Schiavitù nell'antica Grecia

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Stele funeraria: lo schiavo rappresentato come una persona più bassa, accanto alla padrona, Monaco, Glyptothek

La schiavitù è stata una componente essenziale dello sviluppo del mondo greco antico durante tutta la sua storia. Era considerata dagli antichi non solo come indispensabile, ma del tutto naturale: gli stessi Stoici o i Paleocristiani non lo rimetteranno mai in causa.

Conformemente alla tradizione storiografica moderna, questo articolo non si occupa d'altro oltre alla tratta degli schiavi (definita chattel-slavery dagli autori anglo-sassoni) e non di soggetti come i Penesti di Tessaglia, gli Iloti di Sparta o i Claroti di Creta, i quali rappresentavano un genere di schiavo più simile al servo medievale. Lo schiavo era un individuo privato della libertà e sottomesso ad un proprietario il quale aveva la facoltà di comprarlo, venderlo o affittarlo, esattamente come un bene.

Lo studio della schiavitù nell'antica Grecia pone un numero significativo di problemi a livello metodologico. La documentazione è disparata e molto frammentaria, concentrata sulla città di Atene. Nessun opera tratta in modo specifico di singoli soggetti. Le orazioni giudiziarie del IV secolo a.C. non s'interessano dello schiavo se non come fonte di rendita. Nell'arte, la commedia descrive lo schiavo della commedia; la tragedia lo schiavo della tragedia. Nella produzione iconografica o sulle steli, è difficile distinguere con certezza uno schiavo da un artigiano. Anche la terminologia è spesso vaga.

Terminologia[modifica | modifica wikitesto]

Il greco antico possiede un grande numero di termini per designare lo schiavo, quindi molti richiedono un contesto per evitare ambiguità. Nella lingua di Omero, lo schiavo è chiamato δμώς / dmôs. Nell'età classica viene nominato ἀνδράποδον / andrápodon (che ha piedi d'uomo, in opposizione a τετράποδον / tetrapodon, il quadrupede, vale a dire il bestiame). In un contesto militare, il termine designa il prigioniero in quanto parte della refurtiva, in altre parole una proprietà. La parola più frequente è senza dubbio δοῦλος / doûlos (da do-e-ro, una forma arcaica che appare nelle iscrizioni Micenee), utilizzata in opposizione a l'uomo libero (ἐλεύθερος / eleútheros) e in particolare al cittadino (πολίτης / polítês). La δουλεῖα / douleia designa il rapporto di sottomissione dello schiavo al padrone, ma anche quello dei figli nei confronti del padre o dei cittadini ai magistrati. Infine, si può impiegare il termine οἰκέτης / oikétês: letteralmente « colui che abita la casa », per estensione, « il domestico ».

Gli altri termini utilizzati sono molto meno precisi e necessitano di un contesto:

  • θεράπων / therápôn: al tempo di Omero, la parola designa lo scudiero (Patroclo è definito come il therapôn di Achille e Merione quello di Idomeneo): nell'età classica designa il servitore;
  • ἀκόλουθος / akólouthos, letteralmente l'« accompagnatore »
  • παῖς / pais, letteralmente « bambino » (l'utilizzo lo si può rapportare a quello di « boy »)
  • σῶμα / sôma, letteralmente « corpo », usato nel senso di affrancamento, emancipazione.

Origine della schiavitù[modifica | modifica wikitesto]

La presenza di schiavi è attestata nella civiltà micenea la cosa più importante. Secondo le tavole di Pilo, si possono identificare con certezza 140 do-e-ro. È possibile distinguere due categorie giuridiche: lo « schiavo comune » e lo « schiavo di Dio » (te-o-jo do-e-ro); il Dio in questione era probabilmente Poseidone. Alcuni d’essi, come provato dal loro nome, provenivano da Citera, Chio, Lemno o Alicarnasso e furono probabilmente ridotti in schiavitù da pirati. Le tavole mostrano come le unioni tra schiavi e non schiavi fossero frequenti, che gli schiavi potevano essere artigiani indipendenti e che essi avevano la facoltà di possedere un appezzamento di terreno. In effetti, sembra che la principale divisione nella civiltà micenea non fosse tra liberi e non liberi bensì tra dipendenti del palazzo e non.

Ai tempi di Omero, dove le strutture sociali riflettevano quelle del cosiddetto medioevo ellenico, non vi è alcuna continuità con l'epoca micenea. Addirittura la terminologia cambia: lo schiavo è dmôs e non do-e-ro. Nell'Iliade come nell'Odissea, gli schiavi sono anzitutto donne, prese come bottino di guerra quando i loro uomini erano sequestrati o uccisi sul campo di battaglia. Sono serve e talvolta concubine. Esiste qualche schiavo maschio, soprattutto nell'Odissea (tra i quali spicca la figura del porcaro Eumeo). Lo schiavo ha la particolarità d'essere membro a tutti gli effetti de l’oikos (cellula familiare, casata). Il termine dmôs non è spregiativo ed Eumeo, il « divino » porcaro, beneficia degli stessi elogi omerici degli eroi greci. Malgrado tutto però, la schiavitù rimane una condizione inferiore.

È difficile determinare quando nasce la tratta di schiavi nell'età arcaica. Ne Le opere e i giorni (VIII secolo a.C.), sembra che Esiodo possedesse diversi dmôes sebbene lo stato non sia chiaro. La presenza di douloi è attestata da poeti lirici come Archiloco o Teognide di Megara. Secondo la tradizione, la legge sull'omicidio di Dracone del 620 a.C. menziona gli schiavi. In base a quanto scritto da Plutarco ne La vita di Solone (I, 6), Solone vietò agli schiavi di praticare la ginnastica e la pederastia. A partire da quell'epoca, i riferimenti si moltiplicano. È dunque nel momento in cui Solone stabilì le basi della democrazia ateniese, che la schiavitù viene resa ufficiale. Moses Finley sottolinea come a Chio (la quale, secondo Teopompo, fu la prima città a praticare il commercio degli schiavi) il VI secolo a.C. vide una democratizzazione precoce e conclude che "uno degli aspetti della storia greca è, in breve, il progredire, mano nella mano, di libertà e schiavitù".

Ruolo economico[modifica | modifica wikitesto]

L'agricoltura, attività principale dello schiavo, British Museum

Non esisteva alcun atto servile propriamente detto: qualsiasi mansione poteva essere svolta da uno schiavo, eccetto la politica, la sola attività sulla quale i cittadini detenevano il monopolio – o meglio, per i greci, la sola attività che fosse degna d’un cittadino; i rimanenti ruoli dovevano essere lasciati il più possibile ai non-cittadini. La cosa veramente importante era lo stato sociale, non il tipo di attività svolta.

L’attività che vedeva impiegati il maggior numero di schiavi era l’agricoltura, base dell’economia greca. Lo attesta un’abbondante letteratura composta da manuali per proprietari terrieri (come l’Economico di Senofonte o quello di pseudo-Aristotele). Si ricorreva alla mano d’opera servile quando la forza lavoro richiesta superava quella della cellula familiare. Nei grandi possedimenti, gli amministratori erano per la maggior parte schiavi. D’altra parte, in Grecia non si trovava l’immensa popolazione di schiavi presente nei latifondi romani.

Nelle miniere e nelle cave, il lavoro servile era di gran lunga il più importante. Vi erano vaste popolazioni di schiavi, spesso affittati da ricchi privati. Così lo stratego Nicia affittò un migliaio di schiavi alle miniere d’argento del Laurio, in Attica, Ipponico 600 e Filomide 300. Senofonte indica che essi davano un obolo al giorno per ogni schiavo e 60 dracme all’anno. Era uno degli investimenti al quale si dava maggior valore. Senofonte (On Revenues) stimò un totale di 30.000 schiavi che lavoravano al Laurio, o ai mulini a lavorare del materiale grezzo (ibid., IV, 14). Suggerì anche che se la città si fosse dotata di un ampio numero di schiavi, almeno tre per ogni cittadino, la locazione avrebbe assicurato il sostentamento di tutti i cittadini.

Gli schiavi erano utilizzati anche nell’artigianato. Alla maniera dell’agricoltura, si ricorreva ad essi solo se la mole di lavoro non era più sostenibile dal nucleo familiare. Tuttavia la proporzione della mano d’opera servile era molto più importante nelle botteghe. La fabbrica di scudi di Lisia impiegava infatti 120 schiavi e il padre di Demostene 32 coltellinai e 20 fabbricanti di letti.

Infine, gli schiavi sono presenti anche in casa. Il ruolo del domestico è quello di rimpiazzare il padrone di casa nei suoi mestieri e accompagnarlo nei suoi tragitti e viaggi. In tempo di guerra egli era il servitore dell’Oplita. Una schiava si occupava invece di faccende domestiche, in particolare della preparazione del pane e la fabbricazione di tessuti. Solo i più poveri non avevano degli schiavi domestici.

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