Sandinismo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Sandinisti)

Ideologia nazionalista e antimperialista, basata sul pensiero di Augusto César Sandino, sviluppatasi in Nicaragua all'inizio degli anni Sessanta che ispirò la nascita del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in opposizione al regime dittatoriale di Anastasio Somoza Debayle.

Indice

Contesto [modifica]

La politica nicaraguense tra il 1840 e il 1850 fu caratterizzata dalla rivalità tra l'élite liberale di León e quella conservatrice di Granada che sfociò in una guerra civile.

Nel 1856 William Walker, avvocato statunitense, spinto dai liberali di Leòn, si autoproclamò presidente del Nicaragua sulla base di finte elezioni[1]. Per rafforzare il suo precario potere politico chiese l'aiuto dei sudisti americani dichiarandosi sostenitore dello schiavismo e revocando il decreto di abolizione della schiavitù in Nicaragua che egli stesso aveva precedentemente emanato. In questo modo suscitò l'interesse di Pierre Soulé, influente uomo politico di New Orleans che contribuì ad aumentare il numero dei sostenitori della causa di Walker. Nonostante questi aiuti l'esercito di Walker era ormai impotente anche per un'epidemia di colera che aveva decimato le sue file e per le numerose diserzioni[2]. Il 1º maggio 1857 Walker si arrese alle forze delle nazioni centro americane guidate dall'Honduras. Di ritorno a New York fu accolto come un eroe, si alienò una parte della simpatia dell'opinione pubblica accusando la Marina degli Stati Uniti di essere stata la causa della sua disfatta. Nel 1857, tornato in Centroamerica, fu fermato dalla flotta inglese e consegnato al governo dell'Honduras che lo fece fucilare il 12 settembre 1860[3].

Sostenuto dai conservatori, il generale José Santos Zelaya giunse al potere nel 1893, pose fine alla disputa con il Regno Unito sulla Costa Atlantica, reincorporando la Mosquito Coast nel Nicaragua, promosse l'emancipazione politico-economica del Nicaragua dagli USA e l'unificazione del Centro-America.

Nel 1909 gli Stati Uniti fornirono sostegno alle forze che si ribellarono al presidente Zelaya il quale dette le dimissioni. Tra il 1910 e il 1926 il Nicaragua venne guidato dal partito conservatore[4]. Successivamente nel 1933 i Marines occuparono il Nicaragua con lo scopo di impedire che la costruzione del Canale del Nicaragua fosse effettuata da un paese diverso dagli Stati Uniti. Le truppe statunitensi però si dovettero ritirare dal Nicaragua per il ridimensionamento dei finanziamenti militari dovuti alla Grande depressione[5].

In opposizione al regime conservatore e contro l’occupazione degli USA, si sviluppò un movimento di guerriglia con a capo Augusto César Sandino, tra il 1927 e il 1933. Gli Stati Uniti mantennero comunque il controllo del paese dando appoggio politico ed economico ad Anastasio Somoza Garcìa, che sconfisse Sandino assassinandolo nel 1934. Somoza diede inizio ad una lunga dittatura familiare dal 1936 al 1979, il governo agevolò le classi ricche e favorì l’entrata di capitali stranieri nel paese. A Somoza Garcìa succedettero i figli Luis Somoza Debayle e Anastasio Somoza Debayle, che divenne capo della Guardia Nazionale. Il regime dei Somoza ebbe un ostacolo nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) costituitosi nel 1961.

Nel 1972 dopo il terremoto di Managua Somoza si appropriò di gran parte degli aiuti internazionali destinati alla ricostruzione della città, provocando l'ostilità della comunità internazionale e internamente la ribellione delle forze sandiniste. Somoza cercò di mantenere il potere reprimendo in modo violento il dissenso che si manifestò in tutto il paese. Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter rifiutò a Somoza gli aiuti militari[6].

Il 19 luglio 1979 la sconfitta di Anastasio Somoza Debayle con un colpo di Stato da parte del FSLN rappresentò la fine del regime e l'inizio di un nuovo governo sotto la giunta provvisoria di Daniel Ortega, Violeta Chamorro, Moise’s Hassan, Sergio Ramirez ed Alfonso Robelo.[7] Dopo la conquista del potere, i sandinisti iniziarono un programma di sviluppo integrale del paese; sul piano economico nazionalizzarono le proprietà straniere e incoraggiarono lo sviluppo dei progetti locali.

La rivoluzione sandinista, culmine di un’epoca di ribellione e di trionfo di ideali e sentimenti, rifiutò l’imperialismo e si presentò come una nuova e originale via al socialismo, capace di coniugare democrazia e marxismo; in realtà avviò riforme non molto radicali, limitandosi a favorire la partecipazione dei lavoratori alla nuova economia nazionale. Sin dall'inizio alcuni leader religiosi e alcuni capi delle comunità indigene della Costa Atlantica iniziarono a manifestare una certa ostilità nei confronti del governo rivoluzionario in seguito all'espropriazione di territori che il Regno Unito aveva assegnato nei secoli precedenti ai Miskito[8]. I Sandinisti non compresero pienamente la situazione socio-culturale di quest'aerea del paese.

Le elezioni nazionali del 4 novembre 1984 decretarono la vittoria elettorale dei Sandinisti. Nonostante le elezioni vennero certificate come "libere e regolari" da osservatori internazionali, ci furono molti gruppi, tra cui l'opposizione politica nicaraguense e l'amministrazione Reagan, che contestarono la regolarità delle elezioni.[9]

Il 10 gennaio 1985 Daniel Ortega divenne presidente e Sergio Ramirez vicepresidente del Nicaragua. Il governo di Daniel Ortega si ispirò alla politica di Fidel Castro; gli sforzi per la ricostruzione sociale ed economica furono minati dall'embargo imposto dagli Stati Uniti, i quali temevano che un altro governo comunista si affermasse in America centrale e dalla guerriglia dei Contras, armata e appoggiata dalla CIA.

Nel 1990 i Sandinisti furono inaspettatamente battuti dal partito Union Nacional Opositora (UNO) di Violeta Chamorro, sostenuto dagli Stati Uniti. Il governo Chamorro ottenne successi nel consolidamento delle istituzioni democratiche, nella riconciliazione nazionale, nella stabilizzazione economica, privatizzando le imprese statali.[10] Al governo Chamorro seguì il governo di Arnold Alemàn, capo dell'Allenza Liberale di centro-destra, che continuò a liberalizzare l'economia completando progetti infrastrutturali come autostrade, ponti e pozzi; la sua amministrazione però fu accusata di corruzione e Alemàn venne arrestato e condannato.[11]

Le elezione presidenziali e legislative del 4 novembre 2001, elessero alla presidenza l' industriale Bolaños, sconfiggendo il candidato del FSLN Daniel Ortega. Il presidente promise di rinvigorire l'economia, creare posti di lavoro, combattere la corruzione e appoggiare la guerra contro il terrorismo. Successivamente vi fu un susseguirsi di governi che attuarono una politica corrotta all’insegna dell’ulteriore impoverimento della popolazione già povera.

Nel novembre 2006 le elezioni presidenziale furono vinte dal leader sandinista Daniel Ortega, riportandolo al potere dopo anni di opposizione; successivamente venne riconfermato alle elezioni del 2011.[12] Ortega creò un macchinoso apparato burocratico che assorbì denaro, fondi e iniziative che potevano risollevare il popolo nicaraguense dalla povertà endemica. Il sandinismo di Ortega evidenziò le sue contraddizioni amplificando corruzione e nepotismo, ripercorrendo così gli stessi errori che furono di Somoza e dei caudillos liberali degli anni Novanta.

Augusto César Sandino [modifica]

L'attività politica di Augusto César Sandino iniziò nel 1927 nella lotta contro l'occupazione statunitense del Nicaragua. Nonostante Sandino perse alcuni combattimenti, inflisse sanguinose sconfitte ai militari americani.[13] La lotta ebbe altre vicende. Nella battaglia di El Bramadero del 1929 le truppe di Sandino sconfissero i marines e in quella di Ocotal le truppe americane si videro costrette ad usare l'aviazione per rompere l'assedio; Ocotal subì così il primo bombardamento aereo della storia dell'America centrale.[14]

Gli ufficiali statunitensi, non riuscendo a sconfiggere la guerriglia, diedero vita a un nuovo esercito nicaraguense: la Guardia Nazionale del Nicaragua. Franklin Delano Roosevelt, presidente americano, ordinò il ritiro delle sue truppe dai paesi caraibici. Il 1 gennaio 1933 le forze statunitensi abbandonarono il Nicaragua senza aver catturato né ucciso Sandino.[15] Sandino propose al presidente nicaraguense, il liberale Juan Batista Sacasa una proposta di pace che venne accettata; il 2 febbraio 1933 terminò ufficialmente la guerra civile.[16] Il 21 febbraio 1934 Augusto Sandino venne ucciso sul monte La Calavera.

L'abilità di Sandino di arrivare al cuore della gente, con un linguaggio religioso più che politico, alimentò il culto della sua personalità facendone l'idolo di una società. Sandino, in Nicaragua e in Centro America, lasciò un'eredità ideale, tale da far raccogliere, in campo popolare e nazionale, elementi della cultura tradizionale e forze politiche che contrastarono l’imperialismo nordamericano e i suoi risvolti concreti nel governo politico del paese.

Sandino, grazie alla guerriglia contro i militari nordamericani divenne un simbolo globale della lotta all'imperialismo.

Nascita del Sandinismo [modifica]

L'ideologia politica del sandinismo venne ripresa nel 1962 da Carlo Fonseca Amador, fondatore e massimo dirigente del FSLN che pose fine al regime dittatoriale della famiglia Somoza, divenendo comandante della Rivoluzione Popolare Sandinista. Tre furono le caratteristiche principali che formarono lo stile rivoluzionario di Carlo Fonseca:

1. superare le tesi “dell'invasione” ereditata dalla guerre civili post-indipendenza, iniziando la lotta armata all'interno del territorio nazionale; 2. dare una base specifica nazionale alla teoria rivoluzionaria universale, partendo dal pensiero e dall'azione di Augusto César Sandino e assumendo l'opzione socialista in un contesto capitalista; 3. chiamare all'unità nazionale nella lotta contro la dittatura dominante dei Somoza, integrando tutte le forze e i movimenti nazionali al FSLN, mantenendo l'indipendenza dei loro segni politici e ideologici.

Fine dittatura di Somoza [modifica]

Dal 1936 al 1979 il Nicaragua fu dominato dal regime dittatoriale della famiglia Somoza. Anastasio Somoza Debayle, secondo figlio di Anastasio Somoza Garcìa, fu capo della Guardia Nazionale, presidente del Nicaragua dal 1967 al 1979.

Nonostante Anastasio Somoza segusse le orme del padre per la feroce repressione di ogni dissenso, egli venne rieletto nel 1974, grazie alla messa al bando dei partito d'opposizione del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. La Chiesa cattolica si schierò contro il regime. Uno dei critici più importanti del regime fu Ernesto Cardenal, prete e poeta nicaraguense, che successivamente venne nominato ministro della cultura nel governo sandinista.

Nel luglio 1977 venne costituito un governo rivoluzionario con un programma democratico di libertà pubblica; prevedeva: l’abolizione della Guardia di Somoza a favore di un esercito nazionale, l’espropriazione di tutti i beni della famiglia di Somoza e dei sostenitori, l'attuazione di una riforma agraria e l'affermazione del principio di non allineamento con tutti i paesi del mondo, che di fatto si traduceva in un allontanamento dagli Stati Uniti.

Dopo la fuga di Somoza, il 20 luglio 1979 alcune colonne guerrigliere del FSLN entrarono a Managua.[17]

Agli inizi del 1979 il Nicaragua aspirava ad essere un paese libero dall’imperialismo e con la vittoria del Fronte Sandinista a cancellare le frustrazioni subite come il fallimento di Che Guevara in Bolivia.[18]

Il 17 settembre 1980 Anastasio Somoza Debayle fu ucciso ad Asunciòn, in Paraguay. Il sogno di Sandino sembrava avverarsi: il paese era libero dalle influenze degli yankee, era terminato lo sfruttamento, i beni di Somoza sarebbero andati al popolo, le terre sarebbero andate ai contadini, i bambini sarebbero stati vaccinati.

Il Fronte Sandinista cercò di dare vita a un partito di stampo marxista-leninista. Nel settembre 1981 Humberto Ortega in un discorso pronunciò: “il sandinismo, senza il marxismo-leninismo, non può essere rivoluzionario”.[19]

La vittoria del Fronte sandinista certamente portò al Nicaragua nell'insieme degli stati "democratici" ma non riuscì a compiere appieno il suo programma. In particolare la fine dell’arretratezza, della povertà e dell’emarginazione.[20]

La guerra con i Contras [modifica]

I Contras, gruppi armati controrivoluzionari nicaraguensi, combatterono il governo sandinista con attacchi a strutture civili quali fattorie, ospedali, chiese, attuando massacri indiscriminati contro civili.

La guerriglia dei Contras fu sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti, soprattutto durante l’amministrazione Reagan,[21] che deviò ai Contras dei fondi provenienti da una vendita segreta di armi all’Iran, scandalo Irangate, nonostante il Congresso americano nel 1984 proibì il sostegno ai ribelli controrivoluzionari. L'amministrazione Reagan insistette sulla "minaccia comunista" posta dai Sandinisti; reagendo in particolare al supporto che a questi veniva fornito dal presidente cubano Fidel Castro, ma anche portando avanti il desiderio dell'amministrazione di proteggere gli interessi statunitensi nella regione, minacciati dalle politiche del governo sandinista.

La pressione statunitense contro il governo sandinista crebbe, con attacchi ai porti e alle installazioni petrolifere nicaraguensi (1983-1984) e il posizionamento di mine magnetiche fuori dai porti nicaraguensi, azioni che vennero condannate come illegali nel 1986 dalla Corte Internazionale di Giustizia.[22] Il 1 maggio 1985 Reagan emanò un ordine esecutivo che imponeva un embargo economico completo sul Nicaragua, rimasto in vigore fino al 1990.[23]

Il reciproco abbattimento, le paure dei sandinisti per il possibile successo militare dei Contras e la mediazione da parte di altri governi regionali, portarono al cessate il fuoco tra Sandinisti e Contras il 23 marzo 1988 e ai successivi accordi (1989) per la reintegrazione dei Contras nella società nicaraguense.[24]

Le riforme economiche, sociali e agrarie [modifica]

Le riforme più urgenti attuate dal governo sandinista furono rivolte al rilancio dell'economia. A questo proposito vennero nominati dei tecnici del settore privato con l'incarico di negoziare il debito con l'estero e accedere agli aiuti economici stranieri; il risultato fu l'assistenza finanziaria multinazionale, il dilazionamento del debito estero e impegni per forniture alimentari.

I primi provvedimenti legislativi del 1979 riguardavano la confisca di tutti i beni della famiglia Somoza e di coloro che erano stati coinvolti nel regime, la nazionalizzazione del sistema finanziario e del commercio estero, il controllo statale sulle risorse naturali, la creazione del fondo nazionale contro la disoccupazione, la riduzione degli affitti e la legge sui diritti degli inquilini.[25] Inoltre venne istituita la gratuità dell'educazione universitaria e nel 1980 si avviò l'inizio della crociata nazionale di alfabetizzazione, grazie alla quale il tasso di analfabetismo si ridusse notevolmente.[26]

Con la riforma agraria non si procedette alla nazionalizzazione di massa delle imprese, anzi lo Stato cercò di garantire l’iniziativa privata, sotto forma di proprietà societaria, individuale e cooperativa, inaugurando il regime di economia a proprietà mista, quale nuovo e definitivo modello organizzativo della produzione sociale. Vennero espropriate tutte le terre che i proprietari non coltivarono, indipendentemente dalla loro estensione e successivamente si costituirono aziende statali e cooperative. Per la prima volta vi fu una riforma agraria che non imponeva un limite alla proprietà delle terre.[27] Il settore privato, che non smise mai la propria produzione, non fu in grado di fornire sicurezza e non poté garantire la sua efficienza. In assenza di una proposta degna di fiducia, la preoccupazione degli imprenditori era quella di assicurare il loro capitale fuori dal Nicaragua.

Il modello di accumulazione, basato sull’idea di Stato padrone, non fu possibile visto che molte imprese del settore pubblico risultarono inattive e gli investimenti in piante e attrezzature non ebbero riscontri positivi in termini produttivi. Nonostante tutto la riforma agraria non portò gli esiti sperati dai sandinisti.

Le elezioni del 1990 [modifica]

Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta il Nicaragua subì un arresto dell’economia interna, un tasso di inflazione in ascesa, una produzione agricola scarsa per mancanza di risorse creditizie e forniture e un conseguente aumento della scarsità di prodotti di prima necessità.

In vista delle elezioni generali del 1990 lo scenario politico interno nicaraguese risultò quindi molto critico.

La guerra dei Contras, che aveva portato a separazioni, sofferenze e morte, era stata per la popolazione un peso enorme da sopportare e di conseguenza il bisogno di vederne la fine fu il grande avversario elettorale dei Sandinista.

Le elezioni del 1990 divennero la chiave per affrettare i negoziati e la fine della guerra; la pace significava per i Sandinisti il disarmo dei Contras e la fine delle ostilità da parte degli Stati Uniti. Le elezioni dunque vennero viste come il modo migliore per ottenere stabilità e iniziare la ricostruzione del paese.

Dal Ministro degli Interni Tomas Borge partì una iniziativa di riconciliazione verso le opposizioni per favorire lo sviluppo del paese.[28]

Gli oppositori fecero passare il messaggio elettorale fu quello di una imminente guerra con gli Stati Uniti in caso di vittoria dei sandinista, messaggio che risultò rafforzato dall' immagine aggressiva che trasparì di Daniel Ortega.

Le elezioni portarono quindi alla sconfitta dei sandinisti; Violeta Chamorro del partito Unione d'Opposizionee Nazionale (UNO) si insediò al governo, succedendo a Daniel Ortega.

Al di là dell'esito elettorale, la fine della guerra segnò comunque uno stato d’animo nuovo nella società, che abbracciò il processo di riconciliazione.[29]

Il principio del sacrificio [modifica]

Nell’ideologia sandinista vivere nella povertà, nell’umiltà e convivere con l'idea della morte venne visto come un compito da svolgere, un esercizio permanente di purificazione che l'individuo doveva attenuare; il tutto basato su una totale rinuncia alla famiglia, agli studi, ai fidanzamenti, ai beni materiali. La morte veniva vista cioè come il cammino verso la purificazione assoluta, l’espiazione di ogni peccato, e rappresentava un sacrificio voluto.

Questa visione della vita fu un’eredità di Sandino, rintracciabile in un suo discorso del 1933: “La vita non è che un momento passeggero verso l’eternità attraverso i molteplici aspetti dell’effimero; e che aveva insegnato ai suoi uomini che è un leggero dolore, un passaggio”.[30]

Sandino fu uno dei cultori della tradizione del sacrificio; giunto il momento di organizzare la resistenza contro l’occupazione straniera del 1927, mise i valori di rinuncia e dedizione sopra ogni cosa e principalmente agì nella convinzione che la morte fosse un premio e non un castigo.

Sue furono le parole “Voglio la patria libera o morire”.[31]

Nelle file del moviemento clandestino iniziarono ad entrare i figli delle famiglie ricche che attraverso un noviziato si avvicinavano alle dure condizioni di vita dei poveri e all’idea di provvisorietà di ciascuno di fronte alla morte.

Nella visione sandinista-marxista il sacrificio era finalizzato all'affermarsi della lotta di classe, nella visione cristiana invece si trattava di mettere in pratica la solidarietà fino all’ultima conseguenza, la morte.

Un’altra grande eredità etica del sandinismo fu la regola del non possedere alcuna proprietà ; coloro che le avevano ereditate o che le possedevano avrebbero dovuto consegnarle allo Stato; questa visione è rintracciabile nelle parole di Sandino pronunciate a Belanstequitoitia in una conversazione del 1933: “Credono che mi convertirò in un latifondista! No, niente di questo; io non avrò mai proprietà. Non ho niente. Questa casa dove vivo è di mia moglie. Alcuni dicono che è perché sono sciocco, però perché dovrei fare altrimenti?”.[32]

Il Sandinismo e la Chiesa [modifica]

Una volta che il sandinismo salì al potere, il Nicaragua divenne un laboratorio vivente per i teologi della liberazione.

Il Nicaragua, negli anni Ottanta, fu un terreno di confronto per le posizioni antagoniste interne alla Chiesa cattolica, formate da una parte dalla gerarchia appoggiata da Roma e dall’altra dai parroci ribelli sostenuti dal governo rivoluzionario.

L’adesione al concetto di socialismo, l’essenza della proposta rivoluzionaria, arrivò dai vescovi nella Carta pastorale del 17 novembre 1979, compromesso cristiano per un nuovo Nicaragua.

La Chiesa iniziò a difendere con gelosia il suo spazio di influenza spirituale. Alla gerarchia ecclesiastica non piacque l’insistenza dei dirigenti della rivoluzione ad apparire nelle feste di grande partecipazione popolare, come la processione degli uomini a Managua, la processione di San Domenico a Managua o quella di San Geronimo a Maraya.

Il viaggio del Papa Giovanni Paolo II, alla fine del 1982, rappresentò l’opportunità di recuperare, da parte del clero nicaraguense il deterioramento del rapporto con Roma; un’eventuale esclusione del Nicaragua dalla visita avrebbe rappresentato una sconfitta nella lotta per non apparire uno Stato isolato nel contesto internazionale.

L’annuncio della visita pontificia in Nicaragua, venne considerato un trionfo. A questo proposito il Papa pronunciò queste parole: “non si devono anteporre scelte temporali inaccettabili, includendo concezioni della chiesa che soppiantano quella vera; nessuna ideologia può rimpiazzare la fede”.[33]

Nonostante tutto però i motivi di scontro tra Sandinisti e parte delle gerarchie ecclesiastiche conflitti risultarono lontani dall’essere risolti.[34]

Bibliografia [modifica]

Voci correlate [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Filmografia [modifica]

  • Viva Sandino!, documentario sul Fronte Sud[35]
  • Sandino, Miguel Littìn, 1990

Discografia [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ [Louisville Times,Nicaragua and President Walker, December 13, 1856]
  2. ^ [Jamison, James Carson. With Walker in Nicaragua: Reminiscences of an Officer of the American Phalanx, Columbia, MO: E.W. Stephens, 1909]
  3. ^ [1] Peace Reporter Scheda sul Nicaragua
  4. ^ [2] Progetto Luciano America Latina, Breve storia del Nicaragua
  5. ^ [3] Casa Vivaldi, Il Nicaragua
  6. ^ [4] Associazione Italia-Nicaragua, Vamos Muchachos: La lotta del FSLN contro Somoza
  7. ^ [Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003]
  8. ^ [5] Massimo Introvigne, Augusto César Sandino: fra spiritismo e Rivoluzione
  9. ^ [6] Marco Cantarelli, Elezioni viziate da mancanza di pluralismo, 18 maggio 2007
  10. ^ [7] Associazione Italia-Nicaragua, Ritorna la democrazia: Il neoliberismo in Nicaragua
  11. ^ [8] Webspace, Articoli sul Nicaragua, 1998-2003
  12. ^ [9] Il Sole 24 ore, Nicaragua: Ortega vince le elezioni presidenziali, 7 novembre 2006
  13. ^ [10] Fisica/Mente, Qualche intervento USA
  14. ^ [11] Lucas Vidgen, Adam Skolnick, Nicaragua, Guide EDT/Lonely Planet, 28 gennaio 2010
  15. ^ [12] Lorenzo Vitelli, Sandino: dignità e rivoluzione, 1 ottobre 2012
  16. ^ [13] Termometro politico, Augusto Cèsar Sandino - Patria libre o Morte!, 15 settembre 2010
  17. ^ [14] Guido Vicario, L'assedio al bunker di Somoza, L'Unità, 13 giugno 1979
  18. ^ [15] Roberto Romani, Il tragico diario del Che in Bolivia, L'Unità, 17 luglio 1968
  19. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.88
  20. ^ [16] Dagoberto Bellucci, Il sogno infranto della rivoluzione sandinista, 21 novembre 2011
  21. ^ [17] Aniello Coppola, L'attacco al Nicaragua, L'Unità, 14 aprile 1983
  22. ^ [18] Libero, Nicaragua:l'altro terrorismo
  23. ^ [19] Scheda sul Nicaragua
  24. ^ [20] Alessandra Riccio, Su Managua l'incognita sui Contras, L'Unità, 1 marzo 1990
  25. ^ [21] Scheda sul Nicaragua
  26. ^ [22] Marco Cantarelli, 25 anni dopo la Cruzada di Alfabetizzazione: Il Paese intero fu una grande scuola, 23 maggio 2007
  27. ^ [23] Giorgio Oldrini, Che singolare riforma agraria, L'Unità, 29 dicembre 1983
  28. ^ [24] Ettore Masini, Il perdono di Sandino, L'Unità, 13 settembre 1987
  29. ^ [25] Massimo Cavallini, Nicaragua, il dopo-sandinismo senza volto, L'Unità, 2 marzo 1990
  30. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.30
  31. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.31
  32. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.43
  33. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.156
  34. ^ [26] Articolo I colloqui di Berlinguer in Nicaragua, L'Unità, 22 ottobre 1981
  35. ^ Sergio Ramirez, Adiòs Muchachos, Una memoria della rivoluzione sandinista, Genova, Frilli, 2003 p.198