Santino

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Con il termine Santino si fa riferimento ad un’immaginetta cartacea raffigurante l’icona di un Santo o di una Santa. Quindi, i “santini” raffigurano, come esprime la parola, soltanto beati e santi e non includono le innumerevoli piccole rappresentazioni Mariane e Cristologiche, che rientrano nel termine più ampio di immaginette sacre. Per estensione vengono chiamati così anche le immagini promozionali di un candidato ad una carica politica.

Etimologia e associazione[modifica | modifica sorgente]

L’hobby di collezionare santini si chiama Filiconia, termine coniato nel 2006 da Attilio Gardini, unendo i termini greci Filos (amante) ed eicon (immagine) definisce la ricerca culturale e il collezionismo delle immaginette sacre. Oggetto di raccolta sono le piccole raffigurazioni di icone e di santini. Il termine origina sia il sostantivo, che l’aggettivo “filiconico” che indica la persona e gli oggetti utili pertinenti alla filiconia. Vista l’ampia valenza culturale e religiosa insita nel cercare, studiare, raccogliere, catalogare tali effigi, la filiconia non è solo un hobby, in quanto coinvolge sì l’intenditore e l’appassionato raccoglitore, ma soprattutto il cultore e studioso che si avvicina alle immaginette con particolare rispetto, vistone il contenuto.

Storia in Europa[modifica | modifica sorgente]

Prima dell’ideazione dei caratteri mobili utilizzati da Gutenberg a Magonza tra il 1454 e il 1455, circolavano già numerose xilografie, immagini su carta ottenute da matrice di legno. Volentieri in Europa vengono acquistate raffigurazione sacre con immagini mariane o cristologiche, ma anche di sante e santi. Un documento basilare è la xilografia che raffigura la Beata Vergine Maria tra i santi; una di queste immagini dopo essere uscita miracolosamente illesa da un incendio, viene ora venerata, sin dal 1428, nel duomo di Forlì, con il titolo di “Madonna del Fuoco”. Verso la fine del Cinquecento incisori-editori producono piccole immagini sacre, incise su legno o a bulino su leghe di rame, distribuite a prezzi accessibili, che trovano posto, con pie finalità, in numerose abitazioni, ma anche nei luoghi dove viene allevato il bestiame.

Gli anni delle incisioni[modifica | modifica sorgente]

Prima del XVII sec. è merito dell’ordine dei Gesuiti se le immaginette sacre hanno un’estesa diffusione a partire da quella che era la capitale artistica e commerciale dell’impero spagnolo: Anversa, nelle Fiandre. Qui Jacques Caillot riesce, attraverso un’evoluzione della tecnica dell’acquaforte, a dare particolari effetti di profondità alle sue opere e realizza, oltre ad un notevole numero di incisioni artistiche, una grande quantità di immagini religiose molto ricercate dai collezionisti. Gli incisori-editori francesi raggruppano i loro centri grafici nella rue Saint Jacques, nel Quartiere latino, nei pressi della Sorbona, dove permarranno per più di 200 anni, fenomeno non casuale, quasi a dimostrare il forte legame tra l’editoria e il mondo degli studi.

L’inizio del XVII secolo vede Parigi superare la concorrente Anversa nella raffinata produzione delle incisioni artistiche e in particolar modo di quelle con soggetto spirituale.

Gli anni dei canivet[modifica | modifica sorgente]

Col passare del tempo, le immaginette sacre cominciano lentamente ad essere usate per finalità non esclusivamente devozionali, per cui vengono utilizzate per commemorare una ricorrenza, per allietare un anniversario, per annunciare un evento, per augurare gioia e benedizioni. Per tutto il secolo successivo si procede ad abbellire artisticamente sempre di più i santini e si sviluppa, per molti decenni, anche la realizzazione di immagini chiamate “canivet” dal piccolo arnese, il canif, simile ad un temperino che si utilizza per intagliare la carta o la pergamena, creando veri e propri pizzi merlettati di grande effetto.

A quell’epoca anche alcune comunità di frati e di monache, con lo scopo di far conoscere i propri fondatori e le principali feste liturgiche, divulgano l’utilizzo di immagini dalle dimensioni ridotte, per essere conservate nei portafogli e nei messali. È proprio nei monasteri che l’immaginetta, prodotta artigianalmente in esemplari unici, raggiunge risultati di impareggiabile bellezza, come avviene per i canivet.

A parte la limitata produzione conventuale, è interessante notare come le altre officine di arte grafiche siano decisamente laiche nella stampa e nella distribuzione. Soltanto alla fine del Settecento, la Chiesa si impegna ad appropriarsi del diritto di diffusione delle immaginette. L’autorizzazione da parte dell’autorità canonica che confermi la distribuzione di immaginette tarda a giungere e solo successivamente nel retro del santino apparirà l’approvazione dell’orazione stampata, tramite un esplicito consenso, che in latino è Imprimatur = “può essere stampato”. Si chiude l’epoca del santino manufatto, verso la fine del Settecento, per cui anche quello più artigianale cioè il canivet, è forzatamente rielaborato e modificato per mezzo di nuove tecniche di produzione.

La pergamena, che ha origine dalla pelle d’agnello, viene sostituita dalla carta e dal cartoncino e le preziose miniature dipinte a mano lasciano il posto ad immaginette ritagliate da acqueforti o litografie, che vengono applicate sul rettangolo colorato.

Gli anni dei merlettati[modifica | modifica sorgente]

Agli inizi dell’Ottocento nascono iniziative grafiche in Europa, ad opera specialmente degli editori Rudl e Hoffmann di Praga, ma senza dubbio è la Francia a conservare la supremazia nella lavorazione di immaginette per tutto il diciannovesimo secolo. A partire dal 1840, lo svilupparsi delle conoscenze tecnico-scientifiche, sulla stampa e sulla traforazione a punzone, porta a indebolire la rilevanza della mano dell’artista e ad ottenere, in minor tempo, immaginette prodotte in serie che prendono il nome di canivet mécaniques (canivet meccanici), perché decorati da questi nuovi modelli di trine e merletti industriali, che continuano ad arricchire l’immagine centrale. Il pezzo viene poi concluso procedendo ad incollare al centro un’immagine ecclesiastica disegnata o stampata.

Gli anni delle cromolitografie[modifica | modifica sorgente]

Un santino rappresentante il Sacro Cuore di Gesù

A fianco delle incisioni e dei merlettati appaiono inediti prodotti colorati, frutto di una singolare tecnologia pittorica: le cromolitografie, cioè quelle immagini colorate (cromos in greco), ottenute (graphos) per mezzo di una particolare pietra levigata (lithos). La tecnica cromolitografica permette una produzione in serie, molto gradita ai fedeli, tanto che le immaginette riescono ad entrare in ogni casa. Questo sistema prevede un disegno, effettuato con un inchiostro grasso, su una pietra levigata, fissato con resina e bagnato da acqua miscelata con gomma arabica. A seguito della definitiva inchiostratura e della collocazione del foglio, si procede premendo con l’aiuto del torchio, per cui l’immagine si trasferisce specularmene sulla carta.

Una grande quantità di materiale religioso viene realizzato da nuove aziende, tanto che nel 1862 vengono censite 120 ditte che confezionano e distribuiscono sul mercato articoli religiosi prodotti in serie: candele, medaglie, statue, crocefissi, rosari, scapolari, immaginette merlettate e naturalmente santini. La precedente rivoluzione francese e la conseguente bufera napoleonica avevano lasciato nel popolo una gran sete di spiritualità, che poteva esprimersi anche con queste gradevoli figure dall’aspetto delicato.

Interessante notare come questi prodotti abbiano accomunato cattolici e protestanti. Infatti anche editori e litografi seguaci della Riforma producono una grossa mole di immaginette, dove invece di privilegiare figure di santi, vengono raffigurate scene evangeliche e dell’antico testamento, con armoniosi paesaggi e bambini innocenti, accompagnati da brani di salmi o frasi per elevare lo spirito. Generalmente le immaginette sono eseguite presso i numerosi stabilimenti di arte grafica che trovano sede sulla celebre rive gauche, non lontana dal Quartiere Latino e dalla Università della Sorbon, proprio lungo la via dedicata a san Sulpizio, (arcivescovo di Bourges del VII secolo) che conduce a una delle più belle chiese della capitale, appunto, la chiesa di Saint Sulpice. Proprio da questa ubicazione trae origine il termine sbrigativo attribuito a questa forma artistica che viene tuttora definita art sulpicien, intendendola come complesso di prodotti acquistabili in Rue St. Sulpice. Anche quando uomini di cultura cominceranno a criticare la commercializzazione di queste immagini, la popolarità di queste raffigurazioni a buon mercato continua, nonostante le critiche. Per tali motivi alcuni filiconici si rivolgono a San Sulpizio come proprio patrono.

Gli anni dei santini Liberty[modifica | modifica sorgente]

La tecnica cromolitografica trova una sorprendente applicazione con la venuta dell’Art Déco e del Liberty. Si comincia a produrre santini ridondanti di ghirlande e decori, di simboli e di ornamenti, di nastri e boccioli, di preghiere miniate a colori, di immagini “a inclusione” o a rilievo. Questi si ammirano volentieri e si rivelano ideali per trasmettere all’animo sentimenti di devozione e per comunicare con il mondo trascendente, ispiratori di buoni propositi e di santità. All’inizio del Novecento, l’immaginetta conosce una successiva fase di caratteristica diffusione, perché sa esprimere bellezza, con la novità di linee morbide e flessuose accompagnate da tipici motivi a spirale.

Gli anni della fotomeccanica[modifica | modifica sorgente]

I conflitti mondiali del Novecento congelarono la produzione artistica, portando al peggioramento della qualità dei santini. La scelta di carta scadente e di stampa sempre più economica portarono a prodotti di solo scopo commerciale, a basso prezzo e in vasta quantità. Le sbrigative applicazioni delle scoperte fotografiche, pur portando ad immagini retinate, di limitata risoluzione ottica, fecero diminuire, anzi tramontare definitivamente la cromolitografia. Nel secondo dopoguerra i santini sono monocromatici, di color seppia o castano o ardesia, specchio di un mondo che affronta la miseria lasciata dalla guerra.

Gli anni del rotocalco[modifica | modifica sorgente]

Gli anni ‘60 segnano una certa decadenza dell’immaginetta sacra nella diffusione e destinazione per le quali era stata creata, per cui divennero più rare le occasioni di utilizzo del santino. Certo è che dopo gli anni Settanta c’è stato un boom del collezionismo di immaginette sacre, raccolte ordinatamente in album di varie dimensioni. Al giorno d’oggi si riscontra un risveglio e un crescente interesse causato da nuovi elementi: per primo il fatto che moltissimi santini moderni riproducono, nella migliore delle tipologie, alcune icone bizantine, ritenute ricche di spiritualità ed infine un risveglio culturale che si affaccia alle arti religiose.

Strumenti della filiconia[modifica | modifica sorgente]

Purtroppo è impensabile un catalogo esauriente, perché non c’è riscontro accettabile di tutte le case produttrici italiane e straniere e dell’immensa produzione che non ha lasciato documentazione esauriente. Il filiconico si organizza con lente, pinzette, album e diverse pubblicazioni che indicano le sommarie categorie riscontrabili, in base a forma, ditta produttrice, anno di emissione, tecnica di stampa, materiale del supporto.

Schedatura e classificazione[modifica | modifica sorgente]

Alcuni stabilimenti di arte grafica lasciano anonimi i loro prodotti, ma in seguito cominciarono a “firmare” le loro produzioni, riportando l’intera ragione sociale, oppure marcando con un logo o con una rappresentazione grafica atta a rappresentare quel prodotto e a differenziarlo da un altro. Successivamente, per semplificare le ordinazioni ed organizzare la vendita, già diversificata secondo tipologie, gli editori pianificano la produzione e progettano le Serie, aggiungendovi una identificazione numerica.

Per schedare e classificare materiale filiconico, si comincia a valutare gli elementi iconografici-decorativi, interpretando i significati nascosti dai simboli. Si prosegue analizzando le caratteristiche tecnico-morfologiche che sono il materiale di supporto che può essere: carta, cartoncino, stoffa o pergamena, quindi le dimensioni e il tipo di bordi. Si esamina con quale tecnica è stato stampato e se è stato colorato a mano o a macchina. Si individuano gli elementi che fanno risalire a chi l’ha prodotto, interpretando la cifra o il logo.

Si prende in considerazione il verso con le sue scritte a stampa o a mano, leggendo l’orazione oppure l’occasione di anniversario, o la dedica. Si indaga per rintracciare il periodo della fabbricazione, altrimenti, risalendo attraverso elementi di confronto, si formulano ipotesi per asserirne la data più probabile. La data dell’imprimatur quasi sempre è estranea e precedente a quella di produzione. Si chiama a collage il santino manufatto realizzato incollando vari materiali: paillettes, cromolito, lamine, tessuto, stagnola, madreperla, fiori essiccati, foglie, … Si chiama a sorpresa il santino che provoca stupore, in quanto all’interno cela un elemento inaspettato. Esso viene aperto, muovendo le piccole ante, o esposto alla luce, in modo che possa svelare il segreto che nasconde; Si chiama a teatrino oppure ad altarino il santino che viene combinato con più parti che si aprono e viene sviluppato per formare diversi piani o livelli di profondità. È l’antesignano del pop-up o libro animato o volume tridimensionale, nel quale emerge una figura, quando si apre.

Si chiama acquerellato il santino dipinto a mano generalmente con colori vegetali o tempere diluite. Può essere del tutto dipinto a mano libera, oppure ottenuto colorando l’incisione che funge da base. Si chiama apribile a libro il santino che è costituito da più parti ripiegate su sé stesse come in una cartina topografica, quindi sfogliabili; Si chiama canivet il santino del ‘700, finemente intagliato a mano con un temperino = Canif, in modo da ottenere fregi e cornici, su carta o pergamena. Si chiama centinato il santino che viene tagliato lungo una sagoma ad arco ossia incurvato così come lo è l’ossatura resistente provvisoria destinata a sostenere un arco, una volta o un cupola durante la costruzione, appunto la centina. Si chiama firmato il santino che riproduce la firma dell’artista. Normalmente la si può individuare in basso a destra, per esteso o per iniziali del nome distinte o combinate secondo una cifra.

Si chiama fustellato il santino che possiede un bordo dall’andamento non rettilineo, cioè tagliato da una fustella: un utensile in acciaio sagomato secondo una forma dal profilo irregolare, con cui si incidono e si tagliano carta, cartoncino, pergamena. Spesso il fustellato è prodotto meccanicamente, con piccoli fori equidistanti e vicini, predisposti per essere uniti manualmente, in modo da ottenere diverse variazioni di forme geometriche. Si chiama goffrato (oppure a rilievo) il santino in cui cornici, elementi decorativi o l’immagine stessa sono impressi a rilievo con l’impronta di un disegno, ottenuti pressando la carta tra due lastre di metallo sagomate.

Si chiama hold to light (HTL) il santino che permette di vedere immagini differenti a seconda dell’illuminazione. Può modificarsi il paesaggio, oppure il personaggio rappresentato, per esempio Gesù crocefisso e quindi risorto. Queste santini a volte hanno dimensioni vicine a quelle della cartolina. Si chiama manoscritto il santino privo di immagine o dove la preghiera scritta dall’autore occupa la maggior parte del rettangolo. Si chiama merlettato, trinato o con pizzo il santino ottenuto mediante l’uso a secco del punzone che è una punta d’acciaio usata per traforare la carta. Il risultato è un bordo simile al merletto. Si chiama mignon, usando un termine proveniente dal francese, il santino di piccole dimensioni, p.e. 40x80 mm e anche meno. Si chiama puntinato il santino manufatto il cui decoro è espresso dalla foratura per mezzo di un ago o di un canif per formare disegni e cornici. Si chiama sagomato il santino che viene tagliato dall’editore in qualunque forma diversa da quella rettangolare, formando un motivo stabilito, come rotondo, a forma di angelo, di capanna ecc.

Si chiama traforato il santino dove il punzone a secco viene usato solo nella parte centrale, a differenza dei merlettati. Si chiama vestito o ricamato il santino composto a collage su una base punzecchiata e intagliata o ritagliata, utilizzando un’applicazione a colla della testa del Bambin Gesù, ricavata da incisioni. 5.) Tipi di collezioni filiconiche Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando secondo le ditte produttrici, o in base alla morfologia, o in base alle misure, o in base alla tecnica di stampa, o in base al contenuto cristologico, oppure mariano. Riguardo agli uomini e alle donne, si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando secondo le immaginette di Sante e di Santi, sia secondo il nome (onomastica), sia secondo la venerabilità, sia secondo l’onomastico cioè il loro dies natalis (emerografica), sia secondo il carisma, sia secondo l’Ordine, sia secondo il Patronato geografico, sia secondo i taumaturghi, sia secondo il favore per ogni principio vivente.

Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando secondo argomenti geografici, o secondo la storia delle immaginette, o sviluppando un soggetto biografico, o un tema specifico. Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando secondo la procedura di confezione: le pergamene, i canivet, i santini “vestiti” e ricamati, quelli a collage, quelli acquerellati, quelli puntinati, quelli fustellati o goffrati e quelli a pochoir. Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando secondo la tecnica di produzione: i merlettati, i traforati, quelli a rilievo, quelli risultati tramite o incisione, o litografia, o cromolitografia, od oleografia, o fotolitografia.

Si può scegliere di organizzare una collezione raggruppando secondo il loro sviluppo: a teatrino, “tridimensionali”, a scomparsa, apribili a libro, a sorpresa, a pagellina. Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppandoli secondo tipologie speciali: ex voto, con reliquia, ex indumentis… Si può scegliere di sviluppare una collezione raggruppando solamente le serie di santini, in plastica, stampate a partire dal 1989 col formato delle carte di credito o delle carte telefoniche.

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