Salvezza (Bibbia)

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Salvezza in generale, significa la liberazione da condizioni indesiderabili. Più significativamente, nel Cristianesimo si riferisce alla grazia di Dio che libera il suo popolo dal peccato e dalle sue conseguenze temporali ed eterne.

« Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio »   (Colossesi 1,13)

La Bibbia afferma, e la Chiesa annuncia oggi, che è la sola grazia di Dio (Efesini 2,8), accolta nella libertà dall'uomo (Giacomo 2,18), a procurargli la salvezza.

Salvezza nell'Antico Testamento[modifica | modifica wikitesto]

Nell'Antico Testamento "salvezza" traduce diversi termini che indicano liberazione dai mali più diversi, materiali e spirituali. Il termine ebraico ישׁוּעה (yeshû‛âh) suggerisce l'idea di una liberazione. La radice significa "essere largo" o "spazioso". Liberare, quindi, significa: mettere al largo, spezzare una catena, far uscire dal confino, salvare dall'oppressione tanto che il liberato ora può svilupparsi senza ostacoli. Dio ne è sempre protagonista. È Lui, infatti, che libera, per esempio, dalla sconfitta in battaglia (Esodo 15,2), da disgrazie (Salmi 34,6), dai nemici (2 Samuele 3,10), dall'esilio (Salmi 106,47), dalla morte (Salmi 6,4), dal peccato (Ezechiele 36,29). Il termine "salvezza" non ha necessariamente una connotazione teologica.

Dapprima gli Israeliti pensano ad una salvezza soprattutto come liberazione in senso materiale e come qualcosa di nazionale. Quando, però, si approfondisce il senso del male morale, la salvezza acquista un profondo significato etico e gradualmente giunge ad includere pure gente di altre nazioni (Isaia 49,5-6;55,1-5).

Con lo sviluppo dell'idea messianica, il termine giunge a significare la liberazione dal peccato nel sorgere di una nuova epoca. Fra gli israeliti, la salvezza si acquisisce attraverso un'osservanza sincera della Legge di Dio, sia morale che cerimoniale.

Confronto tra cattolicesimo ed ebraismo[modifica | modifica wikitesto]

I sacrifici rituali non potevano di per sé realizzare il perdono dei peccati, perché essi prefiguravano l'Agnello di Dio che doveva morire per i peccati del mondo (Isaia 53).

Salvezza nel Nuovo Testamento[modifica | modifica wikitesto]

Crocifissione, Scena: Cristo sulla Croce con Maria e Giovanni, di Albrecht Altdorfer, 1512, Gemäldegalerie Alte Meister, Kassel
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Redenzione (Cristianesimo).

I termini che il Nuovo Testamento greco utilizza per "salvare" e "salvezza" sono: σώζω (sōzō) e σωτηρία (sōtēria, da cui soteriologia). Etimologicamente suggeriscono l'idea di strappare qualcuno a forza da un grave pericolo. Possono pure significare salvare da una sentenza di tribunale o da una malattia (guarire).

In latino la parola "salvezza" è salus, da cui proviene anche "salute".

Nell'insegnamento di Gesù "salvezza" di solito denota liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, qualcosa di cui fare esperienza nel presente, anche se il suo compimento è escatologico. Egli insegna come la salvezza si ottenga da Lui solo, perché è il Figlio di Dio incarnato (Giovanni 3,16).

I credenti ottengono la salvezza attraverso la morte di Cristo (Efesini 2,13-18) ed essa include tutte le benedizioni redentrici che essi hanno in Cristo, fra le quali le principali sono: la conversione, la rigenerazione, la giustificazione, l'adozione, la santificazione e la glorificazione.

È la soluzione che Dio prospetta all'intero problema del peccato, in tutti i suoi aspetti, ma anche dal suo potere, e finalmente dalla sua presenza.

Sebbene essa sia provveduta solo attraverso le sofferenze, morte e risurrezione del Cristo, la salvezza diventa realizzabile nell'esperienza del credente attraverso l'opera dello Spirito Santo, normalmente sulla condizione della fede.

I suoi effetti un giorno abbracceranno l'intero universo. La maledizione di cui è afflitta la natura sarà rimossa e tutta la storia troverà il suo compimento in Cristo (Rom 8,21-22; Efesini 1,10).

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