Seconda battaglia di El Alamein

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Seconda battaglia di El Alamein
Carri britannici Sherman avanzano nel deserto
Carri britannici Sherman avanzano nel deserto
Data 23 ottobre - 5 novembre 1942
Luogo El Alamein, Egitto
Esito Decisiva vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
116.000 uomini[2]
547 carri armati[3]
195.000 uomini[4]
1.029 carri armati[5]
Perdite
30.543 tra morti, feriti, prigionieri e dispersi[6]
circa 500 carri armati[7]
84 aerei[8]
Secondo altre stime:
10.000 morti
15.000 feriti
34.000 prigionieri[9]
~ 450 carri armati e un migliaio di cannoni
13.560 tra morti, feriti e dispersi[10]
tra i 332[6] e i 500 carri armati;
97 aerei (77 britannici e 20 statunitensi)[11]
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La seconda battaglia di El Alamein (o terza battaglia di El Alamein nella terminologia ufficiale britannica, mentre quella italiana indica invece come seconda battaglia di El Alamein la Battaglia di Alam Halfa) venne combattuta tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942 durante la campagna del Nordafrica della seconda guerra mondiale. Lo scontro vide fronteggiarsi le forze dell'Asse dell'Armata corazzata italo-tedesca comandate dal feldmaresciallo Erwin Rommel, e l'8ª Armata britannica del generale Bernard Law Montgomery.

La battaglia ebbe inizio con l'offensiva generale britannica (nome in codice operazione Lightfoot) e continuò per alcuni giorni con intensi combattimenti dall'esito alterno e pesanti perdite per entrambe le parti. L'Armata corazzata italo-tedesca del feldmaresciallo Rommel venne infine costretta a ripiegare con i pochissimi mezzi rimasti, di fronte alla netta superiorità numerica e materiale britannica. Interi reparti dell'Asse, soprattutto italiani, furono costretti alla resa perché sprovvisti di veicoli a motore. Il ripiegamento venne inoltre ritardato dagli ordini di Adolf Hitler che imponevano una resistenza estrema sul posto, nonostante il parere contrario del feldmaresciallo Rommel.

La vittoria britannica in questa battaglia segnò il punto di svolta nella campagna del Nordafrica, che si concluderà nel maggio 1943 con la resa definitiva delle forze dell'Asse in Tunisia.

La situazione[modifica | modifica sorgente]

Sul campo[modifica | modifica sorgente]

Nel luglio del 1942 l'Armata corazzata italo-tedesca (ACIT) agli ordini del feldmaresciallo Erwin Rommel, costituita dal Deutsches Afrikakorps e da due corpi d'armata italiani dei quali uno di fanteria e uno meccanizzato, dopo la grande vittoria di Gazala e aver costretto la guarnigione anglo-australiana di Tobruk alla capitolazione, era penetrata profondamente in Egitto con l'obiettivo di troncare la vitale linea di rifornimenti britannica del canale di Suez ed occupare i campi petroliferi del Medio Oriente[12].

In netta inferiorità numerica, indebolito da una catena di approvvigionamento troppo allungata, dalla mancanza di rinforzi e consapevole del massiccio afflusso di nuovi reparti e mezzi all'8ª Armata britannica, Rommel decise di colpire con rapidità prima che il rapporto degli effettivi divenisse ancor più svantaggioso; alle truppe indirizzò quindi il seguente proclama:

« Soldati dell'Armata corazzata d'Africa, dobbiamo ora annientare l'avversario. Noi non ci fermeremo prima di aver schiacciato le ultime unità dell'8ª Armata britannica. Nei prossimi giorni vi domanderò il grande sforzo finale[13] »

Tuttavia l'attacco sferrato il 30 agosto 1942 presso Alam Halfa si risolse in uno scacco: impossibilitato a lanciare un'altra offensiva e in attesa dell'inevitabile contrattacco dell'8ª Armata, Rommel preferì attestarsi e tricerare il proprio esercito.

Tra il 13 e il 14 settembre gli Alleati tentarono l'operazione Agreement, volta a scompaginare il sistema di rifornimenti dell'Asse, che si concluse in un clamoroso fallimento aggravato da forti perdite. Le forze alleate persero varie navi, tra cui l'incrociatore HMS Coventry e i cacciatorpediniere HMS Sikh e HMS Zulu della classe Tribal, a causa dell'efficace tiro delle batterie costiere e degli attacchi aerei italiani[14]. Anche i reparti a terra furono contrastati e respinti dalle truppe presenti, in particolare dalla fanteria di marina di guarnigione a Tobruk.

Nei comandi[modifica | modifica sorgente]

Le vicende anteriori e contemporanee alla battaglia furono condizionate sensibilmente dai rapporti tra gli ufficiali componenti i comandi sia dell'Asse, sia degli Alleati.

Asse[modifica | modifica sorgente]

Il feldmaresciallo Erwin Rommel.

Nello schieramento dell'Asse esistevano pessimi rapporti tra Rommel e il Comando supremo militare italiano, soprattutto con i marescialli Ugo Cavallero, capo di stato maggiore generale, e il governatore della Libia Ettore Bastico (soprannominato "Bombastico" da Rommel)[15] cui il generale tedesco rimproverava inettitudine e scarsa volontà di avvicinarsi al fronte, accusandoli in pratica di vigliaccheria. Per contro gli ufficiali italiani incolpavano Rommel la frequente incapacità di coordinarsi con le altre forze, sulle quali faceva ricadere le responsabilità di eventuali suoi insuccessi: ad esempio, i tedeschi a lungo attribuirono agli italiani, in specie al personale della Regia Marina che si riteneva accogliese presunti traditori, le fughe di notizie che provocavano la perdita di navi, equipaggiamenti, uomini e carburanti. In realtà il forte ed efficace contrasto britannico ai convogli provenienti dall'Italia era reso possibile da Ultra, l'insieme delle informazioni ricavate dalla decodifica delle comunicazioni tra l'addetto militare tedesco a Roma, generale Enno von Rintelen e l'Oberkommando der Wehrmacht[16]. I rapporti erano puramente formali anche con Delease, la delegazione del Comando supremo in Africa Settentrionale comandata dal generale Curio Barbasetti di Prun; in effetti l'unico alto ufficiale italiano per il quale Rommel aveva considerazione era il generale Enea Navarini, che aveva sostituito il generale Gastone Gambara alla testa del XXI Corpo d'armata poco prima dell'avanzata verso El Alamein[17]. Tra i reparti italiani Rommel nutriva stima solo per la 185ª Divisione paracadutisti "Folgore", poiché vantava un'elevata preparazione dovuta all'opera di istruttori tedeschi. Riguardo al resto delle grandi unità italiane, il generale Rommel in una lettera al generale Alfred Gause scrisse: "ciò di cui ho bisogno qui non sono altre divisioni italiane (e tanto meno della "Pistoia" che non ha nessuna esperienza di combattimento) bensì di soldati tedeschi e di equipaggiamenti tedeschi, condizione assoluta perché io possa sperare di lanciare la mia offensiva."[18].

Esisteva inoltre una pessima relazione tra Rommel e il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante della Wehrmacht per il settore sud (OKS – Oberkommando Süden), in quanto riteneva che questi stesse usurpando le sue funzioni[19]. Il feldmaresciallo Kesselring era invece preoccupato dallo scarso controllo globale esercitato da Rommel durante i combattimenti, come aveva potuto verificare di persona nel corso di uno scontro nei pressi di Ain el Gazala; egli stesso dovette anzi temporaneamente sostituire il generale Ludwig Crüwell che guidava l'Afrikakorps, constatando l'impossibilità di raggiungere Rommel da parte delle unità che necessitavano di pronti ordini operativi[19].

Alleati[modifica | modifica sorgente]

Il feldmaresciallo Bernard Montgomery con il suo tipico basco.

Per quanto riguarda gli Alleati, Montgomery manteneva un rapporto distante con i suoi subordinati, dai quali non accettava neanche gli inviti a pranzo; a questo proposito, durante una visita ufficiale di Churchill, si ritirò nella sua roulotte a pasteggiare con un sandwich nonostante gli fosse stato riservato un posto alla tavolata. In particolare "Monty" aveva rapporti molto difficili con alcuni generali veterani delle campagne nel deserto come Lumsden, Gatehouse e Ramsden, mentre favoriva altri ufficiali da lui richiamati dall'Inghilterra per assumere importanti comandi operativi nell'armata, come Brian Horrocks, Miles Dempsey e Oliver Leese.

Anche con Churchill esisteva un rapporto problematico, tanto che questi disse di lui «come generale, Montgomery è formidabile, come uomo, insopportabile»[20]. In seguito agli insuccessi riportati, la struttura di comando britannica nell'area del Medio Oriente era stato rimaneggiata con l'esonero del generale Auchinleck e l'arrivo di Alexander come comandante supremo del teatro del Medio oriente; il comandante dell'VIII armata, generale Neil Ritchie, era stato esonerato già dopo la caduta di Tobruk e era stato sostituito, durante la prima battaglia di El Alamein, direttamente da Auchinleck. Dopo la rimozione di questo generale, il comando dell'armata, inizialmente previsto per l'esperto generale William Gott, era stato quindi assunto (dopo la morte il 7 agosto in un incidente aereo dello stesso Gott) il 15 agosto da Montgomery[21].

Anche la situazione politica inglese era precaria, con la Camera dei Comuni che il 25 luglio aveva votato una mozione di sfiducia verso il primo ministro Winston Churchill, mentre i dominion britannici, in particolare Australia e Nuova Zelanda, chiedevano conto di come le loro truppe venivano impiegate[22]. In alcuni casi i rapporti con i subordinati non inglesi erano molto tesi, tanto che, dopo che le sue unità vennero sottoposte per errore ad un mitragliamento da parte della RAF, il generale Pienaar, boero e comandante della 1ª divisione sudafricana, scrisse a Montgomery:

« Questo pomeriggio i vostri aerei si sono accaniti contro di noi per ore ed ore, malgrado le nostre disperate segnalazioni. È una vergogna! Sappia, caro signore, che quarantadue anni or sono mio padre combatteva furiosamente nel Transvaal contro voialtri inglesi della malora, e che i sentimenti della mia famiglia non sono affatto cambiati. Posso capire perfettamente, nello stesso spirito, che il programma della RAF comprenda l'annientamento delle truppe sudafricane! Fatemi sapere dunque se Rommel è mio amico o mio nemico e se devo mettere in azione la mia contraerea contro di voi![23] »

Il terreno[modifica | modifica sorgente]

Mappa della costa, riferita a un periodo posteriore a quello della battaglia; si noti che la ferrovia non termina a El Alamein ma prosegue per Marsa Matruh e oltre.

Il luogo della battaglia, El Alamein, fu prescelto dagli inglesi per le caratteristiche naturali che si prestavano ottimamente alla difesa. A circa 60 chilometri dalla costa e dalla località si trova la depressione di Qattara, avvallamento con un diametro di circa 300 chilometri, profondo anche diverse decine di metri dal livello del mare ed impraticabile ai mezzi meccanici a causa della sua sabbia morbidissima che impediva il transito anche ai mezzi cingolati;[24] era inoltre caratterizzata da scoscesi pendii ai margini, ulteriore difficoltà per qualunque veicolo avesse tentato di attraversarla[25]: la particolare morfologia del terreno eliminava quindi la possibilità di azioni avvolgenti da parte delle truppe italo-tedesche. El Alamein ospitava all'epoca una stazione della linea ferroviaria che collegava la costa fino a Marsa Matruh con Alessandria d'Egitto, permettendo un agevole flusso di rifornimenti all'armata britannica; i notevoli campi minati posati in precedenza erano stati poi rinforzati nel periodo di stasi. A metà strada dalla costa si erge la cresta di Ruweisat che domina il deserto circostante ed è uno dei pochi rilievi naturali della zona, rendendola un punto cruciale per il controllo del campo di battaglia: pesanti combattimenti si erano già svolti per il suo controllo nel corso della prima battaglia di El Alamein. Il generale Claude Auchinleck l'aveva quindi trasformata uno dei fulcri del sistema difensivo inglese. Altri rilievi presenti sono la cresta di Miteriya e la collina Kidney (Kidney Ridge era la denominazione britannica di questo rilievo naturale). A sud, dove erano schierate in prima linea la 185ª Divisione paracadutisti "Folgore" e la 17ª Divisione fanteria "Pavia", al limite della depressione di Qattara, si trova la più piccola depressione di Munassib.

Piani operativi[modifica | modifica sorgente]

Asse[modifica | modifica sorgente]

Il 23 settembre il generale Rommel, sfibrato dalla lunga campagna militare, aveva ceduto il comando al generale Georg Stumme cui aveva dato dettagliate istruzioni per l'organizzazione di una serie continua di cinte difensive, davanti alle quali sarebbe stata piazzata una compagnia per ogni battaglione di fanteria; alle spalle sarebbero state sistemate le postazioni difensive principali. Le artiglierie pesanti e anticarro, in specie i cannoni antiaerei da 88 mm letali contro i carri pesanti alleati, sarebbero state scaglionate in profondità.

Le forze dell'Asse si trincerarono quindi lungo due linee principali, chiamate dagli Alleati "Linea Oxalic" e "Linea Pierson", protette da vasti campi minati formati da vari tipi di ordigni tra anticarro, antiuomo e a trappola; questi campi, detti "Giardini del Diavolo" (Gartenteufel in tedesco), erano particolarmente fitti nella parte meridionale dello schieramento, dove più debole era la consistenza numerica delle forze dell'Asse. Il 3% delle mine era del tipo Schrapnellmine, ordigno antiuomo che una volta attivato schizzava verso l'alto ed esplodeva a mezz'aria, seminando una rosata di palline d'acciaio tutt'intorno. Le forze dell'Asse seminarono 249.849 mine anticarro e 14.509 antiuomo, alle quali si dovevano aggiungere quelle contenute nei campi già predisposti dagli inglesi e ora nella zona sotto il controllo dell'Asse. Nel complesso la cintura minata contava 445.000 mine[26]

Alleati[modifica | modifica sorgente]

Il generale Montgomery, ufficiale autoritario ed egocentrico, profondamente convinto della sua superiore capacità di comando, era deciso a controllare da vicino l'offensiva decisiva che stava preparando con metodo da molte settimane. Egli riteneva che fosse essenziale una profonda riorganizzazione e un grande potenziamento delle forze britanniche dell'8ª Armata; il generale procedette a selezionare una serie di comandanti di piena fiducia e pronti a eseguire rigidamente i suoi ordini[27]. Pur avendo deciso di costituire un raggruppamento di riserva interamente meccanizzato, il 10º Corpo d'armata del generale Herbert Lumsden con tre divisioni corazzate e la divisione neozelandese, il generale Montgomery decise di condurre una battaglia lenta e metodica, impiegando il fuoco dell'artiglieria e gli attacchi frontali della fanteria per sgretolare progressivamente le difese dell'Asse senza dare la possibilità al feldmaresciallo Rommel di sfruttare la superiore capacità di manovra delle sue Panzer-Division[28].

Il piano del generale Montgomery per l'operazione Lightfoot (il nome in codice dell'offensiva dell'8ª Armata a El Alamein) prevedeva di aprire con un attacco frontale del XXX Corpo d'armata del generale Oliver Leese, costituito da quattro divisioni di fanteria, due varchi nel sistema fortificato delle forze italo-tedesche e occupare i due importanti rilievi tattici della "cresta Kidney" e dell'altura di Miteiriya. Raggiunto l'obiettivo, la fanteria avrebbe lasciato il campo alle divisioni corazzate del X Corpo d'armata che avrebbero attraversato i corridoi e si sarebbero schierate sul terreno libero a occidente delle creste, dove avrebbero atteso su posizioni fisse il previsto contrattacco delle forze corazzate tedesche[29].

Il generale Herbert Lumsden, comandante del X Corpo d'armata
Il generale Brian Horrocks, comandante del XIII Corpo d'armata
Il generale Oliver Leese, comandante del XXX Corpo d'armata

Attacchi diversivi a sud compiuti dalla 7ª Divisione corazzata britannica appoggiata dalla 44ª Divisione di fanteria britannica, dipendenti dal XIII Corpo d'armata, avrebbero dovuto trarre in inganno i comandanti italo-tedeschi e impedire al resto delle forze dell'Asse di muoversi verso nord[30]. Il generale Montgomery prevedeva che le forze corazzate tedesche sarebbero state distrutte dallo schieramento dei carri e dei cannoni anticarro del X Corpo d'armata; dopo la vittoria sul campo, l'inseguimento sarebbe stato condotto in prevalenza lungo la strada costiera: sottolineò chiaramente di evitare confusi combattimenti manovrati nel deserto e sconfiggere i reparti di Rommel soprattutto con la superiore potenza di fuoco[31]. Questo piano del generale Montgomery peraltro avrebbe dimostrato alcuni punti deboli che ne resero l'esecuzione molto più difficile del previsto: lo scarso coordinamento tra le divisioni di fanteria e le forze corazzate, la limitata esperienza dei comandanti dei carri, l'eccessivo ammassamento di forze in settori ristretti esposti al tiro delle postazioni anticarro italo-tedesche[32].

I britannici misero in atto una serie di diversivi nei mesi precedenti la battaglia per ingannare il comando dell'Asse, non solo riguardo al punto dell'attacco ma anche sui tempi in cui sarebbe avvenuto. Questa operazione, detta in codice operazione Bertram, diretta dal maggiore Richardson, prevedeva la costruzione di un falso oleodotto a sud della cresta di Ruweisat per indurre gli italo-tedeschi a credere che l'attacco sarebbe stato sferrato nel settore meridionale. Si cancellarono inoltre le tracce dei veicoli sulla sabbia per nascondere i loro spostamenti e si diffusero via radio false informazioni[33]. Per aumentare l'illusione e trarre in inganno l'alto comando dell'Asse, l'8ª Armata disponeva inoltre di carri armati fittizi di gomma gonfiati con aria compressa che furono dislocati nel settore meridionale, mentre dietro il fronte settentrionale i mezzi corazzati realmente pronti per l'offensiva furono camuffati come autocarri[34][35].

Ordine di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordine di battaglia della seconda battaglia di El Alamein.
Mezzi del 39. Panzerjägerabteilung (parte del Kampfgruppe Gräf) distaccato dalla 21. Panzer-Division.
Un semovente da 75/18, una delle armi anticarro in dotazione al Regio Esercito.
Fanti italiani nel Nordafrica durante la battaglia di El Alamein.

Di seguito sono elencati gli ordini di battaglia dell'Armata corazzata italo-tedesca[36] e dell'8ª Armata britannica[37][38]:

Asse[modifica | modifica sorgente]

Armata corazzata italo-tedesca:
comandante: generale Georg Stumme; capo di stato maggiore: tenente colonnello Siegfried Westphal – aggiornato al 23 ottobre 1942

Tra queste unità, la 164. leichte Afrika-Division era arrivata in Africa nel marzo 1942, formata a partire dalla Festungs-Division Kreta. Venne impiegata per la prima volta proprio a El Alamein[43]. La 16ª Divisione fanteria "Pistoia", appena inviata in Africa, non venne schierata da Rommel a causa dell'assai carente preparazione[44].

Alleati[modifica | modifica sorgente]

Carri britannici muovono verso la linea di combattimento per ingaggiare i blindati tedeschi dopo che la fanteria ha liberato dei varchi nei campi minati nemici
Il maggior generale Dan Pienaar, comandante della 1ª Divisione sudafricana

8ª Armata britannica:
comandante: generale Bernard Law Montgomery; capo di stato maggiore: brigadier generale Francis de Guingand

  • X Corpo d'armata britannico (generale Herbert Lumsden)
    • 1ª Divisione corazzata britannica (generale Raymond Briggs)
      • II brigata corazzata
      • VII brigata motorizzata
    • 8ª Divisione corazzata britannica (generale Charles Gairdner) sul solo quartier generale e alcune truppe divisionali, non fu utilizzata in battaglia
    • 10ª Divisione corazzata britannica (generale Alexander Gatehouse)
      • VIII brigata corazzata
      • XXIIII brigata corazzata
      • CXXXIII brigata fanteria (motorizzata)
  • XIII Corpo d'armata britannico (generale Brian Horrocks)
  • XXX Corpo d'Armata britannico (generale sir Oliver Leese)
    • XXIII Brigata corazzata
    • 1ª Divisione fanteria sudafricana (generale Dan Pienaar)
      • I brigata fanteria sudafricana
      • II brigata fanteria sudafricana
      • III brigata fanteria sudafricana
    • 2ª Divisione fanteria neozelandese (generale Bernard Freyberg)
      • V brigata fanteria neozelandese
      • VI brigata fanteria neozelandese
      • IX brigata corazzata inglese
    • 4ª Divisione fanteria indiana (generale Tuker)
      • V brigata fanteria indiana
      • VII brigata fanteria indiana
      • CLI brigata fanteria indiana
    • 9ª Divisione fanteria australiana (generale Morshead)
      • XX brigata fanteria australiana
      • XXIV brigata fanteria australiana
      • XXVI brigata fanteria australiana
    • 51ª Divisione fanteria britannica (generale Douglas Wimberley)
      • CLII brigata fanteria
      • CLIII brigata fanteria
      • CLIV brigata fanteria

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Evoluzione della battaglia
Dispiegamento delle forze il 23 ottobre 1942
Attacco delle forze alleate alle 22:00 del 23 ottobre 1942
Le divisioni corazzate dell'Asse contrattaccano alle 18:00 del 24 ottobre 1942
La 1ª Divisione corazzata e la 51ª Divisione britannica attaccano la 164ª Divisione tedesca alle 12:00 del 25 ottobre 1942. La 7ª Divisione britannica attacca la divisione italiana Folgore alle 13:00 del 25 ottobre 1942
La 1ª Divisione britannica subisce il contrattacco della Divisione Littorio e dalla 15ª Panzer. La 1ª Divisione e la 51ª Divisione britanniche si liberano dall'attacco alla 15:30 del 25 ottobre 1942
La 7ª Divisione britannica interrompe l'attacco alla divisione Folgore.
La 9ª Divisione australiana attacca la 164ª Divisione tedesca alla 21:30 del 25 ottobre 1942
La 7ª Divisione, la 44ª Divisione fanteria, la 50ª Divisione fanteria britanniche e la brigata della Francia Libera attaccano la divisione paracadutisti Folgore da tre posizioni dalle 22:30 del 25 ottobre 1942 alle 3:00 del 26 ottobre 1942
Il 7º reggimento bersaglieri attacca la 9ª Divisione australiana alle 08:00 del 25 ottobre 1942.
La 51ª Divisione britannica conquista il Kidney Ridge; altri avanzamenti vengono bloccati dal contrattacco della Divisione Littorio al nord del Kidney Ridge alle 17:00 del 26 ottobre 1942.
La 2ª Divisione neozelandese e la 1ª Divisione sudafricana avanzano di un chilometro contro la Divisione Trento alle 17:30 del 26 ottobre 1942.
Entrambi gli schieramenti si riorganizzano tra il 26 ottobre notte e il 27 ottobre 1942
La 21ª Panzerdivision, la 15ª Panzerdivision e la divisione corazzata Littorio attaccano la 51ª Divisione britannica, ma falliscono la riconquista di Kidney Ridge alle 08:00 del 27 ottobre 1942
Il 7º reggimento bersaglieri cerca senza successo di conquistare la quota 28 controllata dalla 9ª Divisione australiana alle 10:00 del 27 ottobre 1942.
La 44ª Divisione di fanteria britannica sonda le difese della divisione paracadutisti Folgore il 27 ottobre 1942.
La 7ª Divisione corazzata britannica muove verso nord il 27 ottobre 1942.
La Divisione Trento subisce un duro attacca dalla 1ª Divisione sudafricana e dalla 4ª Divisione indiana. La 21ª Divisione Panzer e la Divisione corazzata Littorio contrattaccano e stabilizzano il fronte il 28 ottobre 1942.
La 2ª Divisione neozelandese si muove verso la 9ª Divisione australiana il 28 ottobre 1942.
La 9ª Divisione australiana tenta di attraversare la linea nemica ad ovest della quota 28 alle 10:00 del 28 ottobre 1942.

Ultimi preparativi[modifica | modifica sorgente]

Il 23 ottobre 1942, veniva ricevuto a Londra il seguente messaggio proveniente dal Cairo:

« 23 ottobre 1942 - Comandante in capo Medio Oriente a Primo Ministro e Capo di Stato Maggiore imperiale. ZIP »

La parola "ZIP", del cui significato erano a conoscenza per l'attacco solo il primo ministro Winston Churchill, il capo di stato maggiore imperiale Alan Brooke e il generale Harold Alexander, era il nome in codice dell'inizio dell'offensiva britannica; ricordava onomatopeicamente il suono della cerniera lampo dei piloti quando veniva chiusa ed era stato scelto dallo stesso Churchill[45]. La parola "ZIP" fu utilizzata allo stesso scopo anche in occasione di altre operazioni angloamericane[46].

Dopo sei settimane di continui rifornimenti di uomini e materiali l'8ª Armata al comando del generale Montgomery era pronta a colpire secondo il piano operativo previsto dall'operazione Lightfoot: circa 200.000 uomini e 1.000 carri armati (ma i numeri variano secondo le fonti[47]) di modello recente, tra cui 270 M4 Sherman di fornitura statunitense, si mossero contro i 100.000 uomini (di cui poco più di 29.000 tedeschi in condizioni di combattere sui 46.000 che avrebbero dovuto essere in organico[48]) e circa 490 carri, 211 tedeschi (di cui trentotto Panzer IV) e 279 italiani di tipo M14/41 e trentacinque semoventi 75/18[49], che nonostante fossero concepiti come artiglierie mobili e avessero il cannone posto in casamatta, venivano usati in funzione anticarro con buoni risultati. La superiorità britannica nelle forze corazzate era tuttavia ancor più netta per la qualità del materiale: i 285 M4 Sherman[chiarire il numero effettivo di Sherman] e i 246 M3 Lee/Grant che Montgomery aveva in linea potevano essere contrastati solo dalla quarantina di Panzer IV, mentre le armi controcarro italiane erano impotenti contro il 66% dei mezzi corazzati alleati, quasi tutti con corazze frontali spesse 75 mm[50]. Al momento dell'inizio dell'operazione Lightfoot, inoltre, gli Alleati vantavano il dominio dei cieli grazie alla preponderanza numerica (1.000 caccia e bombardieri moderni, in rapporto di tre a uno rispetto all'Asse), alla vicinanza delle principali basi aeree egiziane e alla pressoché illimitata disponibilità di rifornimenti e carburante.

24 ottobre 1942: truppe del Commonwealth britannico all'attacco tra la polvere del deserto.

Sul fronte italo-tedesco infatti, delle 6.000 tonnellate di carburante promesse il 18 agosto dal Comando Supremo italiano, in particolare dal Maresciallo d'Italia Ugo Cavallero per il 30 ottobre, non ne erano arrivate che 1.000[51]: il resto era andato perduto con l'affondamento della petroliera Sanandrea (2.411 tonnellate di carburante) e il grave danneggiamento della Panuco (1.650 tonnellate), costretta a rientrare in patria[52]. Secondo altre fonti questi dati potrebbero non essere esatti in quanto il 23 agosto 1942 era arrivata a Tobruk la pirocisterna Alberto Fassio con 2.749 tonnellate di carburante; la stessa nave ripeteva senza incidenti il trasporto di combustibile a Tobruk il 28 agosto 1942 con 2.040 (per altra fonte 2.635) tonnellate di carburante; ancora il 15 settembre 1942 la nave forzò il blocco britannico con 2.265 tonnellate di benzina[53]. Comunque, poiché a metà agosto le due divisioni corazzate tedesche (15. e 21. Panzer-Division) disponevano di riserve per soli 170 chilometri di autonomia[54], era evidente che permaneva un serio problema di rifornimenti che avrebbe compromesso le capacità di manovra.

Anche la Luftwaffe venne meno all'impegno, preso con Rommel, di consegnare 500 tonnellate di carburante al giorno e così, al 2 settembre, le truppe tedesche disponevano di una sola giornata di rifornimenti[52]. Ma gli inglesi, che si avvalevano delle informazioni decrittate da Ultra per conoscere i movimenti italiani, decrittando le comunicazioni tra l'ambasciata tedesca a Roma e l'OKW a Berlino, affondarono il 27 ottobre la cisterna Proserpina e poco dopo il trasporto Tergestea; più avanti sarebbe toccato alle cisterne Luisiana e Portofino (quest'ultima giunta a Bengasi con 2.200 t di benzina ma affondata in porto da un bombardamento)[55]. Questo rese la mobilità delle truppe italo-tedesche alla vigilia della battaglia assai limitata, di fatto inesistente in uno scenario come quello desertico. Non tutte le fonti concordano però con questa analisi; nell'opera Le operazioni in Africa Settentrionale Vol. III El Alamein (in bibliografia), edito dal Centro Studi dell'Esercito Italiano, le perdite dei convogli nel mese di ottobre vengono stimate al 20% per i rifornimenti e al 22% per il carburante, cosa che implica quindi come la sconfitta non possa essere attribuita del tutto alla mancanza di mobilità.

Lo stato di salute di Rommel, già malato, peggiorò al punto di richiederne il ritorno in Germania, e il comando dell'Afrika Korps passò il 22 settembre al generale Georg Stumme, un esperto di truppe corazzate; comunque, prima di rientrare, Rommel passò per Roma a riferire della precaria situazione delle truppe impegnate nel deserto, ma senza risultati di maggiore impegno; disse poi:

« Mi ripetevano continuamente «ve la caverete». La fiducia manifestata era lusinghiera, ma un rifornimento soddisfacente mi sarebbe servito di più[56]»
Rommel a El Alamein

Alla data del 15 ottobre, il confronto di forze era quindi di 150.000 uomini per l'8ª armata contro i 96.000 dell'ACIT, dei quali 24.000 tedeschi. Gli aerei e le navi di base a Malta, che non era stata neutralizzata come previsto dall'operazione C3 perché gli aerei necessari a questa ultima erano stati trattenuti in Africa proprio da Rommel per appoggiare l'offensiva, falcidiavano sistematicamente del 50% i convogli di rifornimenti italiani[57]. In effetti, a causa del rinvio dell'attacco a Malta (poi definitivamente annullato), due reparti d'élite, la divisione paracadutisti Folgore e la brigata paracadutisti tedesca Ramcke, verranno inviati a rinforzare l'armata italo-tedesca. La Folgore era una unità molto addestrata e disciplinata, priva di qualunque mezzo di trasporto e dotata per quanto riguarda l'artiglieria solo di cannoni anticarro da 47 mm. La brigata tedesca, reduce dall'aviosbarco di Creta e classificata come 1ª Fallschirmjägerbrigade dalla Luftwaffe, alla quale apparteneva come tutte le unità paracadutiste germaniche, prendeva il nome dal suo comandante Hermann-Bernhard Ramcke (soprannominato "sorriso d'acciaio" perché aveva una dentiera di quel metallo, avendo perso i denti in un lancio); anch'essa non era motorizzata e si basava molto su quanto riusciva a reperire sul campo, di solito a spese dell'avversario; il suo simbolo era un aquilone con una "R" al centro[39].

Primo attacco britannico[modifica | modifica sorgente]

L'artiglieria campale britannica apre il fuoco nella notte del 23 ottobre 1942 contro le linee dell'Asse a El Alamein.

L'offensiva britannica sul fronte di El Alamein ebbe inizio alle ore 21.40 del 23 ottobre con l'apertura del fuoco d'artiglieria da parte di circa 1.000 cannoni dell'8ª Armata; il tiro continuò per circa quindici minuti e colpì duramente, con effetti distruttivi sulla prima linea italo-tedesca, sulle batterie dell'artiglieria nemica e sulle linee di collegamento[58]. L'artiglieria dell'Asse, non disponendo di sufficienti munizioni, non poté controbattere il fuoco britannico con tiri sulle posizioni dei cannoni avversari. Alle ore 22.00 entrarono in azione i reparti specializzati del genio e i carri Scorpion preparati per l'apertura dei varchi nei vasti campi minati dell'Asse; tuttavia le operazioni di sminamento si dimostrarono molto più difficoltose del previsto e l'attacco notturno della fanteria non raggiunse subito gli attesi successi[59].

Il XXX corpo d'armata del generale Leese attaccò nel settore compreso tra Tell al Eisa e Dayr Umm Alsha con la 9ª Divisione australiana, la 51ª Divisione fanteria scozzere e la 1ª Divisione sudafricana, ciascuna rafforzata da un reggimento corazzato, e la 2ª Divisione neozelandese che disponeva di un'intera brigata corazzata di rinforzo; l'obiettivo iniziale era la cosiddetta "Linea Oxalic", circa 5-8 chilometri all'interno del fronte dell'Asse. Gli australiani e gli scozzesi riuscirono a penetrare all'interno della linea di resistenza principale italo-tedesca in un settore di dieci chilometri dopo aver superato la resistenza di un reggimento della divisione Trento e un reggimento della 164ª Divisione leggera tedesca[60].

Fanteria britannica all'attacco a El Alamein.

In realtà durante la giornata del 24 ottobre i britannici incontrarono grandi difficoltà tattiche e non riuscirono a raggiungere le posizioni previste; la fanteria venne rallentata dalla resistenza italo-tedesca; i campi minati non vennero completamente bonificati e le brigate corazzate del generale Lumsden non poterono avanzare nei ristretti corridoi aperti, rimanendo pericolosamente ammassati dietro la fanteria[61]. Il mattino del 24 ottobre inoltre la 15. Panzer-Division, rafforzata da alcuni reparti della Divisione corazzata "Littorio", contrattaccò[62]; il I battaglione corazzato del capitano Stiefelmayer, appartenente al Panzer-Regiment 8, riguadagnò una parte delle posizioni perdute; 35 carri britannici furono distrutti[63]. Nel pomeriggio le divisioni corazzate del X corpo tentarono ugualmente di avanzare attraverso i passaggi estremamente angusti aperti dalla fanteria nella cintura fortificata dell'Asse, ma la manovra non ebbe successo. Nel settore della "cresta Kidney", la 2ª Brigata corazzata guadagnò terreno pur senza sfondare, ma nel settore di Miteiriya i carri britannici vennero bersagliati dal fuoco anticarro nemico e alle ore 04.00 del 25 ottobre furono bloccati all'interno dei campi minati[64]. Il generale Lumsden, molto preoccupato, erano contrario a continuare gli attacchi con i mezzi corazzati; egli avrebbe preferito ritirare le sue forze e attendere ulteriori progressi della fanteria. Nella notte del 25 ottobre si svolse una drammatica riunione dei generali britannici con il generale Montgomery[65].

Un Panzer III tedesco in movimento nel deserto di El Alamein.

Il comandante in capo dell'8ª Armata sembrò inizialmente deciso a continuare la battaglia secondo i suoi piani e ordinò di riprendere gli attacchi in massa in settori ristretti con le brigate corazzate nonostante la difficile situazione tattica; i generali Lumsden e Gatehouse protestarono vivacemente e richiesero di sospendere l'offensiva e di ritirare i carri armati dalla prima linea. Dopo accese discussioni, il generale Montgomery confermò l'intenzione di continuare l'offensiva e attaccare di nuovo la cresta di Miteiriya ma decise di impegnare nell'attacco frontale solo una parte delle sue forze corazzate[66]. Il 25 ottobre ripresero quindi gli attacchi del XXX corpo d'armata; gli australiani e gli scozzesi guadagnarono terreno all'interno dei campi minati e alcuni reparti di fanteria tedeschi e italiani furono distrutti, ma l'attacco dei mezzi corazzati terminò con un nuovo fallimento. Nel settore di Miteirya un reggimento blindato britannico perse gran parte dei suoi carri armati, mentre l'attacco della 1ª Divisione corazzata sulla cresta Kidney fu completamente bloccato e fu impossibile avanzare come previsto verso Sidi Rahman[67]. L'Afrikakorps guidato dal generale Wilhelm Ritter von Thoma sferrò continui contrattacchi con la 15. Panzer-Division e riuscì a contenere l'avanzata nemica; tuttavia anche i tedeschi subirono pesanti perdite e la divisione corazzata rimase al termine della giornata del 25 ottobre con solo 31 panzer ancora efficienti[68].

Il 24 ottobre il generale Georg Stumme, comandante in capo delle forze dell'Asse dopo la partenza del fedlmaresciallo Rommel in licenza per malattia in Austria, si era subito recato in prima linea per controllare direttamente la situazione, ma la sua auto era caduta sotto il fuoco britannico; il suo aiutante, colonnello Büchting rimase ucciso, mentre il generale cadde dalla vettura e venne ritrovato morto, verosimilmente per un attacco di cuore[69][70]. Il generale von Thoma assunse subito il comando ma Hitler ritenne essenziale richiamare il feldmaresciallo Rommel che quindi ricevette l'ordine immediato di ritornare in Africa dove arrivò in aereo alle ore 17:20 del 25 ottobre. Alle ore 23:25 diramò alle truppe un primo messaggio per galvanizzarne il morale: «Ho ripreso il comando della Panzerarmee. - Rommel»[70]. Il feldmaresciallo venne informato dal generale von Thoma riguardo alla difficile situazione; egli per il momento predispose la concetrazione di tutte le sue forze corazzate nel settore nord per fermare ad ogni costo l'avanzata britannica.

Carri pesanti britannici in movimento nel deserto di El Alamein.

Il feldmaresciallo Rommel prese la decisione, la sera del 26 ottobre, di richiamare a nord anche la 21. Panzer-Division dopo essere venuto a conoscenza del fallimento degli attacchi britannici nel settore meridionale del fronte e dopo che invece nella notte precedente gli australiani avevano sferrato un nuovo attacco e avevano conquistato l'importante "collina 28", una località tatticamente importante a nord dei campi minati[71]. Il 25 ottobre effettivamente l'attacco del XIII corpo d'armata del generale Horrocks non raggiunse alcun risultato di fronte all'accanita resistenza dei paracadutisti italiani della "Folgore", sostenuti da raggruppamenti corazzati della 21. Panzer-Division e della Divisione corazzata "Ariete". Nonostante l'intervento di 160 mezzi corazzati della 7ª Divisione corazzata britannica, l'assalto alle alture di Himeimat fu respinto[71]. Nel settore settentrionale invece il nuovo attacco della divisione australiana il 26 ottobre fece qualche progresso; dopo aver occupato nella notte la "collina 28", le truppe britanniche avanzarono nel varco dei campi minati, superarono la resistenza di un battaglione di granatieri tedeschi e raggiunsero posizioni più favorevoli[72]. Nel settore di Miteiriya i neozelandesi e gli scozzesi guadagnarono terreno; tuttavia i carri armati della 1ª Divisione corazzata non raggiunsero alcun risultato e rimasero di nuovo bloccate; in tre giorni di offensiva erano stati distrutti 200 mezzi corazzati e le divisioni di fanteria avevano subito forti perdite[73].

Il pomeriggio del 27 ottobre Rommel, molto preoccupato per il progressivo indebolimento delle linee difensive italo-tedesche, decise di tentare un contrattacco decisivo nel settore settentrionale del fronte di El Alamein con il concorso della maggior parte dei suoi mezzi corazzati; dopo aver completato lo spostamento da sud della 21. Panzer-Division, il feldmaresciallo sferrò l'attacco contro il corridoio di sfondamento britannico[74]. Intervennero nella battaglia i panzer del generale von Randow mentre rientrarono in combattimento i carri superstiti della 15. Panzer-Division guidati dal colonnello Teege, supportati anche da reparti mobili della Divisione corazzata "Littorio"; contemporaneamente i reparti della 90ª Divisione leggera attaccarono verso la "collina 28"[75][74]. I britannici avevano predisposto un potente schieramento di artiglieria campale e anticarro che inflisse gravi perdite alle unità meccanizzate dell'Asse, si combatterono aspri scontri tra mezzi corazzati con risultati alterni[76]. Alla fine della battaglia del 27 ottobre le Panzer-Division non riuscirono a raggiungere il successo e le forze britanniche mantennero le posizioni raggiunte all'interno delle difese dell'Asse[74]. In particolare, il contrattacco dei panzer tedeschi contro la "cresta Kidney", condotto da circa 150 mezzi corazzati nel tardo pomeriggio per sfruttare anche il sole calante alle loro spalle che avrebbe potuto infastidire i tiratori nemici, si infranse contro il fuoco dei nuovi cannoni anticarro e dei carri pesanti dell'8ª Armata; i tedeschi persero circa un terzo dei loro carri durante questi combattimenti[77]. Il 28 ottobre il feldmaresciallo Rommel intendeva riprendere i contrattacchi ma intensi bombardamenti aerei da parte dell'aviazione britannica intralciarono il movimento delle colonne corazzate tedesche che quindi non riuscirono ad entrare in azione[78].

L'operazione Supercharge[modifica | modifica sorgente]

Il generale Montgomery appariva, nonostante la mancanza di reali successi strategici, ancora calmo e risoluto[79]; in privato tuttavia il generale era molto meno ottimista e non mancava di proccupazioni[80]; dopo lo spostamento delle riserve corazzate tedesche verso nord, il comandante britannico decise a sua volta di trasferire nel settore settentrionale anche la 7ª Divisione corazzata, mentre la 1ª Divisione corazzata che aveva subito forti perdite venne temporaneamente ritirata e riorganizzata. Il comandante dell'8ª Armata aveva deciso, dopo il fallimento del suo piano originale, di organizzare un attacco decisivo, denominato operazione Supercharge, per sfondare finalmente il fronte dell'Asse nel settore costiero. Il generale Montgomery organizzò metodicamente il nuovo raggruppamento di forze, egli prevedeva di sferrare l'attacco nella notte del 1 novembre; il piano era molto simile al progetto Lightfoot: la fanteria neozelandese del XXX corpo d'armata, rafforzata da alcune brigate di fanteria e corazzate, avrebbe sfondato e i carri del X corpo d'armata avrebbe fatto irruzione in campo aperto[81].

Prima dell'inizio dell'operazione Supercharge, l'8ª Armata riprese gli attacchi locali nel settore costiero con i reparti della 9ª Divisione australiana che il 29 ottobre guadagnarono terreno nel settore a nord di quota 28 difeso dal solo 2º battaglione del 125º reggimento Panzergrenadier sostenuto da una linea di pezzi anticarro[82]. Ulteriori attacchi degli autraliani nella notte del 30-31 ottobre misero in difficoltà i tedeschi della 164ª Divisione, ma un pronto contrattacco dei reparti mobili della 90ª Divisione leggera e della 21. Panzer-Division riguadagnò parte del terreno perduto, disimpegnò i reparti isolati e inflisse nuovamente forti perdite alle unità corazzate britanniche[83].

Le gravi difficoltà dell'offensiva causarono grande proccupazione a Londra; Churchill era esasperato e depresso; tra i vari commenti rivolti al generale Alan Brooke, capo di stato maggiore generale imperiale, vi fu "Possibile che noi non abbiamo neppure un generale in grado di vincere un'unica battaglia?"[84]. Gli apparenti successi difensivi delle forze italo-tedesche, suscitarono invece un certo ottimismo all'interno degli alti comandi dell'Asse; a Roma Mussolini e il maresciallo Cavallero inviarono il 1 novembre al feldmaresciallo Rommel un messaggio di congratulazioni per il brillante contrattacco della 21. Panzer-Division contro gli australiani nel settore costiero[85].

In realtà la situazione dell'Armata italo-tedesca stava diventando sempre più difficile; i continui attacchi britannici e la netta superiorità delle forze aeree nemiche avevano progressivamente logorato le truppe dell'Asse; le formazioni corazzate erano rimaste dopo gli ultimi combattimenti con 90 carri tedeschi mentre il generale Montgomery disponeva ancora in prima linea, nonostante un rapporto di perdite a sfavore secondo un rapporto di circa 4 a 1, di oltre 800 mezzi corazzati[86]. Il feldmaresciallo Rommel era pienamente consapevole dell'andamento sfavorevole della battaglia; la notizia arrivata alle 11 del 29 ottobre sull'affondamento della petroliera Luisiana con 1459 tonnellate di benzina rafforzò questa convinzione. Il comandante era molto pessimista e discusse con il colonnello Westphal sulla possibilità di organizzare una nuova linea di difesa a Marsa Matruh con tappa a Fuka; tuttavia mantenne nascosto con gli italiani il suo pessimismo e a mezzogiorno del 29 ottobre dichiarò al generale Barbasetti che "con la benzina disponibile sarebbe [stato] impossibile sganciarsi dal nemico. Non ci resta che resistere ad ogni costo ad El Alamein"[87]. Il 30 arrivò una cisterna con 600 tonnellate di benzina, equivalente al consumo di una giornata, e il feldmaresciallo Kesselring, giunto sul posto, affermò che ben presto sarebbero giunte squadriglie di aerei da trasporto provenienti dal fronte russo per migliorare il rifornimento dell'armata. In realtà nella fase finale della battaglia l'approviggionamento delle forze italo-tedesche migliorò, e il feldmaresciallo Kesselring ricordò in seguito che quando le operazioni di ritirata iniziarono, si dovettero far saltare 12.000 tonnellate di munizioni nonostante che spesso i comandanti si fossero lamentati della loro scarsità e in alcuni casi si fosse rinunciato ad effettuare tiri di sbarramento nel preludio degli attacchi britannici. Gravissima era invece la carenza di veicoli[88].

La seconda offensiva massiccia degli alleati si svolse lungo la costa, inizialmente per catturare il rilievo di Tel el Aqqaqir. L'attacco iniziò il 2 novembre 1942, e vide l'impiego da parte britannica di 800 carri armati, sostenuti dal fuoco di 360 cannoni. Al 3 novembre, Rommel era rimasto con solo 35 carri armati operativi; nonostante riuscisse a contenere l'avanzata britannica, la pressione sulle sue truppe rese necessaria la ritirata. Lo stesso giorno il feldmaresciallo ricevette da Adolf Hitler un ordine di "Vittoria o morte" che fermò la ritirata; ma la pressione alleata era troppo grande e le forze italo-tedesche dovettero cedere nella notte tra il 3 e il 4 novembre.

Un M13/40 in Africa Settentrionale nel 1942.

Rommel, di fronte all'ordine di Hitler di resistere ad ogni costo, mandò allora a Berlino, il tenente Alfred Berndt, un egittologo che lavorava per il Ministero della Propaganda ed era inserito nel Quartier Generale della Panzerarmee dove redigeva tra l'altro il diario di Rommel; questi dichiarò nell'occasione «Se restiamo ancorati qui, l'armata non durerà tre giorni. Ma io ho il diritto come comandante in capo, anzi come soldato, di disobbedire agli ordini?» e poi «Il Fuhrer è pazzo!»[89]. Ma il fronte si stava sfaldando: il X e il XX corpo italiani stavano cedendo di fronte alla pressione alleata; anche Kesselring consigliò il ripiegamento suggerendo di «considerare il messaggio di Hitler come un appello anziché un ordine preciso»[89].

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre, venne quindi costituita una nuova linea difensiva dalle truppe dell'Asse, con l'Afrika Korps e la 90ª Leggera attestate a semicerchio che andava da Tell el-Mampsra a 16 km a sud della ferrovia che correva lungo la costa. A questo schieramento si incernierava a sud il XX Corpo italiano con la Ariete, la Littorio e quello che restava della divisione Trieste. Ancora più a sud, la brigata Ramcke e il X Corpo italiano, con la Pavia e la Folgore[90].

Un cannone FlaK 88 al traino verso il fronte.

Sulla cresta di Aqqaqir, durante un furioso combattimento originato alle 2:30 dall'attacco della V Brigata indiana, venne catturato dalle truppe della 1ª Divisione Corazzata inglese il generale von Thoma, comandante dell'Afrika Korps, che uscì illeso da un blindato distrutto dall'artiglieria avversaria, e venne portato al cospetto di Montgomery; più tardi gli verranno attribuite delle dichiarazioni molto polemiche verso Hitler; il comando dell'Afrika Korps passa al capo di stato maggiore colonnello Bayerlein[91]. Nel varco creato dall'attacco irruppero la 1ª, 7ª e 10ª Divisione Corazzata inglese che vennero fermate solo 9 km ad ovest dallo schieramento anticarro, nel quale si trovavano anche i cannoni pesanti FlaK da 88 mm, usati spesso come arma anticarro con effetti devastanti[92]. Per quattro ore 300 carri inglesi vennero trattenuti da 30 carri tedeschi mentre a sud la 10ª Divisione Corazzata inglese dotata di carri medi M4 Sherman, Grant e Crusader attaccava il XX Corpo italiano con i suoi M13/40.

La 132ª Divisione corazzata "Ariete" venne attaccata dalla IV e VII brigata corazzata inglese, e da esse circondata a 5 km a nord-ovest di Bir-el-Abd. Celebre è il messaggio finale (che però viene da alcuni messo in dubbio) ricevuto dal Comando d'Armata alle 15:30: «Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono». Di questo messaggio esiste un'altra versione, meno plausibile visto che poi una numero superiore di mezzi riuscì a ritirarsi, dal Comandante della Divisione al Comando d'Armata «Ci rimangono tre carri, contrattacchiamo». Alla fine del combattimento, le perdite italiane furono gravi, ma gli inglesi pagarono un prezzo altissimo, in uomini e mezzi. Cionondimeno, parte della divisione con il comando, una trentina di carri e parte dell'8º reggimento bersaglieri riuscì a sganciarsi e raggiungere il resto del XX Corpo in arretramento.

La mattina del 4 novembre, il generale Alexander scriveva al primo ministro Churchill[93]:

« Dopo 12 giorni di lotta violenta ed accanita, l'8ª armata ha inflitto una grave sconfitta alle forze italo-tedesche comandate da Rommel. Il fronte nemico è stato rotto. Unità corazzate britanniche si sono aperte un varco e operano attualmente nelle retrovie dell'avversario. Le truppe nemiche che sono riuscite a sfuggire sono attualmente in piena ritirata, e i nostri carri non danno loro tregua, unitamente alle nostre unità mobili e all'aviazione. Altre divisioni nemiche sono restate sulle loro posizioni, tentando di ritardare la sconfitta; è probabile che verranno accerchiate ed isolate. La RAF non ha mai cessato di portare un magnifico appoggio alla battaglia e bombarda senza tregua le colonne in ritirata »

Molte unità offrirono infatti una caparbia resistenza, come i paracadutisti della Folgore, che si batterono eroicamente per giorni e giorni subendo gravi perdite ed infliggendone al nemico anche di maggiori. Combatterono i corazzati britannici con mezzi di fortuna, quali bottiglie incendiarie e cariche di dinamite, avendo solo oltre a queste pochi cannoni anticarro da 47/32 con poche munizioni. Esaurite anche queste risorse, i paracadutisti si nascosero in buche scavate nel terreno e attaccarono mine anticarro ai mezzi britannici in movimento (i resti della Folgore si arrenderanno solo il 6 novembre e dopo aver distrutto le proprie armi rese inutili dall'esaurimento delle munizioni). L'aviazione dell'Asse, con la distruzione dei suoi aeroporti avanzati ed usurata da continui combattimenti sostenuti in immensa inferiorità numerica, era praticamente inesistente e pertanto la RAF operava senza alcun contrasto in aria, bombardando incessantemente le colonne in ritirata[94].

Alle 20:50 del 4 novembre, Hitler dava il consenso al ripiegamento. La nuova linea di difesa veniva fissata a Fuka[95].

Il ripiegamento[modifica | modifica sorgente]

In un aeroporto abbandonato dai tedeschi durante il ripiegamento, la carcassa di un Heinkel He 111 viene spogliata di quanto può essere utile. Dietro si vede il relitto di un Me 109 e uno Hawker Hurricane britannico

Il 4 novembre le forze dell'Asse, non più in grado di opporre resistenza organizzata, iniziarono il ripiegamento; per le divisioni di fanteria italiane, non motorizzate, era preclusa ogni via di fuga ed oltre 30.000 soldati si dovettero arrendere. Molti di più riuscirono però a ripiegare, sia per le capacità tattiche di Rommel, che per l'estrema prudenza di Montgomery, che non voleva cadere vittima di una delle brillanti invenzioni delle quali il suo avversario si era mostrato più volte capace. Probabilmente Rommel sarebbe riuscito a salvare molti più uomini se Hitler non lo avesse dapprima obbligato a resistere sul posto "fino all'ultimo uomo" su una linea di resistenza leggermente arretrata e solo in un secondo tempo gli avesse concesso la libertà di sganciarsi[96].

Il dispiegamento delle forze il 4 novembre 1942 e le direttrici di avanzata Alleate

Anche le unità tedesche combatterono ai limiti delle loro possibilità ma, avendo le divisioni di fanteria una propria dotazione di mezzi di trasporto, diversamente dalle divisioni italiane, riuscirono a sganciarsi; inoltre la brigata paracadutisti Ramcke, appiedata ed a ranghi ridotti dagli estenuanti combattimenti, riuscì ad assaltare un convoglio britannico ed a procurarsi così i mezzi necessari per lo sganciamento[97].

Alla fine, l'Armata Corazzata Italo Tedesca aveva subito 10.000 morti, 15.000 feriti ed erano stati fatti 34.000 prigionieri[9], con la perdita di circa 450 carri armati ed un migliaio di cannoni, anche se le varie stime divergono leggermente (quella più prudenziale riportata nel quadro riassuntivo parla di 30.000 perdite in tutto tra morti feriti e prigionieri). Di certo, quattro divisioni tedesche ed otto italiane avevano cessato di esistere come unità organizzate[98].

Gli Alleati persero 13.560 uomini tra morti, feriti e dispersi, corrispondenti a circa il 10% delle forze schierate[98]. Dei 500 carri messi fuori uso, circa 350 vennero recuperati grazie alle officine mobili ed al possesso del campo di battaglia. Andarono persi anche circa 100 cannoni[98]. La capacità operativa della 8ª Armata era quindi praticamente intatta. Iniziava l'inseguimento dell'ACIT da parte degli Alleati.

Eventi successivi[modifica | modifica sorgente]

Winston Churchill riassunse la battaglia, il 10 novembre 1942, con la famosa frase: "Tutto ciò non può essere considerato come la fine; potrebbe essere il principio della fine, ma è certamente la fine del principio[99]".

La battaglia fu la più grande vittoria del generale Montgomery, e gli valse il titolo di "Lord Montgomery Visconte di Alamein" quando venne fatto Pari d'Inghilterra. Il successo del suo piano convinse definitivamente il generale Montgomery a preferire la superiorità schiacciante di fuoco e di mezzi in tutte le successive battaglie, dandogli la reputazione di comandante eccessivamente cauto e metodico.

Co l'operazione Torch, che si svolse in Marocco e Algeria immediatamente dopo la fine della battaglia (lo sbarco avvenne il 7 novembre), la Battaglia di El Alamein segnò l'nizio della fine delle forze dell'Asse in Nord Africa. Proprio la prevista Operazione Torch, originariamente fissata per il 4 novembre, di cui il generale Montgomery era a conoscenza, rende in realtà il quadro strategico e politico entro cui venne pianificata la Seconda Battaglia di El Alamein più problematico di quanto si creda comunemente. È su questo, infatti, che si basa quella che è forse l'analisi più famosa e controversa della Seconda Alamein: quella sviluppata dallo storico britannico Correlli Barnett nel suo libro: I generali del deserto. Secondo Barnett, l'operazione Torch avrebbe ugualmente costretto il feldmaresciallo Rommel a ritirarsi, poiché era ormai lontano più di 2300 chilometri dalle sue basi che lo sbarco americano minacciava direttamente[100]. Dopo il successo dell'operazione Torch, Rommel si sarebbe trovato fra l'VIII armata, saldamente attestata nelle sue ormai impenetrabili postazioni difensive e forte di una superiorità schiacciante di forze e il grande corpo di spedizione anglo-americano del generale Dwight Eisenhower sbarcato nel Nordafrica francese[101]. Barnett ritiene addirittura che la Seconda Battaglia di El Alamein sia stata sostanzialmente una "battaglia inutile", fortemente voluta dal primo ministro Churchill e dall'élite imperiale britannica principalmente per motivi di prestigio. Si trattava in pratica dell'ultima possibilità per il Regno Unito di ottenere, con le sole forze imperiali, una vittoria esclusivamente britannica sulle forze armate tedesche dopo due anni di sconfitte pressoché ininterrotte sul campo e prima che la superiorità militare ed economica statunitense ponesse inevitabilmente "in sottordine", come lo stesso Barnett si è espresso[101], lo sforzo e il ruolo britannici nella guerra.

Testimonianze[modifica | modifica sorgente]

Targa commemorativa che delimita il punto di massima avanzata dell'esercito italiano

La presenza italiana è ricordata dal grande Sacrario Militare di El Alamein, a Quota 33 sulla litoranea per Alessandria, che raccoglie i resti di oltre 5.200 soldati italiani e 232 ascari libici[102].

La progettazione del sacrario, la ricerca e raccolta dei resti dei caduti anche di altra nazionalità fu opera dell’allora Maggiore Paolo Caccia Dominioni con l'aiuto del suo assistente caporale Renato Chiodini e si svolse a partire da 1948 per più di dieci anni. Su questa quota avvenne uno dei tanti episodi delle due battaglie, il sacrificio del LII Gruppo Cannoni da 152/37 che il 10 luglio 1942 si oppose agli australiani della 9ª Divisione.

Inoltre poco lontano un'iscrizione, fatta dai bersaglieri del 7º reggimento il 1º luglio 1942 su un cippo ai margini della strada litoranea a 111 chilometri da Alessandria d'Egitto, riporta una nota frase che ricorda migliaia di italiani caduti in una guerra spesso condotta senza gli adeguati mezzi: «Mancò la fortuna, non il valore».

Anche gli Alleati eressero i loro cimiteri nella zona della battaglia, con monumenti che ricordano l'evento.

Cultura popolare[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Partecipò alla battaglia con un Gruppo caccia
  2. ^ Buffetaut 1995, p. 95.
  3. ^ 249 tedeschi e 298 italiani. Quelli germanici erano così distribuiti: 31 Panzer II, 85 Panzer III, 88 Panzer III, 38 Panzer IV e 7 carri del comando. Quelli italiani invece erano 278 Fiat-Ansaldo M13/40 e 20 carri leggeri. Ulteriori 23 carri armati tedeschi, che durante la battaglia erano in riparazione, non sono stati inseriti nel conteggio totale
  4. ^ Playfair, Molony, Flynn 2004, p. 30
  5. ^ Playfair, Molony, Flynn 2004, p. 9
  6. ^ a b Barr 2005, p. 404.
  7. ^ La sera del 2 novembre le forze dell'Asse disponevano ancora di 32 carri tedeschi e 155 italiani. I restanti mezzi corazzati italiani furono abbandonati al termine della battaglia e catturati dalla 7ª Divisione corazzata britannica
  8. ^ 64 tedeschi e 20 italiani
  9. ^ a b Krieg 1969, p. 217.
  10. ^ 2.350 morti, 8.950 feriti e 2.260 dispersi. I britannici ebbero il 58% delle perdite, gli australiani il 22%, i neozelandesi il 10%, i sudafricani il 6%, gli indiani l'1% e il resto degli Alleati il 3%
  11. ^ Playfair, Molony, Flynn 2004, p. 78.
  12. ^ Krieg 1969, pp. 43 e ss..
  13. ^ Krieg 1969, p. 24.
  14. ^ (EN) Casualty Lists of the Royal Navy and Dominion Navies, World War 2, naval-history.net. URL consultato il 23 dicembre 2010.
  15. ^ Petacco 2001, p. 66
  16. ^ Petacco 2001, p. 161
  17. ^ Petacco 2001, p. 88
  18. ^ Irving 1978, p. 213.
  19. ^ a b Irving 1978, p. 186.
  20. ^ Petacco 2001, p. 161
  21. ^ Krieg 1969, pp. 64 e ss..
  22. ^ Krieg 1969, p. 26.
  23. ^ Petacco 2001, p. 142
  24. ^ Krieg 1969, p. 83.
  25. ^ Irving 1978, p. 239.
  26. ^ Irving 1978, p. 225.
  27. ^ Correlli 2001, pp. 376-377 e 389
  28. ^ Correlli 2001, pp. 378-383
  29. ^ Correlli 2001, pp. 381-382
  30. ^ Krieg 1969, p. 164.
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  47. ^ In: Bauer 1971, vol. IV, pp. 228-229 le forze britanniche vengono calcolate in 86 battaglioni di fanteria e 1.348 carri armati; in: Correlli 2001, p. 386 si parla di 220.000 soldati e 1.100 carri armati; in Oxford 2001, pp. 772 e 776 e Irving 1978, p. 232, di 195.000 soldati e 1.029 carri armati.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri[modifica | modifica sorgente]

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  • Paolo Caccia Dominioni, Le 300 ore a Nord di Qattara, Milano, Longanesi & C, 1972, ISBN non esistente.
  • Paul Carell, Le volpi del deserto, Milano, Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-25834-2.
  • Barnett Correlli, I generali del deserto, Milano, Rizzoli, 2001, ISBN 978-8817125406.
  • David Irving, La pista della volpe, Milano, Mondadori, 1978, ISBN non esistente.
  • Ernst Krieg, La guerra nel deserto, vol. 2 - La battaglia di El Alamein, Ginevra, Edizioni di Crémille, 1969, ISBN non esistente.
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  • Mario Montanari, Le operazioni in Africa Settentrionale, vol. III - El Alamein, Roma, Ufficio Storico dell'Esercito, 2006, EAN 9786000540197.
  • Giuliano Palladino, Pace a El Alamein, Torino, Einaudi, 1959, ISBN non esistente.
  • Arrigo Petacco, L'armata nel deserto, Milano, Mondadori, 2001, ISBN 978-88-04-50824-3.
  • (EN) Ian Stanley Playfair, F. C. Molony, T. P. Flynn, The Mediterranean and Middle East, vol. IV: The Destruction of the Axis Forces in Africa - History of the Second World War United Kingdom Military Series, Uckfield, UK, Naval & Military Press, 2004, ISBN 1-84574-068-8.
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane (1935-1943), Torino, Einaudi, 2005, ISBN 978-88-06-19168-9.

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