Saluto nell'antica Roma

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Quando ci si incontrava per strada, per salutare un conoscente ci si limitava ad un semplice salve oppure (h)ave, seguiti o meno dal nome della persona in questione. La risposta era ovviamente "salve (ave) et tu" ovvero, "salute anche a te!" Se ci si fermava per scambiare qualche semplice parola, la formula più usata era quid agis?[1], ovvero, "come va?" oppure "cosa fai?". Come gesto di saluto si stendeva la mano a una certa distanza e si era soliti sollevare l'indice destro (vedi saluto romano). Svetonio lo chiama digitus salutaris (dito del saluto).[2] La stretta di mano non era molto comune, essa era infatti limitata a situazioni particolari, come l'incontro dopo una lunga assenza, o solo come espressione di una particolare vicinanza (familiari intimi e amici molto cari). Nell'epoca imperiale divenne piuttosto comune (in modo particolare nella classe dirigente), anche il bacio, talvolta seguito da un caloroso abbraccio. L'inchino era del tutto sconosciuto e sarebbe stato indegno di un uomo libero. I passanti dovevano salutare i funzionari scoprendosi il capo; questi ultimi, ovviamente, non erano tenuti a restituire il saluto.

La "salutatio"[modifica | modifica wikitesto]

Una particolare forma di saluto era la salutatio matutina che i clienti erano tenuti a rendere al patrono, in casa di lui. Nato certamente da una forma regolata di lavoro dipendente (cliens è infatti "colui che obbedisce"), il rapporto clientelare era inizialmente un impegno di carattere etico-religioso e non giuridico: il padrone, che aveva maggior influenza sociale, garantiva sicurezza, consiglio in materia di diritto e assistenza durante i processi; in cambio il cliente doveva offrire i suoi migliori servigi: prestazioni di lavoro (a volte sporco e rischioso), partecipazione al seguito in tempo di guerra, contributi finanziari e infine il sostegno in caso di candidatura a qualche carica. "Un'adunata" dimostrativa di molti clienti dava grande prestigio al patrono: da qui la convocazione del saluto, la salutatio, mattutina al patrono, al quale dovevano partecipare tutti i suoi clienti. La salutatio si svolgeva tra la prima e la seconda ora del giorno, quindi poco dopo il sorgere del sole, tanto che molti clienti dovevano partire quando ancora era buio. Essendo una questione di rappresentanza, dovevano esibire un abbigliamento consono, da romani liberi: la toga di lana, anche nelle giornate calde dell'estate. Nell'atrio del palazzo regnava spesso una gran ressa, e a volte, proprio per questo i clienti venivano cacciati. Chi riusciva ad arrivare alla presenza del padrone, non diceva altro che un semplice "ave, domine", a volte "ave, rex". Il patrono, se non si trattava di amici o alte personalità, manteneva un atteggiamento sprezzante e spesso non rispondeva ai saluti.

Il saluto nelle lettere[modifica | modifica wikitesto]

"M. Cicerone saluta D. Bruto, console designato." (Cic. Fam. XI,25)

Le formule di inizio e commiato delle lettere romane erano fisse, e seguivano le seguenti regole:

 il mittente al nominativo
 il destinatario al dativo

Si usavano formule del tipo:

 Cicero Attico Salutem Dicit
 C. Cassius Salutem Plurimam Dicit M. Ciceroni

A volte si usava anche solo Salutem.

Quanto più si era in confidenza con il destinatario, tanto più brevi si facevano le formule d'inizio, rinunciando a cariche e titoli. Per la conclusione si usavano formule del tipo:

 Si Vales Bene Est; Ego Valeo :se stai bene tu, sto bene anch'io
 Vale :addio
 cura, ut valeas :cerca di star bene
 tu ad me velim litteras crebrius mittas :vorrei che mi scrivessi più spesso

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. Orazio, Satire, I 9 4: quid agis, dulcissime rerum?: è il saluto che Orazio rivolge a un seccatore incontrato per strada
  2. ^ Cfr. Svetonio, Augusto, 8

Fonti e bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti:

Bibliografia:

  • A. Ronconi, R. Gazich, E. Marinoni, E. Sada, "DOCUMENTA HUMANITATIS" (vol I, II e III)
  • Indro Montanelli, "STORIA D'ITALIA" (vol.I)
  • Karl-Wilhelm Weeber, "VITA QUOTIDIANA NELL'ANTICA ROMA"
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