenti in Spagna e, per alleanze contro Filippo V, in Grecia.

Sicilia[modifica | modifica sorgente]

Gli specchi ustori di Archimede di Syrakousai (affresco di Giulio Parigi del 1599-1660, Galleria degli Uffizi, Firenze)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi assedio di Siracusa (212 a.C.).

Mentre gli scontri si diradavano nella penisola, la guerra, per qualche anno si rinfocolò in Sicilia dove Geronimo, cambiando le alleanze, attirò nuove truppe romane alle porte di Siracusa. Anche i cartaginesi mandarono truppe nell'isola e fra Palermo, Siracusa, Agrigento e Enna, Roma e Cartagine si affrontarono direttamente in battaglie e assedi alternandosi a tratti nel controllo dell'isola. La conclusione di questa parte della guerra avvenne dopo aver espugnato ventisei città,[139] con la presa finale di Siracusa da parte delle forze di Marcello,[139] con la famosa morte di Archimede che aveva aiutato la sua città con le sue macchine e con i suoi specchi ustori. Siracusa poi - non più regno alleato - verrà inglobata nella Provincia di Sicilia di cui diventerà capitale.

Altro punto decisivo fu la conquista di Taranto. Annibale, con l'aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. La successiva riconquista della città da parte dei romani chiuse definitivamente questa possibilità. Annibale si trovò quindi a dover dipendere da alleati sempre più renitenti e da aiuti della madrepatria sempre meno consistenti.

Spagna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Baetis superiore, Battaglia di Baecula, Battaglia di Ilipa, Assedio di Cartagena e Conquista romana della Spagna.
L'avanzata in Spagna dei Romani (fino al 206 a.C.)

L'attenzione, quindi, si concentrò sulla Spagna dove Asdrubale e Magone Barca, fratelli di Annibale, Asdrubale di Giscone, Asdrubale di Amilcare, si battevano a fondo contro le forze di Publio Cornelio Scipione[138] e di Gaio Claudio Nerone distogliendo da Annibale importanti risorse di Roma. In quel momento, però, la Spagna era molto più importante per Cartagine che per Roma: era la base economica di tutta la guerra. Era dalla Spagna che venivano truppe mercenarie, truppe alleate e, soprattutto, argento e rame, indispensabili supporti finanziari per sopportare i costi sempre crescenti dello sforzo bellico, esteso ormai a tutto il Mediterraneo, ed era sulla Spagna che Cartagine doveva appoggiarsi per mandare aiuti ad Annibale.

Morti il padre e lo zio, Publio Scipione era riuscito a farsi inviare in Spagna con 11.000 uomini resi disponibili dopo la riconquista di Capua, e con una serie di brillanti operazioni belliche e diplomatiche restrinse sempre più il controllo cartaginese nella penisola iberica. Scipione riuscì anche a rovesciare alcune alleanze fra iberici e cartaginesi rendendo difficile il reclutamento di forze contro Roma e contestualmente sferrò attacchi, in genere coronati da successo, contro colonie cartaginesi e città loro alleate: venne riconquistata Sagunto e presa Cartagena (nel 209 a.C.), quest'ultima ribattezzata Nova Carthago.[140] I territori sotto controllo cartaginese si ridussero man mano alla punta attorno Gibilterra. Asdrubale Barca si salvò a stento ma radunati uomini e mezzi passò fortunosamente i Pirenei e arrivò in Italia. Con la definitiva battaglia di Ilipa Scipione eliminò il pericolo cartaginese in Spagna. Roma chiuse il "fronte occidentale" mantenendo solo le necessarie forze di presidio.

Grecia[modifica | modifica sorgente]

Pergamo

Filippo V di Macedonia non aveva la possibilità di portare ad Annibale alcun aiuto per tutta la durata della guerra. La diplomazia e le legioni di Roma chiudevano il re e i suoi alleati in un cerchio composto da forze romane a nord e ovest, dalla Lega Etolica e da forze romane (circa 4.000 uomini) a sud e da Attalo I di Pergamo a est.[139] Filippo, pur non riuscendo a portare ad Annibale alcun aiuto, si difese brillantemente e a sua volta scatenò Sparta contro gli Etoli. Le convulsioni della situazione politica e bellica in Grecia, descritte da Polibio, erano complicatissime dato che in modo più o meno diretto entrarono in gioco molte città e isole della Grecia e dell'Asia Minore. Con la pace di Fenice Roma si assicurò la tranquillità sul "fronte orientale".[139] Si liberarono così ingenti forze militari che poterono essere, finalmente, concentrate contro l'avversario principale che da lungo tempo stazionava alle porte dell'Urbe.

Africa[modifica | modifica sorgente]

Massinissa (o Micipsia)[141]
MASSINISSA - MAA 23 - 87000716.jpg
Dritto: effigie di Massinissa con diadema Rovescio: cavallo verso sinistra, una palma sullo sfondo
Moneta di bronzo risalente al (203 - 148 a.C.)

Nemmeno vicino casa per Cartagine era vita facile. La Numidia che confinava a ovest con i possedimenti cartaginesi, era divisa in due. La parte orientale, confinante con Cartagine, regno dei Massili, era sotto il dominio di Gala (re) e poi del figlio Massinissa mentre la Numidia Occidentale, più vicina alla Mauritania, regno dei Massesili, era retta da Siface. Dopo una prima fase di alleanza con Cartagine, Siface, si avvicinò ai romani, in occasione di un passaggio di Gaia prima e poi di Massinissa a un'alleanza con Cartagine. All'inizio Siface fu sconfitto da Massinissa ma, con le sconfitte iberiche la situazione si invertì, Siface, perdonato dai cartaginesi e forse forzato, si alleò con loro. Massinissa che aveva conosciuto e apprezzato Scipione in Spagna e forse già meditava di cambiare alleanza si alleò con Roma. L'alleanza con Siface sembrava favorire Cartagine, ma Massinissa aveva per Roma qualcosa di più importante. Con il suo passaggio in campo avverso, Annibale venne privato di una vera e propria "arma strategica": la cavalleria numidica, che Roma aveva sofferto sulla Trebbia e a Canne e il cui uso "moderno" Scipione aveva imparato a conoscere in Spagna. Cartagine perse un'esclusiva determinante.

Mare Mediterraneo occidentale[modifica | modifica sorgente]

La flotta cartaginese, che anni prima era la dominatrice del Mediterraneo, era ridotta all'ombra di sé stessa. Ormai Roma, che solo da pochi anni aveva imparato l'importanza di mantenere una flotta, era regina incontrastata di tutti i mari a ovest di Malta. Sconfitti i pirati Illirici, controllava l'Adriatico; sconfitti i cartaginesi nella Prima guerra romano-punica controllava il Tirreno a est e ovest della Sardegna; dalla Provincia di Sicilia controllava l'omonimo Canale e lo Ionio. L'Egeo era greco ma Rodi e Pergamo erano buoni alleati di Roma mentre a Cartagine restava solo il Mediterraneo della costa africana e della costa spagnola. Con l'arrivo dei romani in Spagna, in pochi anni Cartagine perse anche quella costa, tanto che Nerone, quando portò gli aiuti a Scipione, poté tirare in secca le navi e arruolare i marinai come truppe di terra.

Nondimeno le flotte romana e punica si scontrarono. Nel 208 a.C. Marco Valerio Levino, dopo una razzia ad Aspide (ribattezzata Clupea dai Romani), si dovette difendere da una flotta cartaginese di 87 navi che nello scontro ne perse 21 e si dovette ritirare. Questa fu la più grande battaglia navale della guerra e può dare la misura delle dimensioni degli scontri navali al paragone di quelli della prima guerra romano-punica.

Le coste africane e siciliane furono, però, sempre sotto attacco da parte delle marinerie avversarie; in special modo Cartagine compiva scorrerie in Sicilia e mandava truppe, poche per la verità, in Calabria e Puglia, mentre Roma, per contro, bersagliava la costa della Libia (Leptis in particolare) e della Tunisia.

Il cerchio si stringe[modifica | modifica sorgente]

Annibale ritrova il capo mozzato del fratello Asdrubale, ucciso dai Romani, affresco di Giovambattista Tiepolo, 1725-1730 ca, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Nel 207 Roma sconfisse Asdrubale che morì nella battaglia del Metauro. Nel 206 Roma espulse Cartagine dalla Spagna, chiudendo il fronte occidentale. Nel 205 Roma sottoscrisse la pace di Fenice, chiudendo anche il fronte orientale. Restavano i fratelli Barca, Magone a nord e Annibale a Sud. Sulla scia del successo in Spagna Scipione venne eletto console e gli fu affidata la Sicilia.

Scipione[modifica | modifica sorgente]

Fu Scipione a decidere che era tempo di chiudere la partita con Cartagine: il Senato romano, infatti, si oppose decisamente all'idea di Scipione di portare la guerra in Africa. Quinto Fabio Massimo e il figlio capitanavano la fazione attendista. Si può comprendere come l'ex dittatore, ormai ultraottantenne fosse affezionato alla sua concezione della guerra che fino ad allora aveva permesso a Roma di resistere.

Meno comprensibile l'atteggiamento del Senato romano che doveva aver ormai capito di avere di fronte un nemico stanco e demotivato. Le devastazioni del territorio erano impressionanti, oltre dieci anni di guerra continua avevano distrutto in pratica l'economia agricola della regione. La terra non poteva essere lavorata senza che fossero attivate razzie degli eserciti di entrambe le parti. I commerci erano bloccati per carenza di denaro, per il pericolo di rapine, per mancanza di compratori. Gli uomini validi erano arruolati, per volontà o per forza tanto che alcune colonie romane furono esentate dal fornire uomini. Il Senato di Roma riconobbe che erano state drenate fino alla consunzione.

Dalla devastazione diretta si salvavano il Lazio e l'Etruria. Questi però, specialmente l'Etruria, dovevano fronteggiare i Galli che chiudevano buona parte delle vie commerciali verso il nord; anche il centro Italia, d'altra parte, era obbligato a fornire uomini e mezzi alla guerra e cominciava ad avere difficoltà e a dare segni di ribellione, tanto che una legione venne mandata a percorrere l'Etruria a causa di presunti contatti con Magone, accampato nella Pianura Padana.

Il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, voleva prima sconfiggere Annibale in Italia e rifiutava di supportare Scipione che in Sicilia aveva a sua disposizione solo le legioni "cannensi" e poche navi.[142] Le legioni "cannensi" erano i resti delle forze sbaragliate a Canne da Annibale. Però mentre Varrone, il maggiore responsabile della disfatta, tornato a Roma era stato perdonato, la bassa forza, come punizione era stata mandata in Sicilia col divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia.[142] Nonostante delegazioni di supplici avessero fatto notare al Senato la differenza di trattamento, la punizione era rimasta applicata e circa 15.000 uomini sognavano Scipione, la vendetta ed il riscatto sociale.

Preso atto dell'atteggiamento del Senato, Scipione si rivolse agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e vettovaglie. La risposta, leggiamo in Tito Livio[143], fu entusiastica. Le città dell'Etruria e del Lazio fornirono ciurme per le navi, tela per le vele, grano e farro e vivande di tutti i tipi, punte di frecce, scudi, spade, lance e uomini. In meno di due mesi Scipione aggiunse alle sue legioni "cannensi" circa 7.000 volontari italici e cominciò a preparare seriamente lo sbarco in Africa. Gli ci vorrà, però, quasi un anno.

Convinto da alcuni locresi a riconquistare la città, Scipione accettò e dopo la sua caduta lasciò un luogotenente, Quinto Pleminio, a governare Locri. Le malversazioni di Pleminio vennero portate davanti a Scipione che però non credette ai locresi. Costoro allora si appellarono al Senato che inviò una commissione. Per fortuna di Scipione la commissione di inchiesta prima, a Locri, appurò che il console non aveva avuto parte nel comportamento di Pleminio e poi, a Siracusa vide che l'esercito approntato da Scipione era perfettamente addestrato e rifornito. La commissione tornò a Roma lodando Scipione e le sue capacità di organizzazione e di comando. Con tutte queste difficoltà Scipione perse un anno nella sua guerra contro Annibale. Venne l'anno 204 a.C. e per Scipione terminò il suo periodo di consolato. Ma Scipione riuscì a farsi nominare proconsole e portare avanti, quindi, il suo progetto.

Annibale[modifica | modifica sorgente]

Busto di Annibale (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), uno dei maggiori strateghi della storia antica

Mentre Scipione raggiungeva l'apice del potere a Roma, Annibale, asserragliato sulle montagne della Calabria riusciva a resistere alle forze romane forse solo in virtù della sua fama, della paura che il suo nome incuteva.

Scipione era concentrato sui preparativi per portare le legioni in Africa e il Senato voleva continuare con la guerra di logoramento. Con tutto ciò Annibale non era in grado di compiere azioni di rilevanza e doveva continuare una guerriglia disperata. Persa anche la base di Locri per opera di Scipione, quando questi ritornò in Sicilia cercò di contrattaccare. Scipione, alla notizia, ritornò a Locri via mare e Annibale dovette rinunciare anche a quel porto. L'ultima possibilità di ricevere velocemente rinforzi consistenti gli era stata preclusa, d'altro canto il generale cartaginese, probabilmente, sentiva che la sua avventura stava per concludersi, infatti al Tempio di Hera di Capo Lacinio aveva fatto incidere, come un monarca ellenistico, una tavola di bronzo che narrava le sue imprese. Una specie di testamento.

Africa[modifica | modifica sorgente]

Cartagine, tuttavia, aveva ancora frecce al suo arco e stava predisponendo la difesa del territorio metropolitano operando reclutamenti di mercenari, acquisti di armi, ammassi di grano e ricercando alleati. La mossa più importante in questo senso fu compiuta da Asdrubale di Gascone che dando in sposa a Siface la bellissima figlia Sofonisba cementò l'alleanza con questo confinante re numida che mise a disposizione di Cartagine altri 50.000 uomini e 10.000 cavalieri. In termini romani, circa 8 legioni. Scipione, una volta sceso a terra dalle navi, avrebbe potuto contare su 35.000 uomini.

Scipione sbarca in Africa (204-201 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Magone[modifica | modifica sorgente]

Cartagine non poteva non sapere quello che si stava preparando in Sicilia. E infatti inviò a Magone, in Liguria, 6.000 fanti, 800 cavalieri e sette elefanti. Inviò anche ingenti somme che dovevano servire per assoldare mercenari Galli della Val Padana. Queste forze dovevano congiungersi con Annibale sempre asserragliato fra Crotone e Locri come un falco in attesa di calare su una preda disattenta. Purtroppo per Magone, per Annibale e per Cartagine, Roma adesso aveva meno problemi di reperimento di forze armate. A Rimini stazionavano la legione di Marco Livio e in Etruria due legioni con Lucrezio mentre i Galli non risposero al richiamo cartaginese, almeno non quanto sarebbe stato necessario.

L'anno successivo, 203 a.C. Magone dovette combattere nei pressi di Milano contro i romani guidati dal proconsole Marco Cornelio Cetego e dal pretore Publio Quintilio Varo. Ferito e sconfitto si dovette ritirare a Savona dove aveva posto la base. Ma ormai la stretta su Cartagine stava diventando irresistibile. Magone venne richiamato in Africa per rinforzare le difese. Buona parte delle forze arrivò a Cartagine con le navi ma Magone, durante le traversata, morì per le ferite. Ancora una volta Cartagine non riuscì ad aiutare Annibale.

Annibale[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 204 a.C. il nuovo console, Publio Sempronio Tuditano attaccò Annibale a Crotone. Vinse Annibale e le perdite romane ammontarono a oltre 1.000 uomini. Venne inviato anche l'altro esercito consolare sotto la guida del proconsole Crasso che nel frattempo aveva occupato la zona di Cosenza. La vittoria romana, in realtà, assomigliava più a una non-vittoria di Annibale e rinforzò nel Senato la convinzione che la tattica di Fabio Massimo non doveva essere abbandonata.

Che il Senato avesse torto, Annibale lo dimostrò l'anno successivo. Richiamato in patria, come il fratello Magone, Annibale partì per Cartagine saccheggiando tutto quello che poteva servire per allestire una flotta da carico, uccise chiunque volesse abbandonare l'avventura e, pare, 4.000 cavalli che non poteva trasportare.

Scipione[modifica | modifica sorgente]

Busto presunto di Scipione l'Africano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano. Probabile ritratto di un sacerdote isiaco[144]

Contestualmente alle battaglie di Annibale, Scipione lasciò la Sicilia con 400 navi da carico, una scorta di 40 navi da guerra comandate da Gaio Lelio[145] e da Marco Porcio Catone e 35.000 uomini. L'armata romana era diretta a Emporia, grosso centro commerciale punico e fonte di enormi entrate per Cartagine. Ma la nebbia fece dirottare le navi che presero terra vicino a Utica. Le forze cartaginesi erano appostate quasi tutte a Emporia e uno squadrone di 4.000 cavalieri, al comando di Annone venne mandato per rendere difficili le operazioni ai romani mentre le truppe si ridispiegavano a difesa. Annone si scontrò con la cavalleria romana e venne battuto e ucciso. Caddero 1.000 uomini e 2.000 vennero presi prigionieri. Scipione conquistò Selica e si dedicò al saccheggio del territorio. Per ovvi motivi politici e di immagine si affrettò a mandare a Roma il bottino fra cui 8.000 schiavi. Roma esultava.

Scipione cercò di conquistare Utica ma l'impresa non gli riuscì e decise di svernare nel territorio mentre poneva l'assedio alla città. Nel frattempo portò dalla sua parte Massinissa che, acerrimo nemico di Siface da cui era stato disastrosamente sconfitto, stava attraversando un periodo di sfortuna ma conservava un grande ascendente sulle popolazioni della Numidia.

La campagna riprese l'anno successivo: Siface e Asdrubale erano alla testa di una forza pari a circa 100.000 uomini (probabilmente il dato è eccessivo). Scipione aveva ricevuto pochi rinforzi di cavalleria da Massinissa e le sue forze erano molto inferiori di numero, forse meno della metà.

Col pretesto di intavolare trattative, Scipione mandò agenti al campo cartaginese notandone il disordine e la composizione. Con un attacco notturno, dividendo in due parti il suo esercito, Scipione inviò Gaio Lelio e Massinissa ad attaccare il campo di Siface mentre egli guidava l'attacco a quello di Asdrubale. Fu una strage. Le forze romane, incendiando le tende e le capanne indifese poterono approfittare dello spavento e della disorganizzazione e annientarono i reparti nemici; furono solo poco più di 20.000 superstiti, ma probabilmente anche queste sono cifre esagerate, questa volta per difetto. Asdrubale si ritirò a Cartagine mentre Siface tornò in Numidia dove ebbe la fortuna di trovare 4.000 mercenari celtiberi appena giunti.

Galvanizzati dalla vittoria i romani insistettero nelle operazioni e ai Campi Magni distrussero i resti dell'esercito numidico-cartaginese. Le truppe cartaginesi e numidiche poste alle ali cedettero completamente e solo l'eroica resistenza dei celtiberi che caddero quasi tutti, posti al centro, permise ad Asdrubale e a Siface di salvarsi con pochi uomini al seguito. Asdrubale fu condannato a morte ma riuscì a fuggire e a reclutare altri 10.000 uomini. Siface cercò rifugio nella sua terra inseguito da Massinissa che cercava la rivincita totale. Cartagine era alle corde, fingendo di intavolare trattative, i cartaginesi ottennero un armistizio e approfittarono del tempo concesso per mandare messaggeri in Italia. Uno raggiunse il ferito Magone e gli ordinò di tornare in patria, un altro raggiunse Annibale con lo stesso ordine.

Il ritorno di Annibale (202 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Per la prima volta dopo ben trentaquattro anni Annibale tornava nella patria che aveva lasciato da ragazzo per seguire il padre. Abbandonata l'Italia, Annibale arrivò indisturbato in Africa e sbarcò a Leptis Minor da dove si diresse ad Hadrumetum. Cartagine, galvanizzata dall'arrivo del suo eroe, interruppe le trattative e cominciò a riorganizzarsi. Annibale raccolse tutte le forze disperse cartaginesi: gli uomini del fratello Magone e gli uomini di Asdrubale, per lo più mercenari. Con queste forze si diresse verso la Numidia per cercare forze di cavalleria ma dovette accontentarsi di 3.000 cavalieri forniti dal figlio del deposto Siface, Vermina.

Cartagine, assediata da Scipione gli chiese di tornare in sua difesa e Annibale fu costretto a marciare verso est per tornare mentre Scipione, per evitare che Annibale si rafforzasse troppo velocemente, mosse verso di lui con tutto il suo esercito. Le due armate giunsero a contatto nei pressi del fiume Bagrada, vicino alla città di Naraggara, a Zama. Annibale cercò di evitare lo scontro per mostrare, pare, alla fazione pacifista cartaginese di aver cercato una possibile soluzione incruenta. I due più grandi condottieri del periodo si incontrarono di persona ma la trattativa fallì: la parola passò alle armi.

Battaglia di Zama (202 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Zama.
Schema dello svolgimento della battaglia di Zama, ultimo atto della guerra. Combattuta tra Annibale e Scipione Africano

I due eserciti avevano più o meno la stessa consistenza numerica. Circa trentacinquemila romani fronteggiavano circa cinquantamila cartaginesi. Ma la differenza qualitativa era importante.

  • Annibale guidava forze di fanteria più numerose ma composite: 12.000 fanti celti e liguri, 15.000 reduci dalle campagne italiche, 18.000 mercenari di varia provenienza, numidi, macedoni, iberici e qualche cartaginese. La cavalleria punica era composta da 4.000 uomini. Aveva a disposizione, inoltre, 80 elefanti da guerra su cui contava molto.
  • Scipione aveva a sua disposizione due legioni addestrate, compatte e disciplinate (circa 23.000 fanti e 2.000 cavalieri). 7.000 fanti e 4.500 cavalieri erano forniti da Massinissa e dal suo alleato Damakas.

Annibale pose gli elefanti davanti alla fanteria per lanciarli in una carica di sfondamento che avrebbe permesso alle altre forze di attaccare linee romane scompaginate. Dietro agli elefanti le linee cartaginesi vedevano in prima fila i mercenari galli, mauritani, liguri e iberici, in seconda linea le forze terrestri cartaginesi e a circa 200 metri dietro i veterani delle campagne d'Italia che dovevano attaccare le truppe nemiche quando fossero state stanche. Le ali di cavalleria cartaginese erano poste a destra e quella numidica a sinistra.

Scipione dispose i suoi uomini sulle classiche tre file. Prima gli hastati, poi i princeps e dietro i triarii ma, innovazione rispetto alla classica manovra delle legioni, evitò di offrire un fronte compatto lasciando spazio di manovra fra un manipolo e l'altro. Le ali di cavalleria vedevano a destra Massinissa e a sinistra la cavalleria italica comandata da Lelio.

Annibale lanciò la carica degli elefanti ma ormai i romani avevano imparato come trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese. Massinissa che era posto di fronte a questa con i suoi cavalieri, approfittò della disorganizzazione per sbaragliare totalmente gli avversari diretti. Qualche elefante che non si era spaventato si avventò contro la fanteria romana. I manipoli degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si fecero da parte lasciando passare i bestioni lasciandoli alla mercé di princeps e velites che colpendoli di fianco e davanti li costrinsero alla fuga. Questi elefanti si avventarono contro l'altra ala della cavalleria cartaginese. Anche qui, Lelio, al comando della cavalleria italica approfittò dell'occasione per chiudere la partita con i diretti avversari.

La carica dei "carri armati" dell'antichità: gli elefanti schierati nelle prime linee delle forze cartaginesi

Tutta la cavalleria di Annibale fuggì inseguita da Massinissa e Lelio. Premeditazione? in effetti potrebbe essere. La cavalleria di Annibale, che aspettava, invano, rinforzi da Vermina, non era forte come quella romana ed è possibile che il condottiero l'avesse utilizzata come specchietto per allodole, per fare credere a una parziale vittoria e allontanare la cavalleria romana. Sta di fatto che sul campo si arrivò, infine, allo scontro fra le fanterie.

Le prime file di Annibale non ressero, o sembrarono non reggere, a lungo allo sforzo e arretrarono fra le seconde file. Forse una mossa tattica; Annibale potrebbe aver studiato il racconto dei reduci della battaglia ai Campi Magni e aver capito che le legioni di Scipione non manovravano più come quelle vinte alla Trebbia e a Canne.

Comunque sia gli hastati di Scipione erano stanchi e le seconde file cartaginesi rinforzavano la difesa. Scipione tentò di ripetere la manovra dei Campi Magni e mosse le sue file di princeps e triarii sui fianchi per accerchiare le forze di Annibale. La manovra fallì parzialmente perché i veterani che Annibale teneva di riserva nella terza linea, lontana dalle prime, non poterono essere circondati. Scipione fu costretto a far retrocedere le seconde file per reggere l'urto dei cartaginesi e non aveva più massa di manovra.

La situazione stava diventando critica per Scipione ma Annibale aveva davanti a sé le legioni di Canne. Quegli uomini sconfitti dai nemici ed esecrati dai loro stessi concittadini ebbero, alla fine, una seconda possibilità e da quella speranza, da quella rabbia, trassero la forza di resistere alle forze puniche che li sovrastavano.

Definitivamente dispersa la cavalleria avversaria o disperatamente chiamati indietro da Scipione alla fine tornarono Lelio e Massinissa con i loro cavalieri, che si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi e le annientarono. Quella che forse stava per diventare un'altra sconfitta per Roma diventa la disfatta finale di Annibale e di Cartagine.

La seconda guerra romano-punica terminò, così, con un ennesimo massacro sulle rive di un fiume africano.

Fine della guerra[modifica | modifica sorgente]

Cartagine perse per sempre l'Iberia e fu ridotta a cliente di Roma. Ai punici fu imposta un'indennità di guerra di 10.000 talenti, la loro marina fu ridotta a 10 triremi, appena sufficienti per frenare i pirati e fu loro vietato di prendere le armi senza il permesso dei Romani. Quest'ultimo limite favorì la Numidia di Massinissa che ne approfittò spesso per annettersi larghe parti del territorio cartaginese. Mezzo secolo dopo, quando Cartagine infine si ribellò ai continui attacchi di Massinissa, fu questa ribellione -non autorizzata- a fornire ai romani il casus belli per scatenare la Terza guerra romano-punica. Fu anche imposto ai cartaginesi di aiutare Roma nella sua avventura in Asia Minore e navi puniche servirono nella campagna di Lucio Cornelio Scipione Asiatico contro Antioco III di Siria.

A Roma la fine della guerra non fu accolta bene da tutti per ragioni sia politiche che morali. Quando il Senato decretò sul trattato di pace con Cartagine Quinto Cecilio Metello - già console nel 206 a.C. - affermò che non riteneva la fine della guerra essere un bene per Roma; temeva che il popolo romano non sarebbe ritornato allo stato di quiete dal quale era stato tratto con l'arrivo di Annibale (Valerio Massimo, VII, 2, 3). Altri, come Catone il Censore temevano che se Cartagine non fosse stata del tutto distrutta avrebbe presto riacquistato la propria potenza e ripreso le lotte con Roma. E probabilmente Catone non aveva torto; l'archeologia ha scoperto che il famoso porto militare "Coton" fu costruito dopo la guerra, poteva contenere 200 triremi mentre a Cartagine erano concesse solo 10 navi ed era protetto dall'osservazione esterna. Annibale per molti anni curò i propri affari e riprese un ruolo importante a Cartagine. Per questo la nobiltà locale, spaventata dalla sua deriva democratica e dalla sua battaglia contro la corruzione, convinse i Romani a forzarne l'esilio che lo spinse verso le coste dell'Asia sempre cercando di rinnovare la lotta a Roma. A Libyssa sulle spiagge orientali del Mar di Marmara prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato in un anello.

Roma ebbe le mani libere per intraprendere con decisione la conquista della Gallia Cisalpina, della Gallia Transalpina, dell'Illiria, della Grecia, e di tutti i regni della costa dell'Asia che si affacciavano sul Mediterraneo e sul Mar Nero. Dei 53 anni calcolati da Polibio, per Pidna, ne mancavano solo 34.

Conseguenze della guerra[modifica | modifica sorgente]

Il mondo romano, al termine della seconda guerra romano-punica (in verde), e poi attorno al 100 a.C. (arancione)

Per più di un osservatore[146] la Seconda guerra romano-punica può essere considerata sostanzialmente il primo conflitto mondiale della storia, almeno per quanto riguarda l'area del Mediterraneo. Oltre a Roma e Cartagine, furono infatti coinvolti nella guerra Celti, Italici, Iberi, Liguri, Numidi, il Regno Macedone e la simmachia greca, la Lega Achea, la Lega Etolica e così via; durante il conflitto restarono attivi contemporaneamente più fronti anche molto distanti fra loro, con un impiego di mezzi e uomini enorme, se rapportato alle popolazioni dell'epoca.

Seppure alla fine vincitrice, Roma pagò comunque a caro prezzo il lungo conflitto contro Annibale. I romani vissero per anni nell'incubo di una guerra interminabile e di un nemico alle porte che sembrava inafferrabile. Lo sforzo bellico fu pesantissimo, sul piano economico e civile: per anni intere regioni italiche furono saccheggiate e devastate dalle continue operazioni militari, con danni enormi per l'agricoltura e per i commerci, che a lungo restarono bloccati, per la pressione di Galli a nord e la presenza di Annibale a sud. Tutto ciò senza contare il pesantissimo bilancio in termini di vite umane. Nei 17 anni di guerra morirono circa 300.000 italici su una popolazione che, dopo la secessione delle regioni meridionali, era di soli 4 milioni di abitanti circa, mentre il potenziale umano mobilitato da Roma per la guerra raggiungerà in alcuni anni il 10% della popolazione, senza scendere mai sotto al 6-7%, tutte cifre che si avvicinano molto, in termini percentuali, a quelle registrate durante la prima guerra mondiale[147].

Tuttavia, nonostante i gravi sacrifici sopportati, la guerra romano-punica rappresenterà una svolta decisiva per le future fortune di Roma. Innanzi tutto in termini di espansione territoriale, poiché al termine della guerra Roma prenderà il totale controllo dell'intera penisola italica, aggiungendo anche la Corsica, la Sardegna, la Sicilia e la costa meridionale della penisola Iberica, estendendo la sua influenza sulle coste africane cartaginesi e numidi, oltre che sull'area dell'Egeo. Si realizzava, quindi, un controllo di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo (e di lì a poco, anche della zona greca, nel bacino orientale) che porrà le basi per il futuro impero.

In termini politici interni la guerra provocò un rafforzamento delle istituzioni romane, in particolare del Senato, fulcro della lunga resistenza ad Annibale. Ma anche sul piano militare le catastrofiche sconfitte, subite ad opera di Annibale, furono un'importantissima lezione sia sul piano tattico-strategico che organizzativo: da quel momento in poi i romani impararono a strutturare l'esercito in modo molto più efficace, introducendo schemi e soluzioni tattiche che per secoli lo renderanno pressoché imbattibile. I primi cambiamenti si videro già per la battaglia di Zama, infatti, per la quale Scipione rese l'esercito più agile e flessibile, introducendo ad esempio la coorte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Giovanni Brizzi, Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma, p.62.
  2. ^ a b c d e Polibio, VI, 20, 8-9.
  3. ^ a b c d e Polibio, VI, 26, 7.
  4. ^ a b Giovanni Brizzi, Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma, p.97.
  5. ^ a b c d e f Polibio, III, 35, 1.
  6. ^ a b c d e f g AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 4.
  7. ^ Polibio, III, 2, 1.
  8. ^ AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 1.
  9. ^ Livio, XXI, 1.1-3.
  10. ^ Polibio, I, 63, 1-3.
  11. ^ Polibio, I, 62, 9.
  12. ^ Polibio, I, 62, 8.
  13. ^ a b Polibio, I, 65-88.
  14. ^ a b Polibio, I, 79, 1-7.
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  116. ^ A Spoleto, l'ingresso dal lato nord dell'antica cinta muraria romana reca ancora il nome di Porta Fuga, in ricordo dell'episodio che vide gli spoletini mettere in fuga i soldati di Annibale. Scrive Tito Livio: "Attraversa l'Umbria e arriva a Spoleto. Dopo aver devastato il suo territorio, cerca di occupare la città; respinto dopo una carneficina dei suoi soldati, e ritenendo dal poco successo del tentativo contro una piccola colonia, che una città come Roma gli avrebbe opposto ingenti forze, si dirige verso il Piceno".
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
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