Ippolito di Roma

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Sant'Ippolito di Roma
Raffigurazione di Sant' Ippolito martire
Raffigurazione di Sant' Ippolito martire

Presbitero e martire

Nascita 170 ca.
Morte 235
Venerato da Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa
Ricorrenza 13 agosto
Attributi Palma
Patrono di cavalli
Antipapa Ippolito
Martirio di sant'Ippolito, opera di Dieric Bouts, 1470-1475 ca, Brugge, Museum der Erlöserkathedrale.
Martirio di sant'Ippolito, opera di Dieric Bouts, 1470-1475 ca, Brugge, Museum der Erlöserkathedrale.
Antipapa della Chiesa Cattolica
In carica 217 –
235
Predecessore titolo creato
Successore Antipapa Novaziano
Nome completo Ippolito di Roma
Nascita Asia, 170 ca.
Morte Sardegna, 235
Sepoltura Campo Verano
Religione Cattolicesimo

Ippolito di Roma (Asia, 170 circa – Sardegna, 235) è stato un teologo e scrittore romano, primo antipapa della storia della Chiesa; prima della morte si riconciliò con il papa legittimo, Ponziano, insieme al quale subì il martirio; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa, pertanto è considerato come il primo Antipapa della storia ad essere stato canonizzato.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Dalla documentazione archeologica e documentaria si evince l'esistenza di un Ippolito vescovo e scrittore (Ippolito Romano) e di un Ippolito martire romano, la cui statua tombale venne rinvenuta mutilata nel 1551 lungo la via Tiburtina, nei pressi di Roma, dove la tradizione poneva la tomba del martire. Presumibilmente si tratta della stessa persona.

Sulla sua persona ci sono pervenute scarse informazioni, spesso in contrasto tra loro. Dalle notizie tramandate da Eusebio di Cesarea, San Girolamo, papa Damaso I e Prudenzio, si desume che nacque probabilmente in Asia Minore, dove dovette studiare teologia, esegetica e retorica (secondo alcune fonti, fu discepolo di Sant'Ireneo di Lione); divenuto un esponente importante della Chiesa, giunse come prete a Roma sotto il pontificato di papa Zefirino (199 - 217).

Secondo Döllinger, Harnack e altri studiosi tedeschi, Ippolito sarebbe stato un vescovo, mentre secondo Puech era un semplice presbitero romano del III secolo, avverso all'eresia monarchiana, a papa Zefirino ed al futuro pontefice Callisto (217-222).

Il durissimo confronto tra Callisto ed Ippolito raggiunse l'apice trasformandosi in scisma quando il primo divenne papa (217). Immediatamente Ippolito lasciò la comunione della Chiesa di Roma e fu eletto antipapa da una ristretta schiera di seguaci da lui chiamati "Chiesa", in contrasto con la maggioranza dei romani da lui chiamati "Scuola di Callisto". Il santo accusava Callisto di essere caduto nell'eresia di Teodato prima e di Sabellio poi. Inoltre lo accusava di lassismo morale nei confronti di peccati gravi quali l'adulterio e l'omicidio. Inoltre, Ippolito riferisce che Callisto lo accusava, ingiustamente, di Diteismo (forma di teismo che crede in due grandi dèi al posto del solo Dio). Ippolito continuò la sua opposizione alla Chiesa di Roma come antipapa anche durante i pontificati dei due successori di Callisto: Urbano I e Ponziano. Probabilmente, proprio sotto il pontificato di Ponziano, il santo scrisse il Philosophumena.

In seguito, i capi delle due Chiese vennero esiliati da Massimino il Trace in Sardegna (ad metalla). Secondo la tradizione cattolica lo scisma rientrò nel momento in cui Ippolito incontrò Ponziano (secondo successore di Callisto) sull'isola. Essi, riconciliatisi, invitarono i rispettivi seguaci a fare altrettanto. Intorno al 235, la morte li colse entrambi nell'isola e nel 236 o 237 le salme dei due martiri raggiunsero Roma.

Il corpo di Ippolito fu poi sepolto nel Campo Verano, sulla Via Tiburtina (secondo testimonianze dell'epoca, sembra che Ippolito venne sepolto il 13 agosto del 236 o di un anno successivo) e, sul luogo della sua sepoltura, sarebbe stata eretta la statua ritrovata solo nel 1551 e conservata nel Museo Lateranense.

Cesare Baronio, nell'edizione del Martirologio Romano del 1586, fissa per Sant'Ippolito di Roma la data del 13 agosto.

Cristologia[modifica | modifica sorgente]

Sotto papa Zefirino (198-217) entrò in contrasto con il pontefice su alcune sue opinioni cristologiche: Ippolito avversava la posizione di Teodoto di Bisanzio e degli Alogi; similmente si oppose a Noeto di Smirne, Epigono, Cleomene e Sabellio, i quali insistevano sull'unità di Dio (Monarchiani) e che ritenevano il Padre e il Figlio mere manifestazioni (modi) della Natura Divina (Modalismo, Sabellianesimo).

Per il santo, al contrario, Padre e Figlio erano due persone distinte e separate ed il Figlio era subordinato al Padre. Dato che l'eresia modalista non era apparsa inizialmente chiara, Zefirino non prese posizione contro di essa ed Ippolito lo censurò fortemente, rappresentandolo come un uomo debole, indegno di guidare la Chiesa e strumento nelle mani dell'ambizioso ed intrigante diacono Callisto (Philosophumena, IX, xi-xii).

Indistinzione tra il Padre e il Figlio[modifica | modifica sorgente]

Secondo l'interpretazione di S. Mouraviev (che, rispetto al Wendland, legge diversamente il frammento sostituendo al posto di lógos il termine dógma, e, al posto di eînai, eidénai):

(FR)
« Heraclite dit donc: "Que Dieu est entièrement divisible indivisible, nascible non nascible, mortel immortel" - Verbe Éternité, Père Fils, - "il est juste en écoutant non pas moi, mais le Dogma, de le reconnaître. Il est sage de savoir que toutes choses" (i. e. toutes les qualités contraires) "sont Un" (Dieu), dit Héraclite. »
(IT)
« Eraclito dice dunque: "Che Dio è interamente divisibile-indivisibile, nascibile-non nascibile, mortale-immortale" - Verbo-Eternità, Padre-Figlio - "è giusto riconoscerlo non ascoltando me, ma il Dogma. È saggio sapere che tutte le cose" (cioè tutte le qualità contrarie) "sono Uno" (Dio), dice Eraclito. »
(Heraclitea (2000, II. A. 2, 535))

Ossia nell'unità si compongono i contrari (mere manifestazioni del tutto), nell'unità si realizza l'armonia dei diversi. Quindi, nell'opinione di Ippolito, l'eresia dell'indistinzione o identificazione di Padre e Figlio, Dio e Logos, Creatore e creatura, si trova già negli scritti di Eraclito.

Testimonianze su Ippolito[modifica | modifica sorgente]

Fino alla pubblicazione, avvenuta nel 1851 dei Philosophumena, di Ippolito si avevano poche e frammentarie notizie, come si può evincere dalle fonti sotto riportate:

  • Eusebio di Cesarea riporta che era il vescovo di una non meglio specificata diocesi e ne enumera una serie di scritti (Historia ecclesiae, VI, xx, 22).
  • San Girolamo fornisce le stesse informazioni di Eusebio (forse perché la sua fonte principale fu Eusebio stesso), aggiunge altre opere al suo elenco e racconta di una delle sue omelie recitate alla presenza di Origene (De viris illustribus, cap. I xi).
  • La Cronografia del 354 menziona, nella lista dei papi, il vescovo Ponziano e il presbitero Ippolito, esiliati in Sardegna nel 235; inoltre, il calendario romano assegna al 13 agosto la festa di Ippolito sulla via Tiburtina e di quella di Ponziano nelle catacombe di Callisto (ed. Mommsen in Mon. Germ. Hist.: auctores antiquissimi, IX, 72, 74).
  • L'iscrizione fatta apporre da papa Damaso I sulla sua tomba narra che Ippolito seguì lo scisma Novaziano (anche se prima della morte esortò i suoi seguaci a riconciliarsi con la Chiesa cattolica (Ihm, Damasi epigrammata, Leipzig, 1895, 42, n.37).
  • L'inno di Prudenzio sul martirio di Ippolito (Peristephanon, hymn XI, in P.L., LX, 530 sqq.) ricorda il suo martirio (non si capisce bene se a Ostia o Porto): Ippolito fu dilaniato da due cavalli selvaggi (un'evidente reminiscenza del mitico Ippolito figlio di Teseo).
  • Alcuni autori greci più tardi (ad esempio Georgius Syncellus., ed. Bonn, 1829, 674 sqq.; Niceforo Callisto, Hist. eccl., IV, xxxi) non aggiungono altre informazioni rispetto a quelle riportate da Eusebio e Girolamo; alcuni si riferiscono ad Ippolito come al vescovo di Roma, altri come al vescovo di Porto. Secondo Fozio (Bibliotheca, codex 121), Ippolito fu un discepolo di Sant'Ireneo di Lione. Secondo altri scrittori orientali, così come per papa Gelasio, la sede di Ippolito era la capitale araba Bostra.
  • Numerose leggende di martiri raccontano di Ippolito in diverse vicende. Secondo quella di San Lorenzo, Ippolito era un ufficiale incaricato di sorvegliare il diacono ferito, ma venne da questi convertito assieme a tutto il corpo di guardia e martirizzato con dei cavalli selvaggi (Acta SS., agosto, III, 13-14; Surius, De probatis Sanctorum historiis, IV, Colonia, 1573, 581 sqq.). Secondo una leggenda di Porto, che identifica Ippolito nel martire Nonnus, egli fu martirizzato assieme ad altri della città stessa (Acta SS., August, IV, 506; P.G., X, 545-48).
  • Altra opera di grande importanza per la sua conoscenza è la statua marmorea del santo conservata presso il museo Laterano. La statua, scoperta nel 1551 e risalente al III secolo, rappresenta Ippolito assiso ed enumera le sue opere sulla sedia sulla quale è seduto (Kraus, Realencyklopädie der christlichen Altertumer, 661 sqq.).
  • La topografia delle tombe dei martiri romani ne indica la tomba sulla via Tiburtina e menziona una basilica ivi eretta; racconta, inoltre, alcuni dettagli leggendari che lo riguardano (De Rossi, Roma sotterranea, I, 178-79). La tomba del santo fu scoperta dal De Rossi (Bollettino di archeologia cristiana, 1882, 9-76).

Grazie alla scoperta del Philosophumena è stato possibile sia chiarire i dettagli più importanti della vita del santo, sia mettere ordine tra i dati contrastanti riportati dagli antichi autori. La trattazione della sua agiografia proseguirà partendo dal presupposto che Ippolito sia realmente l'autore di tale opera.

Ippolito e la filosofia greca[modifica | modifica sorgente]

Ippolito fu uno dei maggiori conservatori e tramandatori dei frammenti di Eraclito, che ci sono giunti proprio grazie ai suoi scritti. L'intento di Ippolito era quello di dimostrare come le eresie derivassero dal pensiero filosofico classico.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Ippolito fu il più importante teologo ed il più prolifico scrittore cristiano dell'era precostantiniana. Nonostante ciò la sua copiosa produzione ha avuto un destino avverso. La maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti o ci sono giunti solo attraverso dei frammenti, mentre altri sono arrivati fino a noi solo nelle traduzioni in lingue orientali e slave. Ciò fu dovuto al fatto che il santo scriveva in greco e quando il greco non venne più compreso a Roma, i romani persero interesse verso questo autore, mentre ad Oriente, dove la gente ancora lo comprendeva, rimase un autore molto famoso.

I suoi trattati esegetici furono numerosi: scrisse commentari su molti libri dell'antico e del nuovo testamento, di molti dei quali rimangono solo frammenti. Tuttavia, il trattato sul Cantico dei Cantici ci è probabilmente giunto nella sua interezza [1], parimenti a quello sul Libro di Daniele in quattro volumi [2]). Di altre otto delle sue opere, che trattano soggetti dogmatici ed apologetici, si conosce solo il titolo, mentre un'altra ci è giunta per intero in lingua greca: si tratta del “De Anticristo”.

Delle sue polemiche contro gli eretici, l'opera più importante è il Philosophumena, il cui titolo originale è Κατὰ πασῶν αἱρέσεως ἔλεγχος (in latino, Refutatio omnium haeresium), ma è conosciuta anche come Elenchos, o Confutazione di tutte le eresie. Dell'opera, pubblicata nel 1851, sono noti il primo libro e i tomi dal quarto al decimo, mentre mancano i primi capitoli del quarto e completamente il secondo ed il terzo. I primi quattro libri trattano dei filosofi ellenici, mentre i libri dal quinto al nono espongono e confutano le eresie. L'ultimo libro ricapitola quanto esposto nei precedenti. L'opera è una delle più importanti fonti per la storia delle eresie dei primi secoli del Cristianesimo. Ippolito avversava il pensiero filosofico greco, accusava gli eretici ed i pagani di essere legati alla speculazione filosofica della classicità e perciò di essere legati ad una speculazione che ignorava il messaggio di Cristo (anche se in alcuni casi, ingannevoli, pareva anticiparlo).

Un trattato più breve contro le eresie (Syntagma), scritto da Ippolito in una data anteriore al De Anticristo, può essere ricavato da adattamenti successivi (Libellus adversus omnes haereses; Epiphanius, Panarion; Philastrius, De haeresibus). Scrisse anche un terzo trattato antieretico intitolato il Piccolo Labirinto. Accanto a queste opere, il santo scrisse anche delle monografie contro Marcione, i Montanisti, gli Alogi e Caio. Di questi scritti esistono solo pochi frammenti. San Girolamo, inoltre, cita un suo lavoro sulle leggi della Chiesa.

A lui sono attribuiti anche tre trattati sul diritto canonico: le Constitutiones per Hippolytum, la Costituzione della Chiesa egiziana, in copto, ed i Canones Hippolyti. Di queste opere le prime due sono senza dubbio apocrife e la terza probabilmente risale al V o al VI secolo.

Le edizioni critiche delle opere di Ippolito si possono trovare in:

  • S. Hippolyti episcopi et mart. opera, 2 vols., a cura di Fabricius, Hamburg, 1716-18
  • Bibliotheca veterum patrum, II, 1766 a cura di Gallandi
  • Hippolytus I, pts. I and II (Leipzig, 1897) a cura di Bonwetsch e Achelis
  • Die gr. chr. Schriftsteller, lavori a cura dell'Accademia Berlinese
  • Philosophumena, a cura di Miller, Oxford, 1851
  • Canones Hippolyti, a cura di Haneberg, Munich, 1870
  • Die altesten Quellen des orientalischen Kirchenrechts, I, in Texte und Untersuchungen, VI, a cura di Achelis, Leipzig, 1891, 4

Contro Callisto[modifica | modifica sorgente]

« L'eresia di costoro la rafforzava Callisto, la cui vita abbiamo esposto dettagliatamente. Costui inventò un’eresia: prendendo le mosse da questi [i Noeziani] anche lui riconosce che esiste un solo Padre e Dio, il Creatore dell’universo; egli è in realtà colui che è nominato e designato col nome di Figlio, ma nella sostanza uno solo è lo Spirito indivisibile. In quanto Spirito, disse, Dio non è altro dal Verbo e il Verbo non è altro da Dio. Si tratta dunque di un'unica persona divisa nel nome, ma non nella sostanza. Ed è dunque in questo Verbo, ch'egli chiama Dio Uno, ch'egli dice che si è incarnato. E vuole che il visibile e impotente in carne ed ossa sia il Figlio, e lo Spirito che l'abita, il Padre, inciampando ora nella dottrina di Noeto, ora in quella di Teodoto, ma senza essere convinto sostenitore di nessuna». »
(Hippolytus (1977, 283-284))
« e così come aveva abbandonato la sua prima fede, inventò quest'altra eresia, affermando che il Verbo è lui stesso Figlio e anche Padre, chiamato appunto anche con un tale nome, ma in realtà Uno: lo Spirito indivisibile; poiché il Padre non è una cosa, il Figlio un'altra, ma sono uno e lo stesso, e tutte le cose sono compiute dallo Spirito divino, sia quelle inferiori che quelle superiori, e lo Spirito che si è incarnato nella Vergine non differisce dal Padre, ma sono uno e il medesimo. Ed è questo che è stato detto [dalle Scritture]: «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Ciò che si vede, cioè l'uomo, questo è il Figlio, ma lo Spirito contenuto nel Figlio, questo è il Padre. Non riconoscerò infatti due dei – disse – ma uno solo». Il Padre, infatti, nato da sé stesso, essendosi incarnato, ha divinizzato la carne unendola a sé stesso e ha costituito con essa una cosa sola, di modo che è un solo Dio che si chiama Padre e Figlio e questa persona, essendo una, non può essere due, e così il Padre ha sofferto la passione con il Figlio »
(Hippolytus (1977, 248-249))

I Celti[modifica | modifica sorgente]

« I Druidi dei Celti hanno studiato assiduamente la filosofia pitagorica... E i Celti ripongono fiducia nei loro Druidi come veggenti e come profeti poiché costoro possono predire certi avvenimenti grazie al calcolo e all'aritmetica dei Pitagorici. Non tralasceremo la loro dottrina, dal momento che certuni hanno creduto di poter ravvisare diverse scuole filosofiche presso costoro »
(Ippolito Romano, Refutatio Omnium Haeresium, Philosophumena, I,2,17; I,25,1)

Martirologio Romano[modifica | modifica sorgente]

«13 agosto - Santi martiri Ponziano, papa, e Ippolito, sacerdote, che furono deportati insieme in Sardegna, dove entrambi scontarono una comune condanna e furono cinti, come pare, da un’unica corona. I loro corpi, infine, furono sepolti a Roma, il primo nel cimitero di Callisto, il secondo nel cimitero sulla via Tiburtina.»

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Werke des Hippolytus, edizione Bonwetsch, 1897, pag. 343 e segg.
  2. ^ ibidem, pag. 2 e segg.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Lucia Saudelli, Ippolito romano e la Refutatio di Eraclito, ISONOMIA, Rivista di Filosofia, 2004
  • H.-C. Puech (cur.), Storia delle religioni, trad. it. di M. N. Pierini, Roma-Bari, Laterza, 1970-72
  • (FR) Heraclitea, Édition critique complète des témoignages sur la vie et l’œuvre d’Héraclite d’Éphèse et des vestiges de son livre, textes réunis, établis et traduits par S. N. Mouraviev, Sankt Augustin, Academia Verlag, 1999-2000
  • (DE) Hippolytus, Refutatio omnium haeresium, herausgegeben von P. Wendland, Hildesheim-New York, Georg Olms Verlag, 1977
  • Hippolytus, Contra haeresin Noeti cujusdam in Patrologiae. Cursus completus, Series graeca, T.X, a cura di J.-P. Migne, Paris, Bibliothecae Cleri universae, coll. 803 sgg., 1857
  • M. Simonetti, La letteratura cristiana antica greca e latina, a cura di G. Lazzati, Firenze-Milano, Sansoni-Accademia, 1969
  • Catholic Encyclopedia

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