Publio Cornelio Scipione

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Publio Cornelio Scipione
Roman SPQR banner.svg Console della Repubblica romana
Isis priest01 pushkin.jpg
Busto di Scipione dal Pushkin Museum di Mosca
Nome originale Publius Cornelius Scipio
Titoli Africano
Nascita 235 a.C.
Roma
Morte 183 a.C.
Liternum
Consolato 205 a.C.
194 a.C.

'Publio Cornelio Scipione (Publius Cornelius Scipio)'Africano Maggiore (Africanus) (Roma, 235 a.C.Liternum, 183 a.C.) è stato un politico e militare romano. Patrizio appartenente alla Gens Cornelia, sconfisse Annibale vincendo la battaglia di Zama.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Adolescenza e prima carriera militare[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica, Battaglia del Ticino e Battaglia di Canne.

Appartenente alla Gens Cornelia, una delle più antiche e potenti famiglie patrizie di Roma, figlio di Publio Cornelio Scipione, che fu console nel 218 a.C. e che morì in Spagna assieme al fratello Gneo Cornelio Scipione Calvo durante la Seconda guerra punica. Sposò Emilia Terza, sorella di Lucio Emilio Paolo Macedonico, e fu il padre di un omonimo Publio Cornelio Scipione, di Lucio Cornelio Scipione e di Cornelia, la famosa "madre dei Gracchi".

Le prime notizie della vita pubblica di Publio datano al 218 a.C. In quell'anno, a 17 anni, durante la battaglia del Ticino, primo vero scontro diretto di Roma contro Annibale, salvò la vita al padre, gravemente ferito. Il padre, comandante delle forze romane, ordinò che al figlio fosse conferita l’alta decorazione al valor militare della corona civica. Ma Scipione rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”. La coraggiosa impresa fruttò comunque a Scipione la fama di valore. [1]

Due anni dopo, nel 216 a.C. fu tra i superstiti della disastrosa battaglia di Canne. Gli storici antichi non dicono se Scipione partecipò alla battaglia. Da Livio sappiamo che ricopriva la carica di tribuno militare, corrispondente a quella odierna di ufficiale dello Stato maggiore. Come tale, dopo la disfatta di Canne si adopera per porre in salvo i pochi e sbandati superstiti delle legioni romane, guidandoli verso Canosa dove ci fu un inizio di riorganizzazione dell'esercito. Si tratta di un’impresa molto pericolosa, distando la città solo quattro miglia dal campo di Annibale.[2] In questo frangente frena il desiderio di fuga di numerosi patrizi che volevano fuggire in esilio minacciandoli di fermarli anche col gladio. Per contro si fa raccontare dai superstiti le fasi della battaglia, evidentemente studiando l'insolita tattica dell'avversario. Livio racconta che di fronte alla prospettiva di sbandamento e di ammutinamento seguita alla sconfitta di Canne, Scipione fu l’unico dei capi militari a mostrare fermezza di carattere: alle insistenze degli altri comandanti, indecisi sul da farsi, di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, egli oppone un netto rifiuto dicendo che ci si trovava in un frangente in cui non bisognava discutere bensì osare e agire.[3]

Nel 213 a.C. riveste la carica di edile curule, in genere il secondo passo (dopo la carica di questore) nel cursus honorum, la scalata alle cariche civili che avevano come tetto il consolato. I tribuni della plebe si opponevano alla sua nomina accampando la non raggiunta età legale. Publio risponde che se i Quiriti lo volevano edile per lui era sufficiente. Inizialmente alle elezioni si candida solamente il fratello maggiore, Lucio, ma con scarse speranze di successo. Poi un giorno Scipione racconta alla madre di aver fatto per due volte lo stesso sogno, ossia di essere stato eletto edile insieme al fratello. Così presenta anch’egli la propria candidatura e il popolo, in virtù dell’affetto che gli portava, il giorno delle elezioni votò sia lui che il fratello. Da quel momento tutti cominciarono a credere che gli dei parlassero con Scipione attraverso i sogni e che le sue azioni fossero ispirate direttamente dagli dei attraverso visioni notturne. Scipione non smentì mai questa credenza sull’ispirazione divina dei suoi comandi, anzi ne approfittò abilmente nei momenti critici facendo credere ai propri uomini che i suoi comandi erano suggeriti da avvertimenti divini.[4].

Proconsole in Spagna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Baecula e Battaglia di Ilipa.

Nell'anno 211 a.C. il vero ingresso nella parte elevata della struttura sociale romana, a soli 24 anni, da semplice privato e - ancora una volta - al di sotto dell'età minima legale per poter entrare in carica, Publio Cornelio si fa inviare - con Caio Claudio Nerone al comando della flotta e con 11.000 uomini - come proconsole in Spagna, dove la situazione per i Romani era molto precaria: il padre e lo zio di Scipione, Publio il Vecchio e Cneo, comandanti delle forze romane nella penisola iberica, sconfitti e uccisi in battaglia, i Romani ricacciati oltre il fiume Ebro dalle forze cartaginesi - che mantenevano il controllo della regione dai tempi di Amilcare Barca, padre di Annibale - e abbandonati dalla maggior parte delle tribù iberiche. Una situazione così tragica che quando si riunirono i comizi per eleggere un proconsole da inviare in Spagna Scipione fu l’unico a presentarsi come candidato.[5]

Publio Cornelio inaugurò un nuovo modo di trattare le truppe, di trattare con le popolazioni iberiche, a volte potenziali alleate, di combattere. La strategia complessiva venne cambiata verso la ricerca di una situazione di attacco continuo, che si mostrava ben diversa dai metodi "combatti e attendi" precedentemente adottati. Anche il lato psicologico venne studiato da Scipione. Fino a far credere ai legionari di essere figlio di dèi e da questi protetto.

Con questi accorgimenti e con una serie di brillanti operazioni belliche e diplomatiche, Scipione riuscì a rovesciare alcune alleanze fra iberici e cartaginesi rendendo difficile il reclutamento di forze contro Roma e contestualmente sferrò attacchi, in genere coronati da successo, contro colonie cartaginesi e città loro alleate; restrinse sempre più il controllo cartaginese nella penisola iberica, costrinse i cartaginesi su posizioni costantemente difensive impedendo loro di sfruttare le risorse economiche del territorio che avevano conquistato e di inviare aiuti di uomini e mezzi ad Annibale. Questi nel frattempo, doveva fronteggiare la strategia attendistica propugnata da Quinto Fabio Massimo Verrucoso il Temporeggiatore, non riusciva più a colpire a fondo Roma e i suoi alleati e anzi, veniva costretto a piccole battaglie per cercare di controllare un territorio sempre più ostile.

Publio Cornelio iniziò la sua campagna spagnola scegliendo come obiettivo Cartagena, una delle basi cartaginesi più importanti in Spagna. Base operativa, deposito bellico e nodo di comunicazione con Cartagine, Cartagena era difesa soltanto da una piccola guarnigione perché i cartaginesi, dominatori di quasi tutti la penisola iberica, ritenevano che nessun avversario avrebbe mai osato tentare di impadronirsi di tale città. Scipione, consapevole non solo dell’importanza economica e materiale ma anche delle implicazioni psicologiche che la sua presa avrebbe avuto sullo stato d’animo dei cartaginesi, incitando le truppe prima della battaglia disse loro che con la presa di quella sola città avrebbero preso tutta la Spagna.[6]

All’epoca Cartagena, protetta su due lati dal mare e sul terzo da una laguna, era considerata imprendibile. Tuttavia Scipione, sfruttando la bassa marea della laguna, da lui spacciata agli occhi dei soldati per una volontà divina a suo favore, riuscì a scalare le mura della città senza opposizione e impadronirsi di essa senza necessità di assedio.[7] La conquista di Cartagena è ricordata anche per la grande umanità con la quale Scipione trattò gli ostaggi. Illuminante a tal proposito il famoso aneddoto raccontato da Polibio: i soldati romani, conoscendo la debolezza del proprio comandante per le donne, gli portarono una fanciulla molto bella nella quale si erano imbattuti durante il saccheggio. Ma Scipione ringraziandoli disse loro che, essendo comandante, non poteva accettare un simile dono e riconsegnò la ragazza a suo padre. Poi, saputo che la fanciulla era promessa sposa di un giovane capo dei Celtiberi, di nome Allucio, lo mandò a chiamare facendogli dono della fanciulla e consegnandogli come suo dono nuziale i ricchi donativi che i genitori della ragazza gli avevano fatto in segno di gratitudine. Grazie a questa sua continenza e moderazione, dice Livio, Scipione conquistò il rispetto dei popoli da lui sottomessi.[8]

L'anno successivo, nel 208 a.C., con la battaglia di Baecula dove sconfisse Asdrubale, Scipione espelle i cartaginesi dalla penisola iberica. Anche stavolta si comportò con grande generosità verso i prigionieri, rilasciando tra gli altri Massiva, il giovane nipote di Massinissa, re della Numidia,[9] gesto questo, vale la pena ricordarlo, che creò i presupposti per quell’alleanza con il re numida che sarà uno degli strumenti più importanti di Scipione per rompere il dominio cartaginese in Africa.[10]

Con la definitiva battaglia di Ilipa Scipione distrusse due armate cartaginesi e infine, conquistata l'ultima ridotta cartaginese di Cadice, ottenne l'alleanza della città (206 a.C.). Fu la definitiva eliminazione del pericolo cartaginese in Spagna. Roma poté chiudere il "fronte occidentale" mantenendo solo le necessarie forze di presidio.

Console nel 205 a.C.[modifica | modifica sorgente]

Nel successivo 205 a.C. Roma sottoscrive la pace di Fenice con Filippo V di Macedonia e chiude il fronte orientale. Publio Cornelio viene eletto console. Subito propone di portare la guerra in Africa ma il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, vuole prima sconfiggere Annibale e rifiuta di supportare Scipione che in Sicilia aveva a sua disposizione solo le legioni "cannensi" e poche navi.[11] Le legioni "cannensi" sono i resti delle forze sbaragliate a Canne da Annibale. Però mentre Varrone, il maggiore responsabile della disfatta, tornato a Roma era stato perdonato, la bassa forza, come punizione era stata mandata in Sicilia col divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia. Nonostante delegazioni di supplici avessero fatto notare al Senato la differenza di trattamento, la punizione era rimasta applicata e circa 15.000 uomini sognavano Scipione, la vendetta ed il riscatto sociale. Questo desiderio, alla fine, fu uno dei fattori determinanti della vittoria.

Preso atto dell'atteggiamento del Senato, Scipione si rivolge agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e vettovaglie. La risposta è entusiastica. Le città dell'Etruria e del Lazio forniscono ciurme per le navi, tela per le vele, grano e farro e vivande di tutti i tipi, punte di frecce, scudi, spade, lance, e uomini. In meno di due mesi Scipione aggiunge alle sue legioni "cannensi" circa 7.000 volontari italici e comincia a preparare seriamente lo sbarco in Africa, ma riuscirà a partire solo l'anno successivo a causa di malversazioni di un suo subalterno a Locri.

Campagna d'Africa (204-202 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Annibale e Battaglia di Zama.
La clemenza di Scipione, dipinto di Sebastiano Ricci

Nel 204 a.C. Publio Cornelio decade da console ma viene nominato proconsole e può portare avanti il suo progetto. Parte per l'Africa e a causa della nebbia sbarca nei pressi di Utica scompaginando i piani dei cartaginesi, superiori per forza (60.000 uomini contro i 35.000 di Publio), che lo aspettavano a Emporia. Viene raggiunto da Massinissa, giovane principe numida, con cui aveva accortamente negoziato in Spagna, e dalla sua cavalleria. Legato alla causa cartaginese invece è l'altro principe numida Siface, che aveva sposato la bella figlia di Asdrubale Sofonisba. Dopo un vittorioso scontro contro un contingente di cavalleria, Scipione può dedicarsi al saccheggio del territorio e inviare a Roma ricchezze e schiavi rinforzando la sua posizione politica e operativa. Cerca di conquistare Utica ma non riesce nell'intento e decide di accamparsi per l'inverno facendo erigere i "Castra Cornelia" gli accampamenti fortificati dove passerà l'inverno con tutto il suo esercito.

Durante l'inverno Scipione, considerata l’enorme superiorità numerica degli avversari, elabora un piano per indebolire il nemico. Siface e Asdrubale si erano accampati su due alture adiacenti. Informato che i quartieri d’inverno dei nemici erano costituiti da ripari in legno e giunco addossati gli uni con gli altri, Scipione pensa di incendiare il campo nemico e approfittare della confusione che ne sarebbe seguita per sferrare un attacco a sorpresa. Con la scusa di cercare un accordo per evitare una guerra, manda una serie di ambascerie, facendo mescolare tra gli ambasciatori esploratori e centurioni che approfittano dei colloqui per raccogliere dettagliate informazioni topografiche utili per l’attacco. Poi in primavera sentendosi pronto, interrompe i negoziati e fa salpare le sue navi in direzione Utica, come se avesse intenzione di assalire la città dal mare. Ma nottetempo si porta presso i quartieri d’inverno di Siface e, dopo aver bloccato ogni via di fuga, appicca l’incendio che, come previsto, si estende in breve tempo all’intero accampamento. Non appena i cartaginesi dell’accampamento di Asdrubale, credendo accidentale l’incendio, si precipitano fuori in aiuto, vengono annientati. Secondo Livio furono uccisi o morirono tra le fiamme circa quarantamila uomini e quasi cinquemila furono fatti prigionieri. Scipione aveva sbaragliato in un colpo solo, quasi senza perdite, forze numericamente superiori. Polibio, che probabilmente ottenne le informazioni da Lelio, che partecipò all’attacco, giudicò fra tutte le numerose e notevoli imprese di Scipione, quella come "il più straordinario dei fatti d’arme da lui ideato ed eseguito".[12] Sia Asdrubale che Siface riescono a mettersi in salvo. Asdrubale si ritira a Cartagine mentre Siface torna in Numidia. Grazie a nuovi arruolamenti e all’arrivo di 4000 mercenari dalla Spagna, nel giro di un mese Asdrubale e Siface riprendono le ostilità ma vengono sconfitti ai Campi Magni (presso Souk el Kremis), sul corso superiore del Bagrada, a centoventi chilometri da Utica. Solo grazie all’eroica resistenza dei Celtiberi riescono a mettersi in salvo. Asdrubale ritorna a Cartagine mentre Siface si ritira nella propria capitale Cirta: l’odierna Costantina.[13]

Scipione approfitta della vittoria per occupare varie città di importanza strategica, tra cui Tunisi, a soli ventiquattro chilometri da Cartagine, da dove può controllare le comunicazioni via terra del nemico. Nel frattempo invia Lelio e Massinissa all’inseguimento di Siface, il quale raccolte nuove forze marcia contro di loro ma viene sconfitto presso Cirta e fatto prigioniero mentre la moglie Sofonisba si avvelena. Scipione conferisce il titolo di re della Numidia a Massinissa e gli concede grandi onori.[14] Cartagine alle corde intavola trattative di pace. Le condizioni fissate da Scipione, che non mirava alla distruzione della città, sono severe: restituzione dei prigionieri, il ritiro degli eserciti cartaginesi dall’Italia, la rinuncia alla Spagna, la consegna delle navi da guerra [15] ma i cartaginesi accettano e si conclude perciò l'armistizio (inverno 203-202). La guerra sembrava alla fine ma in realtà i cartaginesi approfittano della tregua per richiamare in patria Annibale e Magone. Magone, ferito durante una battaglia di scarsa importanza, muore durante il viaggio. Per quanto riguarda Annibale, si racconta che nessun esule abbia lasciato la propria patria con un’afflizione maggiore di quella mostrata da lui nel lasciare la terra dei suoi nemici e che sulla nave che lo riportava verso Cartagine egli abbia imprecato contro sé stesso per non aver attaccato Roma subito dopo la vittoria di Canne [16]: “Scipione aveva osato muovere contro Cartagine senza aver veduto da console, in Italia, il nemico cartaginese; egli, che aveva fatto a pezzi centomila romani al Trasimeno e a Canne, era rimasto a invecchiare tra Casilino e Cuma e Nola” [17]. Scipione comunque è riuscito a liberare l'Italia dai Cartaginesi.

In Africa la tregua dura poco. Una tempesta aveva sospinto sulla costa di Cartagine duecento navi onerarie romane salpate dalla Sicilia con rinforzi e rifornimenti per Scipione e i Cartaginesi si impossessano delle navi e del loro carico. Scipione manda ambasciatori a protestare per l’accaduto ma i cartaginesi – contando sull’imminente a arrivo di Annibale - li licenziano senza risposta e tendono loro un agguato sulla via del ritorno. Come risposta Scipione devasta la valle del fiume Bagrada per isolare Cartagine dalla sua base di rifornimento.[18] Sbarcato con ventiquattromila uomini a Leptis Minor (l’odierna Lamta), in quello che oggi è il golfo di Hammamet, Annibale ottiene l’aiuto di Ticheo, parente di Siface, che gli invia un corpo di duemila cavalieri. Annibale inoltre può contare sui dodicimila uomini di Magone, tutti soldati ben addestrati, sui nuovi reclutamenti in Africa, su quattromila macedoni inviati da re Filippo.[19]

La devastazione della valle del Bagrada - importante fonte di rifornimento di Cartagine - da parte di Scipione, costringe Annibale ad andargli incontro e ad allontanarsi quindi dalla sua base militare cioè Cartagine. A Zama Annibale invia esploratori per scoprire le misure difensive dell’accampamento romano.[20] Ma tre spie vengono catturate. Portate davanti a Scipione questi non solo non li punisce ma al contrario li affida a un tribuno militare con l'ordine di mostrar loro apertamente tutto ciò che c’era nel campo. Ciò fatto li interroga per sapere se la persona da lui incaricata aveva fatto loro vedere tutto accuratamente e a loro risposta affermativa li congeda, invitandoli a riferire esattamente ad Annibale quello che era loro capitato [21]

Questo insolito comportamento di Scipione era calcolato: serviva per dimostrare ad Annibale e ai cartaginesi la completa fiducia dei romani nei propri mezzi e ad insinuare dubbi fra le loro file. Rientrati gli esploratori dalla loro missione e riferito quanto accaduto, Annibale chiede un incontro con Scipione per discutere con lui l’intera situazione. Scipione accetta e sceglie come luogo dell’incontro una pianura non lontana dalla città di Naraggara. In tal modo si assicura la battaglia su un terreno pianeggiante, l’ideale per sfruttare al massimo il vantaggio che gli derivava dalla superiorità della sua cavalleria.[22]

Il giorno dell’incontro Annibale fa al comandante romano una proposta di pace: Sicilia, Sardegna e Spagna definitivamente ai romani e le ambizioni di Cartagine limitate all’Africa. Ma Scipione non accetta queste proposte facendo notare ad Annibale come egli offrisse territori già da lungo tempo in mano dei romani. Terminato senza esito l’incontro [23] l’indomani i due comandanti in capo si danno battaglia. L’esercito di Scipione doveva aggirarsi intorno ai trentaseimila uomini mentre quello di Annibale superava i cinquantamila. Inoltre Annibale disponeva di ottanta elefanti, più che in ogni altra battaglia da lui combattuta prima. Allo scopo di terrorizzare i romani, il condottiero cartaginese schiera i pachidermi dinanzi alle proprie linee e quando la battaglia comincia scaglia gli elefanti contro lo schieramento romano. Ma Scipione ordina all’intera linea di suonare le trombe e i corni. Dallo schieramento romano si leva così un frastuono tremendo che terrorizza i pachidermi al punto che molti di essi si voltano e caricano le loro stesse truppe, scatenando disordine e confusione tra i cartaginesi, di cui i romani approfittano prontamente.[24] Scipione, artista nei “boomerang”[25] ha ancora una volta ritorto la migliore arma dei nemici contro loro stessi. Polibio racconta che la battaglia rimase indecisa per parecchio tempo e che a deciderne le sorti furono la cavalleria di Lelio e Massinissa, che caricarono i cartaginesi alle spalle vincendo la resistenza degli uomini di Annibale che restarono ai propri posti fino alla fine. Polibio e Livio riferiscono che da parte dei cartaginesi ci furono ventimila uomini uccisi e quasi altrettanti catturati, mentre tra i romani caddero circa millecinquecento uomini. Annibale riesce a scampare alla mischia rifugiandosi con pochi uomini ad Adrumeto. Sia Livio che Polibio tributano ad Annibale un elogio su come avesse schierato l’esercito e avesse combattuto, riconoscendo che avesse perso non perché non valoroso bensì perché si era scontrato con chi era più valoroso di lui.[26]

Basil H. Liddell Hart, a proposito della battaglia di Zama, scrive: “Se si esaminano gli annali della storia, non è dato trovare un’altra battaglia in cui due grandi comandanti militari sapessero sempre dare il meglio di sé. Arbela, Canne, Farsalo, Breitenfeld, Blenheim, Leuthen, Austerlitz, Jena, Waterloo, Sedan: tutte furono segnate da inettitudine o approssimazione da una parte o dall’altra.” [27]

Gli 80 elefanti schierati da Annibale a Zama.

Secondo alcune ricostruzioni la battaglia di Zama ricalca, in risultato invertito, la battaglia di Canne, segno che lo studio della tattica di Annibale, fatto da Scipione dopo quella sconfitta, era stato sommamente utile al giovane condottiero romano.

Scipione sfrutta immediatamente gli effetti psicologici della vittoria ordinando a Cneo Ottavio di portarsi con le legioni per via di terra presso Cartagine. Contemporaneamente egli muove con la flotta verso il porto della città. Cartagine capitola immediatamente, senza bisogno di assedio e di spargimenti di sangue. Le condizioni di pace proposte da Scipione sono moderate: ai cartaginesi non viene imposta nessuna guarnigione e anzi Cartagine avrebbe riavuto indietro tutti i possedimenti africani suoi prima della guerra. Avrebbe però dovuto restituire le navi onerarie romane di cui si era impossessata in violazione della tregua nonché tutti i prigionieri. Inoltre avrebbe dovuto consegnare tutte le navi da guerra e tutti gli elefanti; non avrebbe dovuto far guerra a nessuno fuori dall’Africa e a nessuna nazione africana senza aver prima consultato Roma. Doveva pagare un’indennità di diecimila talenti d’argento suddivisi in rate annuali per cinquant’anni e doveva dare in ostaggio cento giovani scelti da Scipione.[28]

Si racconta che, nonostante la moderazione delle condizioni di pace proposte da Scipione, quando il senato cartaginese si riunisce per discuterle, uno dei senatori contrario all’accettazione di quei termini si alza per parlare. Ma fa appena in tempo ad iniziare il suo discorso che Annibale, favorevole invece alle condizioni proposte da Scipione, lo strappa di peso dalla tribuna.[29] Alla fine il senato cartaginese accetta le condizioni di pace. Una volta ratificata la pace anche dal senato romano, Scipione fa immediatamente incendiare l’intera flotta da guerra cartaginese, cinquecento navi.[30] Era la fine per Cartagine del suo ruolo di grande potenza mediterranea.

Nella storia del mondo antico l'importanza della seconda guerra punica è, senza esagerazione, fondamentale. Definitivamente liberatasi di Cartagine come grande potenza mediterranea, Roma diventa dominatrice dei destini del mondo civilizzato introducendovi un'unità che durerà quasi mezzo millennio.[31]

Dopo aver donato a Massinissa tutte le terre di Siface conquistate dai romani, Scipione si imbarca per la Sicilia e ritorna a Roma via terra attraverso l’Italia meridionale: è un’unica lunghissima processione trionfale. È in questo periodo che nasce il soprannome di “Africano”. Non si sa se a coniarlo furono i suoi soldati, gli amici o il popolo. Certo è che Scipione è il primo comandante militare romano a essere onorato col nome del popolo da lui vinto. L’entusiasmo del popolo è così grande che, se Scipione avesse voluto, avrebbe potuto ottenere un titolo ben più sostanzioso di un soprannome. Infatti il popolo voleva proclamarlo console e dittatore perpetuo. Ma Scipione rifiutò redarguendo severamente la folla perché intendeva elevarlo a un potere di fatto, se non di nome, pari a quello di un re. Scipione aveva trentatré anni, aveva salvato Roma ed era all'apice della fama.[32]

Dopo Zama[modifica | modifica sorgente]

Mappa degli scontri tra Romani ed Antioco III degli anni 192-189 a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra contro Antioco III e lega etolica.

Nel 200 a.C., liberatasi della minaccia cartaginese, Roma parte alla conquista dell'oriente ellenistico con una politica portata avanti da Tito Quinzio Flaminino che sarà il protagonista della politica di questi anni. Ammiratore della cultura greca, Flaminino cercherà di tutelare l'indipendenza delle città-stato greche, sottoposte però ad un protettorato di Roma che ne doveva ricavare vantaggi economico-politici.

Scipione diventa censore nel 199 a.C., princeps senatus, e ancora console nel 194 a.C. Scipione viene eletto console insieme a Tiberio Sempronio Longo. Per una singolare coincidenza i loro padri erano stati consoli insieme durante la seconda guerra punica. Quell’anno il senato decise che, non esistendo pericoli imminenti al di fuori dei confini, entrambi i consoli dovessero restare in Italia. Scipione si oppone con forza a questa decisione, dichiarando che “incombeva una grossa guerra contro Antioco” di Siria, presso il quale Annibale si era da poco trasferito. Ma il senato non gli dà retta e anzi decreta il ritorno in patria dell’esercito romano in Macedonia. Gli avvenimenti successivi avrebbero ancora una volta confermato la preveggenza di Scipione.[33]

Alla scadenza del consolato Scipione si ritira a vita privata, cosa insolita per quei tempi in cui gli ex-consoli optavano per una provincia straniera.[34]

Antioco III di Siria intanto, dopo aver vinto l’intera Asia Minore ed essersi spinto fino in Tracia, ora guardava alla Grecia dove era chiamato dagli Etoli, nemici dei romani. Annibale gli aveva proposto una spedizione contro l’Italia, unica soluzione a parere del cartaginese per sconfiggere Roma. Secondo il piano di Annibale, egli con truppe fornite da Antioco sarebbe sbarcato in Africa per sollevare i cartaginesi. Nel contempo Antioco si sarebbe dovuto spostare in Grecia pronto a balzare in Italia al momento più opportuno. Antioco occupa Efeso ma perde tempo impelagandosi in una campagna locale contro i Pisidi. Roma, esausta da anni di lotta, tenta di risolvere la questione diplomaticamente inviando a Efeso un’ambasceria, della quale fa parte anche Scipione Africano. Ad Efeso gli ambasciatori romani hanno colloqui con Annibale, presente casualmente in città.

Scipione Africano fu consulente militare ed ambasciatore della Repubblica romana.
Annibale fu consulente militare di Antioco III, sovrano dei Seleucidi.

È rimasto famoso il colloquio che Scipione ebbe con Annibale, riportatoci da Acilio. Scipione chiede ad Annibale quale secondo lui fosse il più grande condottiero. E il Cartaginese risponde Alessandro Magno. Scipione allora gli chiede chi ponesse al secondo posto, e Annibale risponde Pirro. Ed insistendo Scipione su chi ritenesse terzo, Annibale risponde lui stesso. A quel punto Scipione gli chiede cosa avrebbe mai risposto se a Zama avesse vinto lui. Annibale rispose che in quel caso avrebbe posto sé stesso prima di Alessandro, prima di Pirro, prima di qualunque altro.[35][36]

Non avendo ottenuto alcun risultato concreto da Antioco sul piano diplomatico, Roma si prepara alla guerra. Vengono eletti consoli per l’anno successivo Publio Scipione, omonimo e cugino di Scipione, e Manio Acilio. Vengono inviati a Cartagine e in Numidia commissari ad acquistare grano necessario per i rifornimenti delle truppe che dovevano partire per la Grecia. In quest’occasione i Cartaginesi non solo offrono il grano in dono ma si offrono anche di preparare a proprie spese una flotta e di pagare in blocco parecchie rate annuali del tributo dovuto a Roma in base al trattato di pace. Il generoso spirito dei Cartaginesi a tener fede alle clausole del trattato di pace è la prova della saggezza della politica di Scipione dopo Zama. Antioco avrebbe potuto conquistare l’intera Grecia prima che i romani fossero in grado di intervenire. Ma non sa approfittare del vantaggio temporale sui romani e anzi abbandona anche il piano di Annibale sulla spedizione in Africa perché temeva che se Annibale avesse ricevuto un ruolo operativo l’opinione pubblica lo avrebbe considerato come il vero comandante. Così mentre Antioco perde tempo in inutili attacchi contro città della Tessaglia e in piaceri a Calcide, l’esercito romano guidato dal console Acilio ha tutto il tempo di completare i preparativi e di sbarcare in Grecia. Sconfitto alle Termopili, Antioco riattraversa l’Egeo.[37] Con un colpo solo i romani avevano scacciato dalla Grecia il loro temuto avversario.

Compresa la necessità di sottomettere Antioco per evitare di ritrovarselo ai propri confini orientali come continua minaccia, Roma si prepara a un’invasione. Vengono eletti consoli Lucio, fratello di Scipione, e Gaio Lelio, il vecchio aiutante di Scipione. Entrambi i consoli desiderano la Grecia e la decisione a chi dei due assegnarla viene rimessa al senato. Poiché in Senato il dibattito si preannuncia assai lungo, Scipione interviene dicendo che se la Grecia fosse stata assegnata al fratello Lucio Scipione, egli sarebbe andato con lui come legato.[38] La proposta di Scipione viene approvata immediatamente e unanimemente. Il gesto di Scipione è illuminante sulla sua nobiltà: il più grande comandante militare della storia romana si abbassava ad accettare una carica subordinata: gli bastava salvare il proprio paese lasciando a un altro gli onori del trionfo. La spedizione romana parte nel marzo del 190 a.C. La presenza della flotta di Antioco a Efeso e di un’altra in Fenicia al comando di Annibale, fa decidere agli Scipioni di condurre le truppe in Asia attraverso la Macedonia e la Tracia. Nel frattempo Caio Livio, figlio del vincitore del Metauro, conquista il dominio sul mare sconfiggendo prima la flotta di Annibale in quella che fu la prima e l’ultima battaglia navale del cartaginese, poi quella di Antioco. Le sconfitte navali fanno perdere la speranza ad Antioco di riuscire a difendere i suoi possedimenti al di là dei Dardanelli, così evacua la Tracia e ordina il ritiro della sua guarnigione da Lisimachia, città non molto distante dall’attuale Bulair e che per la sua posizione avrebbe potuto facilmente resistere per tutto l’inverno. Così quando l’esercito romano arriva allo stretto dei Dardanelli, compie la traversata senza incontrare la minima opposizione.[39] È la prima volta che un esercito romano mette piede in Asia.[40]

Antioco invia un legato all’accampamento romano per tentare di risolvere il conflitto pacificamente. Le proposte di pace di Antioco: rinuncia alle città greche dell’Asia minore alleate di Roma e pagamento ai romani della metà delle spese di guerra. Antioco punta sul fatto di avere come suo prigioniero un figlio di Scipione. Non si sa come fosse stato catturato il figlio di Scipione, se durante una ricognizione a cavallo o sul mare. Comunque di fronte al netto rifiuto dell’assemblea di guerra romana alle proposte di Antioco, l’ambasciatore, seguendo gli ordini ricevuti, chiede un colloquio privato con Scipione. All’Africano propone la restituzione senza riscatto di suo figlio, in più gli promette una grande somma di denaro e la compartecipazione al regno se per mezzo suo si fosse potuta ottenere la pace. Scipione rifiuta seccamente le ultime due proposte e, quanto alla restituzione del figlio, dice che, se Antioco lo avesse fatto, trattandosi di un beneficio privato avrebbe dovuto accontentarsi di una gratitudine privata: a titolo pubblico egli non avrebbe accettato mai nulla da lui né gli avrebbe dato nulla.[41] Nonostante ciò, questo episodio sarà sfruttato propagandisticamente dagli avversari politici di Scipione a Roma a guerra finita.

La guerra prosegue ma Scipione si ammala e viene portato a Elea, sulla costa. Appresa la notizia, Antioco gli riconsegna il figlio prigioniero. Scipione consiglia alla delegazione di Antioco di non scendere in battaglia fino a quando egli non fosse ritornato al campo. Con tale consiglio, egli sottintendeva che se fosse stato lui al comando delle operazioni, Antioco in caso di sconfitta avrebbe avuta salva la vita.[42] Tuttavia Antioco, contando su un esercito grande più del doppio di quello romano, attacca battaglia presso Magnesia (oggi Manisa). Viene sconfitto ma la mancanza di Scipione si fa sentire: infatti solo grazie alla risolutezza del tribuno che comandava le truppe romane sul fianco sinistro, queste non furono messe in rotta dalla cavalleria di Antioco. Antioco riesce a fuggire, rifugiandosi prima a Sardi, poi ad Apamea. Le condizioni di pace fissate dai romani furono: Antioco doveva ritirarsi oltre la catena del Tauro, pagare le spese di guerra e consegnare Annibale. Questi, appena conosciuta tale clausola, scappa a Creta. Considerata la situazione disperata di Antioco si trattava di condizioni di pace moderate e clementi. Attraverso di esse, come già aveva fatto in Africa, Scipione mira ad assicurare il predominio e l’influenza romana in maniera pacifica, non attraverso annessioni.[43] I romani così avevano conquistato l'Asia Minore, come la Grecia, in un solo colpo.

Ritornato a Roma, Lucio Scipione, “per non essere da meno del fratello nel soprannome, volle essere chiamato Asiatico”.[44] Inoltre organizzò un trionfo per pompa esteriore più splendido di quello di Scipione Africano su Cartagine. L’unica ricompensa di Africano fu la nomina per la terza volta a princeps senatus.[45]

Declino politico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Processi degli Scipioni.

La vittoria porta a Roma un immenso bottino e il dominio dell'Egeo. Publio Cornelio non ne trasse vantaggi. Tuttavia al rientro a Roma dei due fratelli viene scatenata contro di loro una campagna denigratoria con accuse di corruzione, soprattutto verso il fratello Lucio, da parte dei loro avversari politici, delusi dalla mitezza delle condizioni di pace di Magnesia e fortemente allarmati dalla loro potenza, ricchezza e influenza sulla popolazione. I due Scipioni vengono accusati di essersi appropriati di somme enormi ricevute da Antioco III senza fornire rendiconti all'Erario della Repubblica.

Dopo aver platealmente stracciato i rendiconti asserendo che la sua parola aveva lo stesso valore, Publio Cornelio si ritirò nella sua villa a Liternum, in Campania. In questa occasione gli viene attribuita la famosa frase: Ingrata patria non avrai le mie ossa. Nel 183 a.C., di salute cagionevole, Publio Cornelio Scipione Africano muore, cinquantaduenne, a Liternum.
La tradizione fa avvenire la sua morte nello stesso periodo in cui a Libyssa, sulle spiagge orientali del Mar di Marmara moriva, suicida, il suo grande nemico Annibale.

Nel celeberrimo Il Principe Niccolò Machiavelli menziona Scipione l'Africano nel capitolo XVII Della crudeltà e della pietà. e se sia meglio essere più amati che temuti o piuttosto temuti che amati descrivendo il condottiero romano come una figura fin troppo indulgente che aveva concesso ai suoi soldati più licenzia di quanto non fosse convenuto alla disciplina militare. Questa troppa pietà per Machiavelli fu la causa della ribellione delle sue legioni in Spagna e della mancata punizione di un luogotenente che aveva, senza il suo permesso, depredato i locresi. Machiavelli inoltre aggiunge che la pietà se usata a dismisura è una qualità dannosa ma nel caso di Scipione fu un motivo di prestigio e gloria solo perché quest'ultimo viveva sotto la protezione del senato.

"l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa"[modifica | modifica sorgente]

Scipione l'Africano è citato nel testo dell'inno italiano "Fratelli d'Italia". Precisamente, nella strofa "l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa". Il riferimento venne fatto da Goffredo Mameli con un particolare significato: l'Italia ha di nuovo sulla testa l'elmo di Scipione l'Africano, il quale sconfisse (a Zama) Annibale e i Cartaginesi. L'Italia, quindi, è tornata a combattere per ottenere la libertà ed essere unita; così come Scipione aveva, in fondo, liberato il suolo italico antico dai Punici, la nuova Italia sorgerà scacciando il nuovo straniero.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Basil H. Liddell Hart, Scipione Africano, Milano, RCS Lbri, 2006, p. 1
  2. ^ Ibid, p. 3
  3. ^ Ibid, p. 3
  4. ^ Ibid, pp. 4-6
  5. ^ Ibid, p. 12
  6. ^ Ibid, pp. 15-19
  7. ^ Ibid, pp. 21-24
  8. ^ Ibid, pp. 26-27
  9. ^ Ibid, p. 36
  10. ^ Ibid, p. 61
  11. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 23.10 e 28.10.
  12. ^ Ibid, pp. 91-95
  13. ^ Ibid, pp. 96-98
  14. ^ Ibid, p. 103
  15. ^ Ibid, p. 105
  16. ^ Ibid, pp. 106-107
  17. ^ Tito Livio, "Storia di Roma", XXX, 20
  18. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., pp. 108-110
  19. ^ Ibid, pp. 112-113
  20. ^ Ibid, p. 117
  21. ^ Polibio, Storie, Milano, Rizzoli, 1961, XV, 5
  22. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., p. 118
  23. ^ Ibid, pp. 118-120
  24. ^ Ibid, p. 124
  25. ^ Ibid, p. 125
  26. ^ Ibid, pp. 129-130
  27. ^ Ibid, p. 131
  28. ^ Ibid, pp. 134-135
  29. ^ Ibid, p. 136
  30. ^ Ibid, p. 138
  31. ^ Howard H. Scullard, Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli, 1992, p. 138
  32. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., pp. 139-140
  33. ^ Ibid, pp. 139-145
  34. ^ Ibid, p. 147
  35. ^ Appiano, guerra siriaca, 10.
  36. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., pp. 150–151
  37. ^ Ibid, pp. 151-152
  38. ^ Ibid, p. 155
  39. ^ Ibid, pp. 157-158
  40. ^ Howard H. Scullard, Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli, 1992, p. 330
  41. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., p. 160
  42. ^ Ibid, p. 161
  43. ^ Ibid, p. 162
  44. ^ Tito Livio, Storia di Roma, Bologna, Zanichelli, 1954-1973, XXXVII, 58
  45. ^ Basil H. Liddell Hart, cit., p. 163

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Karl-Heinz Schwarte: Publius Cornelius Scipio Africanus der Ältere – Eroberer zwischen West und Ost. In: Karl-Joachim Hölkeskamp, Elke Stein-Hölkeskamp (Hrsg.): Von Romulus zu Augustus. Große Gestalten der römischen Republik. Beck, München 2000, S. 106–119, ISBN 3-406-46697-4.
  • Briscoe, John, Livy and Polybius. In Wolfgang Schuller (Hrsg.), Livius - Aspekte seines Werkes, Konstanz, 1993.
  • Burck, Erich, Das Geschichtswerk des T. Livius, Heidelberg, 1992.
  • Burck, Erich, Einführung in die dritte Dekade des Livius, Heidelberg, 1962.
  • Flach, Dieter, Einführung in die römische Geschichtsschreibung, Darmstadt, 1992.
  • Basil Liddell Hart, Scipione l'Africano, il vincitore di Annibale, BUR, 1987.
  • Giovanni Brizzi, Scipione e Annibale: la guerra per salvare Roma, Roma-Bari, Laterza, 2007.

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