Santuario della Madonna delle Grazie (Livorno)

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Coordinate: 43°29′33.77″N 10°20′59.52″E / 43.492713°N 10.349867°E43.492713; 10.349867

Santuario della Madonna delle Grazie di Montenero
Veduta del santuario con la scalinata d'accesso alla piazza
Veduta del santuario con la scalinata d'accesso alla piazza
Stato Italia Italia
Regione Toscana Toscana
Località Livorno-Stemma.pngLivorno
Religione Cristiana Cattolica di rito romano
Titolare Madonna delle Grazie
Diocesi Diocesi di Livorno
Stile architettonico tardobarocco
Inizio costruzione XVII secolo
Completamento 2000

Il santuario della Madonna delle Grazie, assai più noto come santuario di Montenero, si erge sul colle di Monte Nero, a Livorno. Il complesso, elevato al rango di basilica e tenuto dai monaci vallombrosani, è consacrato alla Madonna delle Grazie di Montenero, patrona della Toscana; il santuario comprende anche una ricca galleria di ex voto e, all'esterno, è preceduto dal famedio, il luogo di sepoltura riservato ad alcuni illustri livornesi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della chiesa
Atrio d'accesso alla chiesa
La chiesa settecentesca

Il santuario di Montenero è un complesso architettonico di origini antiche: infatti, una leggenda popolare narra la storia di un pastore claudicante che, nel 1345, ritrovando ai piedi del colle un dipinto raffigurante la Madonna, avrebbe avuto una visione attraverso la quale fu spinto a trasportare l'effigie sino in cima alla collina, dove arrivò guarito della sua malattia. A ricordare questa leggenda, all'inizio della strada che conduce al santuario, fu realizzata la piccola cappella dell'Apparizione, risalente al 1603; questa fu ampliata nel 1723, danneggiata durante la seconda guerra mondiale e sostituita nel 1957 con una chiesa più grande.[1]

La fama legata a quell'evento fu tanta che già sul finire del medesimo secolo i numerosi pellegrinaggi permisero l'ampliamento del primo oratorio, tenuto inizialmente dai frati terziari, poi dai gesuati (XV - XVII secolo), e quindi dai teatini (XVII - XVIII secolo). Furono proprio i teatini ad iniziare i lavori di ampliamento del santuario, fino ad allora costituito da una semplice aula a pianta rettangolare. Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento fu aggiunto un atrio di forma ovale riccamente decorato, mentre, intorno al 1721 e su disegno di Giovanni del Fantasia, furono iniziati i lavori nella parte posteriore della chiesa, con l'inserimento di un corpo cruciforme destinato ad ospitare l'immagine sacra della Madonna, che fece assumere al complesso una pianta a croce latina.

Con la soppressione degli ordini religiosi voluta da Pietro Leopoldo, il santuario cadde in rovina, fino a quando, subentrato al potere Ferdinando III, non fu affidato alla custodia dei monaci vallombrosani (1792), che apportarono alcuni restauri.

Dopo i restauri apportati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, un importante ampliamento si registra tra gli anni sessanta e settanta del XX secolo ad opera dell'architetto Giovanni Salghetti Drioli, con il completamento del cortile di levante e la realizzazione del chiostro del convento dei vallombrosani; alcuni anni più tardi il medesimo architetto fu incaricato di eseguire il progetto della cappella dei ceri votivi (ultimata nel 1988).[2]

Il santuario[modifica | modifica wikitesto]

Il santuario è costituito da diversi corpi di fabbrica disposti attorno ad una piazza rettangolare accessibile attraverso una scalinata. L'edificio principale è il corpo della chiesa, preceduto da un porticato e affiancato da un campanile (1820) dotato di orologio meccanico e a meridiana: lungo il portico si trovano alcune lapidi commemorative, tra le quali si segnalano quelle di importanti famiglie maronite. Non distante dal portico è situato un bassorilievo di Antonio Vinciguerra raffigurante papa Giovanni Paolo II; l'opera ricorda la visita che il pontefice fece al santuario e alla città nel 1982.

Il tempio vero e proprio è preceduto da un atrio ovale, sontuosamente decorato con pitture di Filippo Maria Galletti. Da qui tre ingressi conducono alla navata della chiesa barocca, coperta da un soffitto ligneo intagliato da Pietro Giambelli e dove sono collocate alcune tele del medesimo Galletti raffiguranti tre episodi della vita di san Gaetano di Thiene; il mirabile soffitto è l'unico rimasto integro a Livorno tra quelli analoghi un tempo presenti nel duomo e nella chiesa della Santissima Annunziata (distrutti durante la seconda guerra mondiale e ricostruiti in forme più semplici).

Presso l'altare maggiore si innalza uno splendido tabernacolo, opera di Giovanni Baratta e del nipote Giovanni Antonio Cybei (1752), che racchiude l'immagine sacra della Madonna di Montenero (XIV secolo). Nel transetto si trovano le statue ottocentesche di San Giovanni Gualberto e di San Bernardo, opera di Temistocle Guerrazzi, fratello del celebre Francesco Domenico. La cupola è affrescata dall'artista fiorentino Giuliano Traballesi e presenta ornati di Giuseppe Maria Terreni.

Organo a canne[modifica | modifica wikitesto]

Nella chiesa vi è un organo a canne della ditta Marin e Rossi progettato in collaborazione con Fernando Germani (1965) a tre tastiere e pedaliera concavo-radiale. Le canne dell'organo sono suddivise in due corpi collocati nei due transetti e sono comandate da una consolle situata a sinistra dell'altar maggiore (ed impiegata per animare le funzioni ordinarie); una seconda consolle gemella si trova nella cantoria destra rispetto al medesimo altare (utilizzata per le solennità). Qui di seguito la disposizione fonica.[3]

Prima tastiera - Positivo Espressivo
Principale 8'
Ottava 4'
Decimaquinta 2'
Ripieno 5 file
Bordone 8'
XXII 1'
Salicionale 8'
Flauto in V 5.1/3'
Flauto 4'
Flauto 2.2/3'
Terzina 1.3/5'
Fagotto 8'
Cromorno 8'
Tremolo
Seconda tastiera - Grand'Organo
Principale 16'
Principale 8'
Ottava 4'
Decimaseconda 2.2/3'
Decimaquinta 2'
Ripieno grave 3 file
Ripieno acuto 4 file
Flauto 8'
XIX 1.1/3'
Corno di Camoscio 8'
Flauto 4'
Flauto in XII 2.2/3'
Silvestre 2'
Terzina 1.3/5'
Piccolo 1'
Voce Umana 8'
Tromba a squillo 8'
Tromba 8'
Tremolo
Terza tastiera - Espressivo
Bordone 8'
Flauto in V 5.1/3'
Eufonio 8'
Corno di notte 8'
Viola da gamba 8'
Salicionale 8'
Principalino 4'
Ottavina 4'
Pienino 5 file
Eolina 8'
Voce celeste 8'
Coro viole 8'
Flauto armonico 4'
Nazardo 2.2/3'
Decimino 1.3/5'
Tuba Mirabilis 8'
Oboe 8'
Voce Corale 8'
Tremolo
Pedale
Acustico 32'
Contrabbasso 16'
Principale 16'
Subbasso 16'
Bordone 16'
Basso Armonico 8'
Principale 8'
Bordone 8'
Corno di Camoscio 8'
Ottava 4'
Flautone 4'
Ripieno 4 file
Trombone 16'
Tromba 8'
Chiarina 4'
Trombina 2'
Violoncello 8'

La galleria degli ex voto[modifica | modifica wikitesto]

Il corpetto e le babbucce donate come ex voto

Lungo i fianchi della chiesa si snoda la galleria degli ex voto, tra le più ricche d'Italia e contenente circa 700 raffigurazioni realizzate tra l'Ottocento ed i giorni nostri. Tra gli spaccati di vita popolare di un tempo, si possono ammirare anche le tavole di Giovanni Fattori e Renato Natali.

Inoltre, tra i numerosi ex voto presenti nelle gallerie attorno al santuario ce n'è uno particolarmente celebre e curioso: si tratta di un paio di babbucce di velluto rosso e di un corpetto tramato in oro di quelli in uso negli harem di Istanbul ai primi dell'Ottocento. Appartenevano ad una ragazza livornese (Ponsivinio) che venne rapita dai turchi in mare presso Antignano e miracolosamente salvata poco tempo dopo dal fratello che era rocambolescamente riuscito a riscattarla.

La galleria dei Comuni[modifica | modifica wikitesto]

Negli spazi ricavati sul retro dell'abside della chiesa si apre la galleria dei Comuni, dove sono esposti gli stemmi donati dalle giunte comunali della Toscana dopo la proclamazione della Madonna di Montenero a patrona principale della Toscana.

L'Aula Mariana[modifica | modifica wikitesto]

L'Aula Mariana, inaugurata il 25 marzo 2000, si trova alle spalle della piazza di Montenero ed è stata realizzata con i finanziamenti provenienti dal Grande Giubileo. Si tratta di una vasta sala ipogea, a pianta ovale (50 x 28 metri), capace di contenere 1.200 pellegrini e coperta da un giardino pensile; il progetto si deve alla mano di Adolfo Natalini.

Esternamente, gli elementi murari sono caratterizzati da un rivestimento in pietra che, verso la sommità, lascia spazio ad una parete intonacata; l'interno, nel quale predomina il chiarore delle superfici, è attualmente inagibile per molteplici problemi strutturali ed oggetto di un contenzioso tra i committenti ed il costruttore.[4]

Il famedio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Famedio di Montenero.
Tomba di F.D. Guerrazzi

Si tratta di un porticato che in origine doveva ospitare i dormitori dei pellegrini. Incompleto, fu allora ampliato e trasformato in una sorta di "Tempio della Fama", destinato ad ospitare le tombe dei livornesi illustri. Qui riposano ad esempio Francesco Domenico Guerrazzi, Enrico Pollastrini, Carlo Bini, Giovanni Fattori e Paolo Emilio Demi, mentre due lapidi ricordano Amedeo Modigliani e Pietro Mascagni, sepolti rispettivamente a Parigi e nel cimitero della Misericordia di Livorno.

Nello spazio del famedio si trovano anche alcune tombe dei Castelli, una ricca famiglia proveniente dall'isola di Chios, in Grecia.

Le grotte[modifica | modifica wikitesto]

La presenza di grotte scavate nella collina retrostante al santuario è attestata sin dai tempi antichi ed in origine probabilmente sono state anche rifugio di briganti. Tuttavia, nei primi decenni del Novecento, vennero ampliate a seguito dell'interessamento di una società di escavazione, che ottenne il permesso per l'estrazione del materiale lapideo. Dopo aver ospitato rifugi durante la seconda guerra mondiale, sono state completamente consolidate nel 1971 e quindi aperte ai visitatori del santuario.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La chiesa dell'Apparizione della Madonna di Montenero, Livorno 1957.
  2. ^ AA.VV., Giovanni Salghetti Drioli. Itinerario livornese di un architetto, Pisa 2011, pp. 87-88, 97-100, 132-134.
  3. ^ organoacanne.org, L'organo della chiesa. URL consultato il 01-02-2012.
  4. ^ Il Tirreno del 5 dicembre 2007, Aula Mariana, indaga la procura. Crepe, muffe alle pareti e travi instabili. L’edificio è a rischio. URL consultato il 12-01-2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Oberhausen, Istoria della miracolosa immagine di Nostra Signora di Montenero, Lucca 1745
  • G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di Livorno, Livorno 1903
  • P. Vigo, Montenero: il santuario, il villaggio, le colline, Livorno 1904.
  • Fabrizio Dal Canto, Paolo Castignoli, Festa al Santuario livornese di Montenero, Livorno 2000, Belforte & C. Editori, ISBN 88-7997-059-3.
  • Graziella Cecchi Toncelli, Un'emigrante d'eccezione: la Madonna di Montenero, Livorno 2001, Belforte & C. Editori, ISBN 88-7997-061-5.

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