Santa Sofia d'Epiro

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Santa Sofia d'Epiro
comune
Santa Sofia d'Epiro – Stemma Santa Sofia d'Epiro – Bandiera
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Calabria.svg Calabria
Provincia Provincia di Cosenza-Stemma.png Cosenza
Amministrazione
Sindaco Gianfranco Ceramella (Alternativa per Santa Sofia) dal 26/05/2014
Territorio
Coordinate 39°33′00″N 16°20′00″E / 39.55°N 16.333333°E39.55; 16.333333 (Santa Sofia d'Epiro)Coordinate: 39°33′00″N 16°20′00″E / 39.55°N 16.333333°E39.55; 16.333333 (Santa Sofia d'Epiro)
Altitudine 558 m s.l.m.
Superficie 39 km²
Abitanti 2 911[1] (30-06-2012)
Densità 74,64 ab./km²
Comuni confinanti Acri, Bisignano, San Demetrio Corone, Tarsia
Altre informazioni
Cod. postale 87048
Prefisso 0984
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 078133
Cod. catastale I309
Targa CS
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti sofioti (in lingua arbëreshë Shënsofjotë)
Patrono san Atanasio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Santa Sofia d'Epiro
Posizione del comune di Santa Sofia d'Epiro all'interno della provincia di Cosenza
Posizione del comune di Santa Sofia d'Epiro all'interno della provincia di Cosenza
Sito istituzionale

Santa Sofia d'Epiro (Shën Sofia in lingua arbëreshë[2]) è un comune italiano di 2.911 abitanti della provincia di Cosenza in Calabria.

Paese arbëreshë (italo-albanese) della Calabria, conserva ancora oggi le tradizioni portate dai padri albanesi, quali l'antica lingua albanese, il rito bizantino-greco, proprio degli arbëreshë, i costumi, gli usi e le tipiche tradizioni. Inserita in una riserva naturale, mantiene la sua fisionomia architettonica medievale d'origine, con la forte impronta balcanica[3]. Oltre a un importante museo del costume albanese, è presente un'accademia dell'arte e della musica. Due gruppi musicali, infatti, da più di un decennio, suonano e cantano in albanese, riprendendo i canti tradizionali polivocali e la tradizione musicale e culturale arbëresh[4].

Storia[modifica | modifica sorgente]

La fondazione di Santa Sofia d'Epiro è anteriore alla venuta dei albanesi nella Calabria Settentrionale alla fine del XV secolo[5]. Essa fu, infatti, costruita vicina ad una piccola masseria abbandonata preesistente.

Il vasto arco di colline che si estende a nord-est di Bisignano e scende fino al fiume Crati, fu diviso fin dal Medioevo in cinque grosse contrade: la Terra di Santa Sofia ed i casali di Musti, Appio, San Benedetto e Pedilati, infeudate ai vescovi di Bisignano da Papa Celestino III con la bolla del 13 aprile 1192 e dal re di Napoli Tancredi IV. Altri riferimenti archivistici ci informano dell'esistenza di questi piccoli centri abitati: in un registro contabile, nel 1268, tra "Sanctus Benedictus" e "Alimusti" è inserito il nome di "Sancta Sofia" seguito da "Apium"; nel 1269 secondo una cedola angioina la popolazione di Santa Sofia risulta composta da 213 persone; nel 1276 il numero ufficiale di fuochi (famiglie) del casale è di 50; nel 1331 dalla Platea dell'archivio Vescovile di Bisignano abbiamo notizie del Casale di Pedilati.

Un'altra importante conferma si trovava in un'iscrizione dell'epoca di Mario Orsini, vescovo di Bisignano (1611-1624), collocata nel Palazzo dei Vescovi Baroni di Santa Sofia nel 1622 e che uno dei suoi successori, Mons. Bonaventura Sculco (1745-1780), fece fortunatamente riprodurre nel 1750 in un atto notarile, prima che venisse distrutta durante i lavori di ampliamento del palazzo.

Riguardo all'origine bizantina di Santa Sofia si deve effettivamente considerare che verso l'anno 869 i Bizantini fecero irruzione nei confini del Principato Longobardo di Salerno occupando Cosenza, Bisignano e Rossano. È probabile quindi che un esiguo gruppo di soldati, fermatosi sulle colline poco lontane da Bisignano, avrebbe dato origine ad un minuscolo nucleo di abitazioni, attribuendogli il nome di Santa Sofia. Dopo un iniziale momento di sviluppo e di accrescimento demografico le cinque borgate vennero spazzate via dalla tremenda epidemia di peste che infierì sulla Calabria alla metà del XIV secolo. I danni della peste furono aggravati dai numerosi terremoti, tra i quali il più disastroso fu quello del 1450. I feudi del Vescovo di Bisignano rimasero desolatamente vuoti ma, ciò che più conta, assolutamente improduttivi. Fu questo uno dei motivi per cui Mons. Giovanni Frangipani, Vescovo di Bisignano dal 1449 al 1475, favorì dal 1472 l'insediamento di un gruppo di profughi provenienti dall'Epiro nelle sue terre. Negli stessi anni era Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino (1471-1478).

La già citata epigrafe del 1622 del Palazzo Vescovile di Santa Sofia faceva risalire l'insediamento della Comunità di Albanesi a 150 anni prima della collocazione dell'iscrizione, ovvero nel 1472. Da questo momento gli Albanesi si trovarono irrimediabilmente invischiati nella rete di obbligazioni e tributi fiscali che gravavano sulle popolazioni dell'Italia Meridionale in quel particolare momento storico. Essi risultarono sottomessi sia al Vescovo di Bisignano che al Principe Sanseverino e ad ambedue dovevano corrispondere decime su tutte le loro attività. Inoltre il Vescovo esercitava sulla popolazione la giurisdizione civile e religiosa, mentre il Principe aveva nelle sue mani quella criminale. Per regolarizzare la loro posizione giuridica e per difendersi dai soprusi dei gabellieri, gli albanesi di Santa Sofia contrassero nel 1530 Capitolazioni con il Principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino, redatte in Morano il 1º agosto dello stesso anno. Nel 1586 i Sofioti stipularono degli altri statuti con il Vescovo Mons. Domenico Petrucci (1584-1598) e precisamente il 26 settembre in Bisignano presso il Notaio Marcello Baccario. Altro importantissimo documento è la Platea dei beni dell'episcopato bisignanese, redatta dal canonico tesoriere della cattedrale Mons. Francesco Domenico Piccolomini (1492-1530).

In questo atto si leggono i fuochi che costituivano i casali di Santa Sofia (77 fuochi) e di Pedilati (29 fuochi). Nel 1543 gli abitanti di Pedilati, per protesta contro l'eccessivo fiscalismo, bruciarono Casale e si stabilirono in Santa Sofia che contava ormai 96 fuochi, circa 296 abitanti. Durante il principato di Bernardo Sanseverino cominciò la decadenza economica della florida dinastia dei signori di Bisignano. Le difficoltà finanziarie della Casa divennero ancora più evidenti sotto il suo discendente Carlo Mario Sanseverino che, per rimediare alle dissolutezze del padre, si vide costretto a svendere numerosi feudi che costituivano il suo patrimonio.

Il Casale di Santa Sofia fu dal 1517 al 1572 feudo di Casa Sanseverino per poi passare ai Milizia per poi tornare ad essere feudo di Casa Sanseverino Principi di Bisignano[6].

Per quanto riguarda il resto del XVIII secolo, lo stato della ricerca storica è ancora incompleto e frammentario. Si può quindi affermare che, generalmente, fra gli abitanti del casale regnava uno stato di povertà diffusa, a cui sfuggiva una piccola porzione costituita da nobili locali e proprietari terrieri e dalla numerosa classe dei clerici, possessori di mulini ad acqua, vigneti e gelseti. Nel XVIII secolo, grazie anche al miglioramento delle condizioni culturali favorito dall'apertura del collegio italo-greco "Corsini", prima a San Benedetto Ullano, poi a San Demetrio Corone, si sviluppò gradualmente una nuova classe sociale di ceto medio-borghese. Ciò determinò come conseguenza una più forte differenziazione sociale fra gli abitanti di Santa Sofia.

Si può ancora oggi individuare questo importante movimento sociale dalla costruzione di numerosi palazzotti "nobiliari" pervenutici nelle sistemazioni del XIX secolo, ma sicuramente iniziati e presenti fin dal secolo XVII, che differenziandosi dal semplice tessuto urbanistico del villaggio, evidenziano lo stato di agiatezza raggiunto da alcune famiglie. Da questi casati provengono figure che hanno reso importante il paese: Pasquale Baffi, Angelo Masci e Mons. Francesco Bugliari, propensi ad accogliere e diffondere le nuove idee del Secolo della Ragione anche a costo della propria vita.Nel secolo del Risorgimento furono numerosi gli italo-albanesi di Santa Sofia d'Epiro che hanno lottato per l'indipendenza e l'Unione della Nazione italiana, dichiarandosi sostenitori della dinastia sabauda contro quella borbonica, la quale trovò fiero sostegno solo in poche famiglie. A conferma di ciò nel 1861, storico anno del Plebiscito per l'Unità d'Italia, i 352 votanti di Santa Sofia d'Epiro iscritti nelle liste elettorali si espressero quasi all'unanimità per l'annessione del vecchio Regno di Napoli al nuovo Regno Sabaudo.

Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Evoluzione demografica[modifica | modifica sorgente]

Abitanti censiti[7]

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Biblioteche[modifica | modifica sorgente]

Biblioteca Civica[modifica | modifica sorgente]

La Biblioteca Civica "Angelo Masci" è stata istituita il 24 marzo del 1981. Ubicata nel centro storico nel signorile Palazzo Bugliari (XIX secolo) fino a pochi anni fa, è stata spostata presso i nuovi locali siti in via ospizio. È dotata di uno Statuto, approvato nel 1986, conforme alla Legge Regionale n° 17/85. Didatticamente è organizzata secondo il sistema "a scaffale aperto" seguendo le norme biblioteeconomiche attualmente in uso: Classificazione Decimale Dewey; Catalogazione Descrittiva; Catalogazione Semantica. La struttura gestisce con sistemi informatici il proprio patrimonio libraio che ha raggiunto 7000 unità bibliografiche. Spicca la sezione dedicata alle Minoranze Etnico Linguistiche in Calabria: Greci, Occitani e in maniera particolare alle etnie Albanesi in Italia, composta da 1500 titoli, volumi in lingua albanese, tedesca e inglese.

Musei[modifica | modifica sorgente]

Museo del Costume[modifica | modifica sorgente]

Presso Palazzo Bugliari si sta istituendo il museo del costume e del territorio. Si potrà ammirare la ricostruzione fedele e completa della vestizione delle donne albanesi. La raccolta comprende vestiti giornalieri, di festa, di mezza festa nuziale e di lutto. Inoltre è possibile ammirare questi costumi anche passeggiando per le vie del paese, in quanto Santa Sofia d'Epiro è uno dei pochi centri dove le donne anziane usano ancora vestire con gli abiti tradizionali. Altre occasioni per ammirare questi vestiti sono le numerose manifestazioni folkloristiche, tra le quali la più famosa e partecipata è quella della Primavera Italo-Albanese che si svolge ogni anno la seconda domenica di maggio.

Persone legate a Santa Sofia d'Epiro[modifica | modifica sorgente]

Monumenti e luoghi di interesse[modifica | modifica sorgente]

Architettura Arbëreshë[modifica | modifica sorgente]

Il centro storico di Santa Sofia d'Epiro è situato lungo una linea di crinale che si sviluppa da Nord-Est (altitudine massima 547 m) ad un livello superiore verso Sud-Ovest (altitudine minima 587 m), adagiandosi sul fianco Est, lungo una linea di crinale discendente (altitudine minima 537 m). Da fonti filologiche sappiamo che nell'area di Nord-Ovest, zona adiacente all'attuale chiesa di Santa Sofia (Qisha Vjeter), nel IX secolo sorse un minuscolo villaggio fondato da soldati greci, in seguito abbandonato o distrutto. Nel XV secolo, quando giunsero i profughi albanesi a ripopolare le cinque contrade sterminate dalla peste nera, strategicamente si insediarono nei pressi della chiesa vecchia (Santa Sofia – Terra), mentre, con molta probabilità, un secondo gruppo si accampò sul fianco Est, oggi la Ka dera (porta di casa) don Xhiuanit, dove a ricordo poi fu edificata la chiesa di Santa Venere (in questo gruppo probabilmente vi erano i superstiti di quella che era stata la contrada di Pedalati), e un terzo gruppo sul livello superiore di promontorio, Ka Shpia (Casa di...) Ioscarit, svolgendo così anche servizio di vedetta. Infatti su queste aree vi sono le prime presenze della microstrutture urbane di chiara matrice nomade.

Lo spazio urbano che originò il primo nucleo insediativo che, con molta probabilità, riciclava il modo di disporre le tende o le capanne, era organizzato in Gjitonie. Ogni gjitonia (termine di origine greca che significa vicinato) è formata da un gruppo di abitazioni disposte radialmente su uno spiazzo comune detto sheshi su cui vertono gli ingressi di queste dimore il cui accesso è possibile, per alcune, direttamente, sullo stesso livello dello spiazzo; per altre, tramite una scala che dà su di un ballato a superare il declivio in cui è posto lo spazio comune. Le abitazioni con lo spiazzo costituiscono un "unicum", quindi un proprio dominio, o meglio, una sola struttura. Gruppi di gjitonie, anche se disposti in modo irregolare, creano un'originale trama urbana che si inserisce armonicamente nel territorio senza violarlo. Le microstrutture si adagiano all'orografia propria del terreno seguendo le curve di livello modificando l'area comune (sheshi), in un piano lievemente inclinato, in modo da rendere possibile lo scorrimento delle acque. Tale "impianto urbanistico" è totalmente estraneo alla cultura italiana. A Santa Sofia è facile riconoscere tale trama, anche se molte abitazioni sono state manipolate irrimediabilmente più volte; nonostante ciò, vi sono ancora taluni siti in cui è possibile riconoscere questo modo di organizzarle esse sono generalmente di tre tipi e dipendono dalla estrazione sociale di chi le occupa.

Tipi edilizi[modifica | modifica sorgente]

La dimora del nobile è a due livelli oltre la copertura a falde e si distribuisce come segue: a piano terra si trovano i depositi dei prodotti che vengono dalla terre e gli attrezzi per la lavorazione, una serie di locali di forma quadrata molto regolari che da un lato affacciano con gli ingressi sulle piccole strade (rrugat) la cui ventilazione è assicurata da finestre a ridosso del declivio il primo di questi locali è l'ingresso dell'abitazione, attraverso una scala interna dà accesso all'alloggio, ornato da portali in pietra lavorata e affaccia nell'area comune.

Esistono vari esempi di gjitonì, in quasi tutto il centro storico, che meritano di essere considerati, e la cui attenta osservazione ci fornisce diverse informazioni sul modo di concepire e organizzare l'abitare da parte di questo popolo. Nonostante la quasi totale trasformazione di queste microstrutture, nel corso degli anni, esse racchiudono un'atmosfera che ci riporta ad un tempo lontano, in cui si viveva in strettissima socialità, che ha contribuito notevolmente a generare un tale tipo di struttura che, non a caso, è circolare, tondo, segno di uguaglianza sociale, in quanto gli espatriati erano legati fra loro da inscindibili vincoli sociali. Per quanto concerne l'architettura, essa è eminentemente popolare e quindi non si presenta in modo appariscente. Le abitazioni originarie, tipologicamente molto semplici, con pianta quadrangolare quasi sempre irregolare, a uno o due livelli con sottotetto, e tetto a una o due falde, ricoperto da coppi di terracotta, sono simili alle modeste case rurali del contesto calabrese, ma presentano dei caratteri propri e originali, specie di chiara matrice balcanica.

Un elemento estraneo alla cultura locale consiste nell'inserimento del forno all'interno dell'abitazione. Questo avviene per due motivi: in primo luogo perché gli albanesi avevano un loro modo di cuocere i cibi, prediligendo cucinare infornando le pietanze, in secondo luogo vi è un motivo funzionale, poiché il forno fungeva, scaldandosi, da stufa producendo, assieme al camino, calore. Un esempio dove è possibile osservare dall'esterno parte della volta a bacino ("goba") del forno, si trova in una abitazione in Via Ascensione, nella parte "alta" del paese (zona Sud Ovest). Altri elementi di diversità sono le forme di alcune piccole aperture di chiara matrice orientale. Gli angoli di diversi edifici sono parzialmente smussati culminando in alto con un archetto, rivolto verso l'esterno, a sesto acuto; scelta non solo formale, ma anche funzionale un quanto rendeva più agevole il passaggio agli animali da soma, quando erano muniti di ampio carico. Gli stemmi posti nelle chiavi di volta di alcuni portali sono emblemi di legione, segno di un popolo di guerrieri, in cui anche le donne prestavano servizio militare. A volte, attraverso i vetri di qualche finestra, si scorge una tendina con motivi balcanici, che contribuisce ad armonizzare il contesto architettonico. In alcuni centri di origine albanese del circondario attualmente vi sono artigiani (per lo più donne), che dalla lavorazione delle piante di ginestre producono una fibra con cui realizzare drappi ornamentali con originali finiture tipicamente arbëreshë. Ultimo testimone di questa presenza orientale, è il semplice cantonale curvo di alcuni edifici.

Architetture civili[modifica | modifica sorgente]

Edifici principali[modifica | modifica sorgente]

Alla fine del XVII secolo, con la caduta del principato dei nobili Sanseverino viene a crearsi una nuova classe sociale costituita da coloro che erano al servizio del principe e da cittadini di Santa Sofia che divennero proprietari di alcuni terreni. Sorsero così all'inizio del XVIII secolo alcuni palazzi nobiliari: Palazzo Becci e Palazzo Bugliari, nonché il cinquecentesco Palazzo dei Vescovi di Bisignano.

Geografia antropica[modifica | modifica sorgente]

Urbanistica[modifica | modifica sorgente]

Centro abitato[modifica | modifica sorgente]

Il centro storico di Santa Sofia d'Epiro, come quello di tutti i paesi arbereshe, è organizzato in piccoli nuclei abitativi denominati Gjitonie (Rioni). Esso inoltre è suddiviso in due parti: quella superiore, Drelarti, e quella inferiore, Drehjimi, che trovano il loro ideale punto d'incontro nella piazza principale del paese dove sorge la Chiesa matrice dedicata a S. Atanasio il Grande. All'estremità orientale del paese sorge l'antica Chiesa di Santa Sofia detta Qisha Vjeter, riedificata negli anni sessanta ed oggetto di ricerche anche dall'Ahnenerbe, mentre al lato Ovest è situata la Chiesa di Santa Venere. Rivolta verso il paese, sul colle Monogò, è ubicata la Cappella del Santo Patrono di recente restaurata ed ampliata. Dietro l'antico Palazzo Vescovile, in Largo Trapeza, si trova il Municipio, la Biblioteca Civica "Angelo Masci" e il Museo del Territorio e del Costume Arbereshe.

Suddivisioni storiche[modifica | modifica sorgente]

Contrade[modifica | modifica sorgente]

Santa Sofia d'Epiro è un centro a economia prevalentemente agricola, per questo motivo la ricchezza del suo territorio è costituita dalle numerose contrade, più di 40, dove risiede gran parte della popolazione e dove si svolgono tutte le produzioni agricole. Il territorio di Santa Sofia ha un'estensione totale di circa 39 km², ha una morfologia tipicamente collinare e un'altitudine media compresa tra i 550 e i 750 metri s.l.m.. La sua rete idrografica è costituita da numerosi torrenti, e i due corsi d'acqua più importanti sono il fiume Crati e il torrente Galatrella. Confina con i comuni di Bisignano a Sud-Ovest, di San Demetrio Corone ad Est, di Tarsia a Nord e Nord-Ovest. Le contrade più importanti e popolose sono: Cavallodoro, Acci, Grottile, Scesci, Gaudio, Mustia, Fravitta, Zarella, Pagliaspito, Zamadà, Gallice, Cacciugliera e Serra di Zotto.

Toponomastica[modifica | modifica sorgente]

Nella toponomastica del centro urbano molte strade mantengono vivo, ancora oggi, il ricordo dei luoghi da cui provennero nel XV secolo i primi esuli greco-albanesi. Alcune, invece, portarono i nomi dei cittadini sofioti che nei tempi passati si sono distinti nella cultura e nell'impegno politico e patriottico. Altre ancora testimoniano toponimi tipici della comunità arbëreshë che si mantengono ancora inalterati nella memoria storica degli abitanti del paese.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 giugno 2012.
  2. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 599.
  3. ^ In particolare sono conservate le gjitonì, rioni con una piazza centrale, i tipici camini lunghi a più bocche, e le scalinate che precedono le entrate dell'abitato.
  4. ^ La Peppa Marriti Band a Tirana, www.jemi.it. URL consultato il 6 settembre 2012.
  5. ^ Storia, santasofiadepiro.asmenet.it. URL consultato il 18 settembre 2012.
  6. ^ R. di Fasanella d'Amore di Ruffano - D. Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli, Santa Sofia - Rapporti con la città di Bisignano"", Ed. MIT Cosenza 2009 pp. 30-31
  7. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia essenziale[modifica | modifica sorgente]

  • I. Mazziotti, Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo e la Colonia di San Demetrio, Ed. Il Coscile Castrovillari 2004
  • R. di Fasanella d'Amore di Ruffano - D. Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli, Santa Sofia - Rapporti con la città di Bisignano"", Ed. MIT Cosenza 2009
  • Barone - Savaglio - Barone, Albanesi di Calabria- Capitoli grazie ed immunità, Grafica Meridionale s.r.l. Montalto Uffugo 2000

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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