Incursione saracena contro Roma (846)

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L'Incursione saracena contro Roma dell'anno 846 venne attuata da truppe saracene africane e sarde.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Già nell'830 pirati saraceni avevano devastato le aree abitate della campagna romana, giungendo fino alle basiliche di San Pietro e San Paolo e penetrando fino a Subiaco dove venne distrutto l'abitato e il Cenobio. Analogamente a questi eventi, nella notte tra il 24 e il 25 agosto dell'846 i pirati saraceni, dopo aver attaccato e saccheggiato Centumcellae, Civitavecchia, Porto e Ostia, si spinsero fino a Roma.

Non riuscendo a penetrare all'interno delle mura cittadine, distrussero e depredarono i dintorni della città riuscendo a saccheggiare per la seconda volta le basiliche di San Pietro e San Paolo. San Pietro era difesa da una guarnigione di soldati composta da Franchi, Longobardi, Sassoni e Frisoni che, nonostante un'accanita resistenza, venne completamente sterminata.

Dalle basiliche vennero depredate tutte le suppellettili liturgiche ed i paramenti dei presbiteri, e profanati gli altari ed i tabernacoli. Il sacco dei due templi tra i maggiori della cristianità comportò l'edificazione, per volontà di papa Leone IV tra l'848 e l'852, delle Mura Leonine, erette a protezione della basilica di San Pietro. L'area racchiusa dalle mura, chiamata città leonina, ebbe amministrazione propria sino al sedicesimo secolo, e coincide in gran parte con lo Stato della Città del Vaticano e l'odierno rione di Borgo.

Dopo essersi ritirati da Roma I saraceni che saccheggiavano il Lazio vennero sconfitti da Guido I di Spoleto presso Centumcellae e Fondi.

Nello scontro successivo presso Gaeta l'esercito cristiano incontrò difficoltà, ma giunsero in suo soccorso truppe inviate da Sergio I, duca di Napoli, e condotte dal figlio Cesario. A novembre la flotta araba alla fonda davanti le coste laziali fu pesantemente danneggiata da una tempesta.

Nell'anno 849 si seppe che i saraceni stavano allestendo una nuova flotta la quale, dalle coste sarde, avrebbe attaccato nuovamente Roma. In questa occasione Gaeta, Napoli, Amalfi e Sorrento misero a disposizione le proprie navi, le quali si posizionarono tra Ostia e la foce del Tevere. Condotta da Cesario, la flotta andò all'attacco appena vide all'orizzonte le vele delle navi nemiche sbaragliandole e facendo molti prigionieri. Durante lo scontro, definito come battaglia di Ostia, molte navi saracene furono affondate mentre le restanti, anche a causa di un'improvvisa tempesta, fuggirono.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Storia dei Musulmani di Sicilia, 3 volumi. Firenze, Le Monnier, 1854-1872 (riveduta dall'Autore e commentata da C. A. Nallino, 5 voll., Catania, Romeo Prampolini, 1933-37).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]