Salario minimo

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Il salario minimo è la più bassa paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere a impiegati e operai.

Introdotte per la prima volta in Australia e Nuova Zelanda alla fine del diciannovesimo secolo, le leggi sul salario minimo sono state poi introdotte in molti altri Paesi del mondo, e sono oggi in vigore in molti Stati.

In Italia esistono pensioni minime, mentre un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali, ma dalla contrattazione fra le parti sociali.

Gli stage e i contratti a progetto non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale di lavoro e ad un livello di inquadramento con il relativo salario base: i rapporti di lavoro regolati da queste tipologie contrattuali non prevedono alcun salario minimo.

Aspetti economici[modifica | modifica sorgente]

Un primo argomento sostiene che in un libero mercato qualsiasi limitazione introdotta da soggetti esterni (una legge dello Stato) da lato della domanda e/o dell'offerta sia ai prezzi che alle quantità (quote) di vendita e produzione, porta a un'area di mancato incontro tra domanda e offerta, quindi un equilibrio peggiore del mercato libero.

Un'altra corrente sostiene che l'offerta di lavoro resterebbe comunque positivamente elastica rispetto a un aumento medio dei prezzi per ora lavorata, se:

  • il salario minimo orario è fissato ad un livello inferiore al costo e alla redditività medie dell'ora lavorata per le imprese;
  • i costi variabili non evitabili e i costi fissi di mancato utilizzo di risorse e impianti sono elevati.

Sarebbero comunque un numero ridotto i posti di lavoro persi perché il datore non è disposto a pagare il salario minimo. Su questi, prevarrebbe l'aumento dei posti di lavoro indotto dallo stimolo ai consumi e della domanda interna tramite retribuzioni più alte e concentrate nel segmento di reddito meno abbiente, con bisogni primari ancora da soddisfare.

Per i favorevoli a questo diritto, il salario minimo, oltre a garantire il diritto ad una paga oraria dignitosa per ogni lavoratore, diminuendo quindi lo sfruttamento, costituisce un incentivo al consumo per le fasce di popolazione più povere, migliorando in questo modo l'economia.
Inoltre, sarebbe uno stimolo ai consumi e alla domanda interna in quanto i lavoratori difficilmente accetterebbero un impiego con una paga di poco superiore al salario minimo garantito ai disoccupati, obbligando le imprese ad elevare il livello medio delle retribuzioni. A ciò si oppone l'argomento che una parte delle imprese rinuncerebbe alla forza lavoro di una quota di offerta di lavoro che viene persa se non si permette

Per i critici, il salario minimo introduce un fattore di rigidità per il mercato del lavoro, escludendo quella parte della offerta di lavoro che sarebbe disposta ad accettare un salario inferiore a quello minimo imposto per legge, oppure un incentivo a lavorare in nero, senza pagare le tasse; oltre ad un aggravio dei costi fissi (lavoro e capitale) per le imprese. In particolare, alcuni critici, non appartenenti ai gruppi sociali sui quali si esprimono, sostengono che i gruppi sociali più emarginati (minoranze, immigrati, fasce più povere) vengano penalizzati da tale meccanismo: dovendo pagare lo stesso salario, i datori di lavoro preferiscono assumere i lavoratori più esperti e istruiti. Per esempio, Walter E. Williams (professore di economia alla George Mason University) sostiene che il salario minimo sia una delle principali cause della disoccupazione degli afroamericani negli Stati Uniti e che sia stato usato durante l' apartheid in Sud Africa per favorire l' assunzione dei bianchi[1].

I favorevoli ritengono che la dignità del lavoratore e della persona non possano essere posti in secondo piano rispetto alle esigenze Statali di bilancio e di emersione del sommerso (ovvero delle tasse evase, in questo caso quelle del lavoro nero), e che comunque il salario minimo, se fissato ad un opportuno livello prossimo ai minimi dei prezzi correnti di mercato, non generi certamente di un aggravio per la libera impresa.

Per alcuni, peraltro, il salario minimo può essere inteso anche come un mezzo per un'emersione del lavoro nero che non significhi legalizzare un reato di caporalato e lo sfruttamento della manodopera. La regolarizzazione può avvenire con contratti a progetto o simili che non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale, e ad alcuna paga base, e dunque lasciano completamente libera la determinazione della paga oraria, e potenzialmente uguale a quella del precedente lavoro in nero.

Le legislazioni dei Paesi UE e fuori dell'Unione comunque sanciscono il principio per il quale debba esistere una paga oraria minima dei lavoratori, sebbene fissata e delegata con criteri diversi, direttamente dallo Stato o con una periodica contrattazione sindacato-imprenditori. La legge sul salario minimo opera una distinzione per età o per anzianità professionale, ma non per professione o settore merceologico di appartenenza. Dove non c'è un intervento dello Stato, la decisione è delegata alla contrattazione sindacale, ma la legge impone che ogni contratto di lavoro riferisca ad un contratto nazionale, e quindi al salario minimo in esso previsto.

Le legislazioni sul salario minimo, nei diversi Paesi, prevedono una rivalutazione periodica delle paghe minime, alla luce della produttività, del PIL, dell'Indice dei prezzi al consumo e dell'andamento generale dell'economia. La rivalutazione è imposta direttamente da Commissioni interministeriali permanenti.

Rispetto alle legge sulla Scala mobile, abolita nel 1992 in Italia, queste rivalutazioni non sono degli automatismi: la scala mobile prevedeva una formula di calcolo che indicizzava la paga base all'inflazione, e variava di conseguenza. La rivalutazione dei salari minimi segue non una discussione politica, che tiene conto di dati oggettivi.

In assenza di una legge sul salario minimo o sulla scala mobile, periodicamente rivalutate, la normale contrattazione collettiva fra sindacato e imprenditori sul livello di paga base assume un'importanza maggiore e dei margini di manovra più alti, costituendo una sorta di modello alternativo. Il maggiore margine di manovra sulla concertazione accresce l'importanza del sindacato per l'ottenimento di aumenti della paga base e delle altre voci retributive, l'adesione dei lavoratori agli scioperi e il numero di iscritti al sindacato. Le richieste di aumenti retributivi sono la più frequente causa di scioperi, e un importante fattore nel tasso di sindacalizzazione. Come nelle altre associazioni, il numero delle quote di iscrizione rappresenta una delle principali entrate economiche e fonti di potere contrattuale del sindacato.

La norma tutela in questo modo la libertà di associazione sindacale dei lavoratori e l'autonomia dei sindacati che possono non sottoscrivere l'accordo, senza il prevalere di un principio di maggioranza e della volontà di quelli più rappresentativi. Una giurisprudenza consolidata ritiene però che i minimi tabellari debbano applicarsi comunque a tutti i lavoratori di categoria, iscritti o meno al sindacato.

La concertazione fissa fino ad oggi le regole del salario minimo, in virtù di questo orientamento giuslavoristico, ma manca un riconoscimento di questa prassi da parte di una legge ordinaria.

Tuttavia, in Italia un contratto collettivo di lavoro (nazionale o locale) da applicare nei contratti di lavoro individuali:

  • non è obbligatorio: l'imprenditore può non applicare nessun CCNL ovvero un contratto aziendale creato ad hoc al limite per una singola unità produttiva senza riferimenti a contratti collettivi (caso "Pomigliano");
  • non è necessario il consenso del sindacato, e quindi può essere una scelta unilaterale dell'impresa;
  • la scelta non è univoca perché gli ambiti di applicazione dei contratti collettivi talora si sovrappongono, e il datore può scegliere quello più conveniente;
  • due unità produttive della stessa impresa possono avere contratti collettivi diversi.

In questo modo, una parte di lavoratori dipendenti e non può non essere tutelata da un contratto collettivo e restare priva di salario minimo. Ciò nonostante, il 13 per cento dei lavoratori italiani percepisce salari al di sotto dei minimi contrattuali.[2]

In Italia, non c'è un'individuazione del salario minimo, né da parte di una legge dedicata, né di una norma che deleghi questo compito alla contrattazione collettiva, dandone efficacia per tutti i lavoratori. Più in generale, in Italia non esiste una forma di protezione sociale "non a termine" per le fasce sociali che vivono al di sotto della soglia di povertà. Dopo un certo periodo di copertura tramite gli ammortizzatori sociali, queste persone e famiglie non hanno nessun sostegno. Una delle poche eccezioni è il reddito di cittadinanza, introdotto in alcune regioni.

Il salario minimo in Italia e nel Mondo[modifica | modifica sorgente]

Unione Europea[modifica | modifica sorgente]

Non esiste una legislazione uniforme in materia di salario minimo all'interno dell'Unione Europea. La maggior parte degli stati adotta un salario minimo, mentre altri Stati(Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria, Cipro ed Italia) non hanno un salario minimo imposto per legge, ma delegano alla contrattazione fra le parti sociali tale decisione[3].

In varie Costituzioni, fra le quali in quella italiana, è sancito il diritto ad una equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto.

La Direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei mercati europei è stata emendata nel 2006, sottraendo al principio dell'Home country control diversi aspetti, fra i quali il salario minimo. Il lavoratore straniero ha diritto al salario minimo previsto dalle leggi del Paese nel quale lavora, in modo indipendente dal proprio Paese di origine e da quello dove ha sede legale il datore di lavoro.

La Direttiva 96/71/CE regolamenta le tutele dei lavoratori distaccati per una prestazione di servizi trasnazionali. A questi si applica il trattamento retributivo, ricavabile da leggi e contratti collettivi di lavoro, più favorevole (art. 3.7) fra quello dello Stato di origine, dove ha sede legale il datore di lavoro, e lo Stato membro in cui ha luogo la prestazione lavorativa.
Dello Stato in cui ha luogo la prestazione, tuttavia, si possono applicare solamente i contratti collettivi aventi efficacia erga omnes, sia nell'intero territorio nazionale dello Stato membro ospitante che all'intero settore cui la prestazione è riferibile (in particolare sia pubblico che privato)[4]. La contrattazione decentrata territoriale o aziendale viene esclusa perché per un prestatore di servizi trsasnazionale avrebbe reso troppo onerosa e complessa la determinazione del salario minimo dei lavoratori, ovvero reso legittime clausole sociali locali e anticoncorrenziali che, per operare nel territorio, avrebbero obbligato i soggetti stranieri a concedere condizioni di lavoro più favorevoli di quelle cui sono tenute le imprese nazionali.

Italia, Germania, Austria, Finlandia e Danimarca oltre al Belgio hanno un "sistema duale" in cui la negoziazione collettiva si aggiunge ad un salario minimo nazionale.[senza fonte]

Francia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Salaire minimum interprofessionnel de croissance.

In Francia l'introduzione del salario minimo (Salaire minimum interprofessionnel de croissance, meglio noto come SMIC) è avvenuta nel 1950, con legge parlamentare. La legislazione attuale, frutto di varie modifiche nel corso degli anni, prevede che lo SMIC sia ricalcolato ogni anno secondo un meccanismo basato sul potere d'acquisto e altri fattori. Dal 19 dicembre 2013 lo SMIC è di 9,53 € lordi all'ora; ovvero per un lavoro a tempo pieno (35 ore alla settimana), 1445,38 € lordi mensili[5], circa 1130,00 € netti.

Spagna[modifica | modifica sorgente]

Il salario minimo è espresso in termini di unità monetarie per ora, può essere aumentato dalla contrattazione fra imprenditori e associazioni di categoria per settore di appartenenza, e il lavoratore può essere pagato al di sotto se si tratta di particolari contratti di formazione. Ammontare condizioni relative al salario minimo sono disciplinate nello Statuto dei Lavoratori spagnolo, del 1970 e sono:

  • 2004: 15,35 /giorno, 460,5 €/mese ovvero 6447 €/anno (con 14 mensilità)
  • 2005: 17,10 €/giorno, 513 €/mese ovvero 7182 €/anno
  • 2006: 18,03 €/giorno, 540,9 €/mese ovvero 7.572,6 €/anno
  • 2007: 19,02 €/giorno, 570,6 €/mese ovvero 7.988,4 €/anno

È rivalutato ogni anno in base al valore dell'indice dei prezzi al consumo, della produttività nazionale e della situazione economica generale. Può essere rivisto semestralmente se l'inflazione reale è al di sopra dei valori previsti.

Brasile[modifica | modifica sorgente]

In Brasile, il salario minimo fu introdotto dal presidente Getúlio Vargas con decreto legge nº 2162 del 1º maggio 1940. La nuova Costituzione del Brasile, del 1988, (Capitolo II dei Diritti Sociali, art.6) stabilisce il diritto di ogni lavoratore ad un salario minimo in grado di provvedere ai fabbisogni propri e della famiglia in termini di educazione, salute, sussistenza alimentare, trasporti, previdenza sociale, vestiario e igiene personale.

Un contenuto analogo è presente all'art. 36 della Costituzione italiana, che afferma che "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa". Questo articolo evidentemente non si applica a contratti di stage o per collaborazioni a progetto che, come citato precedentemente, non hanno alcuna tutela legale in termini di salario minimo.

Il salario minimo mensile attuale è di R$ 622,00 (15/06/2012), per lavoro ordinario a 40 ore per settimana.

Australia[modifica | modifica sorgente]

In Australia, il 14 dicembre 2005, è stata istituita una commissione permanente con l'incarico di adeguare il salario minimo federale, che attualmente ammonta a 13, 47 dollari australiani per un'ora di lavoro, oppure a 569,90 dollari australiani per una settimana. AGGIORNAMENTO: http://www.fairwork.gov.au/pay/national-minimum-wage/Pages/default.aspx

Stati Uniti e Regno Unito[modifica | modifica sorgente]

Negli Stati Uniti, il salario minimo ammonta a 7,25 dollari americani per un'ora di lavoro, con variazioni possibili da parte di singoli Stati dell'Unione, mentre nel Regno Unito la paga è di 6,08 sterline per i lavoratori che hanno compiuto i 22 anni di età.

Il National Minimum Wage Act è stato uno dei temi ricorrenti del partito laburista inglese durante la campagna elettorale del 1997, ed è diventato legge il primo aprile del 1999.

Prima di questa data non esisteva alcun salario minimo nazionale sebbene esistesse una varietà di sistemi di controllo dei salari, solitamente focalizzata su specifici settori industriali. Una delle ragioni per la presa di posizione del partito laburista è stato il declino del potere contrattuale e del numero di iscritti alle organizzazioni sindacali negli ultimi decenni, oltre a dover garantire e diritti tutele minime nei settori, specialmente dei servizi, dove è molto più bassa la sindacalizzazione dei lavoratori.

Al primo ottobre 2007 risultavano in vigore i seguenti salari minimi:

  • 5,52 sterline per i lavoratori che hanno più di 22 anni;
  • 4,60 sterline per un'ora di lavoro, per chi ha fra i 18 e 21 anni di età;
  • 3,40 sterline per i minori di 18 anni che non hanno terminato la scuola dell'obbligo;
  • Nessun salario minimo per quanti non hanno ancora terminato la scuola dell'obbligo (che finisce tra i 15 e i 16 anni).

I salari minimi sono stati emendati nell'ottobre 2013 come segue:

  • 6,31 sterline per i lavoratori che hanno più di 21 anni;
  • 5,03 sterline per un'ora di lavoro, per chi ha fra i 18 e 20 anni di età;
  • 3,72 sterline per i giovani di 16-17 anni.
  • 2,68 sterline è il salario orario minimo introdotto per gli apprendistati. Si applica agli apprendisti under 19 e per il primo anno di apprendistato per gli over 19.

Il salario minimo è applicato anche a dipendenti delle agenzie di lavoro interinali, e a quanti praticano il telelavoro. Ne sono esclusi i volontari e i detenuti nelle carceri.

Elusione delle normative nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Minimum-wage laws are cruel, racist job-killers
  2. ^ Quanti lavoratori senza salario minimo | Andrea Garnero
  3. ^ Tabella Eurostat sui salari minimi in Europa.
  4. ^ Corte di Giustizia UE, Sentenza n. C346/2006 del 3 aprile 2008, che interpreta gli artt. 3.1 e 3.8 della Direttiva 96/71/CE, alla luce del Trattato Comunità Europee art. 49. Nel caso di specie si escluse l'efficacia generale e l'applicabilità di un contratto collettivo riferito agli appalti pubblici, perché non riferito anche all'edilizia privata
  5. ^ Salario Minimo in Francia, Eurostat

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